domenica 19 giugno 2022

su "album" di Elisa Donzelli (Nottetempo). Ancora in forma di lettera.

 


Scrivo di “album” (titolo in minuscolo) di Elisa Donzelli come un diario di lettura. Preferisco attraversare i libri, più che distanziarli come oggetti. E’ una poeta (o poetessa, o una donna in poesia, sia proprio il sostantivo di chi scrive) che dedica la sua attività alla poesia, anche con la casa editrice e come studiosa (di Caproni, tra tutti, di Char, Sereni e altri). E’ stata allieva di Biancamaria Frabotta come me. Più giovane di me, ha studiato con Frabotta in anni diversi dai miei, ma per usto – e ribadito nel segno di un lutto comune – trovo nei suoi versi e nel suo approccio, il coagulo di un’eredità – del secolo starei per dire.  

Ne scrivo un po’ come una lettera o un diario di appunti di lettura. La sento come autrice che sta dentro un comune album di famiglia.

 Elisa Donzelli scrive e compone questo suo “ album” pubblicato da Nottetempo,  che certo contiene tanto della sua storia che per molti tratti è nostra, per definire un tempo che sia però del futuro guardato con gli occhi – come scrive -  “di mio figlio che adesso / vuole raggiungere /la tua età /la mia” . Sono i versi che in corsivo ci accolgono aprendo “album” e danno il timbro di senso, già dentro un mise en abyme di sogno sognato, presenza di storia e immaginazione del futuro, che sono gli anelli a catena di questo libro. Dentro c’è il secolo, come dicevamo e anche oltre, sia prima che dopo.

Il tempo storico è anche l’ “ adesso “ e guarda oltre, si trasforma nell’angoscia di un nuovo clima che ci sarà. Cito i  “Nuovi climi” di Frabotta, parte dell’opera della nostra Maestra è stata dedicata a un’attenzione sia politica che creaturale alla natura tutta. Quel solco di intuizione proprio di Frabotta è parte anche dell’Album di famiglia di Donzelli, inevitabilmente: la traccia è nell’uso dello stesso autore citato in dedica  in  “Nuovi climi” , è una frase di Bernardino de Saint-Pierre che in una  torrida primavera seguita a un inverno rigidissimo, scende nel suo giardino “per vedere in che stato si trovava”. E’ il 1 maggio del 1789, la frattura di un clima inatteso, sappiamo noi oggi dagli storici, ebbe molto a che fare con la Rivoluzione Francese. Il clima, ancora oggi,  sarà la nostra storia, quella dei figli.

E ancora: ereditare una consapevolezza umanistica, un album storico di presenze, sovrapposte in epoche (“ottanta novanta zero dieci” scrive nella prosa Villa Torlonia) due ere di donna, con il presente impegnato a farsi carico di traghettare anche un figlio verso un futuro, nell’incognita di come sarà, ma nella consapevolezza che potrebbe essere sia  splendido che tremendo. Ogni album personale o anche collettivo ma che parta da sé è il giardino di una Storia. Così si eredita per un figlio anche un’attitudine alla rivoluzione dello sguardo: l’io-poeta al figlio:  “mostrarti che dal basso verso l’alto/il ramo non appare maestro”. Il declivio non è un declino, ma l’avvio verso “un altro/ paesaggio”.

Mi piace di questo libro – e vorrei dire al tu: cara Elisa -  soprattutto che non sia solo memoria, ma che la traccia archeologica del passato  brilli in una scia estiva di novità della vita, nel travaso del bios. Che continuità è la Storia? Forse quel misto di “forza e biologia” che citi nella poesia dal titolo “rdt”. E così quel bambino che poteva non nascere nell’istante di pericolo di un viaggio africano, nello sporgersi incauto durante il “viaggio di nozze”(titolo)  regala la consapevolezza che prima della storia c’è la specie che procede dentro questa incoscienza (“per nascere bisogna/ farsi ombra, qualche volta morire”). La specie che sta dentro il tempo e lo nega, lo disgrega, lo connette a tutte le epoche non nel nome ma a qualcosa di più profondo.

Così quel bambino, durante una visita a tombe antiche,  è già alla fine della sua prima infanzia, una stagione per certi versi di demoni e di bestie, di vitalità e – di nuovo -  anche di incoscienza. Tutto passa in giovane curioso che alla collina di Monterozzi (titolo) resta a osservare più a lungo degli altri la tomba antica: “ solo per descrivere quello che vedi sui muri / come se la morte fosse un disegno/  sbiadito dal fiato dei vivi”. Sono versi molto belli, difficilmente spiegabili, per paradosso nella loro limpidezza. Non indugi, cara Elisa – prendo cambio la prospettiva nel tu -  a impressionismo a suggestioni ed emotività, come a tua volta ti è stato insegnato, laicamente.  I poeti per te sono un varietà del paradigma esistenziale, una cura, una coltivazione dell’etica oltre che della percezione, una scienza entusiasta che persevera.

Che – come nella poesia “colori” - si nutre dell’energia dei “minori in agonismo” impegnati nella scoperta delle cose, che rinvergina ogni conoscenza che potrebbe portare a conclusioni leopardiane, ma qui non avviene tanta è la vitalità, l’effervescenza che fa da contrappeso ad una scienza sempre a rischio d’esser triste. Lo scenario di questo Album è Roma, perfetto nel suo incastrare le ville giardino (Ada, Torlonia, gli argini dell’Aniene) in un castello stratificato di memorie, dove a volte appaiono fantasmi fotografie, flash di memoria, ricordi precisi o ricordi che sono una sperimentazione dello scardinamento del tempo stesso. Anche questa estrazione di conoscenza dalla memoria e non solo l’entusiasmo del nuovo per giovani menti, è la meraviglia. Ogni libro come “album” è anche, involontariamente, proustiano.

Se i tuoi pianeti maggiori sono stati nello studio, insieme a Frabotta, anche Caproni, Char, Sereni o Bertolucci (cito solo questi, per come li so io ma ce ne saranno certo altri) credo che collocare una serie di poesie nella cornice di Roma, assorba dalla città il  confrontarsi con mondi paralleli in un carnevale delle epoche suo tipico.

Direi perfetto per un libro plurale, che oggi contiene fasi della vita di una mente e di una donna, e forse di molte che risuonano attorno, per la quale questo percorso non prescinde da una scelta in cui la poesia è parte di un’elaborazione politica, di soggettività che assume la praxis di lotte e impegno  femminile come un metro di misura di storia e utopie. Senza dimenticare però un più diretto confronto di modelli, tra modelli femminili. E diventa anche proprio con la poesia, scritta, letta studiata una materia prima di percorso nella costruzione della coscienza che in senso ampio diciamo  femminista, sapendo che comprendi come qui non lo intenda nel solo limite di una militanza politica.

Quella militanza prende atto dell’oggi, nell’incontro tra coetanee” dentro una trasformazione che forse porta nella poesia tutta quell'eredità politica, se da un lato si sa che “non serve sapere da che parte sia una madre/ nella geografia dei nostri strani posizionamenti” perché dall’altro appare chiaro che “le conquiste si sono perse/ persi i diritti pari le perdite”.
 
Femminista lo direi proprio in virtù di quella maestra di poesia ed esistenza che fu Frabotta nel solco di una comune viandanza e lo resta anche là dove prendi accenti di nostalgia o di malinconia, meglio, la rielaborazione di memorie necessarie per guardare avanti.

Ecco nella prosa “Villa Torlonia” aprendo “la scatola delle fotografie” il tuo Io poetante scrive:  “c’è una solo immagine di te con me nella villa, quando non ti volevo nata”. Il tremendo c’è anche nel confronto tra figure femminili, il conflitto è parte, mi sembra, del tuo percorso di coscienza (lo hai ricordato davanti alla bara di Biancamaria, in quel maggio dolce di Roma, quanto sia duro e non solo di generica sorellanza e filiazione quel confronto, ma da maschio posso dire che quanto più aspro c’è tanto più vuol dire che si tratta – come noi maschi con i padri storicamente e simbolicamente – di un confronto di accresciuta rilevanza della presenza femminile. Ma questa è solo una parentesi  che solo accenna una questione enorme). 

Questo tuo slargo prosastico mi consente di fare una sosta, per riflette sulla forma che possiamo dare ai nostri versi. Sei studiosa di Char, ne sai di più di tutti, ma provo a dirlo in breve.

L’assillo della “forma”  è stato nella storia del 900 una “poetica”, un aggancio a filosofie – il sogno, il linguaggio del sogno e del segno,  una certa fenomenologia, un senso della storia, un pensiero del negativo, anche una teologia per certi aspetti – e ideologia, per altri.  Poeti che hanno scritto seguendo la loro “musica”, a volte un timbro, un ritmo, un battito dell’asma. Altri hanno seguito ideologie, calcate su teorie e su un pensiero critico. Alla fine ereditiamo tutto questo e siamo più liberi di cercare una singolarità che contenga l’acutezza del linguaggio, le forme, gli apparati teorici e poi con questi strumenti umani tessere la nostra pagina. Trame e ordito diranno che poesia è.

 Di “Villa Torlonia” forse anche in virtù di non scegliere la forma dei versi, mi piace come – con una coincidenza molto interessante – quel che sempre abbiamo attribuito al Tempo (linearità tra passato e presente)  sia in realtà (come dice la relatività quantistica) una sorta di campo o Spazio, e che tutto sia spazio. Spazio di una coesistenza di più “tempi” allora.

Quella sequenza di fotografie, quel ricordare gli anniversari (“oggi è un anno che non ci sei”) si trasforma in conoscenza del mondo intorno, tanto quanto del mondo dentro. Quelle tracce che diremmo oggetti (ma chi è più IL soggetto?) sono le foto e sono il ricordo e anche il ricordo stesso che la foto è anche quando non la vediamo.

 

Gli  album servono a questo, tengono assieme le ore anche se non le osserviamo, in un magma, stipate, sono tutto il tempo assieme, i molti mondi paralleli della vita e non di una sola persona ma di geni, carne materia, secolo,  che muta in corpi esistenze, specie, famiglie. E’ lo sgranare di ciò che il tempo è stato, ovvero attimi e tutti assieme essi esistono in una metamorfosi che non ha più un ordine lineare, che esiste ma continua ad esistere, solo perché esiste chi li osserva e chi li racconta: “Dai racconti che fanno sembra che anche il tuo tempo abbia preso forma nei luoghi in cui ho avuto i tuoi anni” è una frase che dice quella compresenza di tempi  e di varie polarità temporali. Un tempo che siamo abituati a pensare come interiore, soggettivo e in fondo immaginario, ma che invece è qui, è materia reale, tanto che ancora quei luoghi (il casino dei principi, il gazebo ecc., luoghi della Villa) sono la toponomastica di quella stessa memoria della compresenza – tra vivi e morti,  tra presenti e assenti - e così l’interiorità si ribalta in una polverizzazione diffusa dell’Io (e del tu) non in negazione, ma ci fa sparsi come polline nei prati, nella vaga temporalità degli “appuntamenti” che accenni ricordando, come fossero là da venire, e sempre  in quei luoghi. Così il testo, la scrittura nel lasciare vaga la sua forma di genere, fa, costruisce l’incontro (anche  possibile futuro), fa, costruisce  uno spaziotempo dove il possibile coincide con ciò che è stato e  insieme con una fantasmatica digitale che ci è intorno, le “foto dei profili” esposte nella tessitura delle relazioni col mondo incorporale del web social, fatte “ a continuità di ombre che per natura potrebbero essere simili ai tuoi scatti”.

Così scrivi, stando in un luogo (villa o mondo che sia) che diventa il tempo. Il tempo è infatti un luogo dove tutto è e non-è, è stato e sarà, ma questa non è più una frase suggestiva che posso dire a corredo di una poesia: ora possiamo confidare sia in qualche modo quel che accade, il reale: sì, anche la compresenza di morti e insieme vivi, ciò che la poesia da sempre sapeva e sperava. Lo è nella materia che siamo e continuiamo (e continuano) ad essere. L’album di specie.

 

C'è una entomologia della memoria in questo Album così come dicevo della topografia, una raccolta di farfalle rare e preziose ma anche comuni perché magari legate a un momento particolare e collettivo, In Luky Star quell’appartamento, gli anni dell’Italia del Mundial e dallo stesso “balcone” o “finestre aperte” il punto da cui spiccare il volo dell’adolescenza,  verso il concerto di Madonna, l’Italia azzurra e più in generale la Torino, o la Storia della Resistenza.
Compare infatti quel “quarantatrè” e la tanta storia tremenda: ciò che la tramanda è però un soffio lieve dell’ “odore del lino/il lenzuolo che piegavi al mattino/ prima di portarsi al mare” che rievochi in a una donna che ha fatto la Resistenza e che quell’epica trasmigra in gesti quotidiani.

 E’ in questi dettagli di sinestesia che si adagia la ragnatela della Storia. Non è solo però la memoria del passato remoto, ma anche di anni giovani, ballando a un concerto dei REM (automatic for the people)   quel momento vissuto come unico o addirittura ultimo, ma a rivendicare “fossero per una sera nostri/ non vostri – tutti questi anni, la fase più a lungo intermedia/ del sonno adolescente” prima di cedere il tempo, il momento al passato. Quando siamo (stati) giovani, era per tutti già sempre attiva, in quell’avere vent’anni,  la nostalgia di  come ricorderemo certi momenti di felicità (e non si tollera chi dice che sia l’età più bella, recita l’adagio di Nizan, perché ne sa già lo strazio della fine.

 Le tue poesie sono come un presidio memoriale e familiare, nel dire ambizioni, speranze,  nelle differenze di censo e possibilità – così compare una figura femminile del tuo albero genealogico così forte anche se coi limiti della “femmina” di quell’epoca, che a “diciannove anni” organizza per gli altri “il trasloco a nuova vita” e lascia il suo mare calabrese, pur essendo “laureata/ femmina a Napoli anno 1939”.

In dettagli privati può stare metonimia di una storia comune, che valga per noi, e a te sta a cuore soprattutto che valga anche per tutte le donne che nei decenni hanno fatto qualcosa di simile,  dovendo a forza asciare lo stesso mare, verso il Nord.  

 Questo può farlo la poesia che non tende raccontare storie con cui identificarsi col rischio che ce ne siano di troppo slegate dalla realtà, ma più stati di coscienza, paramenti di sguardo, pensieri che possono essere comuni. Lo stesso può valere per la cartolina per Moravia (titolo), anche qui in una coincidenza di luoghi che diventano una stratificazione letteraria ma esistenziale. Come nel dedicarsi a Vittorio Sereni ecco la figlia che non piange (titolo e citazione di Vittorio Sereni) fissata dal padre in un verso celebre e tuttavia donna reale, Silvia Sereni, “secondogenita”, con lei “riunire le tessere/ dei nostri attimi” diventa un esercizio reciproco di identità nel nome del padre ma anche in opposizione ad esso.


 La giustapposizione tra biografia e storia che traluce dai testi esplicita i rimandi per quella del lettore, nella sfida a fare scattare analogie senza usare uno stile lirico.

Così anche l'evento storico che segna una stagione appunto che ciò che appartiene alla tua (io son più vecchio ahimé ) generazione è il 2 agosto 1990 l'invasione del Kuwait e l'inizio di una storia che appunto si è riversata poi sugli anni 2000. E che per la mia generazione va a coincidere invece con quella drammatica del 2 agosto 1980 che chiudeva col sangue un decennio e apriva con le ombre con i misteri un altro decennio che sarebbe stato impegnato a coprire quelle responsabilità.

 C'è però qui in questa coincidenza del momento storico un fatto privato il rumore della radio che sveglia dal riposo pomeridiano gli ospiti a casa al mare, così del resto come le catastrofi che collegano le date storiche al nostro ricordo dove eravamo quando sono cadute le torri gemelle così via. Proprio come l’apertura sul richiamo tra la catastrofe climatica del 1789 e la Rivoluzione, il cerchio si chiude a Lanzarote  ancora in una sovrapposizione geologica di epoche, che appartengono ma anche non appartengono.

Qui sta il nostro (lo dico con empatia da figlio di novecento) cruccio oggi, una natura che ritorna nella sua potenza a farsi amare e custodire, senza nulla garantire (Leopardi ci avverte sempre) ma a differenza sua non la consideriamo matrigna, la tuteliamo, anche nella sua facies desertica e funebre, di “cenere” che conserva il vitigno, come scrivi e protegge “la pace dei morti che non sono di qui/ e sono come gli altri”. Custoditi come un deposito di vita, come un nucleo fetale della materia che siamo, estesa ovunque. Come Leopardi, che attraverso Lucrezio e pur non avendo una scienza progredita e coscienza dell’ambiente come noi oggi, nel deserto  spettrale  vesuviano guardava alle ginestre, che la abitavano, vive dal caso generate, così anche per noi si vanno  a sovrapporre gli album della memoria personale e storica e quelli della biologia. Pur terminando, finendo, non c’è mai fine, tutto si custodirà,  nel “sottoterra dove basta un filo d’acqua per ritrovare anche te, / la più piccola forma di vita”.

Un caro saluto
Mario


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