domenica 23 ottobre 2022

DIARIO DI UNO SPETTATORE DI TEATRO (Note su ultimi spettacoli visti)

 Metto qui di seguito alcuni brevi accenni a spettacoli visti al Festival VIE di ERT Emilia Romagna Teatri, in vari luoghi,   Roma Europa festival e Short Theatre, questi ultimi due a Roma 


Al Festival Vie ( https://2022.viefestival.com/ ) di Emilia Romagna Teatro Fondazione una qualità di spettacoli tendenzialmente molto alta, alcuni saranno in tournée, ad iniziare da Il Ministero della solitudine del Lacasadargilla, una danza di parole in cui si compone la nostra disconnessa e iperconnessa vita che è molto più solitaria e a rischio isolamento di quanto immaginiamo (ne ho scritto su Repubblica.it, https://www.repubblica.it/spettacoli/teatro-danza/2022/10/13/news/ministero_della_solitudine-369805887/  per chi fosse abbonato) una vera e propria indagine sullo stato psichico di un’epoca fatta di singolarità che si misura con la dimensione globale e planetaria, molto oltre la comunità dei dintorni, di invito al narcisismo, di autorappresentazione digitale come prevalente istanza di socialità, con il risultato che fuori da quella bolla si aprono baratri, nevrosi, precipizi, tanto che addirittura i servizi sanitari e sociali degli stati se ne sono preoccupati, perché la solitudine diventa di massa (a Prato teatro Metastasio dal 3 al 6 novembre https://www.metastasio.it/it/eventi/cartellone/cartellone-22-23/il-ministero-della-solitudine.1086 )


Ancora Vie Festival, Ho visto “Il Capitale” di Kepler 452, che è molto più di uno spettacolo, è la presenza viva del mondo del lavoro che si racconta e si confronta con chi il teatro lo fa e lo vede, a suo modo è un resoconto e una resa dei conti, in cui domina come domanda non “che fare” di Lenin, ma il “come state” (come stiamo) davvero noi, che pensiamo di non essere sfruttati. Costruito come un diario del lavoro (dei teatranti e degli operai) lo mette in scena, ma ha dalal sua la forza della verità, l’attitudine etica, senza retorica, lo sguardo curioso, il corpo e le persone degli operai che sono testimonianza. Non ci sono ancora repliche ma speriamo di si, controllate su https://kepler452.it/

Lo spettacolo di punta è stato certamente “ Imagine” del regista polacco  Krystian Lupa, considerato un maestro del teatro europeo. Uno spettacolo-evento della durata di sei ore, malgrado alcune cadute di tono, anche fruibili, anche perché resa dei conti con sé stesso e con le utopie giovanili. Come per altri autori giovani negli anni 70 nei paesi del socialismo reale,  la malinconia assume forme sdoppiate: dopo la gioventù passata sotto un sistema totalitario a immaginare la libertà, dopo l’89 quel che si è trovato è stato un sistema-totale in cui certo la libertà aveva il prezzo del consumo e del modello capitalista senza più alternative. E’ forse questo che pesa sul personaggio chiave, alter ego dell’autore, ex guru di un gruppo hippie e sognatore (simile a quello fondato negli anni 70 dallo stesso Lupa ) che chiama i suoi ex amici ad una resa dei conti, a un “grande freddo filosofico” e di autocoscienza che approderà dopo labirintiche discussioni, a una exit-strategy di comunità dell’utopia tra  sesso libero e trip lisergici, il doppio fondo dell’individualismo. Si può ancora immaginare come nella canzone di Lennon, cuore messianico e nostalgico dello spettacolo,  un mondo senza frontiere, religioni, nazioni e che viva in pace? Nello spettacolo, ancora in lavorazione durante l’ultimo anno si è necessariamente innestata la guerra in Ucraina. Così, nel secondo atto gli stessi attori nei panni di profughi che attraversano un confine, riprendono il discorso da un’altra prospettiva. Lo spettacolo, va detto si gioca su registri diversi: iper verbale, visionario, sacrale, con il regista seduto dietro la regia, che interviene in voce con sue glosse, quasi a sottolineare uno sdoppiamento del protagonista, reso visibile dai due attori che lo incarnano, specie nella parte verso la fine, ormai una sorta di deserto evangelico/o scena azzerata, da finale di ogni partita possibile, in un crescendo visionario e allegorico, evocando dittature e disastro ambientale. Qua e là, le apparizioni in video di Lennon e dei Beatles sono delle vere e proprie coltellate emotive, il contrappeso all’interrogazione incessante, quasi Dostoevskiana, resa però viva e fluida dalla bravura degli attori, dalle invenzioni pittorico-fotografiche della scena e di alcune soluzioni tecniche. Per gli spettatori, immersi e dispersi in questo vasto vuoto che è il XXI secolo, sogno e realtà contano più del bene e del male. Uno spettacolo teso e tormentato, con alcune discontinuità inevitabili. Come nei grandi affreschi d’epoca.


Sempre Vie,  fascinoso, elegante, con originalità stilista è “Karnival” di Michela Lucenti e Balletto Civile. Opera potente, tra danza e teatro, forme di condensazione poli-artistiche (danza, letteratura, canzone) che portano in una dimensione che ha sapore di fantastico, dentro un luogo chiuso come un grande albergo, i cui corpi, soggetti indefinibili, colpe, desideri, pensieri non lineari, che costruiscono attorno a fallimenti, un “fanta-giallo” in cui il corpo non è il reato. Da vedere tra il 2 e il 14 dicembre  quattro date in scena a Udine, Modena, Torino, Cesena. https://www.teatro.it/spettacoli/karnival-michela-lucenti 


Vero gioiello di Vie Festival,  “Forma sonata” di Daniele Spanò che è un’opera (teatro-performance-installazione) che definirei perfetta, tesa e senza alcuna sbavatura nel mettere assieme canto antico, musica elettronica, movimenti sul palco della soprano Arianna Lanci, visual art digitale, reportage, recupero di arte classica. Dal Giorgione al turismo di massa a Venezia per l’acqua alta, la catastrofe climatica può essere fraintesa nel suo aspetto estetizzante, così come i capricci del meteo apparivano frutto di volontà divine in epoca  classica. Il filo conduttore è il passaggio dai fulmini del cielo alla natura imbrigliata, sfruttata spettacolarizzata, ma all’orizzonte una minaccia bel più terribile delle “tempeste” d’arte. (non ci sono date ancora https://www.danielespano.com/

altro spettacolo atteso,  Halepas della regista greca Argyro Chioti, che punta ad essere un’opera post-pop contemporanea, una  tragedia musicale dedicata a Yanoulis Halepas, scultore greco del XIX secolo, figura mistica, segnato dalla malattia mentale, che ha poi trovato riscatto. Uno spettacolo che tuttavia è deludente, nonostante la scenografia affascinante, gli attori molto bravi, ma nel complesso forse troppo verboso e al  tempo stesso poco lineare, le musiche di Jan Van Angelopoulos non mi hanno convinto, anzi molto più semplicemente non hanno coinvolto, appesantivano ulteriormente una drammaturgia già complessa.

  Da vedere sicuramente invece  Gli anni, di Marco D’Agostin, già strepitoso autore e interprete dell’assolo “Best regards”, qui solo in veste di autore coreografo, in un’opera tra Ernaux e Max Pezzali. D’Agostin  lascia il palco a quella che di fatto è la sua  coautrice, Marta Ciappina, qui come danzatrice che mescola le altissime doti performative, alle espressività di un interprete di una trama sottile tutta basata sui ricordi che la vedono inevitabilmente protagonista (come la danza può fare autofiction). Meno direttamente narrata, ma qui in un crescendo sofisticato di accumulazione di segni e figure del corpo, unitamente a flash di ricordi con evocazione di stralci sonori (che compaiono più nella lontananza evocativa, ma di fatto si balla sul frusciò del vinile) con Ciappina che lancia razzi di racconto e semina oggetti-indizi. Tutto poi da questa aleatorietà tesa, tenuta dalla forza di un neverending del moto,  si ricomporrà in un crescendo in cui la narrazione si farà non solo più esplicita, commovente e coinvolgente nel dialogo tra io-performer/noi spettatori, ma espliciterà anche come quelle figure di coreografia hanno inteso rappresentare un racconto. 5-6 Novembre a Reggio Emilia (ma vi suggerisco anche Best Regards qui date https://www.marcodagostin.it/agenda/

 

A Milano, Al Piccolo Teatro ho visto "hamlet" di Latella spettacolo potente, con una nuova traduzione, una regia con essenziali punti di forza e scenografia ad alto tasso simbolico, protagonista la bravissima Federica Rosellini, ne ho scritto qui su Huffington (https://www.huffingtonpost.it/blog/2022/10/13/news/lhamlet_di_latella_piu_lotta_che_dubbio-10392073/
 è in scena fino al 31 ottobre al Piccolo, vi consiglio di vederlo se riuscite,  se altre date, da controllare  sulla pagina delle produzioni, non ce ne sono per ora https://www.piccoloteatro.org/it/pages/in-tournee

A Roma al Romaeuropa Festival ( https://romaeuropa.net/ ) ho visto invece l'altro atteso spettacolo dell'autunno dei festival,  Grief & Beauty di Milo Rau. Col suo metodo di scomposizione narrativa e drammaturgica, il pluripremiato e grande regista svizzero prosegue nella sua strada di realismo, sfidando “l’impossibile” della famosa definizione di Lacan di fronte all’Origine del mondo. Partendo da un apparente meta-teatralità (sono gli attori che in scena parlano sia del loro lavoro della loro esperienza, sia di come questa – con il dolore, i lutti, le separazioni, gli strappi della vita) di metta in relazione con la vicenda di Johanna, un’anziana donna che malata cronica ha scelto con lucidità la fine della su vita con l’Eutanasia. Non solo, Johanna, parte anche essa della comunità di persone che lavorano attorno al Teatro di Gent di cui Rau è direttore,  ha accettato di farsi riprendere proprio nel momento del passaggio dalla vita alla  morte, con intorno le persone care. Parallelamente, nei vari capitoli in cui è diviso lo spettacolo, gli stessi attori che hanno raccontato di sé, mettevano in scena le ultime ore di un uomo che si sottopone alla stessa procedura, per poi terminare con un capitolo in cui il tempo mostra le sue risorse non-lineari, una geometria del passato che guarda al futuro commovente.  Parte del progetto sulla rappresentabilità del reale, Grief & Beauty è più intimo, silenzioso, impalpabile, rispetto ad altri progetti, ma si confronta con il momento più solitario dell’esistenza umana, nella sfida nuova, ovvero rompere l’argine delle nostre monadi e condividerlo con fraternità. Non ci sono altre date italiane per ora. Sarà da Gennaio a Parigi, per chi parla francese e dovesse capitare lì https://www.ntgent.be/nl/programma?onTour=1&month=january-2023 )


Ho visto Au Bord, di Claudine Galea, un testo che parte da una riflessione/ossessione per una foto del 2004 con le  torture e gli abusi subiti dai prigionieri iracheni nel carcere di Abu Ghraib. Una in particolare la foto della soldatessa che tiene al guinzaglio uno dei prigionieri. L’intenzione è sfidare l’indignazione per confessare quanto quella immagine possa in realtà essere molto più attraente di quel che crediamo. Solo che il risultato è un succedersi piuttosto monotono e scontato di pensieri sul fascino del carnefice, sul fascino che può esercitare su noi il male o anche la seduzione di un/una carnefice. Una riflessione che in Francia si fa dal surrealismo, da Artaud, da Bataille in poi fino a Baudrillard, il testo non dà nulla di nuovo – certo magari può parlare a pubblici che non hanno attraversato quegli autori. La regia di Valentino Villa alla fine preferisce una strada del Non-vedere (nel paradosso su uno spettacolo che vorrebbe anche toccare la criticità della spettacolarizzazione mediatica del male, del terrore) finendo per rifugiarsi solo in belle scene e mutazioni di luci, anche se un po' statiche, così come la scelta, anche motivata bene, alla sottrazione a "non-essere l’autrice" in una forma quasi estraniante, porta un' attrice con un bel percorso, molto premiata  e brava come Monica Piseddu ad un flusso recitativo che pesa per astrazione, e una certa monotonia.



Sempre a Romaeuropa, spettacolo OK BOOMER di Babilonia Teatri, su un testo di un autore che ha vinto il “Premio Tondelli 2021”, Nicolò Sordo. Tutto ruota attorno all’ossessione giovanile, adolescenziale,  per le scarpe sneakers costose della Nike, diventate simbolo oltre il brand. Protagonista un ragazzo, figlio di un padre separato, indigente, comunista e fieramente anticonsumista, a cui però il figlio riesce a strappare i 150 euro per le Jordan Air. Quando andrà il sabato pomeriggio al centro commerciale deciderà di rubarle anziché comprarle (perché così fanno tutti). Quello che emergerà, oltre questo conflitto padre-figlio sulle scarpe costose,  con un po’ di salti narrativi, qualche grottesca o comica deformazione, ma molto divertente, è una vicenda che si rivela a sorpresa, uno sfruttamento che sta non solo “dietro” la produzione delle scarpe,  lontano da noi, ma anche vicino, secondo l’invenzione di Sordo, perché si scopre per caso che nel  sottosuolo del centro commerciale ci sono immigrati rinchiusi e sfruttati.  La messa inscena dopo un primo monologo affidato allo stesso Nicolò Sordo come attore, vede tutti i personaggi  – il figlio, il padre, Veronica, i commessi, la vigilanza - impersonati in un dialogare fitto tra Sordo e l’altro attore in scena  Filippo Quezel, col risultato che la bravura dei due attori tiene, anche laddove il testo vira al già noto e qualche volta in ovvio. Obiettivo finale: il nostro feticismo dei beni, la vera roccaforte del Capitalismo del XXI secolo, che impedisce ogni salvezza e alternativa, come viene fuori alla fine dello spettacolo in cui si ride molto, ma con un buon feedback di retropensieri e paradossi che ci interrogano.  

 


A settembre avevo visto alcuni spettacoli al Short Festival a Roma, in particolare segnalo Manifesto Transpofagico di Renata Carvalho, un 'epopea di conoscenza del mondo dei "travestì" brasiliani e L’etang di Giselle Vienne, speccaolo su un tragio disperato bisogno di amore di un adolescente, che si trasforma in crudeltà o nichilismo - da una piece di Walser.
Due spettacoli belli, ne ho scritto qui, sono due spettacoli diversi, entrambi interessanti ne ho scritto qui su Minima & Moralia (https://www.minimaetmoralia.it/wp/teatro/short-theatre-la-performance-come-corpo-che-ispira-e-cospira/ )



Per vederli, Gisele Vienne solo in Francia per ora qui le date https://www.g-v.fr/en/agenda/ per Renata Cavalho non ho trovato nuove date,  rimando alla sua pagina artista https://www.facebook.com/renatacarvalhoteatro/


lunedì 15 agosto 2022

LA FRECCIA (NERA) DEL TEMPO 1970-2050

 


1970, VIOLENZA ILLUSTRATA

 

Dallo sceneggiato io non avevo capito granché della trama. Come immagino sempre i ragazzini, avevo capito l’essenziale, anche brutale: che c’era un giovane simpatico e di bel aspetto che aveva subìto un’ingiustizia e c’era uno, più adulto tipo zio o qualcosa simile (Arnoldo Foà) che era buono e lo aiutava contro i cattivi, che tiravano “le frecce nere” appunto,  e uccidevano i buoni. Ricordo soprattutto Arnoldo Foà, la faccia larga e terragna dei nostri padri. 

Il giovane a un certo punto si lega in questa ricerca di giustizia con un altro biondino, ma in realtà era una biondina, Loretta Goggi. La fluidità di genere non c’era ancora, ma c’era la memoria della tradizione elisabettiana del teatro sì (il mascheramento femmina maschio è comunque un classico teatrale). Ho vaga memoria qui, ma un certo turbamento, comunque, su me seienne lo fece.

Altre cose che ricordo aver capito: che l’ingiustizia è una brutta cosa.

 Tornado un momento al cofanetto di mio cugino: questa cosa dell’ingiustizia l’avrei capita molto meglio dall’unico libro dei tre che lessi e mi folgorò, e che fu il primo libro letto in assoluto: Oliver Twist di Dickens. Ovvero:  Come diventare comunisti a sei anni. Lui Orfano rispecchiava in fondo la mia condizione, perché si stava per compiere un balzo “antropologico” (parallelo a quello che temeva Pasolini per i suoi ragazzi) ovvero i miei genitori mi sarebbe apparsi sempre più distanti, alieni

Freud dice che è un sentimento dell’orfanità tipico di quell’età. Non so, di fatto si stava aprendo uno iato forte.


L’altra cosa che lo sceneggiato Freccia nera radicava era che per vendicare l’ingiustizia si può uccidere (lo pensavo come lo pensa un bambino, certo, ma pur sempre quella è la parola:  “uccidere”) 
Ora questo concetto dell’occhio per occhio, benché universale e arcaico - era contemplato dalla Bibbia ma vietato poi dal Vangelo, per dire – ritornava nella mitologia televisiva popolare e cadeva in un anno particolare: il 1970. Si apriva un decennio e di morti ammazzati e noi boomer bambini ne avremmo “visti” parecchi (in realtà solo in tv, la stessa Tv dello sceneggiato, intensamente e quotidianamente).

 Morti che furono uno schiaffo psicologico, epocale, su una fascia di ragazzini poco calcolato, a mio avviso, dalla psicologia collettiva, un trauma diffuso, che durò oltretutto dall’infanzia alla gioventù, per noi (una parabola che avrebbe avuto ultimi fuochi nel 1993/94, addirittura).

Anno dopo anno, morti ammazzati sia in città (a Roma, erano introno, erano sotto casa dove sparava una frangia della banda della Magliana) che in tv, persone, ragazzi, spesso. A volte a decine sui treni, nelle piazze. Anno dopo anno, ogni settimana.

Da ragazzini, in quel 1970 senza filtri e senza spiegazioni, sentivamo la voce della tv, si “rivendicava” una giustizia (o vendetta come la freccia nera!)
però si spargeva tra noi (e gli adulti, i padri e le madri) il “terrore”.

La sinfonia di morte aveva avuto il preludio il 12 dicembre 1969, come sanno tutti (i boomer se lo portano marchiato sottopelle, è rimasto secondo me uno strano rapporto con la morte pubblica e quella privata.  Quella notte nera di quei morti, gente come noi, signori adulti come i genitori, ci ricopriva con angoscia). Dopo il ricordo dell’ammaraggio sulla Luna, il secondo ricordo forte – insieme all’ombelico di Raffa ella Carrà a Canzonissima 69 – è la faccia di Bruno Vespa, la voce affannata, il bianco e nero della devastazione della Banca.

 L’immaginario grazie alla tv scavava. Oggi le neuroscienze confermano purtroppo l’allarme di forte influenza sull’apparato neuro-emotivo di impulsi di realtà rafforzati da schermo. L’immaginario nella sollecitazione neuronale produce conseguenze, non in senso deterministico, ma statisticamente un ‘abitudine, un’esposizione a schermi televisiva o digitale effettivamente produce reazioni.

Per me (per noi?) di fronte a tutta quella morte si faceva strada qualcosa che tematizzo solo ora: il  “gioco del mondo” non era affatto una roba da ragazzi della via Paal (era il terzo libro del cofanetto, pure quello non letto – lo lessi anni dopo, universitario) ma l’attività nel mondo ti raggiunge nel privato e ti uccide.

 E tu pure puoi uccidere. (lo ebbe chiaro in mente Vincenzo Cerami nel 1976, col borghese piccolo piccolo” capolavoro).
Venivano in mente reazioni di morte, una contagiosa partecipazione, sebben passiva, di reazione,  alla violenza.
 

Come il giovane di bell’ aspetto dello sceneggiato era stato offeso dall’ingiustizia d’essersi visto strappare la condizione di vita sua, e il di lui padre, dai cattivi delle frecce nere, così noi percepivano che intorno c’erano questa storia di vendette: cattivi che quella condizione nostra ce la volevano togliere, bande segrete della freccia nera, e per farlo poteva uccidere persone vere intorno a noi, anche i genitori, in specie “i padri”. (adotterò una linea maschile non perché sia solo maschile, ma perché era così che la assorbivamo noi maschi: il mondo era cosa di maschi, almeno dalle parti di quei contadini inurbati come i miei). 

Al tempo stesso la vendetta arcaica, le ragioni di una giustizia, veniva pure da certe mitologie che sentivamo intorno e come i bambini oggi assorbono tutto, assorbivamo anche noi, solo che non venivamo interpellati .

Erano i tempi della rivoluzione comunista proclamata ovunque sui muri e dei miti guerriglieri dei Che Guevara ecc. ma pure tutto si mescolava e dunque mi pare d’essere stato (azzardo anche il plurale: essere stati, noi) preso da uno strano senso, duplice, luttuoso e sanguinario: un terrore della morte, perché ci potevano togliere i padri e il poco che avevamo (e il molto che desideravamo ) e al tempo stesso l’idea della facilità dell’uccidere, dunque anche un desiderio di ammazzare per riparare a quella ingiustizia i cattivi. Ammazzare era un verbo anche dei giochi, delle carte, era comune. (zero filtraggio correct del linguaggio).  

1970  VIOLENZA EREDITATA  

La morte veniva oltre ai ragazzini da un lontano coagulo psichico,  per tutto il secolo dei nonni e dei padri: dalla Prima guerra mondiale dal fascismo (che ne fece mito della bella morte ) dalla guerra d’Africa degli zii più anziani o la seconda guerra vissuta nelle infanzie o adolescenze dei genitori, poi la resistenza studiata scuola e nelle cerimonie  e poi le rivoluzioni e le guerre assorbite dalla tv e da quel che c’era intorno  (Vietnam e Medio Oriente su tutte). Il 900 è stato un secolo violento come altri, ma che quella violenza l’ha rappresentata, illustrata, moltiplicata.

Anche senza sapere nulla eravamo esposti a un turbinio di tv e di morte. Il bianco e nero faceva il resto. Il mondo lontano era quello cupo e sgranato, anche se la vita per fortuna intorno era un quotidiano di colori. Invece sia il  passato (le foto i filmati) e il presente (il telegiornale o i giornali di carta) erano tutti in bianco e nero, più grigio nero che bianco. Cupezza storica. Anni di piombo, pallottole e tipografie. 
 

Era come se avessimo un doppio registro percettivo. Il mondo bianco e nero (la freccia!) era violento. Il quotidiano, colorato.  Crescere maschi - e qui torno e attualizzo al boomer - significava assorbire un ‘eredità di comportamenti patriarcali, si direbbe oggi, ma più ancora – in quel lasso di tempo – un vociare continuo di morte e violenza che sarebbe continuato anni. 

Come maschi che tra le varie palestre che ci saremmo dovuti sobbarcare, stava pure la responsabilità del ruolo guida  (ribadisco, era tutto sbagliato ma noi non lo sapevamo e trangugiavamo) e anche “sentire le notizie” metteva ancora nell’orbita dei padri e dei nonni: ai maschi toccava lavorare e combattere, del resto il servizio di leva era attivo e  così era stato da sempre e ancora non sapevamo che non sarebbe stato così - la guerra mondiale era finita solo 25 anni prima n quel 1970 in cui di guerre nel mondo ce n’era parecchie. Io ho fatto poi il militare (pure ufficiale) nel 1989 e sebbene  tutto venisse giù, io ero  a difendere il confine Italia-Jugoslavia. 

Dunque, bisogna prepararsi alla violenza. Oltretutto intorno per dimostrare d’essere uomo c’era un ulteriore corollario di costume,  di violenza o abuso o prepotenza da bulli di strada (a Pietralata, tiburtino III) roba  “patriarcale” e in quell’ epoca per molti la “vita violenta” introno era un fatto, non un titolo di romanzo. Una  cultura diffusa e interclassista - e la storia del Circeo è emblematica, così come raccontata da Albinati, ne “La scuola cattolica”.  

In quel mio, o nostro, 1970 si aggiungevano quindi i “terroristi” o quelli che fanno la rivoluzione, i guerriglieri (un po’ western più che politica ) e il panorama si complicava (chi erano i guerriglieri “giusti” e quelli sbagliati ? ) restando ben ancorato a questa chiara via maschile ben netta: la violenza la morte. Era – lo rivedo a ritroso, ma lo era -  ingombrante, presente, pesante, quotidiano.  

1970 CHI MI AMA MI SEGUA: EROS A CONSUMO  

Faceva da contrappeso in quel 1970 la pace, che durava e in cui eravamo cresciuti. La guerra “fredda” era sempre evocata con tutto il resto. Nel frattempo però si allargava il benessere e il desiderio  delle cose materiali, che aumentava aumentando la disponibilità, per quanto povero all’epoca come tutti (anche lì: non sapevamo che stavamo accumulando altro tipo di morte: proprio nel 1970 si riunisce il Club di Roma che per primo avverte della minaccia globale dell’inquinamento e del consumismo di pace. Ma questo non lo sapevamo e l’abbiamo capito troppo tardi).

C’era l’elemento alternativo della presenza femminile. Ma più che le madri, per noi erano le “donne altre” sempre più presenti (e pure desiderabili in una roba te nuova mitologia sessuale proibita e presentissima sempre nello stesso luogo dell’assorbimento collettivo, delle sex-symbol)  Era  sempre roba da maschi.

Se pur maschilista, scorreva nel cervello se non altro una corrente alternata rispetto a quella della morte (era quella di Eros appreso però da noi generazione boomer in modo selvaggio e apocrifo, nessuno ci ha detto nulla abbiamo fatto tutto da soli – anche in senso manuale). 
 

L’eros entrava in noi leggero e luminoso, di colpo, non annunciato, da un’immagine nel corpo, prima di tutto, senza linguaggio. Quando poi crescendo ci saremmo ritrovati ad entrare nel “ruolo” di maschio anche in quel campo ci saremmo portato tutto il carico di nero. Ha fatto danni una generale e diffusa autarchia sentimentale e sessuale maschile (ma pure femminile)  che la generazione “boomer” effettivamente si porta ancora dietro (in questo caso concordo molti di noi questo nero ce lo portiamo, c’è chi sta provando a spurgarlo solo ora ). Ma eravamo come orfani. A casa tutto da soli, di nascosto.  

1970 DIRITTI VS VIOLENZA  

Tonando a prima della pubertà, a quel 1970, diviso tra il bianco e nero e i colori della vita, c’’era ovviamente la pace  occidentale, certo del consumo come ho detto, ma pure del progresso e dello sviluppo. Non c’era bisogno sempre di sparare per avere diritti. Questa è una cosa che è arrivata come consapevolezza dopo, alla fine del decennio.

Non parlerò della Legge sul Divorzio votata nell’ottobre 1970. Di fatto di grande valore, ma più lenta nel penetrare nel quotidiano.
C’erano anche cose concrete che miglioravano la vita, da subito, ne cito una tra tutte simbolica:  noi ragazzini del 1970, esattamente quell’anno,  siamo stati i primi della storia  – almeno da quando c’erano le grandi masse lavoratrici organizzate delle industri e delle costruzioni (mio padre era muratore a Roma) nelle città, da due secoli – dicevo, noi figli bambini quell’anno per la prima volta quei padri  li vedemmo un po’ di più, perché per la prima volta poterono restare a casa anche il sabato.
In Italia erano stati firmati i contratti collettivi tra il 1969 e 1970, anno in cui fu votata anche la legge giugni ovvero lo Statuto dei lavoratori.
 

Non c’era solo violenza, dunque, ma anche diritti, leggi.
Qualcosa però ritorna, un reflusso psichico e negativo. 
 

2022 IL RITORNO DEL RIMOSSO

Oggi io sono fortunato per il lavoro, ma in questi anni ho condiviso e condivido il destino generazionale con persone care, con amici e conoscenti, proprio molti tra quelli ragazzini all’alba dello Statuto dei lavoratori che i diritti li stanno perdendo ( e vedono molti loro figli non averne proprio in partenza). 

Di questo declino e di come corroda dentro,  ci si accorge solo ora che emergono i populismi che tra i boomer raccolgono consensi. In un mondo occidentale che in media è migliorato, non tutto regge alla media e molte disuguaglianze sono ferite, sono “quelli della freccia nera” che ritorna e vince.

Il lavoro è una questione non solo materiale. Troppo la sinistra l’ha identificata come questione salariale. È anche una questione identitaria. Nello sbilanciamento di genere certo.  Ma va detto così, brutale: Il lavoro era maschile.
 La realizzazione per come l’avevamo ereditata e che per noi maschi era anche una tradizione dell’identità.  Essere maschi, volenti o nolenti, significava lavorare: maschi padri di famiglia. Un destino  a cui non ci siamo mai ribellati (mentre il femminismo trascino le donne a mettere in discussione i “ruoli” della tradizione). Del resto, perché ribellarsi se comandavamo noi?

Avremmo dovuto farlo, così come c’è stata una sacrosanta battaglia femminista che ha messo assieme materialismo e identità, psicologia ed economia.
Oggi come maschi la paghiamo, non abbiamo retto l’urto del “ruolo” decaduto.

Ora per molti boomer come me, pochi forse arrivano le strettoie delle contraddizioni. Solo a pochi viene in mente che l’idea che il ruolo maschile fosse una condanna. Al tempo stesso. È tardi,  anche per me costa fatica scrollare di dosso un senso di frustrazione. Figuriamoci per chi aveva “aderito”, convinto. Reagisce con rabbia perché ricorda con rabbia. Ricorda con rabbia che un c’era un sogno.  

C’è di nuovo un senso di “ingiustizia” che si è introdotto, dopo che avevamo visto gli effetti della giustizia (sociale) e sta dilagando, ed è lì che nasce, questa rabbia.

In qualche modo è un pozzo depressivo che ci arriva non solo alla soglia dell’età anziana che non vogliamo come tutti (e tutte) accettare, ma pure in quella fase in cui l’eros, la corrente alternativa e luminosa,  è calante, debole, ci sfugge (dalla potenza alla desiderabilità dei corpi ) la corrente alternata della vita della biologia che contro-bilanciava la morte fin da quel 1970 che ho preso come anno simbolo.   A questo si somma la delusione, la stanchezza, la frustrazione, alimenta una rabbia distruttiva, violenta, e di nuovo: soprattutto maschile.  

Quella parabola di buona vita,  cominciata da “baby”,  ora che siamo solo boomer la vediamo precipitare. Per molti, maschi soprattutto, non resta che attaccarsi in qualche modo inconsciamente, ad un’idea nostalgica. Non di rado poi distruttiva e rancorosa, recuperando in modo velenoso un sentimento che circolava per noi intorno all’infanzia, immersi in quel senso di morte.  

La dico semplificata: ad un mondo che ci espelle dopo averci illuso col sogno (ma anche con la realtà di molte riforme e progressi. Benché spesso monchi) reagiamo male. Reagiamo resuscitando in noi non un senso della giustizia, ma della vendetta. 

Abbiamo perso quel privilegio che avevano avuto per primi : essere i primi a sfuggire al destino dei padri e nonni e bisnonni e così così via: di  essere nei campi a zappare. L’illusione perduta brucia di più. Non eravamo più come i contadini dei romanzi di Levi o Iovine che leggevamo al liceo e che somigliavano ai nostri nonni.  

Adesso a noi, a cui per primi ci era stato consegnato “un sogno”  (ricchezza studio benessere case salute e pure andare sulla luna) ci tocca, nel giro di un’inezia, perdere tanto a volte tutto.
 E prima di morire. Dunque, una seconda chance non L avremo.
Nasce una reazione che è spesso violenta nel privato, di resistenza, di rabbia. Cinismo. 
 

Non lo giustifico, lo spiego. A chi è più giovane non è ben chiaro. La battaglia contro i boomer (ben vengano conflitti generazionali, ma conflitti veri non a parole) viene trattato come un normale conflitto di avvicendamento. Lo è in certe fasce sociali dove si è abituati a questo avvicendamento. Noi no, la maggior parte dei boomer non è la minoranza di giornalisti che ne parla. Lo dico da giornalista  che fa parte della maggioranza di quelli scampati al destino della zappa.  

La gran parte dei giornalisti cita a sproposito  “i sessantottini “ che però furono una esigua minoranza sociale. La maggioranza allora come oggi (siamo sempre il paese con meno laureati d’occidente) sono “boomer “ che non è nato nelle case con “La Terrazza” (Scola) per dirla in sintesi.  

C’è un altro sentimento più diffuso e comune di persone normali che si sono viste consegnare nelle mani “baby” un sogno di futuro. E non c’entra la politica, anche se per chi poi ha partecipato a esperienze politiche la frustrazione è ulteriore. Era un sogno delle cose.

Era un sogno di certezze, soprattutto. Di stare bene. Di avere anche chissà che (madri che sognavano figli dottori ecc. )  Poi non si è tradotto sempre in risultati. La maggioranza ha fatto le sue vite, migliori degli avi, ma Vite normali, lavoro, famiglia, divertimento, serenità, benessere. Era già molto rispetto a quella vita millenaria sempre uguale di stenti di povertà di malattia e sottomissione che era fare il contadino come i loro (i nostri, i miei) genitori. Lo dico con l’esempio personale che altre volte ho raccontato e sta nella foto profilo: Io faccio il giornalista, mio nonno era bracciante analfabeta. Sulla pelle di due generazioni è passata un ‘accelerazione che ha trascinato psichismi, ma non ha sviluppato un ‘etica nuova, una cultura come fu per la lenta marcia della borghesia, che ci ha messo tre secoli e più  (ritiro fuori un po’ di lezioni del Villari).

A troppi tra i “mediatori” (in declino) come lo sono intellettuali, giornalisti, politici, sfugge il senso di una realtà che magari in teoria conoscono. Il senso rabbioso dell’ essere boomer (maschio)  che specie se vissuto a margini di destini e pratiche lavorative, nelle vaste suburre, magari in qualche modo di un ceto medio popolare, nei gusti nei consumi, più che nei redditi (conta l’immateriale tanto quanto il salario) e non è che non voglia ora “mollare il posto”: perché “un posto” non ce l’ha più. E un senso. (come nella canzone di Vasco Rossi).
Era una normalità di progressione, quel posto ma si va oltre l’avvicendamento lavorativo. E c’entra anche una certa pretesa di essere “mansplaining” che diventa “boomspalining” (spero questo lungo post non lo sia) e un ostentare “i miei tempi” migliori dei vostri ecc. Ecco, i nostri tempi non erano affatto migliori abbiamo assorbito un sacco di violenza e di morte, mentre certo facevamo progressi materiali e sognavamo. Ci siamo intossicati, come del resto lo smog che abbiamo respirato, dato che nessuno ascoltò il CluBn di Roma 1970). 
 

2050 IL FUTURO RIMOSSO

Vedendo poi oggi come trema, come sembra fragile la condizione di tanti, come le crisi generali rischiano ogni due o tre anni dal 2001 di farti perdere tutto o gran parte, la cosa si aggrava. Perduto il normale e pure il sogno. Ce n’è di che sbattere la testa. O dare le testate. È questa corrente nera che alimenta i populismi, i rancori, le rabbie, gli egoismi, guidata da una scia maschile un po’ allo sbando dal punto di vista esistenziale. Che nella voglia di rimettersi nei facili schemi di giustizia, si aggrega a bande che lo illudono di riportare la storia a quella semplicità immaginaria della freccia nera e del 1970.
Che nel vivere la propria identità sessuale il ruolo del maschile non fa che tornare indietro e (come tutti e tutte) illudersi di fermare il tempo, indossando maschere di un carnevale in cui finiamo per perdere anche il barlume di quella luce di speranza (e ragione) che ci venne consegnata, senza però la capacità di elaborare quel nuovo, divenire un “ ceto” .

Non sapevamo ciò che eravamo, non borghesi, non più contadini, eravamo una massa indistinta che ora non è niente e non ha fatto a tempo ad essere qualcosa,  e  soffia su tutte le lampade, e prepara il buio di quando – come scrisse Eugenio Montale nel 1939 – “spenta ogni lampada/ la sardana si farà infernale”.
Solo che ora “l’ombroso Lucifero” che un tempo era tale e scendeva “su una prora del Tamigi, dello Hudson, della Senna” non è uno, ma sono (siamo) in tanti, siamo tutti, sono io “come tutti” che scuoto “l’ali di bitume” di tutto il nero (e il bianco e nero) accumulato. Indossiamo gilet di plastica, mandiamo tutti a fanculo, assaltiamo palazzi e capitali. 
 

E non c’è più niente, neppure un amuleto o una cipria (o forse sì in qualche breve interspazio di amicizia privata, di amorosa corrispondenza fragile e intermittente) che possa “reggere all’urto dei monsoni”.

In quel breve interspazio ci sarà pure un “filo della memoria” che ci scalda in certi momenti. Quel che abbiamo certa, come boomer ( per  nostre colpe ma per lo più per le ragioni o colpe di “destini generali” che misero in moto una Storia troppo veloce e ora ci sbatte fuori ) è che una volta consumata la nostra morte, rotolate le nostre teste o deposte in pace nelle bare, resta a chi ci avrà sbattuto fuori e fatto il funerale  la sfida più difficile : ridare equilibrio, senso (giustizia?) al senso di sconfitta che ha bruciato noi, ma riguarda tutti.
noi lo lasciamo come colpevole dannazione nell’aver fatto poco e nulla (io stesso alla fine di quei settanta in cui entravo a fare la politica ero minoranza e poi dagli anni 80 e 90 sono stato sopraffatto dal Riflusso che molti miei  coetanei hanno accolto applaudendo.
non so se volete considerare i nati nei primi anni 70 come Boomer, cari ragazzi e ragazze, ma considerate che i nati tra il 1970 e il 1975 - oggi tra i 47 e 52 anni e che avevano 20-25 anni nel 1994, hanno votato al 75 % per Berlusconi per la Destra.
Se dovete proprio cercare un nemico storico dell'immobilismo che oggi ci soffoca, cercatelo anche dopo la fascia dei nati negli anni '60 (nel 1975 il 75% dei ragazzi votò PCI). 

 Resta l’eredità del Club di Roma inascoltato e a seguire di tutti i forum mondiali sociali e dell’ambiente.  È finita male, per noi. Ci verrebbe da dire sempre con Montale : “una storia non dura che nella cenere / e persistenza è solo l’estinzione”.

 Chi ribalterà il senso di questa storia?

mercoledì 29 giugno 2022

TEATRO: "CARBONIO" di Pier Lorenzo Pisano. La Fantascienza cambia il passato.

 


E’ in scena fino a domenica al Piccolo di Milano - Sala Melato,  “Carbonio” scritto e diretto da Pier Lorenzo Pisano, autore classe 1991, che nasce come regista cinematografico e che mette in scena un’opera composita, una specie di favola con tratti da fantascienza (e un qualche sottofondo scientifico sulla natura della materia di cui siamo fatti) in ci si intrecciano due fili drammaturgici: uno è una sorta di  interrogatorio-seduta di terapia psicologica, al centro della scena dei due personaggi “Lui “ e “Lei” (sono il bravo Mario Pirrello e la bravissima Federica Fracassi). 


Lui ha avuto un incontro ravvicinato con un alieno  e Lei – forse una psicologa forse un’investigatrice -  cerca di capire cosa è accaduto, stimolando i ricordi dell’uomo, inquinati però sia dalla sua rimozione o forse amnesia. A confondere la sua memoria il  fatto che questo incontro – filmato come è inevitabile con i cellulari – è stato postato nelle reti sociali e ora Lui non sa dire se quello che ha vissuto è ciò che ricorda o se quel che ricorda è solo ciò che ha visto in video (vedendo sé stesso) in rete. Del perché venga incalzato da Lei a raccontare si intuisce, poco a poco (con qualche salto o lacuna forse) dal secondo filo drammaturgico che svolge il racconto di come gli umani, nel 1977 abbiano raccontato loro stessi nei dati registrati nel disco d’oro installato e spedito a bordo del Voyager nello spazio, scommettendo sulla possibilità che quel disco potesse venir “letto” da altre forme di vita intelligente nel cosmo. Oggi Voyager ancora vaga nell’universo, a 23 miliardi di chilometri. Quel racconto per immagini, icone segni viene mostrato coi suoi disegni o foto e analizzato e ridicolizzato nella sua ingenuità dallo stesso Pisano, anche egli in scena, intervallando l’interrogatorio con le sue considerazioni, tra ironia e scienza. Il punto di partenza di questo filo tenuto dal regista è l’elemento del Carbonio che dà il titolo alla pièce. Il carbonio si trova in tutte le forme di vita organica, ed è la base della chimica organica, elemento cardine del  ciclo biogeochimico della Terra. Agli Alieni però, gli umani del 1977 hanno mandato informazioni piuttosto ridicole e egocentriche di cosa sia la vita sulla terra. Foto e disegni banali di figure umane e animali, chiaro esempio di quello che oggi chiamiamo l’Antropocene. Pian piano questo elemento di consapevolezza scientifica si intreccia, come dicevamo, con l’altro filo conduttore,  con l’evento del contatto alieno dell’uomo. Questo incontro, sembra emergere, potrebbe influire sulla possibilità per “Lui” di poter correggere i traumi della sua vita, primo tra tutti la morte della figlia di dodici anni.

Qui il testo mostra forse un suo limite dovuto alla comprensibile volontà di mettere dentro tante cose:
aver tirato in ballo il Carbonio porta alla consapevolezza sulla necessità di cambiare i paradigmi della realtà, seguendo le ipotesi che conseguono dalle scoperte scientifiche, prime tra tutte la fisica quantistica e le sue conseguenze sulle altre scienze, specie la biologia evoluzionista. Si pensi all’idea di tempo, si pensi all’idea stessa di vita e morte che – se letta nella metamorfosi generale della materia – non hanno più senso. In teoria, proprio seguendo alcune delle conseguenze delle ipotesi probabilistiche della meccanica quantistica, poiché il tempo non ha una sua linearità ma si ipotizza da parte di alcuni fisici anche una possibile (per ora solo teoricamente)  sua dimensione multipla e parallela,  si potrebbe dire  – come il gatto di Schrodinger – che anche la figlia di Lui è al tempo stesso sia morta che viva in un altro dei molti mondi paralleli.


A Pisano interessa più il lato della fantascienza, dunque più il lato narrativo e psicologico della questione umana, in cui inventare storie può servire a medicare un dolore, inventando possibilità fantastiche di altri finali. Ed è quello che il personaggio “Lui”  fa, perché infatti  si è convinto che la figlia sia viva. In realtà, sollecitato da “Lei” emerge – ma in modo non molto chiaro nella scrittura drammaturgica a dire il vero  – è che questo incontro con l’alieno apra possibilità reali e non solo fantastico-psicologiche, di modificare la realtà, non solo di farlo nel “racconto che cura” . Sembra di stare in quella zona concettuale del film A.I. (di Spielberg/Kubrick) verso la fine, quando compaiono i Mecha creature evolute dalla robotizzazione stessa, che ritornano sul pianeta distrutto tra migliaia di anni e come  esseri-non umani, ma pura intelligenza, sono interessati a scoprire nel bambino-non-umano arcaico,  le tracce di un’umanità che in lui ancora erano presenti, immesse dagli scienziati che le avevano create, tra queste proprio i ricordi e le emozioni che “provava” ( Come è noto di recente un ingegnere di Google ha sostenuto, lanciando un allarme per il quale la Alphabet lo ha licenziato, che l’intelligenza artificiale a cui stava lavorando era diventata “un soggetto” autonomo). 

 A mio avviso forse la scienza e le sue ipotesi su ciò che sia reale, sulla sua struttura, su come il tempo e lo spazio cambino i paradigmi   meritava più spazio, rispetto alla fantascienza tutto sommato potrebbe essere un’estensione dell’umanesimo. Anche questo però rimanda ancora a un punto controverso e in studio da parte dei ricercatori. Provo a sintetizzarlo. Ciò che ci fa sentire di essere “noi stessi”, anche prima di dire o razionalizzare un “io sono” è il punto ancora misterioso per la stessa ricerca scientifica.
E’ quello a cui si aggancia il finale della pièce di Pisano, che sembra assumere come necessaria la fragilità, la debolezza di inventare storie, attaccarsi ai ricordi, o reinventare la propria storia per curare le ferite del passato, che forse perdona anche l’ingenuità dei compilatori del Voyager, in quello spirito della curiosità, del contatto e della relazione – e dunque del linguaggio, ma non tanto del linguaggio in sé, quello è attitudine di forme viventi animali e vegetali, ma il linguaggio (è la conclusione del paleo-linguisti, dei neuro-antropologi) come  capacità di inventare l’invisibile, capace di creare i miti e raccontarli all’altro. L’Antropocene è la storia di una presunzione dell’uomo quella di essere superiore e poter dominare la natura. Oggi la scienza, la biologia evoluzionista riduce di molto la rilevanza della specie umana nella parabola di tutta la storia del pianeta. L’intero ciclo della vita sul pianeta dura infatti da 3,7 miliardi di anni, di fronte ai quali i 100 mila anni di vita dal Sapiens, ma anche i milioni da quando eravamo pesce,  sono davvero poca cosa e così come è iniziata la specie umana potrà dissolversi o mutare in altro (i Mecha?) e non solo per l’inquinamento globale ma per una evoluzione naturale di tutto il sistema delle forma di vita. Certo, rispetto alla capacità di usare il linguaggio per un’astrazione – come del resto fa la fabula ma anche la matematica che aiuta a scoprire il reale della materia -  resta quel “qualcosa” che sanno fare solo gli umani. C’è chi considera anche questo “qualcosa” (ora sto davvero sintetizzando al massimo) una delle tante necessità evolutive e non estrae da dominio della natura neppure questa capacità di astrazione intelligente. Altri invece, anche tra gli scienziati, tendono a considerarla un segno di eccezione, riaprendo a ipotesi anche metafisiche per l’umanoide. La discussione è aperta.


Come si vede Non è facile mettere tutto dentro un testo, lo stesso sarà stato per Pisano in quello  teatrale che deve sottostare a durate, comprensione di un pubblico per quanto interessato, magari non uso a letture scientifiche – e fa bene il giovane teatro italiano ad introdurre tematiche legate alla vita sul pianeta, al clima nei suoi testi. Dunque il difetto di “Carbonio” può essere quello di eccesso di buone idee, non di mancanza. Lo spettacolo in ogni caso fila, si segue, risalta anche per un uso di scenografie appropriato e soprattutto è tenuto in tensione dalla bravura dei due interpreti. ,

 

 

venerdì 24 giugno 2022

LA POSTA IN GIOCO A KALINIGRAD?





Sta nel cuore di una storia immaginaria di Santa Caterina da Siena e nel teatro, è la mia risposta.
Mi spiego.
Entro nel complesso del LENZ Fondazione Teatro a Parma, un ex fabbrica di scatole per alimenti e conserve, fondata nell’800 dalla Tosi e Rizzoli (quelli delle sardine) e recuperata come archeologia industriale ad uso culturale, mentre ascolto le notizie sulla guerra a Russia -Ucraina, che arrivano dal Baltico, dal porto di Kaliningrad, dove si potrebbe giocare un atto importante, in questa fase, della guerra.
Penso all’Europa e alla guerra e leggendo le note dello spettacolo che sto
Per vedere , capisco il caso mi ha portato in una sorta di “ posto giusto al momento giusto”.
La guerra si appropria nel suo linguaggio giornalistico del lessico della scena: “teatro di guerra” primo tra tutti. Abbiamo poi visto i teatri bombardati. Ma non è solo questo.
Sono qui per vedere l’originale riscrittura, ri-messa in scena di “Catharina Von Siena”, spettacolo storico del 1987 di Lenz Teatro ( ovvero Maria Federica Maestri e Francesco Pititto ) che per il suo nome – oltre che per la sua poetica - si ispirò proprio all’autore di questo dramma incompiuto, che era Jakob Michael Reinhold Lenz.


Di quest’opera, nel personaggio di Santa Caterina che – nella rilettura di Maria Federica Maestri e Francesco Pititto – utilizza la figura immaginaria di Jackob Lenz per farla diventare l’incarnazione di una liberazione dalla carne, ovvero dalle prigioni mentali e culturali che obbligano ogni corpo ad essere qualcosa, ad avere un’identità predefinita e a comportarsi di conseguenza, vorrei dire meglio a parte, nel blog di Huffington o altrove.
Però mi colpiva questa coincidenza e sovrapposizione spaziotemporale, che mi faceva sentire “ Nel posto giusto, nel momento giusto” perché Jakob Michael Reinhold Lenz, nato in quella che oggi è Lettonia e allora era tutta Prussia, venne a studiare qui proprio a Kaliningrad, che nel 1768, quando Lenz vi si trasferì per studiare teologia, si chiamava Konisberg.
E chi sa qualcosa di filosofia, anche solo per lascito liceale, sa che a Konisberg in quell’anno abitava anche Immanuel Kant, che qui era nato qui morì e mai lasciò la città. Il filosofo insegnava all’università di Konisberg e aveva appena pubblicato saggi di teologia e metafisica (ma non ancora le grandi Critiche) e Lenz divenne suo discepolo e ammiratore.

Lenz poi lasciò Kant e l’università di Konisberg, fece il precettore e viaggiò coi suoi allievi, divenne
discepolo di Goethe Weimar (ancora la storia) e fu tra i massimi esponenti del romanticismo tedesco, noto come Sturm und Drang. Le sue opere furono recuperate anche da Brecht, la sua vita ispirò lo scrittore tedesco Bruchner.
Lenz, genio immaginifico, fu autore nomade e anticipatore della necessità di combattere il militarismo, la prevaricazione patriarcale sulle donne, la difesa degli ultimi e dei marginali, dei santi senza requie.
La città di Konisberg fu distrutta dalla seconda guerra mondiale per un bombardamento inglese e dall’assedio sovietico, per stanare la roccaforte nazista. Fu poi annessa all’Unione Sovietica e cambiò nome in Kaliningrad, per l’appunto quella che leggiamo oggi sui giornali.
La cattedrale con la tomba di Kant abbandonata. Il resto della città, rimasto in piedi, fu raso al suolo da Breznev decenni dopo per cancellare ogni traccia di nazismo (denazificare ancora) ma era un modo che già preludeva la cancellazione dell’ Europa. Dopo la dissoluzione dell’URSS, Kaliningrad rimase come ex-clave russa, ovvero una regione russa ma circondata da repubbliche baltiche (Bielorussia e Lettonia altre).
Intorno al nucleo dell’opera intima, profonda messa in scena da Lenz, ecco riapparire la Storia – perché ogni opera è fatta di Storia e questa stessa rimessa in scena segna una volontà di progredire poeticamente con la Storia.
Riannodare i fili biografici d Jackob Lenz mette in evidenza una cancellazione di una cultura europea che non deve temere solo l’arroganza russa, ma anche il nostro stesso oblio.
Oblio dell’Europa, ma non intesa come entità in un certo senso quasi “ pan-nazionalista”, ma cone come complessità e ramificazione di molte storie e molti sentieri culturali, insomma una ricchezza.
L’Europa ha molte colpe e responsabilità - la
Shoah e il colonialismo si tutti - ma come Catharina o LENZ ha avuto sempre una grande forza : contenere in sé stessa gli anticorpi dal suo stesso male.
Come la storia dell Santa che sfida il
Potere maschile della Chiesa, come di LENZ che la reinventa, come di Brecht, e poi come il Teatro LENZ Fondazione che produce questo spettacolo dal 1987 a oggi.
Ecco che nelle trame che ci portano con l’opera sia dentro la vicenda di una santa che combatte per la sua libertà e contro l’ingiustizia che opprime il suo corpo, così anche dentro la storia – e i luoghi – attraversati dal suo autore, che io vedo un’archeologia viva dell’Europa che saprà rinnovarsi, un modo di far vivere ciò che sembrava abbandonato, esattamente come la sede stessa di Lenz Fondazione, nel bellissimo complesso della ex fabbrica di confezioni alimentari della Tosi Rizzoli, fondata qui alla fine dell’800, cuore pulsante id un 900 operaio e poi abbandonata, riscattata dall’oblio da Lenz fondazione negli anni 80 e tenuto in questi decenni, in attesa del nuovo futuro, pieno di incognite e speranze come del resto la città stessa, Parma.
La Storia, come Dio, sta nei dettagli.

DIARIO DI UNO SPETTATORE DI TEATRO (Note su ultimi spettacoli visti)

 Metto qui di seguito alcuni brevi accenni a spettacoli visti al Festival VIE di ERT Emilia Romagna Teatri, in vari luoghi,   Roma Europa fe...