giovedì 23 settembre 2021

MARIO DESIATI "Spatriati" (Einaudi) - un diario di appunti di lettura

 


Ad ogni romanzo, un lettore si chiede sempre perché lo debba leggere oppure, una volta finito, si chiede cosa abbia tratto dal libro, quale conoscenza aggiuntiva della vita abbia fatto. L’ho pensato anche per il nuovo libro di Mario Desiati. Il precedente, il suo migliore (“Candore”, Einaudi) mi era piaciuto moltissimo, forse il miglior ritratto di una solitudine quasi siderale e felliniana del maschile, con il protagonista perso nel regno metafisico dell’ideale d’amore più assoluto che ci sia, la pornografia. Un punto di vista che davvero aggiungeva qualcosa alla discussione pubblica sulle identità di genere. 

 Con questo nuovo, “Spatriati” Desiati ci porta dentro un’altra condizione molto trattata dal discorso pubblico: le persone che cercano una via di fuga dall’Italia o almeno da città di provincia troppo strette per la loro singolare intelligenza.  I primi a diventare nei primi anni duemila,  cervelli in fuga, gli “expat” con termine inglese, che tradotto in “espatriati” non restituisce il senso del termine dialettale scelto da Desiati per il titolo,  “Spatriati” che esiste da sempre in quelle contrade tarantine,  da ben prima che iniziasse il lento deflusso di una migrazione intellettuale di parecchi ragazzi italiani verso l’Europa e non solo, di cui moltissimi dal Sud. Spatriètə, avverte nell’esergo della seconda parte Desiati, significa “Ramingo, senza meta, interrotto – detto del sonno –“ Insomma ragazzə interrottə, - ma per dirla con Freud sono persone unheimlich, ovvero familiari, ma come private dal risucchio di un negativo (il prefisso un-) di questa aura di appartenenza alla comunità.

Crescono così Francesco e Claudia a Martina Franca, lui dalla personalità introversa, preso da una fede religiosa fervida ma dalle pulsioni sessuali incerte, attaccato ai riti più che credente, forse perché così diverso ( che la stessa madre chiama “Uva nera” là dove si coltiva solo la bianca) dall’avere un disperato bisogno di essere accettato. E’ Francesco a tenere la voce narrante e ricostruisce una storia di formazione assieme a Claudia, con intreccia una infinita conversazione che vorrebbe essere – per lui – amorosa, che ottiene come risposta un no e al tempo stesso un allacciare nodi mai sciolti di una coppia che di fatto non lo è, ma idealmente sì, irrisolta e carica di non detti. Perché tanto Francesco è incerto e trattenuto, tanto Claudia è spavalda, sicura di sé sul piano sessuale, aperta e disinibita. A loro però è toccata una sorte singolare: la madre di lui è amante del padre di lei. Per quanto siano ribelli in famiglia, e antagonisti dei loro genitori, si ritrovano a fare comunità inconfessabile a due perché legati da questo trauma familiare. Tutto il loro destino, la loro odissea e anche il ritorno, temporaneo o definitivo che sia, sarà fatto alla luce non di un destino generale (la guerra di Troia, l’esilio di Dante) ma alla luce un po’ lamentosa degli eterni figli italiani che anziché gioire quando le famiglie vanno in pezzi e approfittare della libertà, scavano solchi come gli islamici durante la Hajj a La Mecca, ruotando attorno alla Kaaba, la pietra nera, per quelli come Claudia e Francesco, il buco nero del trauma familiare.

 

Avverte la note di copertina con una frase dal libro: “A volte leggiamo i romanzi solo per sapere che qualcuno ci è già passato”. 

La mia lettura di uomo adulto arrivato a 57 anni che tuttavia come tutte le generazioni dai boomer in poi, conserva legami fin troppo stretti con la sua formazione di gioventù, è di qualcosa di estenuato, proprio in virtù di quell’eterna figlianza che ci affligge,  che dovemmo far esplodere e con essa la famiglia che – come sostenuto da molti, da Banfield, passando per Laing, per approdare alla recente, giusta provocazione di Saviano, rilanciata da Michela Murgia,  sul legame con la mafiosità italiana che è molto più forte e diffusa delle Mafie -  sono per l’Italia specialmente alla base di nodi irrisolti del paese e degli individui (a partire dall’emergenza sociale del maschilismo violento, del maschilismo novax ecc, del patriarcato che pure sono centrali proprio in questo romanzo, specie nei rapporti di Francesco col padre machista)

l’effetto del libro durante la lettura era dunque, per me,   di un déjà-vu, che rischiava anche di ripetere cliché. 

Diverso sarebbe certo per il lettore ventenne, che tuttavia si potrebbe sorprendere e angosciare nel vedere come tutta questa fuga è stata di fatto “da fermi” (secondo la geniale definizione di Edoardo Nesi) già da più generazioni, appunto dalla mia in poi. Venuti dopo i ventenni che – come recitava lo slogan ripreso da Nanni Balestrini per il suo romanzo  – gridavano “Vogliamo tutto”, rilanciato nel 1977 con “Vogliamo tutto, compreso il lusso”, con la fine della Storia quelli come Claudia e Francesco e tanti altri cresciuti in questi ultimi trenta anni, possono solo far propria la frase che Claudia legge a Francesco, tratta da un romanzo: “Io volevo tutto, ma mi sono sempre dovuto accontentare di qualcosa”. E’ il 1989 quando Pier Vittorio Tondelli lo scrive in “Camere separate”. Anche il weekend postmoderno era già finito quando molti dovevano ancora nascere.

 

SPATRIATI, SPAESATI, EXPAT

Quando mi chiedevo perché leggere questo romanzo, che in fondo mi sembra di aver  già letto – storie di formazione, queste amicizie che non sono mai amori, ma sono anche più dell’amore, le fughe, i sogni le delusioni, c’eravamo tanto amati e compagnia bella) mi sembrava di non avere un motivo, forse per un certo impianto tradizionale e generazionale. Salvo poi trovare pietre d’inciampo che mi fanno pensare. Ad esempio, gli spatriati sono spaesati?

Gli spatriati esistono solo nella provincia, la parola esiste solo in dialetto (Spatriètə ). La storia di Claudia e Francesco, ragazzini tra gli anni 80 e 90 che arrivano alla soglia dei vent’anni col nuovo millennio, è anche la storia di due persone che per quanto piccolo borghesi e benestanti (lui figlio fi un’infermiera e un professore di educazione fisica, lei di un medico di ospedale) sono pur sempre due persone cresciute in una cittadina di 50 mila abitanti, non è poco ma non è neppure tanto. Col giro di boa del 2000 crescono anche in un paese che si ripete ma non fa progressi. Credo che certe vite interrotte (volendo spatriatə significa anche questo) toccate in sorte come simboli chi è nato dopo il 1970  ed emerse per fatti anche tragici della storia, dicano di questo freeze:  Alfredino, rimasto bambino nel 1981, Carlo Giuliani, rimasto  ragazzo nel 2001 .

LA vita interrotta delle vite giovani, che i decenni di pace hanno conosciuto, hanno creato quel senso del tempo storico che non va da nessuna parte. A maggior ragione per chi è entrato giovane nel nuovo millennio. Sarebbe dovuta diventare la generazione che avrebbe dovuto portare questo paese da un'altra parte che invece è rimasta ancora a un Italia amaramente ancorata all’antico, anzi al vecchio. Anche il rinnovamento della Puglia degli anni Duemila, dell’era Vendola e dell’inizio del turismo di massa, emerge come una disillusione in Claudia che deciderà, una volta a Berlino,  di non tornare a vivere in Puglia – ma non smetterà i fare  dei ritoni temporanei. Nonostante ciò, la madre di Claudia come tutte le altre madri,  le onnipresenti Mutter Pugliesi (peggiori di quelle di Woody Allen ) continuavano a vantarsi dei loro figli expat, tutti “geni incompresi, dirigenti, capitani, professori universitari, ricercatori, scrittori artisti piloti, ma il più delle volte disperati come gli altri”.

Questo legame col materno e con le radici, anche nella rivolta, come Francesco è legato a sua madre Elisa e Claudia annodata nell’odio verso Etta,  è il segno di un ‘Italia immobile (L’emblema del gruppo comico Casa Surace, che ne fa comicità ma è tristissimo questo riportare tutto sempre a misura di una Nonna antica che fa l’impepata di cozze e manda il pacco da giù) a quella stessa Madre a cui si richiama Silvio Berlusconi nel prender in mano il paese nel 1994 e lasciarlo uguale e peggiore nel 2013. Proprio l’arco della vita in cui Francesco resta attaccato alle radici, ma tutto sommato vale anche la fuga di Claudia che è un “franare restando in piedi” come scrive Rina Durante in Malapianta, una delle autrici che Francesco legge sulla scia delle letture di Claudia insieme ad altre (come Maria Teresa Di Lascia).  Tutto sommato il destino generale resta sullo sfondo, benché la Storia faccia capolino nella vicenda di Claudia e Francesco come una spia altamente significativa perché la loro storia è dei senza-Storia (1)

La Storia c’è, ma non pesa nei pensieri di Claudia e Francesco, il loro scontento gira sempre attorno al privato e alla piccola comunità è come il rumore degli aerei che si levano dalla base militare di Gioia del Colle, ronzare di fondo che veniva a “insolentire la pace” del loro idillio (di due “solitudini perfette, due monadi” tuttavia) sognante, con le presenze nere e intruse nello sguardo “rivolto al cielo, come a far respirare le cose che ci eravamo detti”. A loro interessa la famiglia e ciò che essi saranno di diverso (“Siamo alieni” dice Claudia a desiderando non “nascondere le sue fantasie sessuali” agli uomini che incontra inevitabilmente tutti non in grado di capire, tutti sbagliati – fino all’amara fiaba di fidanzarsi con un asino con cui dare vita a un centauro (sebbene sia un continuo riportare tutto a casa, alle passeggiate in paese ai formalismi da matrimonio  (“faremo grandi vasche, finalmente un senso ai corredi conservati un’intera vita”)  a testimonianza dell’eterno familismo (a)morale italiano  di cui si diceva.

In un’Italia “ancora bigotta” per citare il libro di Vallauri (Einaudi) alle soglie del XXI secolo non c’è solo la difficoltà per chi abbia sessualità fluide come Claudia e Francesco, ma lo stigma morale ancora pesa su due adulti che decidono di divorziare, come fanno la madre di Francesco e il padre di Claudia. 

Questo stigma sociale, è un ritorno del rimosso anche nei figli ribelli, perché in fondo il loro doloro e il loro disagio di strani, parte da qui. Subiscono lo stigma, ma al tempo stesso c’è un ambiguo sentimento di avversione per quei genitori, in fondo liberi come loro.

Il trauma sta alla base del loro sviare sociale, rendendo impossibile una loro normalità e la tempo stesso annodando il legame tra i due figli. Desiati si preoccupa,  forse con troppa insistenza didascalica – si segnalare come il padre di Francesco galleggi nel brodo patriarcale e lo stesso ragazzo si definisca un “maschio codardo” che “ si innamora e indossa l’armatura del salvatore e la sostanza del predatore”)

Toccherà a Claudia provare a rompere la stasi, partendo verso Berlino. Qui subirà una metamorfosi e al tempo stesso si scontrerà con la realtà. Quando Francesco la raggiunge a Berlino, ancora una volta è la Storia ad accompagnare l’intreccio dei due protagonisti . Stavolta sono i Siriani che nel 2015 si diressero  piedi verso la Germania, fuggendo dalla guerra. Francesco li osserva con una “Ruinenlust” (come dal titolo del capitolo)  mentre lascia finalmente Martina Franca. Qui era rimasto, a fare l’immobiliarista, venditore di case eterne e “abbandonate” aggredite dalle “radici”, le famigerate radici italiche che crescevano tra le pietre delle vecchie case “come piante carnivore” contrapposte alla sbalorditiva quantità “ di alberi e vegetazione” che sono a Berlino e che stupiscono Claudia.

 Francesco e Claudia poi a Berlino insieme, Claudia nella sua metamorfosi da adepta dei Rave e della Techno, a lavoratrice che non sfugge anche qui alla precarietà. Francesco ad assaporare finalmente una libertà dal contesto soffocante.

 Il loro incontro è segnato ancora da una parola tedesca 

(significativamente Desiati usa prima solo dialettali, poi termini tedeschi, come se l’Italiano non permettesse chiavi di interpretazione, come se la lingua italiana non fosse in grado, malata dello stesso immobilismo imposto ai romanzi dalla medietas letteraria imperante, di spiegare le polarità sentimentali di una condizione fluida, inafferrabile indecidibile come l’identità sessuale di Francesco e Claudia, come il senso della loro relazione).


La parola è Sehnsucht che – spiega la nota del titolo – è termine composto, che si può tradurre come nostalgia di un desiderio non realizzato o non realizzabile, ma anche al sogno di dualismo simmetrico di maschile e femminile che Claudia e Francesco cercano. Ancora una volta, nel turbinio di vita sregolata e giovane (“avevamo quindici al massimo sedici anni”) sradicata, il conflitto è sulle radici, sull’idea che non bisogna “affrontare tutto come fossimo pietra” dice Claudia mentre Francesco è legato alle pietre, alla roba, agli interessi e Claudia lo spinge verso la cura, il “volersi bene anche se non ci siamo trovati”. Francesco tuttavia vede che anche Berlino è una città di rovine, di speculazione immobiliare fatta su vecchie case abbandonate. La Storia insomma sembra segnare la stasi generale, forse una stasi e un arresto vitale di tutta l’Europa, in cui – sottolinea amaro Francesco – “eravamo liberi di muoverci dentro un recinto”

A Claudia e Francesco, che vivono qui finalmente una fusione che tuttavia passa per altri corpi, come quello di un giovane gay Andria, georgiano, che diventerà amante di entrambi per poco tempo, non resta che questa dimensione solo spaziale di un tempo in cui non possono essere perché il compimento della loro Sehnsucht si è data in un momento.

 O come sarà per la nuova relazione di Claudia con la più giovane Erika che avrà un bambino da chissà chi e che avrà due madri, legalmente (utopia neo-biologica veronesi)  Nei baci scambiati finalmente da Claudia e Francesco  attraverso la bocca di Andria, dice Claudia baciavamo “tutto quello che eravamo e che non siamo più”. Nel costruire un futuro per la piccola Elfo, c’è un gettare semi di futuro e produrranno le olive che un giorno Elfo adulta andrà a raccogliere  nel terreno che Francesco – tornato a Martina Franca, reintegrato nella confraternita, nei riti religiosi ma più sociali, del branco (i maschi che portano in processione il santo) , nella sfida d’amore col padre (tutto il romanzo è un essere gettati fuori degli spatriati, ma al tempo stesso attratti come un magnete al patriarcato dei padri così disperatamente amati anche nell’odio) – avrà piantato una dozzina di Ulivi  che saranno “la nuova vita” che assomiglia alla vita fatta Berlino, “allattando le pietre con la calce”.  C’è l’odio, c’è l’interesse, ma non c’è la parola “amore”  nel vocabolario delle loro radici, nel dialetto come nella pratica, ma c’è un bene antico e modernissimo che fa combaciare la saggezza del volersi “bunn” dei nonni, con l’agape comunitario (Jennifer Guerra) che si era creata ad esempio sull’asse femminile a Berlino tra Erika Claudia e la madre di Francesco.

Tutte sono Piante che alla fine trovano il loro frutto, assecondando una pazienza antica degli avi, che alla fine non è un sentimento sublime e romantico, ma solo “una forma di umanità”. E tuttavia saranno sempre insoddisfatti, Francesco del suo ritorno, benché armato dal desiderio di sabotare quel sistema patriarcale in cui – sfilando in processione coi maschi che portano i santi – egli si consegna;  Claudia non convinta della sua vita berlinese, pure col successo in affari ma consapevole che Erika “somiglia al tempo che viviamo, che sottovaluta i  semi della poesia, sottovaluta l’intreccio delle nostre radici, sottovaluta il mondo interiore suo e di nostra figlia”. Erika che si preoccupa del fatto che Claudia legga poesie alla piccola Elfo, perché potrebbe trasformarla in una broken girl. Un Spatriatə.

Restano allo stesso modo indietro i nodi della psiche irrisolti, un senso di inseguimento e fuga al tempo stesso del dolore, un senso di crollo della famiglia, con quei genitori che sembrano sempre vincenti, che superano i loro stessi non ostanti i disastri, degli affetti che non sono andato come dovevano essere ma al tempo stesso quel che dovevano essere non è ciò che Claudia e Francesco desideravano davvero Volevano un amore che è sembrato impossibile. Ma non sta né nel futuro, né nel passato: “Amore”  – e il cerchio si chiude sul dialetto – va inteso non come il sentimento della coppia monogamica tradizionale né il sentimento che ossessiona la psicologica collettiva dei magazine e di certa editoria destinata al pubblico  femminile: il dialetto infatti insegna a Francesco che l’amore non esiste, ma la parola “amore” nel dialetto esisteva solo come “sapore” come nutrimento e cura e solo in quel gesto di dare i sapori del nutrimento sta una varco possibile, un diverso amore, più come cura. Tra l’antico e il post-storia, è la consapevolezza d’essere sempre spatriati finalmente dalla loro stessa dipendenza psicologica,  dall’illusione dell’amore e dalle ipocrisie della famiglia, questa la vera conquista.

Desiati tine il suo racconto, dentro questo quadro in cui per certi aspetti come lettore non c’è quella sperimentazione che aveva provato a fare Sandro Veronesi con Colibrì. I personaggi sono cesellati, descrive bene quell’ansia da radici impossibili e inestirpabili che imbriglia soprattutto Francesco e che Claudia cerca sempre di liberare non comprendendo quanto anche ella sia legata a quel mondo attraverso Francesco. Mario desiati da conto dell'incertezza e della precarietà una precarietà esistenziale non  soltanto sociale che forse è proprio legata a questo trapasso dall’antico al moderno che non si compie mai a creare una zona grigia di non-emancipazione in cui è la famiglia il vero grande problema (Vedi il recente intervento i Saviano e il rilancio di Murgia) . Sia Claudia che Francesco sono imprigionati in questa in questa loro identità nonostante tutto Patria, lo testimonia il fatto che la loro estraneità la può dire solo un termine dialettale, che li identifica come tali,  Cioè quindi come degli irregolari ma sempre nella lingua patriarcale. Claudia e Francesco come l’unicorno sognato non hanno nome, se non quello e finche non ne avranno un altro non avrano altra cittadinanza negativa che in quello. Cosa li farà uscire dal nido? Forse la storia

Veronesi, Colibri - la storia di colibrì, anche se poi Paradossalmente il colibrì getta nel finale del romanzo avanti la sua prospettiva anche temporalmente, per Francesco e Claudia c’è  già una nuova nostalgia di radici, c’è “lassù” che è Berlino, come per molti meridionali al contrario il laggiù del mare. A me sembra che questa sia un delle eredità che mi lascia “Spatriati”: capire il dolore di chi, venendo generazionalmente dopo la mia generazione di boomer nata a metà anni 60, sa che non c’è nessuna prospettiva di futuro e che l’unica possibilità e fare come Erika, essere superficiali. Il Colibri, segnato però dalla macina di una storia collettiva di progresso, gli anni 50 e 60 della sua infanzia, conservano una seppur romantica nostalgia dell’utopia. Claudio e Francesco volevano solo una felicità del qui e ora, ma per loro non c’è alcun “qui” e l’ora è sempre un rimpianto di atti mancati e un vivere id sottintesi, come la poesia. Claudia e Francesco più liberi e col mondo a portata di mano, finiscono per ritrovarsi davanti a un piatto di spaghetti e nel loro microcosmo, heimat di un'energia irrisolta tra loro, a rivivere un ‘infanzia, il gioco tra loro “e il resto del mondo è escluso”. Anche se il mondo si fa sentire coi suoi rombi di caccia levati in volo dalla base vicina, l’unica patria è fuori dal tempo delle guerre, certo, ma restando anche fuori dalla Storia.

 

 

 

 

 

 

 

1 (cresciuta all’ombra di Berlusconi  che agisce su quella generazione nella doppia veste di editore e politico. La modernità arriva con la televisione e le radio in quegli anni (Radio Deejay) anche nei paesi che stanno subendo  la spoliazione stanndo diventando i luoghi spatriatə d’Italia. ( vedi Franco Arminio, vedi anche Carmen Pellegrino, che ne cercano ancora l’anima, ma che io trovo invece  i luoghi-pozzo nero  di una sopravvivenza dell’arcaico – vedi il romanzo di Lipperini  – ma anche con quel desiderio di essere metropolitani da marginali che ha il pozzo nero di questo paese (vedi i romanzi storicamente anticipatori di Andrea Carraro (dal Branco e non ssolo) e poi quelli di Ammaniti, specie Come dio comanda per arrivare fino alla Ferocia di Lagioia che non a caso porta nella suburbia periferica di Roma il suo radar di narratore)

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