giovedì 18 marzo 2021

MARIA GRAZIA CALANDRONE "Splendi come vita" (Ponte alle Grazie)

 

LA VITA SPLENDE, NEL LIBRO SENZA GENERE

 

“Splendi come vita” (Ponte alle Grazie) il nuovo libro di Maria Grazia Calandrone è oggetto anomalo. Se per giudicare ci si aiuta comparando, difficilmente si può accostare al resto della narrativa di questo anno – ma più in generale degli anni – perché si tratta di una prova in prosa di un poeta ma forse “narrativa” è categoria stretta.

 La storia è a suo modo “romanzesca”, per chi non la conoscesse (ma Calandrone già in poesia aveva molti riferimenti al vissuto, anche nell’ultimo libro di versi  “Giardino della gioia” Mondadori) ma ora si dispiega in modo più diretto, in libro felicemente inclassificabile. I due fuochi centrali sono sia l’abbandono della madre biologica, sia il rapporto con la madre adottiva, ma siamo in altro territorio rispetto all’ autofiction.

È biografia esplicita: dalla copertina e soprattutto dalla prima pagina, siamo in media res, non con incipit di scrittura ma con un trafiletto di cronaca, da Paese Sera del 1965 in cui si parla della “bambina abbandonata” Maria Grazia che è stata “affidata” ai signori Ione e Giacomo Calandrone. Orfana, perché la mamma biologica si era suicidata (ragazza madre di paese, non resse alla vergogna nell’Italia ancora più bigotta, allora). Giacomo ex operaio, combattente in Spagna, ora deputato comunista; Iode, anche lei comunista, colta, insegnante, bella, bionda.
Libro anomalo, potrebbe anche essere un canzoniere d’amore che tuttavia risale come anguilla alla sua radice amorosa. Canzoniere di Amore e tormento, nella misura in cui tutti i canzonieri sono formazione di vite nove, cioè definizioni dell’Io nel desiderio e dunque nella mancanza dolorosa dell’Altro. La sorgente primaria è qui nel Luogo del Materno. Qui si compie un distacco, per Maria Grazia doppio: prima dal corpo stellare unico di chi l’ha generata e nutrita nei primi istanti, poi da chi l’ha curata e cresciuta. La prima è detta “Mamma”, la seconda è “Madre” (anche se per poco anch’essa è Mamma)  . Il secondo abbandono sarà a quattro anni, quando Madre Adottiva rivela alla bambina MG chi ella è, ovvero chi non è. Si genera qui un distacco ctonio. L’infanzia splenderà di una consuetudine quotidiana di mille episodi, canzoni, fiabe, pettini, patatine, foto, vestiti, dettagli, notazioni che nella prima parte del libro sono il racconto dell’Incanto.

La voragine sottile come un capello, si andrà amalgamando alla materia psichica dell’adolescente in crescita: Maria Grazia in cerca di sé – non trovando però un volto materno come “vero” (non era più MammaVera), dovrà cercarlo nell’ombra,  un’origine che tuttavia non è quel vissuto di incanto che è stato. Neppure è origine.

La Mamma biologica si pone come l’ombra irrisolta, ma la Madre non si mostra da meno nel suo progressivo cambiare, da incanto dell’infanzia a tormento di un disagio anche psichico che acuirà il conflitto tra la donna e la ragazzina. Costruire scalando macerie, puntellando frammenti. Maria Grazia adolescente si espande verso la libertà adolescente che la fa essere, e si scontra con la Madre rimasta sola, figura normativa e via via sempre più assurdamente anaffettiva, con tratti paranoici, ossessivi. Era malattia era forse depressione. Ma certo lasciava in quel terremoto anche riemergere l’ombra della Mamma dell’abbandono, come un’impronta fossile lasciata sulla roccia di un animale estinto, o come l’ombra sulle scale ad Hiroshima di persone vaporizzate dalla bomba atomica, resta a una evocazione sorda. Essa stessa si identifica con quell’ombra di bambini polverizzati dalla Storia. La bambina legge (in una casa di comunisti e di persone colte) il libro “Il gran sole di Hiroshima” Karl Bruckner e comprende che "non vuole crescere", restare piccola come le ombre dei bambini fissati dal Sole Atomico, nzi forse essere ombra. Maria Grazia si sottrae alla realtà, scivolando nell’immaginazione di sé. Diventerà consapevolezza dello strappo. Amore è sempre de lohn, ma quanto più l’Io cerca di costituirsi nella restituzione da parte del Tu, tanto più quel volto-altro è distruttivo, ferisce in una lotta ( che costituisce tuttavia la forma futura di sé e che cerca l'approdo ad un amore che non sia possesso dell'altro, che sia generosa distanza, alterità non conflittuale). 

La rivelazione fatta alla figlia era mossa da un disagio, da una mancanza o una colpa interiorizzata e preventiva della stessa Madre adottiva (la paura che Maria Grazia scoprendo la verità da adulta si allontanasse da loro o addirittura si togliesse la vita)- Quello svelamento genera però la confusione di verità.  La Madre si disgiunge dal suo essere anche Mamma, la voragine deflagra a 11 anni, quando finirà con un altro terremoto l’infanzia: è la morte dell’amato Padre, uomo fascinoso come Gianmaria Volontè,  assente per il suo impegno politico, in tanti viaggi, ma che portava il mondo in forma di regalini a ogni ritorno. Da lì in poi sarà la Seconda Ferita a misurare lo spazio del materno che non sarà più tale. E con esso il disegno di sé. Foglio e matita saranno il primo piano di rispecchiamento.

Accade alla fine degli anni 70,  Maria Grazia entra con la psiche nella storia, sperimenta l’altro, si veste da maschio, assorbe il conflitto di piombo bombe politica paura, si getterà poi nella Roma dei primi 80, delle Estati Romane, del carnevale, della piazza. Sempre in cerca di un centro,  un posto dove stare, sarà il disegno lo strumento poi la poesia le parole, troverà a un certo punto anche più avanti un Sole surrogato in una Stella del cinema ma soprattutto del fotoromanzo (d’amore ovviamente) Ornella Muti (sono belle pagine di adolescenziale, folle coraggio ) e poi però anche finendo nei labirinti di Scientology.

Indaga disperata il trauma, resterà sempre in cerca di una “latenza di un generare immenso” (come scriverà poi Calandrone in un verso de La scimmia randagia) che tuttavia è irrecuperabile, troppi sono i riflessi, cercati nel florilegio linguistico. E la lingua della poesia sarà in qualche modo l’esercizio spirituale della restituzione all’infinito naufragare in un mare d’amore, che è abbandono, consustanziale.

 Non sé, non-Io, se non molteplice e alla molteplicità sarà devota Maria Grazia Calandrone come autrice poetica, potremmo dire alla Moltitudine di sé, mancando il centro di un Io, ma abbracciando un’orchestra di presenze e ombre in sé. Di questa polifonia è traccia proprio lo stile adottato da Maria Grazia Calandrone in questo libro anfibio, una scrittura che usa l’ellissi, la spezzatura metonimica, la simbologia, un certo afflusso di immagini rigoglioso, eccedente lessicalmente, la spezzatura che diventa enjambement improvviso della prosa, anche del corpo tipografico (un procedimento adottato anche da Anne Carson in Autobiografia del rosso). Come autobiografia del “molto”, o del troppo,  dovremmo dire qui, del polifonico, pur concentrato nel corpo-a-corpo duale dell’Amore.

La Storia di sé, prendendo corpo alla fine degli anni 70, comincia tra canzoni e bombe, comunità amicali e P38, ma più nel nome dell’amore (1977, per i (noi) tredicenni dell’epoca era “Ti amo” di Umberto Tozzi che Calandrone cita - e volutamente anche ‘canta’ nell’audio libro che lei stessa ha registrato, autrice polifonica)

Per Madre Adottiva, tuttavia, il piombo è la depressione, l’angoscia che prende spazio, sarà “l’inferno” (titolo del capitolo) di malattie e colpe immaginarie che addossa alla  figlia, grumo di amore e dolore, e che sfociano in repressione che da privatissima non può che farsi storica. (anche il Canzoniere di Petrarca era storico, seppur nella semplice scansione dei testi “in vita” e poi “in morte). Sarà collegio, listello di legno per punire, isolamento, addirittura insulti (tra cui il termine “villana” riandando all’origine di sua Mamma biologica)

Il romanzo-Canzoniere di Calandrone chiama in causa il processo di identificazione per l’individuazione di sé. Il linguaggio si assembla come una macchina celibe a dire però tanto afasicamente quanto poi verbigerante un impossibile “io” anche perché bisognava arretrare, sottrarsi all’imprinting del linguaggio che era stato di Madre, che è stata “parola” e insegnava le poesie alla figlia (e in quell’episodio del rifiuto di recitare alla zia “Pianto Antico” di Carducci non c’è solo l’intuizione di grumo di dolore genitoriale, c’è anche la ribellione dell’Anti-Edipo alla koinè femminile, là dove Madre era colei che dettava dentro parole, linguaggio istituito nel Nome della Madre). Allo strappo doloroso della Madre, Maria Grazia reagisce colmandolo di disegni prima (altra sottrazione al Linguaggio) e poi di suoi pensieri e sue altre parole, sarà la poesia della propria voce, non il dolore falso di Pianto Antico.

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Ecco, parole e concetti,  riportate dall’autrice nel libro,  da uno scritto di quegli anni difficili, un “trattatello” in cui definisce l’autoconsapevolezza: “ Chi diventa adulto accanto a un Grande Amato che come contraccambio gli inietta nelle vene il veleno glaciale del Disamore” lo getta nel “disincanto”. Punta al centro, con la Scrittura che tuttavia per paradosso – complice il tempo storico o le “sciccherie  nietzschiane” come le definisce l’autrice -  non può che essere una decostruzione dell’Io o una sua metamorfosi in una polifonia rizomatica, sempre per dirla col vocabolario del 1977. Che è dunque un modo per sfuggire al centro, questo “sfondare il guscio” che “contenendo ci divide” e arrivare “al cuore radiale della vita, all’infinito dentro le persone”.

 

LO STILE

Infinito e polifonia. Rigoglioso verbigerare rizomatico. Lo stile del romanzo è selva di linguaggi.  Un Io che tuttavia si rende coro nel non chiudersi in un rispecchiamento e chiusura di sé – a cui non Una ma Due fantasmi del materno-femminile la spingevano -  smontando il Due e smontando Sé nel linguaggio, sperimentando una propria decostruzione.

 Questo stile ha portato Calandrone in questa sua prosa, certo ammorbidendolo rispetto alla prolifica ricchezza della poesia (o sua “estrosa abbondanza” per dirla con Anne Sexton).  Qualcosa c’è forse qua e là di eccedente, nella ricerca di immagini, parole che dispieghino sentimenti (laddove, per fare un piccolo esempio,  per l’appunto quel desiderio di ricerca “dell’infinito nelle persone” – scrive a un certo punto Calandrone parlando del suo gettarsi nella scrittura – e che già basterebbe di per sé, come definizione aggiunge una più indistinta, Whitmaniana o vitalistica ricerca definita “ eternità barbara e incandescente delle stelle” (col rischio di un registro iperletterario)  : ecco l’uso delle immagini, di una ricchezza lessicale petrosa, colorata,  è la forza e al tempo stesso il continuo clivo ascensionale a rischio frana della Scrittura di Maria Grazia Calandrone che può arrivare a una con-fusione dell’eccedente. C’è da dire che da sempre tutta la critica – e concordo su questo  – vede questa mancanza di misura, lo spiazzante del suo stile, come un prendere-o-lasciare della poesia di Calandrone, e la usa anche qui, con sua coerenza.

 Chi conosce i suoi versi ritrova, con una alternanza che mi sento di sottolineare, all’inizio proprio in coincidenza con la fase più bambina, un punto di vista non-adulto, con registro del meraviglioso e se dovessi fare poi un riferimento al mondo della poesia vicino a Maria Grazia Calandrone, mi era sembrato quasi un tono che mi richiamava Vivian Lamarque (il tono anche se diverso il registro) di   “Il Signore d'oro” o “Teresino”. Lamarque che con Maria Grazia Calandrone condivide il destino delle “due madri” esplicitato ancora di più nel libro di Lamarque “Madre d’inverno”, ma se Lamarque è contraddistinta da un’ironica commozione controllata, Calandrone sceglie toni con dolenza e violenza drammatiche ma pure con toni che strappano anche riso (“il riso degli Abbandonati”). Man mano che la vicenda procede, seguendo prima la crescita a scuola, poi il collegio, poi le fughe a Milano poi i ritorni, si arriva a maggior compimento di tutto il libro, Qui raggiunge i suoi momenti più intensi più dolorosi più partecipati.

In ogni caso, è naturale che un libro così singolare, a suo modo sperimentale, abbia delle alternanze, con parti  che forse chiedono aggiustamenti, o tagli. Qualcosa invece è mancato (quindi si doveva abbonare)  nelle parti più brevi, in ogni caso, sono  imperfezioni necessarie (ed  un bene che compaia un libro così in un panorama che spesso lamenta anche un certo appiattimento sulla “medietà” linguistica e stilistica da parte della narrativa).

 

 

 

Appendice

IL ROMANZO COME BIOGRAFIA, NELLA STORIA E NEL PRESENTE SOCIAL

“Splende come vita” racconta questo usando una biografia unica e reale una storia  singolare, che - per citare il famoso aforisma incipit di Tolstoj – è infelicità a modo suo, singolare e assoluta che poi genera romanzo, che genera a sua volta anche la sua necessità di essere ascoltato.

In questa seconda appendice vorrei dire qualcosa sulla ricezione di questa storia assoluta e singolare, ma che diventa universale, nel forte riscontro di successo tra il pubblico che nella pagina social Maria Grazia Calandrone riporta con storie e restituzioni di esperienze familiari, se non simili altrettanto intense, pensando però che è fenomeno che ormai è costitutivo della presenza del libro sulla scena pubblica.

 La necessità di essere raccontata era  ovviamente anche psicologica in primis dell'autrice che l'ha portata a emergere in una sola estate dopo tanto tempo. Da lì in poi  il testo si pone – ma come capita sempre più spesso -  in una dinamica di continuo accrescimento extra testuale, in dialogo con i lettori mediato dalla stessa autrice (formalmente l’analisi testuale distingue tra Voce Narrante e Autore/Autrice esistente, ma sta accadendo che – complice i social – questa distinzione che era della semiologia o dello strutturalismo, salti). Dopo il testo finito, c’è una vita del libro al confine tra testo e soglia. Non solo  il coagulo di tante storie di vita, ma anche il compimento di ricongiungimenti e ritrovamenti della vicenda originaria della “bambina abbandonata”, con trasmissioni televisive in cui il sindaco del paese del Lazio da dove veniva la Mamma Biologica, ricorda a nome di tutto quella ragazza. Non entro nel merito di come la TV possa rischiosamente trattare “il caso Maria Grazia”, lo cito solo perché se la prima pagina del libro ospita il trafiletto di cronaca in qualche modo l’ipertesto dello stesso romanzo, la sua coda, più che soglia d’uscita,  non può che essere la di nuovo la cronaca, stavolta in TV. È un elemento – l’ipertesto-della-cronaca – che si pone spesso e di recente per più di un romanzo italiano.
Una storia umana toccante e che di sicura va oltre il libro, il riscontro che ha il libro naturalmente risente anche e soprattutto della sua materia narrata. Cercheremo di restare anche alla materia scritta per questo  bildungsroman, romanzo di formazione di un’autrice che è già poeta riconosciuta e molto apprezzata e in cui tuttavia sia la Storia che la dominante autobiografica sono state sempre presenti.  

 Questo vale anche per altri libri usciti di recente. Non solo il Caso Carrére  che scrive un libro che viene tagliato,  per una polemica con causa in tribunale, della ex moglie ivi descritta, ma lo stesso era accaduto all’ultimo dei sei libri della autobiografia  sterminata di Knausgaard.  

Siamo in un’epoca in cui l'autore è presentissimo continuamente gli occhi dei suoi lettori ,specie con i social e in generale grazie al digitale (oggi molti incontri zoom). Questo è un aspetto che sta forse incidendo (me lo chiedo non so la risposta esatta) il presente storico della letteratura mondiale, perché l'autore non è più semplicemente quel nome che sta dietro una storia. E in qualche modo poteva essere la storia che lo identifica oggi, l'autore ha una sua specifica presenza di ‘personaggio’ può fare il Giullare su Facebook e poi scrivo dei libri serissimi. In che modo le due cose interagiscano e anche si condizioni è tutto da vedere.

Resta un libro che probabilmente, anche Maria Grazia questo interesse per la vicenda la porterà molti lettori che amano queste storie a confrontarsi con un linguaggio che attingendo all’elaborazione poetica è sempre ‘ sperimentale’ anche quando recupera stilemi lirici. Lo stile di Calandrone si ripresenta con i suoi elementi di rottura dei limiti e di eccedenza, appunto, chi sta sperimentando la macchina di un linguaggio che vuole dire l’eccedente per eccellenza ovvero il mancante. In questo paradosso anche laddove sembra scritto troppo, sempre probabilmente è troppo poco, mai l’origine ha un centro specie se in questo caso paradossalmente i centri sono due, uno in luce l’altro in ombra. Libro inusuale e prezioso per il tempo presente della narrativa l’urgenza e il desiderio hanno dettato 8lo dice la nota finale) una storia che si è gettata, diciamo qualche modo sulla pagina. Indubbiamente una scommessa di coraggio stilistico che è duplice di tirar fuori una storia difficile personale farla diventare narrazione e scriverla però con uno stile così personale poetico e che possa dare conto proprio della complessità della storia che si sta raccontando.

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