sabato 20 marzo 2021

ANTONELLA LATTANZI "Questo giorno che incombe" (HarperCollins)

LA SCRITTURA PRIGIONIERA DELLA CASA


Ci sono degli elementi di pregio in “Questo giorno che incombe” ( HarperCollins Italia) di Antonella Lattanzi  –  sicuramente ben scritto e ben congegnato nel complesso -  e ce ne sono altre che non mi hanno convinto, la qualità della fattura non basta. Per lo meno non basta a me.

- In modo preliminare vorrei rimandare ad alcune questioni sollevate da Giulio Mozzi sulla differenza tra cosa è un capolavoro (lo trovate qui: Dieci ragioni per cui la letteratura anglosassone sforna capolavori e noi no)

Lo cito per autodenunciarmi: ho studiato all’università, ho fatto una tesi sulla poesia italiana degli  anni 70, considero Gadda il più grande scrittore del 900, ma insieme a Ortese e Morante e sul mondo anglosassone guardo a Roth, considero Virginia Woolf la più grande di tutti, pure più di Proust, mi intrippo con Beckett e trovo, per parlare di capolvari anglosassoni recenti, acclamaticome tali,  Rooney e Cusk  poco significativi, una letteratura post-letteraria, non so però a cosa possa servire. intrattiene certo. In ogni caso mi serve per dire che in quel che segue c’è un mio vizio di origine, ma ogni lettore è un’identità a sé.)

Detto questo, proprio in forza di quelle differenze sottolineate da Mozzi, penso che se questo libro fosse stato scritto negli Stati Uniti, sarebbe un successo internazionale, quindi faccio tutti i miei auguri a Antonella per questo.

Quel che vado a dire è frutto una relativa differenza di prospettiva, nessuna assoluta, nessuna vincente, io scrivo e sono frutto di una storia – di lettore e di recensore o di intervistatore in trent’anni.  

Sembra quasi un classico del vezzo dire “preferisco la prima fase” quando si parla di una produzione artistica, ma nel mio caso per ora è così. Ho amato “Devozione” e “Prima che tu mi tradisca” (anzi quel secondo romanzo di AL nella sua prima parte e sfolgorante, poi si sente che l’editor einaudiano deve aver messo un freno al travolgente talento dell’autrice)

C’è qualcosa in questo romanzo (che ripeto funziona) che mi restituisce ancora quel “frenato” o ingabbiato. Per mia personale inclinazione, laddove a molti piace la struttura di genere (e ancora i più il genere stesso) che Lattanzi usa, quello di un thriller psicologico, con sottofondo noir (mi piace anche Stephen King citato in ex ergo ma non è il primo romanziere che andrei a cercare, sullo scaffale americano, per capirci, dove ahimè cerco Roth o Oates). Credo che proprio questa ben congegnata struttura limiti il talento di Lattanzi anziché farlo sfogare.

Paradossalmente il romanzo stesso è proprio la storia di una casa che da sogno diventa incubo asfissiante per una giovane donna che deve scrivere un suo libro e si ritrova in dentro una vicenda inquietante, in un condominio che sembrava così bello e invece è sinistro, con una vicenda dolorosa e terribile come cuore pulsante che coinvolge tutto il caseggiato e stravolgerà la vita della protagonista.

La parabole di “Questo giorno che incombe” è a suo modo classica e artistica, la storia che va dall’ heimlich all’ unheimlich, dal familiare al non-familiare o perturbante come nella traduzione ortodossa freudiana. Ciò che è straniante che costituisce sia il funzionamento del nostro cervello quando non funziona o quando chiede di funzionare in maniera diversa lasciando emergere qualcosa dall'inconscio. E qui famiglia è il nucleo generatore dell’estraneazione interna sé stessa.  

Al centro della vicenda c’è come dicevo Francesca, una disegnatrice e creatrice di storie,  che vive a Milano con suo marito Massimo, che fa il ricercatore universitario in ambito scientifico e con il quale ha due figlie, una piccola che ancora non parla vivace e terribile, Emma e una un po’ più grande, dall’intelligenza tagliente, un po’ introversa, Angela.  La famiglia si trasferisce ad abitare a Roma per favorire la carriera del marito, e Francesca lascia il suo lavoro in casa editrice, sperando che libera e facendo solo la mamma potrà anche realizzare il suo sogno, disegnare e scrivere  la storia per bambini che ha in mente, intitolata “Prima del buio”. L’appartamento è in un conglomerato leggermente discosto, autonomo, con un grande cortile, recintato, nella periferia sud- ovest della Capitale, verso il mare, chiuso in sé, perfetto, si chiama Casa Giardino. 

A cambiare il tono dei giorni, a far passare al perturbante sarà un “incidente”. Lo spoiler è diventato un tabù che rispetterò mal volentieri (sorta di dittatura dei lettori). Diciamo che il suo ruolo lo capiamo subito la presenza, anche se non specificato, nelle prime pagine di prologo in cui A.L. parla di un “fatto orribile” accaduto nel palazzo in cui la stessa Narratrice aveva vissuto da bambina. Ora, nel trascinarsi dietro a quel ricordo, che spinge  alla narrazione romanzesca che si avvia dopo il prologo, emerge già il primo tema: come un luogo possa essere abitato da fantasmi, da voci, danneggiare le persone, avere  una sua energia negativa. L’Overlook Hotel di Shining, ad esempio, ma in generale tutte le “villette” degli orrori della nostra cronaca di provincia. “Casa Giardino” è un luogo solare ma che si rivelerà denso di ombre.

Il passaggio verso lo straniante si consuma sul corpo e nella psiche di Francesca, nel suo progressivo de-lirare, uscire dal seminato tranquillo e regolare che si era data, deragliando in modo inquietante perché capisce che il “fatto orribile” sta rivelando qualcosa di ancora peggiore, uno scatenamento collettivo di malvagità. Francesca più cerca di mantenersi lucida, più delira o si sente tale. Colpe, accuse sotterrane, angosce del vivere quotidiano nell'essere madre e affaticata da questo ruolo, il trasformarsi della relazione col marito, i ruoli maschio-femmina, i dubbi sulla propria vita e sulle scelte. Tutto è deformato da qualcosa di maligno, un 'aura nera.
 La conseguenza è però il destrutturarsi psicologico di Francesca, che è reso da Lattanzi con grande maestria, empatia, con una attenzione al dettaglio di una vita, come se fosse esattamente coincidente col suo personaggio e con un ritmo di scrittura coinvolgente e asfissiante al punto giusto.

Rabdomante del dolore altrui, Lattanzi connota con un suo particolare monologo interiore, elettrico e sconnesso, che rimbalza dal bianco al nero come pallina di flipper, il dialogo intrapsichico è reso con un ‘inquietante dialogo con “la casa” (un topos classico dei thriller) come fosse un'entità magica – o forse è solo un super-io. La fantasticheria  si genera dal ritmo di una sintassi emotiva, in un fraseggio molto efficace. La capacità stilistica di Antonella Lattanzi è proprio qui, nel fraseggio e si sente, qualsiasi genere di musica suoni. 

La struttura di romanzo thriller non sarebbe un problema, ma ho l’impressione che anche li ci sia una concessione a punti acuti ma tipici, un certo acme emotivo in salita e poi in discesa e poi di nuovo in salita 8si direbbe: andatura da “puntate” di serie tv). C’è qualche scena fin troppo tirata o con una drammatizzazione che sembra un sovrappeso (non posso fare esempio pe non creare lo spoiler anche se devo dire che purtroppo è diventato il nuovo tabù insopportabile della dittatura dei lettori e spesso  non si riesce a fare una critica dimostrando le cose). Diciamo che verso l’ultima parte del libro e anche nell’ultima pagina ci sia qualcosa di dissonante anche rispetto al meccanismo di genere scelto, un sovraccarico di sapore in un piatto già saporito. 

Le cose buone sono, oltre che nel monologare interiore di Francesca, nella cornice del Condominio, il Moloch ballardiano del vivere metropolitano rispetto alla villetta americana o di provincia italiana. Il Genius Loci negativo, la Sibilla malefica, il lago d’Averno. E’ questo contesto a generare una sua forza, così come ciò che smargina, la città e il suo non essere più città ma nemmeno suburra, a corrispondere un inquietante abitare contemporaneo. Casa Giardino è un non-luogo, una palus putredinis di negatività altro elemento di bravura è nel creare un campo magnetico con questa cornice, che si sente,  nel vuoto che c'è intorno a questo conglomerato, questo satellite staccato della città. La Roma che c'è intorno - che pure non viene descritta moltissimo – fa sentire la sua presenza, è il fantasma nero della città (lo apparento a Lagioia, che ha recensito Lattanzi e tutte e due sono di Bari ma trapiantati nella capitale: che rabdomanzia c’è in queste menti di Levante, cosa captano?) . La città non parla, come fa la casa di Francesca, ma va per cenni (scriveva Barthes che solo due entità fanno accadere cose senza linguaggio, ma solo per cenni: gli angeli e i gangsters, ecco Roma si percepisce come organismo angelico e criminale insieme, omertoso e mafioso che sta intorno, col suo respiro roco e malato, coi suoi incendi come infiammazione del suo polmone marcio).

Qui Lattanzi come per la psiche di Francesca dà il suo meglio, a suo agio nello sfidare draghi di plaude. Paradossalmente il rapporto tra la libertà e il condizionamento e poi tutta dentro la storia anche di Francesca e la sua aspirazione professionale a realizzarsi a produrre a partorire questo libro a cui sta lavorando, si scontra con le difficoltà di essere madre, quindi due parti precedenti che condizionano il terzo parto, a cui si affianca un desiderio erotico e di liberazione. L'eros di Francesca è  restituito al significato greco di conoscenza, di capacità di penetrare la profondità dell'essere umano. Dall’altra parte tira invece quella che Francesca dice essere la “ schiavitù dell'amore di madre” o il super-io della Casa e in questo ritrarre la fragilità di una madre dei nostri tempi c’è un bel tratto del romanziere classico che è sempre un po’ segretamente sociologo ma per analisi singolari.  

In qualche modo Antonella Lattanzi scrittrice la sento come Francesca, cioè la sento alla ricerca di una libertà di scrittura di espansione senza limiti della forza di percezione e di espressione, ma al tempo stesso il suo tra virgolette “amore di madre” per il romanzo, per il mestiere, per il bene dei suoi lettori, la “costringe” a stare dentro dei confini più familiari, ma credo che il talento di Antonella Lattanzi  sia per tutto ciò che è irregolare, opaco, un ribollire psichico e la sua capacità è quella di essere e far sentire l lettore disposto a seguirla fuori dai margini del consueto, in prossimità dell' inavvicinabile, in prossimità del dolore, che è il nucleo del suo talento di scrittrice da sempre.

Qui c’è il meccanismo rassicurante del genere, che forse non lo fa esplodere a pieno, lascia cariche esplosive altrove, portando a quella finale, ma ho dubbi anche su questa strategia.  Forse un po’ l’orientamento arriva dalla scrittura per cinema/serie tv (con cui oggi la letteratura e soprattutto i letterati che scrivono oggi, sono sempre più spinti a fare, anche per mestiere oltre che per adesione convinta a diverso registri e mezzi narrativi. Del resto il monumento vivente di questo crossing è Stephen king per l’appunto il nume tutelare qui).

La qualità letteraria del genere sta nel fatto di abbracciare alcuni elementi ricorrenti e poi saper praticare dentro questi una libertà di invenzione. Sicuramente Antonella Lattanzi lo fa, sono diverse le libertà dentro questo romanzo , pur dentro a quella struttura,  che ha sue leggi narrative già definite. In queste libertà da lettore amante dell’irregolare e del deragliamento del 900, del perturbante e scarto dalla norma,  senza redenzione, vado a cercare la  Antonella Lattanzi migliore.


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