mercoledì 20 gennaio 2021

"M" - L'uomo della provvidenza"" di ANTONIO SCURATI (da Manzoni a Renzi, la Provvidenza non salva mai la sciagura di un Paese Senza)

 


Sono a pagina 500 del secondo volume del grande progetto di Antonio Scurati “M” (Bompiani) dedicato alla storia di Benito Mussolini e del nostro paese attraverso Benito Mussolini, il primo volume era dedicato al figlio del secolo, ora il secondo racconta la fase in cui M. diventa l'uomo della Provvidenza, siamo nella seconda metà degli anni Venti e procinto verso gli anni 30 siamo nel momento in cui Mussolini consolida la dittatura che aveva di fatto inaugurato con la marcia su Roma e poi ribadito col sangue, con l'omicidio Matteotti e adesso arriva a una singolare proclamazione parlamentare della fine del Parlamento. 

Leggo “M” DI Scurati nei giorni di Renzi, Ciampolillo e dell’indecorosa questione del gossip su Renata Polverini (che ha votato la fiducia e subito è partita la violenza della calunnia, ma subito va detto che i giornali in caccia di “clic” ci si sono avventati mettendola in apertura.

Ieri moriva Emanuele Macaluso, un protagonista di una stagione politica che con i suoi grandi difetti, della storia repubblicana, non aveva quelli attuali del chiacchiericcio e dell’impreparazione di una classe dirigente che somiglia ai suoi cittadini e anche a parte dei suoi “mediatori” – si, più di Renzi mi hanno fatto pena ieri due cose: una che ho saputo che ci sono “persone che lavorano nei giornali” che non sapevano chi fosse Macaluso, e vabbè.

La seconda che gli stessi giornali già nella versione web, si sono gettati come avvoltoi sulla notizia del presunto affaire Polverini-Lotti, come se Renata Polverini che è un’acuta commentatrice politica e militante politica di lunga esperienza, benché a me idealmente opposta, non avesse ragioni POLITICHE valide per lasciare il centro-destra, e invece i giornali italiani intanto non possono immaginare una scelta di una donna come una scelta ma sempre qualcosa di “sentimentale” ma soprattutto hanno fatto una cosa vergognosa, raccogliendo le palate di merda che si sono levate dal centrodestra medesimo, e ha spalmato la suddetta merda sui suoi siti in bella vista, a caccia di clic, perché ahimè  - e posso darne testimonianza diretta – la maturità complessiva dell’opinione pubblica online è più o mena quella di un pre-teen capriccioso e annoiato.

(Voi direte: ma ci lavori! E io di sì, ma ci lavoro come mio padre faceva il muratore a Roma: ha iniziato negli anni 50 e si è fatto tutti i palazzi dei Caltagirone ed era tra i muratori che ha lavorato, senza diritti, ma ha costruito tanti palazzi del famoso “Sacco di Roma” fatto dai palazzinari, ma potreste dire a lui che era complice dei Palazzinari? Ecco oggi essere giornalisti come me che sono nessuno (nemmeno un Ciampolillo) è un po’ come essere operaio o muratore e va bene così. Mi pagano e faccio bene quel che mi dicono di fare. Mio padre era poi iscritto al PCI di Macaluso, appunto e di Berlinguer e prima ancora di Togliatti, e la politica serviva a cambiare corso alle cose, ma non serviva che mio padre lasciasse il lavoro. Ma torniamo a noi.)

La crisi di governo con i suoi risvolti, affidarsi all’ “uno-vale-tutto” del solito deputato sconosciuto (i governi che cadono per i Turigliatto e tengono per i Ciampolillo)  mentre la crisi aperta ora non aveva senso (al di là dei suoi parziali argomenti pure comprensibili per esempio essere più decisi col MES)  visto che l’unico che l’ha sposata con vigore oltre Renzi (si sfilano pure i suoi) è Briatore un degno rappresentate della nostra classe dirigente A quando gli endorsement di Pietro Genovese?.

In questo quadro fa impressione leggere “M”  di Scurati (tutto il progetto oltre che questo singolo) perché si scopre che l’Italia ha le sue curiose continuità dentro i cambiamenti (Macaluso è esempio di una storia di grandi cambiamenti)

E’ simbolico leggere questo libro, questa parte della storia italiana, in questo momento mentre il Parlamento italiano del dopoguerra della storia repubblicana è di nuovo per l'ennesima volta appeso alla sua fragilità.

 

 Il secondo volume di “M” racconta di come Benito Mussolini sciolga di fatto meglio faccia, sicché il Parlamento stesso decreti la fine della pur fragile forma di parlamento liberale in epoca monarchica che è quello nato dopo l'Unità d'Italia è consolidato con l'epoca giolittiana e tutto avviene non con clamore, ma con un flebile sospiro (“gli uomini e mondi muoiono in un lamento soffocato qualcosa di molto simile a un frigno”) potrei quasi cedendo ad un istinto popolano grezzo e cattivo che finisce tutto in una scoreggia in questa volgarità di bassa lega pesco il “Mussolini che è in me”, l’istintiva incazzatura nei confronti dell' ennesima Farsa di una classe dirigente inadeguata. Ma esattamente rispondente a quello che un paese senza nerbo senza borghesia, senza cultura ha espresso in questo secolo, ma in generale esprime da un secolo e mezzo, con la sua anomala storia Europea un paese che non ha mai avuto né una monarchia forte, come la Spagna (che pure ha difetti simili ai nostri) né tantomeno una monarchia forte e uno stato nazionale insieme, nel complesso è stata frammentata tra miseria e genio tra grandezze e arcaicità. E così non ha avuto un popolo coeso e non una borghesia.  L’Italia ( è l’anno di Dante Alighieri ) è stata inventata dalle Élite dei Chierici e tali sono rimasti sentimenti collettivi nel bene e nel male, da queste minoranze:  sia quando queste coi loro sentimenti trascinano il Popolo verso il bene come accaduto con la Resistenza (più una guerriglia di minoranza sostenuta dagli americani, che non una “rivolta di popolo”)  sia nel male, quando invece si fa incantare, da Mussolini a Salvini e Grillo – la sua coesione, per paradosso la più fondata la DC che nessun altro in questo paese.

Come Scurati ripercorre, consultando documenti e disponendoli in una sequenza narrativa che nel secondo volume si è fatta più rapida, meno romanzesca, con tessere di un mosaico complesso scandite da capitoli più brevi lo stesso Mussolini in questo libro racconta di questa definizione di una di uno Stato che vuole essere Fascista, che vuole far coincidere l’Idea alla cosa, che vuole – come tutte le dittature totalitarie sognano – la piena realizzazione della rivoluzione. Al di là dei metodi e di questo impianto totalizzante. Se uno Stato maturi la sua identità politica, sia coeso non è cosa malvagia.

Per l’Italia – e questo è il risvolto anche interessante storicamente di questa narrazione che Scurati fa con il progetto “M” – anche un plenipotenziario totale come il Dittatore Mussolini deve fare i conti con la miseria giochetti dei vari comprimari (come Renzi che è una specie di Farinacci) con il torcibudella del compromesso, con la complicazione del “particulare” italico, con la corruzione le clientele, i favori, le ruberie, con la falsità.

Anche Mussolini, scrive Scurati, deve confrontarsi con quella che è “la materia umana scadente, Il popolo di adulatori e mugugnatori, di delatori accaniti diviso tra calunniatori esaltati e calunniati avviliti, con gli avidi faccendieri con questi famelici servi, con questi infoiati precari del presente assoluto che consumano ogni giorno come se fosse il primo degli ultimi.  In vista del domani servirebbe innanzitutto una classe dirigente, ma per crearla bisognerebbe fidarsi degli uomini e tu non ti fidi”.


Così scrive Antonio scurati Rivolgendosi a un tu- Mussolini dal punto di vista di un “io” narratore-narratario e in questo tu che forse potrebbe essere la voce del narrator-Scurati che la usa, anche se in apparenza potremmo attribuirla a un discorso indiretto dell’Io-Mussolini, dal cui punto di vista delle carte e del personaggio Scurati ha composto questo suo grande affresco.

E’ questo l’elemento letterario interessante di un libro di non-fiction che tuttavia usa gli strumenti della finzione narrativa per sottolineare alcuni elementi della Storia rapportabili anche all’oggi, facendo a volte fare a Scurati delle considerazione di amaro realismo, quasi sferzanti e ciniche, anche se velate sotto una plausibile immedesimazione ma solo di tipo letterario  (scrittore-personaggio) con M. (affiora qua e là un tono Indignato che lo rende anche simpatico un burbero ma realista, insomma un moralista che guarda orizzonti più lontani e per questo si sfastidia degli inciampi delle miserie qui e ora).

 Ma la cosa più strana è che qualche volta si ha l’impressione che pure Mussolini lo sia, un uomo che guarda lontano (le considerazioni sulla demografia sono attualissime, noi abbiamo sempre considerato retorica il dare figli alla Patria, ma il problema era reale, specie se confrontato come già fa Mussolini, con la Cina)

Mussolini stesso sembra non poterne più della sua Italietta, ben conscio che lo sia. Anche Mussolini sembra intrappolato nelle pastoie nostrane da strapaese,  che si è illuso di domare, illudendosi di poter creare sulle macerie di un mito una Storia nuova e invece è chiuso presente assoluto delle bottegucce del caffè, della commedia goldoniana infinita, delle baruffe,  in cui gli italiani sembrano sempre imprigionati senza mai riuscire veramente a fare un passo avanti decisivo, questi italiani che sembrano sempre il popolino sottomesso ai Borboni al papato al centro e alle monarchie europee nel nord Italia. Questo popolino sottomesso a Mussolini questo popolino sottomesso alla Democrazia Cristiana e sottomesso a Berlusconi e poi illuso da Salvini e Grillo, incapace di rivendicare veramente una rivoluzione e di praticarla.  Anzi sempre si china a 90 al vincitore di turno in apparenza proclamando i valori di una rivoluzione, in realtà sbrigando dietro le quinte affarucci, per intascare più valori più soldi più prebende più raccomandazioni più favori possibili giocando punto sulla corruzione diffusa e continua. E così neppure Mussolini uomo della provvidenza riesca a fare nulla, che sempre la Provvidenza è la scusa per non fare nulla, come quella di Manzoni, che non è mai risolutiva non ha mai risolto la storia, neppure quella dei singoli (Renzo e Lucia non sono vissuti felici e contenti sono rimasti senza Idillio e i soprusi sono continuati). La Provvidenza affonda con padron Ntoni del Verga, perché è la morte, la rovina ha colpito la sua famiglia, non l’ha risolta col fascismo perché la rovina del Fascismo la conosciamo tutti e perché quel che lo portò a corrodersi dall’interno, per certi aspetti ancora dura, oggi, nel nostro tempo di Renzi e Ciampolillo, di Grillo e Salvini, di D’Alema e Turigliatto, Bertinotti e Meloni e Berlusconi ecc. ecc. una gran rottura de. Fine.

 

 

 

GIORGIO FALCO "Flashover" (Einaudi). L'incendio del Gran Teatro del Capitale, dove il debito è la maschera di una colpa (o viceversa) e che sempre risorge come Fenice

 


Parlare di “Flashover” di Giorgio Falco con fotografie di Sabrina Ragucci (Einaudi, p. 193, E. 19,00) non è facile perché si tratta di un testo che sfugge alle classificazioni, con la presenza delle foto a dare moto centrifugo a una “rinuncia al romanzo” esplicitata. La scrittura si concentra sui fatti, ripercorrendo la singola vicenda, dell’“incendio a Venezia” del teatro La Fenice che fu causato dall’azione di due persone. Questo evento, tuttavia, diventa nel libro parte di un conglomerato di realtà, interconnesse ad altri fatti, che creano una sorta di zona di senso di tutta un’epoca (tra i ’90 in cui accadde e l’oggi). 

Falco partendo dalla vicenda criminale, procede per episodi, riflessioni, divagazioni, allusioni, connessioni che chiamerei allegoriche. Esplora il materiale dei verbali d’inchiesta, ma poi mostra un più ampio ‘incendio del capitale’.  Falco è uno scrittore con una sua specifica ricerca che porta avanti libro dopo libro, da anni, dentro la materia e la prosa del mondo, ma a me sembra ragioni con i procedimenti associativi di un poeta. Anche il riverbero semantico della parola del titolo dice di interconnessioni nel sistema di vita produzione lavoro. Flashover nel gergo tecnico dei vigili del fuoco è il punto di non ritorno dell’ignizione. Dieci anni dopo i fatti, la crisi mondiale del 2007 fu causata dall’enorme numero di prestiti e mutui che furono accesi agli americani, molti erano subprime, a cui furono connessi titoli su cui altri americani investirono. Il fallimento prima di un istituto di credito divenne un incendio totale, in borsa si bruciarono enormi capitali e andarono in fumo i risparmi di molte persone.


Dentro questa semiosfera dell’incendio, del debito e della colpa, sta anche la vicenda della Fenice. Falco fa perno sui fatti accertati dai processi: l’incendio fu appiccato da due elettricisti, Enrico Carella, titolare di una piccola impresa, insieme a suo cugino, Massimiliano Marchetti, dipendente della stessa ditta, perché non erano stati rispettati i tempi del subappalto loro concesso (dalla ditta vincitrice, quella del padre di Carella, Renato, il segno di un familismo amorale dentro quel sistema produttivo). Carella figlio, per evitare di pagare la penale, già indebitato di milioni (di lire ancora) con parenti e banche, ma non per investimenti nel lavoro ma per comprare macchine e scarpe di lusso, decise di dare alle fiamme il teatro, pochi giorni prima della scadenza, il 29 gennaio 1996, simulando un incidente, per annullare di fatto lavori e scadenze, con la complicità del cugino. 

Altre connessioni, casuali, ma che si portano dietro scie di senso: ad indagare e scoprire i colpevoli, è il magistrato Felice Casson che aveva indagato già sul neofascismo, su Gladio e strage di Peteano. Le indagini sull’incendio lo fanno passare dal Veneto del neofascismo anni ’70 al Veneto della piccola impresa, anni 80 e 90, dentro cui era nata la nuova destra di stampo leghista. Oppure: i tre minuti di tempo con cui il fuoco della fiamma divenne incendio viene ritrovato in una lunga serie di tempistiche tipiche di performance produttive. 

Falco pagina dopo pagina accumula elementi e tira fili matassa del reale, al centro è ancora una volta, come per altri libri precedenti, la realtà e l’immaginario intorno al lavoro.  Carella è solo un elettricista ma si fa imprenditore solo per la regalia paterna del subappalto, a lui interessa “fare i soldi” più che fare cose, ama soprattutto spendere, oltre le possibilità è una nuova razza padrona Falco la osserva e ne restituisce l’identikit profondo, dove resta l’enigma della banalità del gesto dalle conseguenze enormi (oltre cento miliardi di danni). 

A quello alludono anche fotografie sparse nel testo, dove c’è un corpo anonimo, maschile che indossa una maschera banalmente simil-carnevalesca, anonima, di fattura cinese. La maschera enigmatica del vuoto sociale dietro un mondo, un sistema che dalla piccola impresa dei Carella tiene i fili con il sistema del Capitale mondiale. 

Il Flashover del sistema può e deve essere compreso tuttavia come fanno i periti durante le indagini (il loro lavoro anonimo e colto, al servizio della verità è l’opposto anche etico dell’ideologia degli sghei dei Carella) che ricostruendo con esattezza scientifica i tempi di ignizione, capiscono che i colpevoli erano tra chi lavorava dentro il teatro. Flashover, come scrive Falco, “identifica la nostra condizione contemporanea” dentro cui stanno tante cose collegate a questa singola gioventù bruciata nel consumo e nel danno di Carella – ma non ribelle come nel film di N. Ray, non quella dei poeti incendiari futuristi che volevano bruciare Venezia. Carella si adegua, l’implosione è nel debito e nel consumo eccessivo, per il resto è figlio soccombente davanti al padre (vero “Padrone”). Fare ditta per lui è status è maschera sociale, come la BMW o le scarpe costose, e stare da superiore di fronte ai pari. Assume infatti il suo parente sfortunato (e diventa “cugino padrone” come Falco lo chiamerà per tutto il libro con ossessività quasi comica) ma per vantarsi della misera nobiltà che è il fare ‘ditta’. In verità, alla fine, è di fatto un raccomandato, che ottiene vantaggi solo per familismo, e non sa né vuole lavorare. Del lavoro da muli del Nordest, che dà tanti sghei, Carella junior vuole solo gli sghei

Nell’ingordigia del consumo e del prestito insolvente, sono i "Carella cugino padrone" a preparare negli anni 90  il terreno alle macerie del capitale globale del 2007, indifferente alla storia della sua gente (come la dice romanticamente Edoardo Nesi indifferente alla cultura del lavoro, come la canta cinicamente Trevisan)) 
Carella è un imprenditore del consumo,  sfrutta i risparmi e li brucia (dei genitori, ma soprattutto fidanzate multiple con un singolare casanovismo bamboccione e parassita). 

La sua fuga finale prima della cattura nel puerto escondido della mediocrità occidentale di Cancun è segno di una dismissione, nella vita in vacanza, a specchio di una vacuità umana radicale dentro cui il flashover che genera rovina è sempre in agguato, in un’epoca che sembra aver bruciato i ponti, sia avanti che dietro di sé.

 

 

 

 

 

 

UNA COSA CHE AVEVO SCRITTO E CHE NON DOVEVO SCRIVERE (su Daniele del Giudice e Bobi Bazlen ne "Lo stadio di Wimbedon")

  Coerentemente con l'oggetto dell'omaggio (Daniele Del Giudice e di rimando Bobi Bazlen fantasma inseguito e protagonista del suo ...