martedì 15 dicembre 2020

PAUL CELAN. A cento anni dalla nascita, riemerge l'inedita autoantologia italiana. Con nuova traduzione

 


Il 23 novembre 1920 nasceva a Czernowitz o Cernauti, Paul Celan. Oggi Ucraina, ai tempi la città faceva parte della Bucovina rumena (dopo secoli di dominio asburgico tedesco) annessa nel 1918. Nel 1940 fu invasa dall’Unione Sovietica e l’anno dopo la Romania alleata di Hitler, si riprese la Bucovina e sotto il dominio nazista perseguitò i cittadini ebrei, tra cui Paul il cui cognome era Antschel (Celan, il suo nome d'arte assunto nel 1947, è l'anagramma in ortografica rumena, Ancel) e i suoi genitori che moriranno per mano nazista. La città natale di Celan tornò poi all’URSS dopo la guerra e oggi, dopo lo smantellamento post-1989, è in Ucraina. A cento anni esatti dalla morte, dunque, il secolo che oggi celebriamo nella sua poesia è il controcanto o meglio “l’antiparola – come la definì lo stesso poeta - che si oppone a quell’epoca dei lupi (per dirla con un poeta a lui caro e tradotto, Osip Mandel’stam) che fu il secolo XX, coi suoi milioni di morti e che “ingoiò” generazioni di poeti. Facile allegoria della condizione esiliata di Celan poeta, questa sua terra di nascita, una non-patria attraversata da molte lingue, dal tedesco della famiglia ebraica (con l’ombra dell’eredità millenaria della diaspora) al rumeno al russo, e poi il francese, il portoghese, l’ebraico fino all’italiano, che Celan, in questo studioso di romanistica, approfondì per la sua traduzione in tedesco di Ungaretti. Il legame con l’Italia ci porta a questa raccolta: “Paul Celan. L’antologia italiana” pubblicata da Nottetempo per la traduzione e cura di Dario Borso (p. 219, euro 12,00). Non è il legame che per i poeti della lingua del Goethe che celebra Il “paese dei limoni” (anche perché Celan era lontano da quel canone classicista e cercava un’altra lingua sua, tedesco, ma antitedesco, nel senso diversa dal tedesco poetico del canone dei suoi carnefici). “Antologia italiana” è il titolo scelto da Dario Borso per questa raccolta che riproduce (e ritraduce) le 48 poesie che lo stesso Celan scelse per un’antologia di Mondadori che doveva essere realizzata negli anni 60. 


La vicenda editoriale italiana si intreccia questa nuova traduzione e Borso ne dà conto nell’introduzione a cui rimandiamo. Diciamo solo che Celan aveva accettato di compilare una lista di poesie dopo che Vittorio Sereni che lo aveva contattato nel 1961. Quell’antologia alla fine non si fece, Sereni lasciò la direzione Mondadori nel 1975, e nella collana “Lo specchio” uscì poi nel 1976 un’antologia ma con una selezione diversa da quella fatta da Celan, tradotta da Moshe Kahn, che però era stato quello scelto alla fine da Celan, un anno prima di suicidarsi, dopo anni di rifiuti opposti ad altri (Marianelli, Bevilacqua e poi Masini). Quella lista però esisteva. Nel 1964 dopo un incontro con Sereni a Milano, Celan mandò l’elenco delle 48 poesie. Borso ritrovando negli archivi (Fondazione Mondadori e Schiller Archiv) tracce di questo elenco di poesie, le ha ritradotte per dare anche un’idea di poesia di Celan, diversa da quella “svolta verso Thanatos” di quei giorni, come scrisse Giuseppe Bevilacqua – a cui poi Mondadori sotto la direzione Colorni affidò nel 1998 la traduzione e cura del volume “Poesie” de “I Meridiani”.  Borso rispetto a Bevilacqua dà una diversa interpretazione, oltre che la sua traduzione, che da non germanista, posso solo leggere (Celan scrisse della sua traduzione di Mandel’stam dal russo: “a essa spetta la funzione che, fra le tante, rimane primaria per ogni poesia: quella del puro e semplice essere disponibile”). Più interessante, anche leggendo in Italiano, la vicenda del poeta in  quel 1964, la vitalità ritrovata ancora  sotto il segno di Eros, la scrittura di testi, tra il 1963 e il 1965, compresi in “Svolta di respiro” poi uscito nel ‘67 ma che  – nelle lettere alla moglie Gisele e al figlio Eric  – definisce “quanto scritto di più denso finora” e come “una svolta” nella sua carriera,  vista anche con “orgoglio”. È quindi un clima anche psicologico diverso da quello di morte e progetto di suicidio descritto da Bevilacqua (Celan a un certo punto decise di non leggere più Todesfuge per non essere identificato solo con quel testo). Certamente il suicidio arrivò, sei anni dopo, forse concluse una lunga fuga di morte che lo spingeva come un vento, ma Celan fu anche un poeta che combatté  l’oscurità che gli veniva imputata (proprio nel ‘64 la stroncatura Frankfurt Allgemeine Zeitung in cui lo si accusava di usare “metafore peggio che azzardate” ferì molto Celan, proprio perché non si riteneva incomprensibile per scelta, la sua intenzione, in tanti scritti e discorsi dichiarata, non era chiudersi nell’enigma e nel dolore, ma parlare all’Altro, verso cui “si dirige imperterrito”. Il poeta dialoga da un angolo singolare certo, soffre e ancor più se dentro una lingua “ammutolita” come era il suo amato tedesco dopo l’orrore e le tenebre del nazismo diventava “dissolta” nei suoi testi. Ma fu irritato dallo stigma di Adorno (non si può più scrivere poesia dopo Auschwitz): Celan, che il nazismo lo aveva subito sulla pelle, ne scrisse e di grande, ripartendo  da quell’ammutolire per passare con la poesia “dal suo Orami-non-più al Pur-sempre” , seppure in una lingua e forma attualizzata. Il poeta è solitario, ma la poesia è in cammino verso “l’incontro” scrive ancora Celan. A volte è un “colloquio disperato” e tuttavia le metafore, le immagini servono ad offrire all’Altro una percezione – e in quell’attraversamento dello spazio dall’Io-poeta all’Altro,  il poema nella lettura sigilla il tempo storico in cui avviene. La poesia non è comunicazione rivolta a un lettore, facilitata da semplificazioni, è più simile a un naufragio: “un messaggio nella bottiglia gettato a mare nella convinzione – scrive ancora Celan – che possa approdare su una spiaggia”. Tuttavia lì troverà chi vorrà fare lo sforzo non semplice del salvataggio e dell’ospitalità:” Non concepisco altra poesia che non sia la stretta di mano” è un’altra delle sue frasi famose - e non c’è bisogno di tradurre o spiegare questa metafora.

 

 

 

 

Nessun commento:

Posta un commento

SOGNI, FAVOLE SCRITTE, VITE PARALLELE, SPIRITI. (Su "Due vite" (Neri Pozza) e altri libri di Emanuele Trevi

  Avevo scritto molti appunti, poi abbandonati, su "Due Vite" nel maggio del 2020, dopo averlo subito comprato, come faccio con tu...