martedì 15 dicembre 2020

"IL DONO DI ANTONIA" (EINAUDI) DI ALESSANDRA SARCHI

 


La maternità è da sempre un business. Ben prima che lo diventasse con il mercato degli uteri in affitto nei paesi poveri ma prolifici, a vantaggio di un Occidente ricco e sterile. Generare un figlio nelle culture della colpa e del dio unico, padre padrone di un amore infinito, significa da subito aprire un registro del dare e avere. Tanto ci viene data la vita, nutrita col corpo di latte, protetta e svezzata, tanto la madre che lo fa anche senza volere si aspetta di avere indietro – nonostante la mitologia delle maternità votate alla dépense assoluta  – altrettanto amore, cura, riconoscimento. 

E’ un business che Freud per primo ha analizzato e il mercato è quello dell’identità attraverso l’investimento di amore e colpa.
Antonia, madre cinquantenne di Anna, ragazza adolescente che soffre di anoressia, inizia a capire, anche grazie al confronto con altre madri come Alice, Sara, anche loro con figlie che soffrono dello styesso problema e conosciute in un gruppo di auto-aiuto, che c’è qualcosa che non va nell’amore. Il tentativo di capire il punto della vita in cui “qualcosa è andato storto” – come dirà a un certo punto Antonia – le porta a volgere indietro l’indagine, al momento in cui forse qualcosa della loro crescita come donne si è formato quel complesso di identità, corpo femminile, desiderio di libertà che le riguarda e che hanno riversato sulle figlie, trasportato forse ereditato inconsciamente da un passato di generazioni.


E’ l’ambivalente potere dell’amore, dello stesso innamoramento totalizzante che la madre prova verso i figli ciò che mina la relazione (rischiando di deformare d’ora in avanti tutte le loro relazioni) . Antonia di è data anima e corpo alla crescita della figlia, travolta e persa nei suoi  occhi di essere umano generato, come un innamorata, ma “Era forse da quell’innamoramento che era scaturita la malattia?” si chiede Antonia a un certo punto, mentre Sara e Alice,  rievocano il loro passato di figlie, i rapporti con i genitori, i coflitti, a volte i lutti. Forse un trauma, forse un dissidio del passato lascia la sua ombra, si trasmette, si dicono seguendo alcune ipotesi della scienza recenti. Forse però non è il passato visibile, narrato,  ma – secondo alcune teorie neurobiologiche accennate da Alice – il non detto,  i traumi delle generazioni più lontane. Perché c’è qualcosa di più profondo della Storia, delle relazioni parentali, dei dissidi culturali tra genitori e figli, divenuto anche conflitto di valori, politico, divisione del mondo, in queste tre donne nate negli anni 70, a cavallo di grandi trasformazioni sociali,  che hanno avuto madri e padri che hanno attraversato il 900 della liberazione dei corpi e delle soggettività.  

Non è solo la Storia, per Alice, Sara  e soprattutto per Antonia, che si porta dietro un peso che emergerà nel corso del libro. C’è una cosa più importante e indecidibile e che perde il “contatto con la complicatezza di essere una persona intera per ritornare a essere un corpo e basta, e poi nemmeno piú quello”. E’ proprio la possibilità naturale – ma anche il potere – di dare vita.  Nuda vita, si potrebbe dire con una formula di  successo della filosofia. Nudo chi genera e chi è generato. E’ in quel punto  dell’essere che inzia una genealogia di solo dare e avere, se iscritta nella storia fatta di ruoli, poteri, famiglie e dunque interessi. LA vita è più indietro, ed è da quel punto cieco e senza organi, senza aggettivi, senza derive, forse perfetto come un uovo, ma forse più ancora perfetto come un vuoto, che noi siamo originati, da lì veniamo. Questo vuoto però è anche una vertigine.  

 “Da dove veniamo?” è la domanda chiave di questo romanzo , lo fa senza tesi ma seguendo con una precisione millimetrica e a al tempo stesso naturale, ogni sfaccettature, l’evoluzione interiore di Antonia , delle sue amiche, così come della figlia Anna che si sottrae al rapporto ma al tempo stesso è presentissima. Tutto sembra complicarsi con l’innesto di Jessie, giovane californiano che si ripresenta da un passato fino ad ora solo ipotetico e che imprime una accelerazione alla coscienza di Antonia. Jessie ha ventisei anni ed è nato dall’ovulo che Antonia, studentessa in California dopo la laurea, aveva donato a Myrtha, più grande come una sorella maggiore e  che l’aveva portata a un punto di consapevolezza che forse come donna, figlia non aveva ancora. Ora Jessie ha deciso di cercarla, ma chi è quel giovane uomo californiano? Un figlio?  Oppure come si ripete Antonia “i figli sono di chi li cresce, chi li educa, di chi li ama?” Dopo quel dono, Antonia aveva rotto tutti i rapporti con Myrtha e David, il padre di Jessie, e quell’ovulo erarimasto fantasma, un vuoto una manque, un’esistenza ipotetica, un figlio possibile che tuttavia non viene dal futuro, il tempo che in genere si associa ai figli, ma dal passato. Qui il romanzo di Sarchi raggiunge una complessità densa e ricca di spunti, anche interrogando una posizione di potere femminile che c’è dentro una posizione sociale di genere storicamente svantaggiato, tutto senza mai perdere la forza narrativa naturale (anche il romanzo, come la maternità è un ambivalente risultato di artificio e naturalezza).

Se da un lato tutto il racconto è sbilanciato sul piano del femminile nell’oscillazione della maternità come ambivalente ( prigione, obbligo sociale confine della donna dentro il perimetro della famiglia;  oppure grande potere delle donne medesime, che plasmano un essere dal nulla) con Jessie si affaccia un figlio che rivela la dimensione maschile.

Un giovane uomo che se da una lato non è scialbo e quasi sfondo come le figure dei due padri (Paolo e David, non per debolezza della scrittura di Sarchi ma perché il maschile non è più centrale nella questione procreativa,  grazie alla tecnica – dalla pillola alla procreazione in vitro), dall’altro esprime da subito la sua condizione vitale di disperso, lasciato dalla sua ragazza Allison e scosso dalla rivelazione della madre. Sul principio Jessie non si raccapezza, la sua identità vacilla: “ Il passato ondeggiava, mosso dall’inconciliabilità dei ricordi e di quanto Myrtha gli aveva appena rivelato, il futuro gli pareva azzerato, senza Allison.” LA mancanza, la manchevolezza che si era sempre  sentito dentro, forse parte in quanto figlio e maschio, di quel “do ut des” che è la maternità, ora esplode. L’aver avuto in dono la vita e l’amore e il dover essere di una restituzione che lo faceva sentire sempre in debito, alla rivelazione di essere figlio di Antonia e non di Myrtha, lo sgretola: sente di essere fatto di  “pezzi diversi “ma contenuti in ogni caso da un vuoto ormai aperto come un abisso di mancanza e al tempo  stesso propulsione. E’ lì in quel vuoto che la sua identità si svuota di passato, non vede il futuro. Chi sono,  da dove vengo diventano allora prima di ogni storia, discorso,  “una questione di  carne prima ancora che di pensieri, con tutto quello che d’inesprimibile e di oscuro la carne si porta dietro”.

Qui Sarchi lascia che si intraveda un punto di contatto tra Jessie e Antonia nel non avere contatto, nel corpo come questione dirimente della biopolitica, non solo per le donne: quand’è che io sono io, e dunque ‘mio’  o mia? Forse quando capisco da chi provengo? O forse quando – come fa nel moto contrario l’altra figlia Anna – mi libero e liberato da ciò che sono gettando via anche l’amore che mi impone ciò che devo essere? Quando vado a ricongiungermi al corpo della madre o quando lo nego?

Lo stesso vale per chi genera: la responsabilità dell’amore è già un’ipoteca di interessi che poniamo sulla testa dei figli come un giogo? E forse allora il vero gesto di amore disinteressato che genera persone e non solo figli è stato il dono americano di Antonia, che di fatto si è concretizzato in un abban-dono. O meglio un lasciarlo quasi come un colono, alla deriva di un continente sconosciuto.
Jessie sente prima lo spaesamento, spodestato da una storia famigliare, lo sente anche fisicamente, perché la sua vera madre è letteralmente di un altro continente, di un’altra lingua – anche se  lui ha imparato l’Italiano, perché Myrtha ha sempre voluto tenere i legami, seppur ipotetici con la sua genesi. Dapprima sta immobile in uno spazio fermo e irreale “come doveva essere stato fermo e irreale il momento in cui Antonia aveva deciso di fare il suo dono, come doveva essere stato fermo e irreale il momento in cui le due cellule si erano incontrate nella trasparenza del vetrino”. Poi si decide nell’attraversamento di quello spazio e dall’irreale e ipotetico, si presenta, rivendica l’esistenza, una sorta di “ privato habeas corpus”, un rivendicare il diritto di esserci, corpo filiale, ma altro, separato, non sottoposto alla totalità (a rischio totalitarismo) della  cura, che a volte è pure dominio.  La sua esitenza in carne e corpo rivela ad Antonia che “ la gravidanza che ha voluto e vissuto è stata un cedere parti di sé prolungato” ma cosa cedeva e per liberarsi da cosa? Forse proprio dalla paura di lasciar andare l’altro da sé, come sé dall’altro, tanto ache la dedizione di cura svezzamnto e crwscita per anna sono prigione. Jessie invece è totalmente figlio suo, senza esserlo. Senza essere passato da quell’ambiguo potere di  chi non ha potere storico, che sono le madri.  Antonia è cresciuta “tra i totem della maternità” le dice Paolo, p resenza discreta e solida seppure relegata all’angolo, “ma forse ne hai paura”. E Antonia sente ora in  sé la trasfomazione “essere madre ti fa sentire grande non solo perché hai generato una creatura che prima non esisteva, ma anche perché hai attraversato la morte, ne hai sentito la vicinanza. L’hai fatto non per te, ma a favore di un altro. E questo ti fa credere di avere dei diritti, di avere un potere.” Essere madri, per una donna, sconta il paradosso di essere detentrice di  un poter ben superiore – genera la  Vita che è qualcosa di più che la Storia, da cui pure le donne sono storicamente escluse o tenute ai margini dal potere maschile. Ma a sua volta proprio quello che comunemente è definito un gesto di puro amore – dare la vita – si rivela un potere assoluto sulla persona generata, a partire dalla parte esteriore dell’identità, che è il corpo, somigliante per forza di biologia. E’ proprio questo il primo rifiuto che compie chi smette di mangiare, cancellare il propri ocorpo, infrangere quello specchio di somiglianza, rigettare la sessaulità femminile e il suo connaturato elemento riproduttivo. Così fa Anna, come le altre ragazze e antonia, che pure con la sua azienda di produzione id cibi biologici, il suo allevamento di animali che crescono “in modo naturale”, non è riuscita nel tentativo di crescere sua figlia in modo altrettanto naaturale. Ma esiste un “modo naturale?” o non è tutto fruttodi Storiaconvenzione cultura e duqnue ancora una volta potere?  Jessie è un figlio fuori dal corpo della donna che ne è madre. La tecnica di riproduzione artificiale genera un passo di cnsapevolezza. JEsise è figlio del vuoto,  ma stavolta la manxxanza non è un precipizio, un’amputazione, bensì agisce storicamente nela trasformazione “ ciò che non vedi è l’assenza o lacuna che ha creato quel movimento” si rendeconto Antonia. Nel suo essere dilaniata, incerta, fragile, Sarchi mette in azione un’indecidibilità etica su quale sia la strada giusta, lascelta migliore. Essere madre o non esserlo, costrizione o emencipazione? Potere o mancanza di potere, per una donna? Dilaniata dalla duplice spinta della sua maternità tra Jessie e Anna, Antonia sembra quasdi pronunciare un dispeerato “io sono mia” privato : “Che volete da me, vorrebbe dire a entrambi: a quel figlio che non è figlio e a quella figlia che non vuole esserlo; che volete ancora da chi vi ha dato la vita, e ora non è nemmeno piú sicura che ne sia rimasta per sé, che sia avanzato un po’ di desiderio.” La resa alal sua imperfezione, con anna, passa attraverso il paradosso per cui una figlia mata e cura ora la rifiuta e questo figlio-non figlio, ababndonato quando era solo ovulo, ora la reclama. “non c’è garanzia nel sangue” si dice antonia, ma non c’è mai forse. Non c’è nessuna garanzia che l’amore dato sia reso con l’interesse come è tipico diquelal contabilità che il romanticismo e ilcattolicesimo hanno mascherato col nome di “amore” facendone una costruzione letteraria e mitologica di un  sentimento che se si fa discorso, allora è solo per essere letteratura. L ostesso pianto, scoperto per caso nelal madre di antonia e poi provato una volta adulta, che le donna hanno ad ogni mestruazone conclusa è ambivalente desiderio di una restituzione con l’interesse di quella vita che fluisce nel sangueche, lavato via, finito in unassorbente, sembra solo una spreco. Invece è proprio lo spreco, il dono incosciente senza interesse che aveva generato il figlio che ora sembrava resitutire in modo altrettanto disinteressato un amore non rischiesto. Indicibile e in fondo irrazione era dunque la speranza, e se un figlio rappresentava l’utopia o la speranza, generarlo doveva essere un atto senza coscienza, senza illusioni, univco modo per evitare che fosse la fondazione di un potere. Dar vita a un figlio come atto di necessità o come atto del caso? il gesto di Antonia di donare senza pensare troppo, il suo ovulo a Myrtha, è un attimo perfetto: “Un dono in fondo non è mai una necessità, e forse nemmeno una responsabilità”.  Nel fare un figli consapevolmente c’è una responsabilità enorme, della sua esistenza, del suo futuro. Non è solo paura per il figlio, ma paura DEL figlio stesso, che ci inchioda a questo impegno e forse propri oer questo la volontà di dominarlo, di falro a nostra imamgine esomiglianza di amrlo totalmente diventano una necessità di sopravvivere a quelterrore. Ma stavolta è un figlio che non è un figlio – e Myrtha una madre che non è una madre -a d aprire antonia la strada,verso una consapevolzza. Come lafiglia anna cedeva via il suo corpo per liberarsi dalla stretta materna, solo ora che Antonia con Jessie ha potuto vedere il frutto futuro del suo aver ceduto parte di sé stessa, col suo ovulo, ora antonia matura un idea diversa del dono, non come sacrificio che implica sempre una restituzione (è lo snodo centrale delal reazione di Dio all’amore di Caino, che gli offre in sacrificio degli agnelli, ritenuto da Dio troppo implicitamente interessato a volere dietro quell’oferta un ritorno di amore da Dio, così come aveva fatto per abele). Solo liberandsi della maternità, di ogni sua idea, pensiero, responsabilità, una donna  può ritrovare il suo esere genitore dentro la storia, indipendnetemente dall’esserlo naturale o meno, alzando lo sguardo verso   un percorso di futuro, magari anche  verso un punto luminoso, ma generato da una lacuna, da un punto cieco, che ha tutavia  la forma perfetta di un vuoto che ha la forma perfetta di un uovo.

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