martedì 15 dicembre 2020

DAL POPOLO AL POP E RITORNO. TOMMASO LABRANCA, UN LABORATORIO DEGLI ANNI 90 PER CAPIRE L'EVOLUZIONE DEL POPULSIMO IN CHIAVE MEDIATICA

 


“Non te lo sei meritato Tommaso Labranca! ”. Fatemi iniziare con una provocazione: Michele Apicella si rivolgerebbe così all’avventore qualunquista e populista di un bar di oggi, 2020, il quale direbbe (anzi dice, basta andare nei bar ) le stesse cose qualunquiste sugli italiani che “stavano bene a pascolare le pecore!” del suo omologo comparso in Ecce Bombo.

. Avrebbe avuto ragione Apicella, se questa scena fosse realmente accaduta (o girata)  perché naturalmente l’avventore non avrebbe meritato l’intelligenza luminosa che Labranca utilizzò per difendere quel tipo di persone.

L’avventore nulla avrebbe saputo dello scrittore che più aveva difeso quel segmento sociale nel mirino di Apicella/Moretti e che genericamente oggi chiamiamo popolo o massa o pubblico ecc. E tuttavia, per quanto Labranca si sia schierato contro gli snob a difesa e a appassionata interpretazione dell’estetica televisiva del dopoguerra nella quale egli stesso era cresciuto, è finito per diventare autore di nicchia, colpevolmente dimenticato però anche dal segmento più colto e cool, ovvero anche da tutti quelli che oggi usano (a sproposito) le sue formule estetiche.

Arriva dunque al momento giusto il libro di Claudio Giunta “Le alternative non esistono. La vita e le opere di Tommaso Labranca” ( Il Mulino). Chi era l’autore di libri come “Andy Warhol era un coatto” o “Estasi del pecoreccio “pubblicati da Castelvecchi a metà ani 90,  o del più noto “Chaltron Escon” pubblicato da Einaudi? chi era l’autore di programmi Tv, tra cui il più famoso ”Anima mia” di Fazio in cui Labranca era anche in scena? E chi era l’infaticabile produttore di fanzine, riviste, articoli, pubblicistica di ogni tipo, commissionata, commerciale  o underground, originale e marginale insieme? Era un scrittore. Totale. Un autore che esplorava il mondo della “popular colture” tra Tv musica e cinema, con lo strumento della scrittura, tenendo in background i canoni della cultura alta, senza farne Verbo o Pre-Giudizio, usandoli come strumenti seri per oggetti estetici presi con serietà seppur affettuosa e bonaria.

come  avrebbero fatto i critici d’arte con le opere, le ri-creano. Labranca fece questo. Raccontò ma forse ri-creò, nella posizione di uno scrittore che descrive una “commedia umana” - l’Italia trasformata dalla Tv. Che era un paese-senza la consapevolezza di essere quella trasformazione. Come accaduto attraverso la letteratura (e questo Giunta lo sa meglio di tutti in quanto  studioso della storia delle opere e degli scrittori dal Medioevo a oggi) la “lingua italiana” si formò senza che esistesse una realtà geopolitica e sociale chiamata Italia. L’unità del regno e poi il Fascismo fecero solo i primi passi, il cammino verso il “paese Italia” si fece però con la repubblica, la democrazia e la Televisione.

Un paese ancora in gran parte illetterato, non scolarizzato, era già all’ascolto dell’italiano standard di Mike Bongiorno nel 1954 e solo nel 1963 sarebbe arrivato il compimento della scuola obbligatoria. L’Italia si trasforma ancora negli anni 60 (dalle “pecore” all’Italia “industriale” direbbe l’avventore) ma  passati conflitti degli anni 70 è la scolarizzazione media di massa e la Tv che prendono forma nel “paese senza” degli anni 80. Con gli anni 90 la parabole è al culmine, con  Berlusconi che da leader dell’Immaginario Tv divenne politico attraverso la tv.

Giunta fa una simile partizione

 

Labranca raccontò tutto questo ma dal basso e dall’interno. Scrisse libri, fece tv, radio, articoli sui patinati.  Poi complice una parabola anche umana tormentata, un carattere difficile, una reale originalità da “cane sciolto” da ogni ambiente – scivolò nell’ombra, fino ad essere non solo poco ricordato, ma anche, finché vivo, poco ingaggiato a scrivere, dunque a guadagnare, mettendolo in difficoltà, alla soglia dei 50 anni in una neo-precarietà simile a tanti trentenni degli anni zero che tuttavia nulla sapevano di lui.  fino a morire all’improvviso a 54 anni in un torrido giorno d’agosto nell’hinterland milanese di Pantigliate dove da sempre abitava, vicino alla sua famiglia, immigrata dal sud che in quella suburbia del milanese si erano stabiliti negli anni 60. Fu noto – ma la formula gli restò attaccata – come il teorico del “trash” ovvero di tutta quella produzione popolare di canzoni, programmi, film ecc che tuttavia non va tradotto con “spazzatura” benché il termine quello significa.

Labranca  lo scelse apposta, partendo dal dato che per la società colta, impegnata, snob, tutta la produzione pop era tendenzialmente da buttare, per ribaltarlo o quanto meno per cercare una terza via dell’estetica tra Bello e Brutto. Labranca creoò concetti, un pensiero e poi  una definizione celebre (per lo meno tra chi come Giunta lo ha amato dai libri e chi come chi scrive lo ha anche conosciuto e interpellato più volte in radio su  questo) del “trash”: era un’ “emulazione fallita” di un vero mito d’oggi, emulazione del Pop-Mito. per capirci, Little Tony che ovviamente imita Elvis Presley, ma ben consapevole che non  vuole imitarlo per raggiungerlo, ma solo emularlo fino a dove gli è possibile rassegnato a non farcela, ma anzi, in quell’imperfezione non essere solo “copia” di scarto, ma fondarci la propria identità: Little Tony pur essendo evidente che imita Elvis, è dunque esattamente  solo Little Tony.

Se da un alto è un fallimento che produce anche effetti comici o grotteschi (e in questo Labranca riprende l’osservazione della tipologia umana dei “mostri” nell’accezione del suo maestro, Dino Risi, dall’altra proprio come Risi è umanamente  empatico con quei social tipi, anzi di più: rispetto a Risi, esponente di una intelligente borghesia colta, Tommaso Labranca ne E’ PARTE di quella umanità popolare. I

l mito che si aspira a imitare finisce poi per diventare un’ombra nello  specchio. E Little Tony è felice di essere  Little Tony. Labranca è con lui, come lo sarà con Orietta Berti di cui divenne amico, scrisse una biografia, adorandola, per la sua semplice accettazione di una medietà perfettamente coincidente col mondo che voleva esprimere. Quella di una  società contadina che si stava emancipando con il lavoro e la piccola impresa, omologandosi convinta ad un modello piccolo borghese, aborrito dagli snob, ma vissuto come una vittoria sulla fame e sulla povertà da chi ne era parte in causa – e Labranca pur senza studi, da figlio di immigrati pugliesi, padre gommista, divenne autore della Tv e scrittore.

Il suo lavoro sul trash descrive la musichetta dell’ascensore sociale. Continuavano ad esistere anche delle differenze, non c’è dubbio, complessità che la produzione colta ha alle spalle  un background estetico, mentre invece la produzione del rock, della tv, della canzone melodica non ha alle spalle nulla, esiste da sé, nasce acefala e orfana,  e poi l’industria culturale la fissa in un supporto fisico e diventa “opera”.

 Quello che contava nel giudizio per Labranca tuttavia è come veniva fruita e la reazione estetica che produceva nel soggetto che percepisce un’opera. Il valore della produzione scritta di Labranca, ci suggerisce Giunta, è di essere stata prodotta da una posizione in cui tutte le forme estetiche, popolari o della tradizione colta si intrecciavano in modo “poroso” senza sbarramenti di pregiudizio. Era l’ibridazione, il melting pot dell’immaginario. Senza immaginare un mescolamento di alto e basso semplicemente perché quella geometria non c’era  Questo perché la produzione estetica è stratificata, molto dipende dal contesto, dalla capacità di recepire non solo la Cultura Alta, ma anche un prodotto pop di cui si conosce e capisce la presenza e si finisce per fruire il più rassicurante e nostrano prodotto – con parole d’oggi Little Tony è pop a kilometro zero. Labranca non fu solo questo, fu molte altre cose. Va detto che il libro di Giunta anche se non vuole essere né una bio/agiografia, né un risarcimento postumo, in un certo senso restituisce la complessità del pensiero che potremmo definire sociologico-iconologico di Labranca che forse unico ha saputo leggere i fenomeni del suo tempo sottraendoli alla dialettica brutto/bello o Alto/Basso. Ma anche sottratta alla facile enfasi populista reazionaria che si nasconde dietro il Fantozzi ribelle alla corazzata Potemkin. Così come solo il Villaggio che frequentava i cineclub nella Genova degli anni 60 insieme a De André e coltivava la novelle vague poteva scrivere quella battuta, così solo Labranca da  Pantigliate, nutrito di Tv in Bianco e nero rai  e poi colorato Fininvest, poteva scandagliare il “barocco brianzolo” con un sentimento doppio, di serietà iconologica ma anche di appartenenza a quel contesto che poi quei mobili li aveva in casa. E tuttavia oggi anche lui potrebbe essere ascritto ai radical-chic perché mai si sarebbe arreso alla semplificazione. Il pop del popolo secondo  Labranca è complessità è ricchezza è apertura

E’ questa la funzione Sordi che Apicella vedeva in termini semplificati, e oggi viene rivendicata da destra proprio nei termini semplificati ma erronei di Apicella. Labranca avrebbe invece esaltato il valore complesso della funzione Sordi ,scrive Giunta che citando Labranca dice “nessuno dei personaggi di Sordi avrebbe mai espresso un concetto tanto grezzo e lapidario come quello dell’uomo con cui discute Apicella nel bar. Sordi , scrive Labranca è un Suchender, ovvero qualcuno che cerca qualcosa, che aspira a una condizione di vita diversa.

Il popolo di Labranca è biograficamente quello di chi si è mosso, messo in cammino e salito sull’ascensore sociale, pur con i suoi difetti e limitazioni. Il popolo di Salvini è quello che si siede col culo sulle sue radici padane che non vuole altro che difendere ciò che è senza alcun desiderio rivendicando un’italianità statica che è il contrario dell’italianità dinamica che portò il paese alla veloce emancipazione e crescita. Salvini difende gli italiani e il loro pascolo, Labranca sta col popolo che azzarda farsi moderno.

In qualche modo nella seconda parte della sua vita un’involontaria nostalgia di quella pulsione avventizia, messianica sarebbe stata un riflesso nelle pagine di Labranca, così come un’infanzia fata nel mondo del bambino consumista felice, momento di una felicità spontanea nel consumare come nell’essere che il Neoproletariato perderà, facendosi adepto della Eleghanzia, mentre quella felicità monodimensionale nell’aderire al consumismo senza contraddizioni Labranca la rivedeva nei suoi vicini rumeni. Perché esiste anche un età dell’oro del consumismo, che rigettala nostalgia agreste di Pasolini, che non fa epopea dell’emigrazione ma è felicemente incastrato nei “tempi felici” della fine degli anni 70 inizioanni80, mentre poi si son infognati in una fissità da coazione a ripetere le tre Effe la trinità totalizzante della loro vita, Fitness fiction e fashion. I neoprletari imitano i costumi delle élite economiche, le élite economiche si omologano proletari in un “contagio alla rovescia” come lo ha descritto Walter Siti.  Sia i neo proletari imitatori dei costumi dei benestanti, sia i ricchi contagiati dallo  stile neoproletario televisivo (il tamarro da grande fratello, per dire)  sono quelli  tutti che assieme stanno in coda “all’evento” sperando  di essere in lista, trafficando per avere un pass “all areas”.

Il mondo di Labranca è parallelo e contiguo anche fisicamente al contesto in cui viene alla luce quel che divenne poi suo amico, lo scrittore Aldo Nove, nella comune Brianza, negli stessi anni – e per lo stesso editore, però romano, Castelvecchi (Giunta racconta di episodi di incontri e omaggi reciproci).  E forse in generale si può dire siano complementari, forse Nove era lo scrittore che Labranca riuscì ad esser così come Labranca è stato il teorico, il fenomenologo sistematico del mondo che condivideva con Nove e che lo scrittore di Viggiù ha espresso con i suoi personaggi, ma mai con una riflessione meditata come quella di Labranca, quasi sistematica, con capacità saggistiche diciamo ‘corsare’.  Labranca fu uno scrittore- saggista originale anche perché era biograficamente in posizione inedita rispetto alla media degli studiosi, degli intellettuali, dei giornalisti che si occupavano di tv e costume sociale, anche quelli che più si atteggiano a cool, pop e rock, ciò che stava succedendo in quegli anni 80 e 90 era qualcosa di inedito che non poteva essere letto ne con la sociologia o l’antropologia del 900, neppure quella come Eco (che scrisse di Mike Bongiorno ma degradandolo a mediocre rappresentante della medietà di messa Italia). Ciò dipendeva dalla posizione biografica 8e dire biopolitica) in cui si trovava Labranca  he come altri “ci stava dentro” quel contesto in cui il trash emergeva accadeva veniva consumato (magari però scritto da autori ancora appartenenti al coté colto).

E’ in quella posizione in cui  e in qualche modi ci siamo ritrovati noi (qui devo per forza passare al personale perché il personale è politico e pure estetico e sociologico)  che venivamo  da famiglie di contadini inurbati con la quinta elementare  siamo riusciti a studiare. Labranca – che era refrattario agli ambienti – scelse di non studiare all’università ma seguì scuole lingue che gli permettevano anche di essere onnivoro lettore di stampa e libri e di fatto di essere molto più up-to-date, senza tirarsela come gli uptodate che sempre ostrano di voler fare il passo emancipatori fuori dal loro modo d’origine (Eugene de Rubemprè ne “le illusioni perdute” di Balzac, altro eroe di provincia che però rinnega sé stesso per far parte del beu monde) Labranca no, resto sempre a Pantigliate, e seppure divenne un certo punto pagatissimo autore del programma rivelazione della terza rete, fu sempre bastian contrario tanto da perdere anche quella posizione – più che perderla gettarla via – I libro di Giunta ha il merito di ripercorre tutto questo con il rigore (qui è l’anima del docente della Normale) dello studioso che ha fatto una accurata ricerca filologica di tutta la disseminazione, la depense labranchiana. Ricostruendo l’originalità, il modello anomalo di scrittore, anche ripercorrendone l’importanza della vita, non solo delle opere perché se c’è un tratto centrale è appunto che questa novità della realtà di massa anni 80790 e di essere materia di formazione esistenziale e fisica, di formare il materiale l’immaginario dei corpi sociali che crescevano in quegli anni. LA musica pop, i video giochi o la tv era innanzitutto una reazione psichica e fisiologia, erano risposta del corpo al medium erano quella che dekerkove – aggiornando i suo maestro McLuhan – chiamò proprio in quel primi anni 90,  la pelle della cultura su cui il medium esercitava quel massaggio che era di fatto un  cullare entro cui sempre più nasciamo e siamo nati (nativi digitali oggi rende questo essere da sempre corpo mediatico e non a caso alla fine l’evoluzione dei media non è il “touch” non è lo schermo sfiorato con la pelle de dito?). La tv parlava prima al corpo che alla mente in questo sta la sua forza senza conoscere la quale non si capisce e si disprezza la fruizione televisiva.  Labranca ne costruii in fieri un’idea e ne comprese e descrisse lo “spirito” attraverso un vivere in prima persona e con sincera passione di fruitore-tra-i-fruitori quella sua fenomenologia  di oggetti estetici che preludeva a una diversa etica del contemporaneo. Rileggere il libro di Giunta è allora uno squarcio sulla possibilità che avremmo avuto di capire meglio l’era Berlusconiana e anticipare quella del populismo tra Salvini e Grillo (altro “eroe della tv “ anni 80 e 90 non a caso, e non a caso i due leader di sinistra e destra Salvini e Renzi furono alla corte proprio di Mike Bongiorno. Là dove alcuni vedono qualunquisticamente una grado culturale zero dei Labranca fosse stato tra noi avrebbe visto la complessità di quella coincidenza. Ci manca, mancano dagli scaffali le sue opere. Come Averroè per Aristotele, se ne può capire l’importanza attraverso questo saggio di Claudio Giunta che ha messo la stessa partecipazione nel ricostruire la vita e le opere di Tommaso Labranca e illuminare il valore e con esso aprire anche uno squarcio al suo tempo che è il nostro passato prossimo, siamo nativi trash, anzi noi dovremmo rivendicare con orgoglio non passatista, ma con quellla inattualità nietzschiana dirompente e critica di un passato che diventa ombra di una gestazione di futuro di essere nativi televisivi

 

Perché Giunta unisce le sue due anime (il docente universitario, studioso di medievistica e il background generazionale di chi alla soglia dei 50 anni è cresciuto in un mix di  letture scolastiche, poi universitarie, cartoon giapponesi, musica rock, televisione,  cinema e altri miti d’oggi) per scrivere un libro che restituisca a Labranca il valore di saggista, di interprete del suo tempo, di osservatore della società italiana nel suo specchio di elaborazione pop (la Tv, la canzone, la stampa popolare) ma nella sua singolare, ortiginale e nuova posizione, ossia di chi ha affinato (seppure in una formazione eclettica) la capacità di capire i fenomeni di massa, di sapeli leggere realmente per quel che sono, ma per la prima volta non “accostandosi” a quella massa, anche s con attenzione (lo scrittore che “va verso il popolo” come scrveva Asor Rosa o l’Umberto Eco di alta borghesia piemontese e medievista che “si interessa” di fumetti e legge Linus) ma essendone parte. Nell’antica querelle tra chi sta con la gente e chi sta su una torre d’avorio, che ancora oggi è viva sia nelal versione populista italian sia nela versione amercana con Trump, Tommaso Labranca era altro. Aveva gli stessi strumenti raffinati se pure eclettici e autodidatti , di chi era colto, ma aderiva con istintiva e innata passione all’oggetto delle sue intepretazioni. Ebbe però uno strano destino, fu il primo a capire che la soicetà italian stava cambiando, scrive articoli e poi libri publbicati da Castelve

 

 

 

 

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