venerdì 3 luglio 2020

SANDRO VERONESI "Il colibri" (la nave di Teseo)

 

Quella di Marco Carrera, medico, marito, amante, giocatore d’azzardo, poi nonno, poi fondatore di vite altrui lasciando la propria,  è una vita di trasformazioni, raccontata dall’inizio alla fine, ma proprio questa sequenza biologica è l’unica lineare, ma per certi aspetti – nel destino che dopo di lui prenderà la sua discendenza biologica con la figlia Greta e poi l’arrivo della nipotina Mirajtin -  anche la biologia fa dei salti e non solo nell’evoluzione. La biologia fa anche la storia, del resto le civiltà stanno lì per risponder alla vita e alla morte.

I salti li fa esplicitamente anche la struttura narrativa con cui Veronesi dispiega la vita di Marco Carrera sovvertendo l’ordine cronologico della narrativa tradizionale, con quarantasei capitoli, con titolo e anno, scompaginati, come fossero dei racconti brevi. In realtà è la vita unica e molteplice di Marco Carrera, spaginata come ci si racconta a un amico, si comincia anche un po’ casualmente da un fatto e poi si legano gli altri.

 

Sullo sfondo forse Cortazar e la struttura de “Il gioco del mondo/Ryuela” ma qui non c’è casualità, perché in realtà poi un “destino” in qualche modo c’è, ma è del tutto inaspettato. Inoltre l’abilità narrativa di Veronesi fa siche benché la sostanza sia quella di un racconto borghese dell’Italia dal dopo guerra a oggi e oltre oggi, I singoli capitoli presentano un evento, lasciandoci una sensazione per certi comportamenti che poi nei capitoli successivi – quando leggiamo dettagli che ci illuminano su certe parole dette accennate – allora comprendiamo meglio e cambiamo il giudizio sui personaggi così come lo cambiamo più volte sullo stesso Carrera,

Marco Carrera è un “boomer” come lo chiamerebbero I ventenni. HA iniziato a vivere in un secolo, che a sua volta era radicato in quello precedente –babyboomer figli di genitori che nati nei primi decenni del secolo, erano stati educati secondo I valori di genitori nati nell’800. E tuttavia fu un secolo-razzo. I nati tra la fine degli anni 50 e la metà degli anni 60, che hanno avuto questa sorta di infanzia con ombre d’antico, sarebbero cresciuti come Marco Carrera, vivendo e sperimentando sulla pelle tutte le continue e rapide trasformazioni culturali, sociali che stavano esplodendo, specie fuori dai nuclei familiari. E Carrera, come tutti, è cresciuto in una scia di velocissimo progresso e mutazione antropologica, dovendo fare molti errori e molti salti di adattamento. (Considerate quanto la vita sia cambiata tra il 1890 e il 1990, considerate quanto invece immobile sia il trentennio 1990-2010, specie se osservato in Italia: il berlusconismo (politico e ancora di più culturale)  sembra sempre di vivere in eterni anni 80 e chi era piccolo nel 94 ha visto Berlusconi che è ancora qui, mentre chi  era piccolo nei primi anni 60 ha visto Togliatti e poi 30 anni dopo non c’era più nulla non solo del leader del Pci, ma di tutto il Comunismo).

A mio avviso questo romanzo è anche l’epica immobile e mobilissima (colibrì) di una generazione gettata nell’acceleratore storico. Conflitti, novità, ma anche sparizioni. Nella vita di Marco Carrera ci sono lutti personali, ma il sottofondo è anche di una luttuosità del 900 stesso della sua grande idea che ha un nome. Utopia – o speranza.

Da qui la sua reazione, quella del Colibrì, che come gli spiega Luisa, è colui che in tutto questi mutamenti, sta saldo, ma non radicato, sta sospeso in volo in una frenesia che alla fine produce quel rimane fermo in equilibro sulla vita che se ne va, sul mondo che muta.

 Carrera nasce da una famiglia di origine che – questa pur borghese e colta – teneva più alla facciata che alla sostanza, e poi I cambiamenti nell’identità di genere maschile, lo slittamento ambivalente nelle relazioni amorose e sessuali. Un matrimonio dilaniato dalla follia della moglie Marina. E poi I lutti,  lutti o gli strappi (un  suicidio della sorella, la separazione dalla moglie, la distanza litigiosa col fratello, la perdita di una figlia ) a cui Carrera reagiva ancorandosi a passioni, legami che erano “tradimenti fatti di lunga fedeltà”  (il primo amore Luisa, mai lasciato realmente, sempre ritornante a più ondate, ma poi anche il gioco d’azzardo, quasi inevitabile per chi si è dovuto adattare a una continua perdita e a tante incognite, per cui come Pascal, di volta in volta si scommette sulla vita).

 LE amicizie, come con l’amico XXXX poi diventato iettatore di professione (una citazione pirandelliana che Veronesi esplicita in nota, che forse ci dice di un parallelo tra il quadro di destabilizzazione morale che gli anni ‘60 hanno portato in questa “pace occidentale” italiana, che fu non di minore impatto di quella che l’inizio del XX secolo portò con sé dalle scoperte scientifiche, alla psicanalisti, fino poi alla crisi della guerra)

Frammentata per capitoli in sequenza a-cronologica, il romanzo focalizza anche alcuni personaggi secondari ma importanti e con una loro bellezza autonoma (dallo psicoanalista della moglie che lo avverte della pericolosità del disagio psichico della donna, alla figlia Adele, convinta di vivere con un filo attaccato alla schiena come tenuta da una forza celeste, che poi la richiamerà a sé precocemente. È una famiglia allargata, una micro-comunità, che permette a Veronesi di costruire un romanzo-costellazione, abbandonando il flusso o la trama.

Di fatto ci sono tante storie, e anche una certa avventurosità esistenziale di Carrera, ma  è interessante vedere come narratologicamente l’organizzazione strutturale del romanzo, rompa i nessi per il lettore che deve ricostruire ogni volta I fili, con una conseguente alterazione del meccanismo di immedesimazione come anche della sua capacità di giudizio, perché il pathos si interrompe e viene meno la possibilità di poter interpretare  I meccanismi di causa e effetto, in senso diacronico. Ogni vita è contenitore di più vite, ma anche con espansioni generative senza linearità temporale: via via che apprendiamo I vari frammenti di passato, dopo aver letto altri capitoli di anni successivi, riformuliamo continuamente l’identità dei vari personaggi, dunque la vita, il carattere dei personaggi è dato – a noi lettori che lo creiamo nell’atto di leggere – sia da esperienze passate che future.  

Tenendo conto che Carrera è uno scommettitore, il Narratore qui è abile distributore di carte e le sequenze qui da un alto sembrano gettare nel caos, dall’altro il lettore deve fare il suo gioco e con Carrera trovare una ricomposizione. Veronesi è abile in questo a distribuire indizi (e suspence) così I lettore deve trattenere la memoria delle carte uscite – come a tresette o poker – per poter poi avere uno sguardo d’insieme. Del resto, l’effetto è di anticipazione e flashback continui che paradossalmente costringe il lettore a tenere presente in mente tutto l’arco storico dentro il quale si svolge la vicenda, che va anche oltre il presente, agganciandosi al futuro 2030. E questa è una scelta che dà significato alla fine della vicenda umana di Marco Carrera che tuttavia non finisce - e infatti la fine non è il finale. 



 Pur non essendo in primo piano, la non-linearità della narrazione consente di ampliare immediatamente l’orizzonte del racconto sull’asse temporale. Su tutta la vita che è oltre la vita di uno, così come in ognuno di noi sono sepolti in tanti. Il tempo è una dimensione interiore, il romanzo è la coscienza di una voce collettiva che agisce nell’eroe e con l’eroe.  “Colibrì” sembra adattarsi bene a quella forma di romanzo polifonico elaborata da Bachtin, in cui ogni voce di personaggio è in una continua interazione dialogica, in cui la soggettività dell’eroe è in realtà una intersoggettività. E così il romanzo “ci parla”, non essendo solo di Veronesi, né la voce di Carrera, ma anche noi come lettori in fondo siamo chiamati a fare da spettatori interagenti dentro questa continua disseminazione, fata di rallentamenti, accelerazioni o flashback tra passato e presente per questo rimuginare che crea continuamente dall’interazione una coscienza che si trasforma col mondo che a sua volta si trasforma.

 Non è un caso che molte parti di questo romanzo sono lettere o mail a distanza (lettere fra Marco e Luisa, la donna con cui egli intrattiene un pluridecennale amore epistolare e platonico, lettere di Marco al fratello Giacomo sulla gestione dell’eredità dei genitori, alla fine anche una lettera a Marco della nipote. Mirajtin, nome giapponese che significa, emblematicamente, «uomo del futuro»), che è proprio per statuto una forma di scrittura dialogante e vocativa. Inoltre le lettere e le mail, sono sì degli snodi tra un episodio l’altro, ma sono anche “azioni scritte” dei personaggi che non scrive il Narratore in senso teorico, e restano nel tempo, sono delle tracce di prolungamento del tempo “della vicenda” – di Carrera in questo caso, della sua vita – ben oltre I giorni n cui quella mail o lettera viene scritta (per un attimo domandiamoci: come ha fatto il narratore a venirne in possesso? In ogni caso, esse sono cose presenti, ma anche passate e future, un po’ come tutta la materia di questo romanzo. L’immobilità come cavalcata nel secolo, questa è la storia di Colibrì-Carrera, l’uomo che ha iniziato a vivere prima di lui e continuerà a vivere dopo lui. Tutto questo materiale contribuisce a creare ricordi e pensieri ma è il lavoro della mente con molte stratificazioni che vaga nello spazio del tempo che è tra un prima di noi e un dopo di noi.

Chi sopravviverà a Carrera – così almeno sembra – potrà in futuro giovarsi della sua memoria, ciò che rimane solidamente di una vita dissipata. E alla fine tanto più saranno gli errori, le perdite, le mancanze fatte in vita da Carrera tanto più la materia della vita e del suo senso sopravviverà in memoria, oltre lui. Il suo battito d’ala che prolunga il fruscio ben oltre l’interruzione del volo.
. Questo vale per tutti: per Luisa, l’amante (in più sensi) mancata; per Giacomo, il fratello (in più sensi) fuggito; per l’ex-moglie Marina, già ex-miss Slovenia, sopravvissuta alla menzogna e al dissesto mentale; per la sua seconda figlia, Greta, nata in Germania, ma ben disposta a riallacciare i legami con l’Italia. E soprattutto per la nipotina di Marco, Mirai in, nome giapponese che significa, emblematicamente, «uomo del futuro»: miracoloso concentrato di virtù e di bellezza che illumina le pagine finali come un pegno di riscatto.


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