giovedì 9 aprile 2020

MARIA BORIO "Trasparenza" (Interlinea)


1 . CORNICE VUOTA
“Trasparenza” è l'ultimo libro di poesie di Maria Borio (Interlinea, 2018) misura la forma e la condizione di possibilità di uno sguardo sul mondo, come fa da sempre ogni poeta, con la novità non più accessoria ma a fondamentale dell’esperienza digitale.
 L’uso della tecnologia personale è Erlebnis, condiziona la percezione del mondo. Impossibile per un poeta oggi aggirarla. La città, la guerra, il deserto interiore, delle relazioni, la perdita di fondamento metafisico, la solitudine del singolo individuo collocato in un mondo affollato e brulicante, sono tante le esperienze di choc che il singolo essere ha affrontato nel corso di un secolo e mezzo di vita della modernità metropolitana e la poesia è stata la parallela e spesso anticipatoria testimonianza artistica di questa mutazione.
Oggi l’esperienza di straniamento, forse di choc, benché seducente e non apparentemente dirompente, è quella digitale, legata alla protesi Smart del telefono cellulare che ridefinisce quel rapporto tra società e lirica, Maria Borio ne disegna una sua raffinata e complessa poetica, che come molte altre della modernità, in questa era postrema, continua a procurare choc. E a mettere in discussione la poesia stessa. I primi versi di “Trasparenza”

Osservate, chiedete non alla forma
ma fuori a tutto il resto cosa sia,
questa scrittura o le unghie esili,
le biografie anonime o le parole anonime.
Mi dicono che può essere forma questo libro a schermo
dove vedi vite in frammento o luce stupita.

La forma è lo schermo come una casa azzurra


Là dove l’io specchiava il mondo nella sua coscienza, dando una forma straniante di quella dialettica, oggi l’universo concentrato, ridotto e specchiante dell’immagine di noi è nel quadrato del cellulare. Palco, quarta parete di noi. Casa.
 Le implicazioni e soprattutto le rifrazioni sono notevoli.  L’io al cellulare e l’io-poeta davanti alla pagina bianca sono nella medesima posizione, chini.

Come “l’Autoritratto entro uno specchio convesso” del Parmigianino, il  soggetto nella posizione di “io” è dentro  l’esperienza che è al tempo stesso di riflessione di sé (il selfie ) viene vissuta contemporaneamente a un’altra esperienza parallela di estraneazione da sé   – come scrive Borio in uno dei primi versi del primo testo :  “la coscienza si stacca” e come uno “specchio” sopra di noi ci vede “come punti che galleggiano in una piscina”. Siamo puntiformi fluttuanti.
 Chini sulla nostra stessa liquidità contenuta in una cornice.  L’io è condensa e vapore, aggregante e dispersiva insieme, che allargandosi oltre la interrelazione di soggetti che interagiscono in rete – è la novità di questa introversione estroflessa, guardare sé che si espone ad altri, nell’ “etere”, nel “cielo”, tutte parole che ricorrono in “Trasparenza” molto spesso ) .

Sono punti di uno sciame dentro la stessa nube (cloud). La cosa è determinante per tutta una serie di correlazioni con la nostra esperienza del mondo, nella sua globalità. Se un’ombra di falsificazione possibile c’è sempre, va detto che non si può non considerare ormai le esperienze digitali come reali, una terzietà reale, una realtà  aumentata, ma insomma qualcosa che c’è e  che non si può ridurre e rompe lo schema duale del soggetto/oggetto. La protesi digitale della nostra percezione multipla.
È qui che la poesia di Borio esce da una tradizione della “lirica”, senza voler cadere nella scia di una maniera sperimentalista,  ma cerca la sua strada di scrittura come ancora una sorta di sperimentazione speculativa, verso il polimorfo. Elemento che si riflette nell’ andamento paratattico e fraseologico , adottato nei versi dei testi lunghi e articolati.

2 - RIFIUTO DELLA SOGGETTIVITA’,  PER UN SOGGETTO IN ESPANSIONE

“Trasparenza” , una raccolta di poesie con un impianto di poetica, che adirittura sembra avere alle spalle un’indagine fenomenologica che struttura iun'idea di Individuo, anche un individuo che non voglia proclamarsi “il soggetto”, un Io che voglia ritirarsiritira dalla predominanza affermativa, ma che comunque anche nella sua spoglia singolarità, accumula esperienza, maceria di un "Sé".
Non può non farlo, perché tutta la tecnologia va verso il predominio della monadicità narcisistica e bulimica di un “sé”. Non c’è spazio per il no-io. Anzi, l’io è nell’esperienza di un’esposizione permanente di sé, che non può non dire, né non condividere.

Al tempo stesso, non c’è affermazione di certezza di verità in ciò che l’io percepisce, è un io-esausto incapace di credere in sé nonostante si ovunque il suo tic narcisistico. Alcuni versi di Borio,  “scrivi e sai / che il vetro non riflette la persona” e così la “parola scrive” ma è un “riflesso”, è detto in uno dei testi di questo denso libro. Così tutto deve riadattare le proprie categorie a questa evanescenza immateriale di un io che è talmente in overload di percezione che appare come una folla di altri, presenti tutti in quel minimo quadrato luminoso di pixel in cui ci specchiamo pensando sia mondo:

Riflesso è dire noi – come svuotarsi.
Forse la parola perfetta quando degli altri
vogliamo di noi propagazioni, farli esistere

puri, vetri in cui riflettere noi”.

 Così I testi di Borio proseguono, in un clinamen di riflessi, rifrazioni, rimbalzi a-logici, vetri, liquidità, fotogrammi, e poi l’umanità. Noi “siamo “il vetro su cui le storie aderiscono”, ma come un pulviscolo di impermanenze, una catena e una mise en abyme di “scene”. Non c’è dubbio che il teatro della poesia di Maria Borio è la mente, camera del corpo.

La stessa progressione versificatoria procede per versi lunghi, in alternanza, tra – a volte – doppi ottonari, quindi dal ritmo più definito a poesia in prosa – o prosa in prosa – o schemi più novecenteschi del verso libero in differenti metriche, ma in coesa tensione ritmica e fonetica. Sequenza di frasi a fare una nuova “prospettiva” che si inserisce in quella tradizionale del paesaggio attraversato in treno o aereo, questa pure è un ‘esperienza del soggetto (più classica) che ridefinisce il valore della stessa realtà attraversata o percepita. Trovare una nuova prospettiva del soggetto contemporaneo, questo il punto (ci torneremo alla  fine).

3 – UN NUOVO SE’, NELLA RETE DI SGUARDI

La realtà attraverso il digitale è una diversa trasparenza da quella della prospettiva (restiamo nella tradizione  di Piero della Francesca, citato nel libro,  presenza in uno spazio di paesaggio e contesto mentale di un'appartenenza) in cui tuttavia l’io sempre col suo sguardo sembra di voler penetrare. Alla generale tensione speculativa, se ne aggiunge  una che è un classico delle situazioni allegoriche con cui i poeti modellano la forma del loro sguardo, quella dell’Eros.
Nell’esperienza digitale, come per la poesia, la chiave dell’Eros è fondamentale per il dire “io” del sé, con aura dell’impalpabile, del fantasmatico, della sessualità. Corpi, pelle, intimità, amore, parole. Ma cosa è, oggi? Forse una “trasmissione del niente” – Scrive Borio  - ma proprio per quel valore di terzietà, essa  trasuda di sensualità, sessualità, intimità :“la vita che vogliono rubare/bianca è nuda”.
Per la forma di Soggetto  che si aggrega in questi testi, nella spirale  personal del mezzo, attorno al quale il soggetto anche fisicamente si china, si avvolge intorno come fosse un nucleo, un cuore pulsante e al tempo stesso attraverso la visione  l’esperienza è neuronale, puramente percettiva,  e prende il posto della discesa agli inferi cittadini che hanno fondato la definizione lirica della soggettività in epoca moderna: nella rete sono I nostri “passages” e i volti di sconosciuti incrociati sui social sono le/i  “passanti” baudelairiani del nostro tempo: 

A volte la strada diventa lo stesso spazio interiore
nuca della città.

 Il flaneur ora “surfa”   in un etere, un oceano di distanze, attraversato da geometrie invisibili di relazioni, che in questo loro essere come fantasmi trovano un punto di resistenza ai “ritmi” del mondo, alle sue impossibilità.
 Il fantasma è il “profilo” di un’identità iconica che in immagine o in video attraversa gli spazi, cattura la nuda vita. Il sintagma è filosofico, ma qui possiamo estenderlo a quella immateriale vicinanza illusoria dei corpi, che nello spazio virtuale però genera sensi di intimità realmente sentiti, fisicamente, vissuti als ob fosse sesso, forzando I limiti della relazione io-tu, in quella distanza si è più disposti a denudarsi:

Per il momento che separa la notte
Restavi allo scoperto nell’erba alta e azzurra.
gli occhi la scrivevano in qualche spazio
e l’obiettivo della macchina fotografica la catturava
nuda e magra: qualsiasi vita che voglia apparire.

Ma se la fotografia ha una funzione di prolungamento della memoria, l’esperienza del digitale, dello scambio parola-immagini in contemporanea, nel digitale l limiti di spazio-tempo,  va oltre e innesca direttamente una coscienza di sé, meglio del “Sé” attraverso il corpo, solo se questo innesco arriva dallo sguardo dell’altro, il Sé prende corpo, potremmo dire, solo dallo sguardo dell’altro che tuttavia non è come per il ritratto o la fotografia, conservando un’immagine di noi dilazionata nel tempo.

Ecco prendendolo come metafora,  nella nudità intima degli scambi digitali a distanza non c’è solo l’eros, c’è una dimensione della conoscenza una ridefinizione della conoscenza di sé e dell’altro, in una doppia valenza fondativa e dissolvente, da  materialismo intimo e esibito, e insieme pura, evanescente, superficie. 


I am here to be judged

la sentenza dell’epigrafe l’ho letta
fra i tanti in un profilo. Potreste avere la stessa età,
potreste dire che a volte la donna si esibisce
non per vanità ma per procreazione (..)

 Più in generale , nell’immagine di un “profilo” , offerta agli altri per essere guardata, c’è la mutazione antropologica in atto,” in quei volti la specie  avanza” si tratta di un proliferare quasi di “procreazione” – la spinta sensuale anche in questa dimensione di “esibizione” – che sia nudità o volto  - rientra quasi dentro una “legge di natura” come scrive Borio.
L’esperienza dell’uso massiccio quotidiano, intimo e sociale, del digitale personale, arriva in uno stadio storico in cui le soggettività, dentro il modello globale metropolitano, faticavano a sentirsi presenti, soggettività con un destino, ad avere insomma una cittadinanza nell’esistenza.
 Nella società di massa globalizzata, nella distanza dai poteri, nella difficoltà di poter affermare I propri diritti, ma anche nella continua sollecitazione a “essere qualcuno”, poter dire “io sono” e io sono qui è molto difficile. Esserci è una continua sconfitta nella dissolvenza di un’opaca anonimia di massa.

 Ecco dunque l’uso del digitale – io comunico il mio esserci qui, la mia immagine a te, a voi ( sia esso selfie condiviso in una cerchia di amici , sia esso a volte nell’intimo privato spedire la mia immagine nuda,  “sentire” nel corpo nel momento in cui ricevo il ritorno della reazione fisica dell’altro alla immagine inviata,  come se-als ob toccasse  la pelle, il  corpo stesso).
Questo uso compensa il depotenziamento dell’esserci, del contatto con sé stessi (che avviene in un rapporto o in una comunità). In un’epoca che aveva de-materializzato le nostre soggettività relegandole in una massa, paradossalmente quel che potrebbe sembrare estrema dematerializzazione (il digitale) ha la funzione di tentare il contrario.
 “Moriremo guardati” era il titolo di un libro di Mario Benedetti, scomparso da poco. Viviamo guardati, esistiamo finalmente, se guardati, qui sembra dirici Borio. Al temine di un secolo in cui – come testimonia anche la poesia – è stata la privazione del soggetto, il suo annichilimento uno dei marchi distintivi, il “Sé” – e di fatto l’io – si riprende spazio e respiro, non tanto nel narcisismo di una moltiplicazione dell’immagine, quanto nella reazione che gli psicologi chiamano “cenestetica”, ovvero quella che fa riferimento alla sensazione generale relativa alla visceralità interna della nostra attività vegetativa.

Tra il puro dello sguardo e l’impuro dell’immagine tecnologica, non c’è il corpo, ma c’è una crepa, tuttavia non siamo nella tradizione culturale platonica in cui l’immagine è solo un’ombra;  qui invece per l’esperienza di un soggetto, l’immagine dentro il riflesso digitale diventa essa stessa una forma-corporea, anche se in una fluidità estrema. E sulla forma l’avvertenza generale è significativa e in un distico, Borio avverte:  “La forma è, non è ciò che volete/ io dia. È, non è il divenire. È disfarsi, a volte”.  A questo disfarsi si affianca l’esperienza del Sé-in-digitale.
Al soggetto che in questa forma si raccoglie e si distribuisce, che interagisce, perché divenuta specchio della sua persona, conviene allora prepararsi al disfacimento della forma stessa, ma nel senso prepararsi al superamento dei limiti e di un suo diverso ritrovarsi “cenestetico”.

4 – TRASPARENZA,  NELLA FAGLIA TRA IO E L’ALTRO.  

La trasparenza non è mai nè pura né impura, è un passaggio. L’io si “inclina” verso la faglia, lo schermo,  e questa lirica post 900 indaga cosa nell’ “Sé” apra quel limite dell’io dissolto, sminuito.
La scelta di Borio di indagarlo nel campo amplificato dell’esperienza digitale ha un grande valore, quasi ermeneutico. Il libro ha spesso un andamento riflessivo e pensante:

Lo spazio è un vetro
L’interno è nell’esterno
Io raccolgo il fiume freddo
Tu lo espandi in ologramma

Tu sono io nello schermo, io è tutti.

Lo spazio di soggettività è ora quello osmotico di un io permeato da una pluralità di noi, da una dissimmetria dei desideri, da una geometria indefinibile di compresenze. L’esperienza erotica nel digitale è sempre allegoria di senso.
Qui, piegando la logica sintattica di pronomi e dei verbi si ottiene quella compresenza dei teatri di profili che scandisce la nostra vita. “Tutto accade/ un video ha imparato a riprodurlo” come se il video fosse un’entità autonoma, o la stessa esistenza “a volte tutto resiste in trasparenza: / esiste, muore?” 




5 - EROS E SOCIETA’

Così come la forma stessa di una coscienza (e più ancora un sé profondo) politeista affronta l’amore ora in una dimensione di pluralità di frammentazione diacronica e sincronica degli amori difficili   della nostra epoca ( di come siamo in una relazione complicata) di molteplicità che renderebbero impossibili signorie di Midons o figure angelicate e totalizzanti di un’attenzione, così nella poesia prende la parola ormai (almeno qui in Trasparenze, nella complessità delle architetture sintattiche e intrecci simbolici)  un io disposto polimorfo, che combatte una stratificazione di presenze aleatorie.
Eros è anello di una catena sociale (io/tu/tutti nei versi citati sopra) . Così la sezione “Il tutto amare liquido” attribuisce la celeberrima definizione della relazione amorosa di Bauman alla condizione si di una relazione io-tu, ma che ha riferimenti alla condizione di un’intera “generazione” dentro cui sono vincolati e imbrigliati gli individui, anche nel loro relazionarsi intimo, vincolati a “stanze condivise” nell’ “appartamento che tiene vite multiple”.
 il desiderio è inchiodato al posto, mentre invece questa “massa giovane dei bianchi/ di cultura bianca” segue il fluire della liquidità di un’esistenza senza fondamenta ( “Dicono adesso, non per sempre” ).

C’è sempre un’ esistenza collettiva che irrompe nel tentativo di cercare un cono di silenzio per sé, ad esempio. Così , scrive Borio in alcuni versi, rievocando anche il confronto con il passato dei suoi avi, l’amore di uno sposo e una sposa, nei loro gesti essenziali di costruire un luogo del desiderio, in apparenza li fa somigliare a “mio nonno mia nonna”, ma poi quel luogo è  infranto, sempre da questa  continua pulsazione dell’alterità, sempre non a caso dall’irrompere attraverso il prolungamento digitale del sé: ecco dunque nei versi dove pure si dice dell’atto di fondare una reciprocità amorosa, tutto precipita, in un momento: “dopo, l’occhio di lui/ che può essere lei/  scambia uomini e sessi/ il tutto amare liquido”.
La trasparenza liquida, presentissima in tante occorrenze, immagini simboliche distribuite ovunque,  è ancora una volta associata a quella del vetro, letto in più declinazioni ma sempre questa aleatorietà fotografica o videografica. Ecco lo spazio-fiume che (ci) contiene:  “tu sono io nello schermo, io è tutti”

A fronte di questa evaporazione liquida dei singoli nella folla gassosa dell’esistere individuale, si oppone il capitalismo dei numeri dei mercati che, nei nuovi grattacieli di Milano a “Isola” il quartiere che dà il nome a una poesia, sembra aver assorbito l’enigmaticità di un’opera come il grande vetro di Duchamp “mi dici che è metafora del mondo/oggi trattenendo il cibo nella bocca/ il grande vetro di questi edifici/ e il cibo profondo negli organi”. Così come l’opera duchampiana  sembrava di essere trattenere casualmente la polvere e I detriti che spontaneamente sotto di esso si accumulavano nello studio, cos i dati, ì l’esistente del  mondo , sembra avere la totalità di una sintesi tra il puro e l’impuro che si cercava nella trasparenza della forma artistica.
 Le città che contengono in loro diverse e modernissime o antiche  trasparenze (quelle americane di vetri e acciaio, Venezia di acqua e canali) alla fine diventano dei contenitori di una dispersione, che è anche il procedimento analogico della costruzione di una allegoria che forse per certi aspetti è meditativa e enigmatica assieme come la poesia di Stevens (autore che compare alla fine in epigrafe) fatto per frammenti consecutivi intrecciati ma slegati da un punto divista logico a costruire una tessitura di pensiero che si fa immagine.


6 – METAMORFOSI, NEI  “ PUNTI LUCE”

 Dentro questa immensa dispersione ecco la necessità di un “punto luce”, qualcosa che risalti come esperienza del superamento dell’individuo. Apici, negli Sciami di Pixel?
E’ un punto di approdo a cui si giunge attraverso l’esperienza dell’intimità digitale condivisa che è una ambivalente solitudine molto rumorosa e affollata di altri, di una moltitudine.
 Se dunque alla  poesia spetta il compito dell’ “individuazione” ovvero del tentativo di comprendere il modo in cui l’io si relaziona al mondo, la poesia di Maria Borio sembra  puntare a un “Io”  che proprio attraverso il laboratorio metaforico della molteplicità sociale, relazionale e condivisione digitale riesce sfaldare o rinnovare il suo “mito” e insieme il “secolo” che  ci ha consegnato l’idea che siamo solo individui. Precipitiamo nello specchio del personal, perdiamo noi stessi, e  non siamo “io” ma possiamo poi essere, in una metamorfosi da cenestetica a percettiva e mentale, anche di più di un Io, dei poli-sé .
Necessario allora per l’individuo “trapassare quello che si vede e se stessi in quello/ che si vede – unire la collina e il mare in un solo punto luce” – è questo ciò che la poeta chiama “io” alla fine di questo “Trasparenza” come fosse il tentativo di “salvare il fantasma che chiamiamo io” ma divenuto agente di  una moltitudine di punti di fuga, che trova lo spazio in questa trasparenza totale, dove “le proiezioni di molti uomini iniziano a scambiarsi”. Spazio – e il testo poetico né è la cornice di possibilità.

Malgrado questo tentativo di ordinare delle riflessioni di lettura, malgrado come si diceva l’inclinazione riflessiva e teorica di parti di queste poesie, resta per fortuna un fluire imprendibile di senso, che si produce nell’andamento anche spesso connettivo, iperanalogico  metamorfosi dello sguardo del poeta,nei molti e densi testi di questo libro,  ed è un bene .
LA poesia di Maria Borio tiene il punto di una forte lucidità filosofica. Indica le implicazioni nel bios di un’identità mutante attraverso il “grande vetro” dello schermo gitale,   ma nella grande trasparenza, il clinamen delle “sfere dei pensieri” sembra indicare che forse c’è una sopravvivenza anche rovinosa di una domanda:  “ergo sum?”  In quel caso, la risposta non può che essere mostrare che  “cosa siamo” anchese nel rischio di stratificazioni, fantasmi e apparire.
Il nostro volto, la nostra nudità.
  Qui sta il ruolo di una poesia cosi  consapevole e al tempo stesso sensibile, come un reagente, al vissuto epocale. Se il  digitale costringe l’io a essere-rete, e dentro questa pluralità vive il rapporto con l’alterità,  prima di una disseminazione globale, il compito della poesia può allora terminare il suo esperimento attraverso il linguaggio, ripensando un asse anche etico.
lo potremmo sintetizzare così:  l’altro è con me , formula del ribaltamento al termine della parabola moderna dell’ “io è un altro” che apriva una soggettività  dilaniata, tanto tormentata quanto imprigionata (e anche l’alienazione alla fine è stato narcisismo).
 Borio invece  lo scrive  proprio alla fine “e tornare l’uno di fronte all’altro”,  questo è il punto di proiezione e sguardo verso il mondo in una “prospettiva fragile e forte” in noi non siamo più io, nella trasparenza.

Nessun commento:

Posta un commento

ALDO NOVE "Poemetti della sera" (Einaudi)

 Detto addio al Novecento, come aveva dichiarato nel suo libro precedente con il libro “I poemetti della sera” (Einaudi) Aldo Nove pre...