lunedì 13 aprile 2020

ALESSANDRO DE SANTIS "Mura amiche" (transeuropa)


Il libro di Alessandro De Santis (non siamo parenti, solo entrambi di quella parte del Lazio dove questo  cognome d’origine partenopea abbonda) “Mura amiche” (transeuropa)  si comprende già con la chiave degli exergo, che alludono a “un recinto/ e lì duravano le cose” citazione da una poesia di Antonella Anedda e poi la descrizione delle case fatta da Guido Morselli,  autore di paesaggi stranianti nella loro familiarità come il più famoso Dissipatio HG,  il paesaggio svizzero di case deserte, ma descritte come nel caso di questa citazione nel loro straniante essere “liete e agevoli”. Case, libri, interni, pareti - piene di libri, così immagino come le mia mura amiche, la poesia di De Santis lascia trasparire nei versi citazioni.
poesie, recinti gentili, ma  sede dell'enigma, perimetri ipometrici (nei versi brevi, spezzati o di una sola parola) esse stesse “pura superficie” che è un verso di De Santis ma pure il titolodi un libro di Guido Mazzoni. Che pure ha fatto dell’osservazioni di spazi inerti e cose un terreno di poesia e riflessione. Così De Santis fa una sua personale fenomenologia delle cose.  

Sotterranea c’è in De Santis la sfida di una poesia che si sottragga alla poesia-come retorica e alla tradizione della poesia, aspirazione di molti poeti oggi più consapevoli che prendono riferimento da più tradizioni, esplicitamente,ma senza riconoscersi in nessuna.  Ecco allora le “mura amiche” nella seconda ad apertura di libro,  perfetta assenza, frazioni di luoghi come di case non abitate, astratte “macchie lisce”.

 Il testo poetico è dunque un recinto oggettuale ogni poesia come la torcia una di queste poesie di Alessandro De Santis elenca cose anche nella sua debole illuminazione. LA fenomenologia poetica di questo libro-dispositivo nasce dall’oggetto semplice evocato in titolo (Tagliere, orologio da parete, sedia chiodo e così via) avvolto però in un labirinto analogico, quasi freddamente onirico.  Associazioni, per frammenti, fino a passare dalla superficie all’enigma, senza diventare oscuro però, restando chiaro.
 Poesie tutte o quasi tutte di Versi brevi e di lunghezza verticale, sulla pagina, quasi precipitano, un precipizio di torsioni logiche, un brillare di metafore, di accostamenti, un leggero surrealismo così che le associazioni analogiche del discorso rendono conto di quella rapporto verticale tra superficie e fondo di cui parla Andrea De Alberti nella postfazione e danno vita a questo movimento inesauribile che si percepisce al fondo della poesia.  Alla fine della lettura non riconducibile ad una precisa riduzione metaforica o simbolica o allegorica che sia.

La fenomenologia di Alessandro De Santis  è dunque questa luminosa spirale di scarti, una percezione sbandante, la percezione delle cose da parte dell’Io che pure sembra la percezione dell’Io da parte delle cose. C’è un occhio, ma non c’è nessuno. la percezione “ca parle” per dirla con Lacan.  Mura amiche, e casa:  orto chiuso. 

Ad esempio la poesia “tegola”  dà conto di questa aleatorietà,  di metonimie in verticale, data anche dall' assenza di punteggiatura , sottolineata però da maiuscole che non seguono a un punto, ma segnano gli a capo. oppure “ Santino”  con un riferimento alla “ragazza dai capelli strani “ (ancora citazioni, omaggio al più grande fenomenologo del tardo XX secolo e accumulatore di dettagli dispersi tanto da farne un universo, David  Foster Wallace) .

LA metonimia è all’opera anche nella poesia qui in foto “Lego” . Il famoso  “mattoncino”  è “insignificanza” parola emblema,  perché significante anche qui nella sua superficie pura ma di “purezza sfinita”:  e poi lo scarto verso “la forma di triangolo/ e scrupoli come tarli cigolanti “ a far assonanza  qui in questo caso abbiamo nelle parole triangolo-scrupoli-cigolanti “olo-oli-ola” per De Santis “a far rima” ovvero a stabilire connessioni. Non bisogna fermarsi a guardare “il grande innocente/ il pezzo singolo” del Lego ( aiutandosi con la citazione di titolo di libro recente, di Gabriele Del Sarto - di cui pure vi scriverò in questa serie di letture tardive)  Non la parola singola, che pure è “qualcosa” ma la sua connessione, questo mi pare una delle indicazioni poetiche di de Santis.
Il solo fatto d istare nella casa di mura amiche che è il testo.
Aleatorie connessioni, ma nella pazienza dell'incastro di dettagli apparentemente irrelati nell'apparente dire meno di quel che vorrebbe del “pesce rosso”.




E mi piace chiudere con l’altra poesia in foro, che è parte della sezione dedicata alle case, perché in questi giorni forse le nostre case sono prigioni e mura non più amiche ma oppressive. E’ l’occasione per guardare le nostre case come se non fossero le nostre. Mi ricordo una volta al festiva di Vila Borghese, andammo a sentire i poeti, erano i primi anni 80, c’era pure Amelia Rosselli, e tra il pubblico c’era Moravia.
Andando via un ragazzo gli chiese “i o vorrei scrivere mi dia un consiglio come iniziare” e Moravia gelido ma preciso: “vada a casa e descriva la sua cameretta, come se non l’avesse mai vista prima, come se non fosse la sua. La guardi bene e la descriva,  scrivendo. MA sia spietato nel descriverla “. 




 
L'evidenza delle cose ritrova la strada di casa una “casa accapo” ma come nella fiaba di Hansel E Gretel, non è affatto la casa della nonnina dolce e amica, come sembra. E’ il luogo o la “casa no” in cui “sprofondare nel dentro”, rifugio ma pure angoscia, nella superficie di una felicità che somiglia metaforicamente a “un vuoto presente/morte che da sempre/ ha un magnifico /nome d'amore”.

Case del nostro vuoto, adesso.

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