martedì 28 aprile 2020

ALDO NOVE "Poemetti della sera" (Einaudi)



 Detto addio al Novecento, come aveva dichiarato nel suo libro precedente con il libro “I poemetti della sera” (Einaudi) Aldo Nove prende il largo, da un lato, verso territori di scrittura poetica che è difficile classificare criticamente,  anche se sul vascello le provviste sono tutte quelle che il secolo ha lasciato.  Aldo Nove è un erede del 900 ma forse in questo libro, come già anche negli ultimi che ha scritto tra prosa e poesia, sta lasciando a sua volta un’eredità molto difficile da gestire, a chi volesse arrivare dopo di lui, guardando a uno degli autori più importanti degli ultimi trent’anni. E’ un’esperienza complessa, che somiglia a quella delle generazioni di figli del boom economico (cui appartengo anche io) nati negli anni ’60 e che hanno fatto registrare il più basso tasso di natalità italiano nella prima metà degli anni ’90, intorno al compimento del loro trentesimo anno. Dal boom all’opaco, al fine-storia. Erano gli anni dell’esordio di Nove in prosa (ma in resta erano poemetti anche quelli, fu Balestrini a convincerlo a scriverli come “prosa in prosa”)  con “Woobinda” per Castelvecchi.  Prima c’era stata poesia, firmata Antonello Satta Centanin, nome reale.

L’eredità per un libro come “Poemetti della sera” è questione complessa, per un autore che di fatto la usa per disfarsene, ma ala fine la usa. E’ un libro, a me sembra; leggibile, quando sembra alludere a saperi di illeggibilità, con più strati, ironici,  di citazioni, riferimenti. Un labirinto di gioco tra vero e falsificazione.

E’ non ereditabile, questa esperienza poetica, proprio perché percorso di trasformazione, iniziato pubblicando oltre trenta anni fa poesia, nonostante l’aggregazione temporanea a gruppi (Cannibali) Nove ha sempre avuto voce originale,  in una contaminazione col lato pop della scrittura che recuperava tuttavia un’ampia tradizione di clownerie (Palazzeschi), ma più tragica (Milo De Angelis). Elegia, crepuscolo,  immerse in acido, autoparodia continua.  In poesia, ancora più evidente, era trattare il cuore tragico dentro un cimitero dello spazio lirico, ravvivato eroticamente  dai fantasmi e dagli oggetti del consumo.  Le cose, però in Nove risaltano come fenomeni, feticci, amuleti, reliquie in un'allegria di defunti - e dunque, irridendole come prodotti poi si sono sempre salvate come ricordi, con un repertorio di formazione che va da Nietzsche al pigiamino, dalla TV a Rilke (con appunto due padri diversissimi, opposti tra loro, storicamente,  Nanni Balestrini a sinistra, Milo De Angelis a destra) .


MILANO E' ANCORA ASFALTO: SIAMO ANCORA QUI

Tutto l’eclettismo, ma con una prevalenza per il pensiero oltre il limite, ritorna anche in “ Poemetti della sera”.  Tutti i suoi interessi e le letture con un ritorno a quello spavento cosmico che lo riallaccia a Leopardi via Oriente, via cercando un Grumo di autenticità, un antico senza tempo cui fa costantemente riferimento (la parla chiave di Nove è “Galassie” che è sia il pop di Star Trek che l’ultra-temporale, riallacciandola a un’idea di tempo indagata tanto dalla gnoseologia mistica orientale ed europea-medievale, che dalla fisica (“l’essere impersonale e onnisciente fuori dalle categorie kantiane di spazio e tempo”, dice l’autore in un’intervista)  e ancora universi, costellazioni, geologie anche se tutto si gioca poi sull'asfalto di Milano o in una villetta di Viggiù - sono tutti possibili luoghi in cui come da tempi paralleli si cammina per “campi ancestrali”

Come all’improvviso l’asfalto
di Milano riversi azzurro
succo di melograno
nei sogni confusi della sera,
chiusi alle parole, denso
di sole dentro ciascuno e l’ombra
di nessuno torna da campi ancestrali
ci parla di noi, lo fa a dismisura. (..)

La metropoli in questa poesia “George Trakl in Traum” (ecco il 900 reliquia onirica ) è ormai una città postuma in cui l'ancestrale riemerge dalla soffitta della storia come un giocattolo, come un Commodore come un televisore in bianco e nero nella percezione mentale di un “cranio spezzato”.  C'è qui la facies mortale della storia che fa capolinea in questa allegoria di poemi o in questi poemi allegorici.
 C'è sempre un precedente originario, un antecedente incorrotto, il luogo della madre , più che delle madri, indiviso unico rispetto al mondo che sempre degenerazione ospedale accelerazione dove tutto è questo “qui/nell’urgenza / mostruosa del dove” non ci si precipita al rientro dal sogno.
 Il sogno e il ricordo del passato vanno a coincidere e diventano parte di un infinito statico eterno, e tuttavia l'universo precipita in una metonimia del “pezzettino”,  dell'ospedale,  il mondo è apparso Dunque il tradimento il loop che scorre si ripete dove non siamo.
Nove radicalmente oppone il suo scetticismo verso il presente dopo pure averlo frequentato e essersi contaminato, sia con i linguaggi che nella condivisione dei destini, dedicando attenzione ai viventi incastrati nella storia.

Ora il poeta è vero, sembra parlare da un altrove e verso un altrove. Recupera toni antichi di linguaggio e metro (Jacopone, Pascoli) e punta il laser verso l’infinito:   “Guarda madre quel luogo./Quel luogo lontano/Lo vedi?/ Prima che tu nascessi lo abitavamo”. Nove pratica qui un inno con accenti volutamente (dobbiamo immaginare) arresi alla semplicità difficile, di parole che dicono in modo quasi ingenuo l’obiettivo di una ricerca interiore:  “sono ora la più grande forza del mondo” .
Si allude a una percezione mistica del ricongiungimento prima di ogni io e tu, prima di ogni essere a un non-essere della materia che è tutta la “profondità della materia/ per darmi vita” in una elegia germinativa. Da un lato quel punto-embrione profondo di tutta la materia è maternità generativa (“Il tuo odore/ è l’odore dell’universo/ che nasce/ con me bambino, uovo/ dischiuso di nuovo”) nella continuità sia con “Addio mio Novecento” sia soprattutto con “Maria” in uno stupore di meraviglia nella posizione dell'infanzia come condizione eterna di una coscienza dello stupore.

Dall’altro lato però, nella determinazione personale di “globi azzurri”, occhi che il poeta eredita dalla madre, c’è anche la consapevolezza che quel punto del passato, apparentemente un origine piena in sé,  era preludio di un avvenire: “nulla che in te che non sia/ futuro/ io respiro”. E’ vero , all’inizio c’era un “tutto”, poi c’è stato uno “sventramento della storia”, un trauma, una trasformazione psicologica e storica,  ma esser vissuti  dentro il tempo storico è stato anche bello. il sigillo di quella pienezza era anche nelle cose trovate nel bosco della vita, percorso oggi nel ricordo,  come fiaba ed epopea, avventura, l’infanzia in una foresta-sogno esplorata dal bambino diventano ora  una dimensione psico-sentimentale, una materia di realtà non decifrabile né identificabile, se non come generico “inizio”:


Quando un giorno tutto questo sarà dimenticato
lo chiameremo passato
e sarà solo un gioco, è stato
un gioco ancora da fare.
Si chiama inizio:
la fine e il respirare
di ogni creatura

Il punto del bios è dunque il marchio di un processo che solo attraverso la dimenticanza, potrà riaffiorare come nella memoria involontaria a rimetterci in  quel punto di sorgente.
 LA fine della storia ci ha riconsegnato a un “altrove”  che non è tuttavia rifugio,  ma gioco che così come è stato fatto, è ancora da fare.

UNA COSCIENZA DELLA MORTE (LEOPARDI, L'INFINITO, LO SPAZIO GALATTICO) 

 Per questo, per quanto forte sia l’assertività verso una dimensione di sconfinamento e certo questo sia un poetare che ha preso il largo verso un oblio storico, tutto il repertorio, l’archivio mistico delle cose ci riporta a una qualità che abbiamo già vissuto NELLA storia, come se però fosse l’inizio DELLA storia di tutta la storia e la materia e fosse quell’elegia, un collocarsi di nuovo (specie per noi che leggiamo) in una ripartenza della storia stessa.  E’ tutto qui il punto doppio di un poeta che è assolutamente rappresentativo del nostro tempo anche se a lui piace la dimensione del non-tempo.
Nove resta un poeta tragico, nella storia, malgrado i suoi interessi. Tra Balestrini e De Angelis, finisco per tirare in ballo, qua e là, anche Giudici (che pure è citato, vedi oltre).
 Era, quel futuro, quello  della generazione, intesa come gestazione e parto, un essere gettati nella storia. Per questo forse questi poemetti sono una sorta di passaggio di testimone, enigmatico, forse non voluto, con una segreta fiducia.
In quanto neonato il poeta si definisce anche egli in quello “squarcio/ in cui rispondo all’appello/che mi hai lanciato/”. Essere creati è entrare in un gioco della storia, anche se oggi l’io-poeta sembra parlarci da un altrove perché gli è insostenibile anche la memoria di un secolo, ma pure quel secolo è stato non è rinnegato.
 E dunque ora è bene che si rigiochi. L’appello del poeta è a creare, a creare biologicamente, anche laddove egli sia biograficamente che filosoficamente si è tirato fuori dal gioco collocandosi sulla soglia di una visione della  morte, in attesa.


Il giorno della mia morte
non ci saranno più differenze
tra l’urlo degli alberi che ancora
reclamano il mio nome
e quello di tutti
da sempre .



E dunque un desiderio enunciato di matrimonio mistico “con ogni istante” e con “ogni destino/ che dentro di me/già cresce/come un bambino”.  C’è una grande stanchezza di gioia, un abbandono,  una “resa/ di ogni paura che oggi ci trattiene” in questi versi di Nove.
E’ una poesia del ritorno, finalmente, non nostalgico, ma oltre la nostalgia, verso un punto di destino che tuttavia mantiene qualcosa di storico che deve avvenire  (“il giorno della mia/morte potrò scegliere/cosa diventare”) anche se lo ricollega fuori da “bisogni” che hanno deviato, nella storia,   “i sogni”.  

Non sappiamo se Nove riesca a collocarsi spiritualmente in quel punto, certo parla dal margine di una delusione storica cocente per una generazione che era stata gettata nel mondo sull’onda della fiducia del boom economico, della possibilità di essere quegli astronauti come Armostrong di chi sotto le coperte da bambino viaggiava “immobile negli spazi/ lontani” scrive ne “L’attimo azzurro “  che compivano piccoli passetti da bambini ma grandi passi ( e grandi speranze) per l’umanità.

Ero astronauta
clandestino
dentro il centro
di ogni cosa
che si apriva

Come Dante, smarrito stavolta però più verso la fine del cammino, questo ex bambino che sognava Armostrong si ritrova a cercare un “sentiero” verso un “sobborgo materno del cielo”, come  scrive non a caso intitolato “Parafrasi del primo canto dell’ Inferno”.  Anche  Dante era uno sconfitto storicamente, un esiliato, un fallito. La tragedia di Narciso, il suo perdersi senza immagina di sé, nel buio. Insomma non tanto Luis Armostrong, ma - come generazione -  ritrovarsi ad essere ora Frank Poole, il personaggio vice della Discovery One di “2001 odissea nello spazio” di Kubrick che uscito dalla navetta si perderà nel cosmo. E allora tanto vale a quel cosmo, a quell’”universo contratto” in cui si era,  ora desiderare di tornare.

La generazione dei maschi bianchi nati col boom economico è quella che più vive (e speso non accetta ) la sua  disfatta dentro una disfatta storica di quelle speranze collettive.  Una delusione storica e di genere, che (laddove nella pratica genera disparità e  una conflittualità sociale tragica) in Nove si edulcora e  si fa metafisica: bambini “traditi dalle apparenze” quei “bagliori /d’assoluto traditi/ allettati/allietati/ da comfort sbagliati”.

 La citazione all’amato Giudici e al riconoscersi in quella delusione che negli anni 60 era già nel poeta di “una sera come tante” e da allora non è stato che un continuo “loop/ del domani che è ieri/ da sempre” .  Non siamo nati, non siamo morti, essere gettati è stato questo essere “malati” per “copione di altri”. Vita come prigione dentro una malattia che è la vita stessa, ripercorrendo la maledizione di Leopardi ma pure accenti mistici a ricongiungersi a “l’originaria/scintilla” che va incarnata “nello scandalo/osceno dell’amore/universale”.  Siamo sempre lì, nel “luogo” dove cercare la madre, ma tutto passa per la storia che abbandoniamo.

POST-IPER SCRITTURA LETTERARIA


Va detta ora una cosa, oltre i temi, su come Nove procede stilisticamente. LA ribellione all’adesso è praticata con una poesia di altisonanti aggettivi, nominalismi, assertività, in sequenze di versi spesso mono o bi-verbali, in tenuta metrico-ritmica però, ricche di citazioni esplicite o meno.
Una pratica testuale, stilistica,  di accumulazione e  elencazione,  di ridondanza ancora una volta tra il salmodiante (come richiamato anche nella quarta di copertina) e il rap, o meglio il “flow”, quei linguaggi comunicativo-spettacolari con cui Nove ha sempre flirtato.  L'accumulazione frammentaria è del resto ancora una pratica del'900,  anche se l'intenzione qui sono quelle di saltare di pari passo tutta la poesia novecentesca dell'esistenza, della costruzione o decostruzione di una soggettività assente o negativa (da Montale alle avanguardie ) verso dimensioni spirituali radicalmente .
Un legame si potrebbe anche trovare , col 900, proprio mettendo assieme questa quasi-prosopopea di autenticità cercata, definita in un andamento meditativo e  aforistico che è pienamente novecentesco (la stagione della parola innamorata, certo Milo De Angelis degli inizi, le sue prose di “poesia e destino” o Cesare Viviani -  o l’ultima Gualtieri, ma per certi accenti più semplicistici che sconfinano nel pop - in Nove Voluto)  .

Nulla toglie però  il sospetto che sebbene questa autenticità sia dichiarata come opposizione al mondo ” spettacolarmente capovolto”  la stessa autenticità,  indicata nominalmente, sia invece una possibile falsificazione ironica , pratica che continua a fare di Aldo Nove  un poeta postmoderno.

 Non è questo un difetto, anzi, è un arricchimento di una posizione che altrimenti lo metterebbe in quella dimensione dell’ autenticismo ingenuo e povero dal punto di vista di ciò che per noi è poesia (almeno noi come comunità di eredi del 900)  dove prevale uno scandire consolatorio di verità asserite, specie nelle allusioni alla cultura orientale, che non hanno culla a che fare con lo stile, con il linguaggio in cui il senso si dà testualmente (un nome su tutti, modello negativo: Candiani).

 Nove si differenzia per questo sospetto di sublime ironia, di un doppio salto mortale ironico, da quei pensierini che vanno a capo con elegie di bene universale che cercano nella semplice decantazione di questa virtù spirituale la legittimazione per una poesia che Testualmente non esiste,  essendo solo una riflessione che debitrice del buddismo che appunto, della poesia ha solo l’andare a capo. Se invoca “l’attimo azzurro” che tutti siamo stati, è pur ver oche lo fa come altrove rispetto al tempo in cui “abbiamo indossato la maschera/ che abbiamo/ tu che leggi/ io che ho scritto”. Doppia maschera, quella di chi se la toglie dicendo “ho la maschera”, ma potrebbe averne ancora una,  sotto l’altra.
Aldo Nove non permette nessuna riduzione, ci costringe a dire che cerca l'autentico ma al tempo stesso ci dà enormi segnali che nemmeno lui ci crede fino in fondo,  che nessuno può crederci fino in fondo, che se lo dici “autentico” è solo un significante - è il fantasma paterno di Balestrini che lo tiene sempre sul chi vive. In base alla premesse di ciò che è scritto (anche qui nei poemetti) se è scritto è falso, e dunque entriamo nel paradosso del mentitore - e siamo nel  pieno 900 di Wittgenstein e di tutta la filosofia del linguaggio, fino a Lacan.

 Certo c'è una posizione fortemente oppositiva al mondo di falsità,  di progresso,  di profitto, opposizione al  mondo ospedale,  mondo della trasformazione della malattia a cui con un ironico richiamo Aldo nove contrappone una mitologia dell'infanzia del “pigiamino celeste” perfettamente riconosce riconducibile a un punto storico preciso dell’infanzia.

DIRE NO (C'E' CHI DICE NO) IL NO E' L'INCIMPO DELL'IMPERATORE

La radicalità di Aldo Nove è questa : che l'esistenza che aspetta un segno nel negativo non è più contemplata,  come era appunto un segnale una rottura, nella tradizione classica del 900 . Ma neppure la sola testualità che pure viene abilmente rievocata è ricreata in questa forma del tutto originale. Qui c’è una “Rivolta contro il mondo contemporaneo” dal titolo di una poesia (ispirato probabilmente a “Rivolta contro il mondo moderno” di Julius Evola, che forse è quel filosofo che in nota Aldo Nove dice “molto intuì molto sbagliò”) che è quella di un bambino che dice no a tutto. Non vuole dialogare, ma usando il linguaggio costruisce un’abile dialettica della negazione di ciò che è esterno all’uomo, all’io, partendo da una presunzione di coscienza degli uomini superiori, riassunti nella frase (anch’essa abilmente costruita in una dialettica interna inattaccabile, tanto da essere vera perché appare vera) “nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo” come diceva Goethe. E dunque tutto è privazione di libertà, tutto è impero della mente, pensiero unico, anche se voi - dice l’io-poeta in uno slancio di superiorità egotica - pensate di esserlo (voi pensate di essere liberi,  io lo sono veramente).

Procedendo per negazioni o manque che diventano totalizzanti “l’impero della mente/ è un film mai girato/ ma trasmesso” e “da tutti, da sempre/ guardato” così l’impero della mente si compiace che “più manca/ più c’è” (qui sembra di essere in piana teologia negativa mista a Freud letto da Lacan “ l’impero della mente/ vive la nostra vita)
Naturalmente somiglia all’”Impero “ del libro descritto da Toni Negri e la stessa frase “impero della mente” è (non so se Nove da lì l’abbia tratta) discorso di Winston Churchill negli stati uniti nel 1943. Lo citiamo:
“Eccovi il piano […] attentamente elaborato per una lingua internazionale, capace di una vasta gamma di attività pratiche e scambio di idee. […] Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che portare via le terre o le province agli altri popoli, o schiacciarli con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro, sono gli imperi della mente.” (Churchill, 1943)

il totalitarismo del Capitale, della Lingua che si impossessa di tutti gli spazi togliendo ogni scarto e omologandolo a sé. L’impero della mente “trasforma l’esistenza in un atto mancato” ma perché “ha preso possesso delle nostre emozioni” e “muore e decide le nostre azioni” e più si fa dimenticare, più impera. Insomma un totalitarismo subdolo perché diventa assoluto nel momento in cui cancella la sua presenza.

IO SONO, NO NON SONO, PER ESSERE ANCORA

E invece rispetto alla totalità del nulla  e del tutto, Nove contrappone l’assoluto singolare dell’istante singolare e della singolarità del nome.
 E tuttavia se “l’incontrario della mente è Dio” come in chiosa finale, ecco che allora la poesia finale mette il sigillo su un concetto: Nove sembra preferire un dio che è “res amissa” cosa perduta, là dove Dio è antitesi alla totalità, ma pure singolarità assoluta, nome. Aldo che sempre a Giocato a perdere Antonello, lo ritrova come tale nel momento dell’estrema perdita di Aldo, nell’estremo fallimento del personaggio-io, se inteso come adulto. Se invece inteso come gioco, ecco la  filastrocca, ecco Rodari -  ecco l’infanzia come libertà dall’Io, ma pure come ritorno ad un’ infanzia della storia che poi si giocherà ancora, si sta per giocare:  

Io sono un  bambino
che gioca a nascondino
con Dio, cioè con sé stesso.
Sono l’adesso.

tornare al punto d’origine, rigiocare in quello, come fosse un adesso, l’adesso che siamo.

Nove prende il cuore di tutta la riflessione, che da un lato tocca le vette di un altissimo dell’esistenza e dall’altro a che dentro questa esistenza c’è falsificazione, costruendo un testo che vorrebbe dire la verità esibendo la sua mancanza. Dopo sette poemetti, in questo vorrebbe chiudere  la partita con Sé stesso, tornandoci. Che dio gioca a nascondino ,da Pascal al misticismo, anche Ebraico “Così dice anche Dio: Io mi nascondo, ma nessuno mi vuole cercare” (M Buber, I racconti dello Chassid).  Dio si nasconde per risuscitare il desiderio dell’uomo di cercarlo, perché solo  chi  desidera è capace di incontrare Dio. Là dove allora io, che sono Dio, sembro aver perso del tutto me stesso, lì potrò  ritrovarmi. Del tutto perduto (passato) mi ritroverò (futuro) in questa altalena, che si illumina d’azzurro nel perfetto e impossibile bilanciamento temprale, tra il giorno della sua nascita e della sua morte, il bambino è finalmente bambino, adesso. E adesso inizia la storia. Vuoi sentirla?

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