sabato 1 febbraio 2020

"MISERICORDIA" nuovo spettacolo di Emma Dante


Emma dante una e bina. La storia della regista siciliana scorre lungo le due rive classiche del 900 e si  ritrovano anche nell’ultimo lavoro in scena la Piccolo Teatro di Milano, “Misericordia”. Nel corso dei trent’anni di attività e molti lavori le due parti si sono forse più distinte diacronicamente attorno ai due poli del Linguaggio e del Corpo. Una storia così lunga ovviamente è molto di più di questa semplificazione, ma mi sembra che anche “Misericordia” confermi qualcosa di già osservato nell’ultima fase tra “Sorelle Macaluso” (2014, più vicino alla riva Linguaggio) sia in “Bestia di scena” (2017,  nettamente tutto affidato al corpo degli attori-performer).

In “Misericordia” tre donne intorno al cor sono disposte, sul fondo di una scena,  sedute su quelle seggiolette pieghevoli di legno,  anni 70, mentre sferruzzano a maglia e parlano fittissimo in dialetto, tanto che il ticchettio dei ferri pare telegrafare quel che la secchezza della pronuncia ( fa quasi in accordo, portata al solo gramelot di un sud universale, di cui si percepisce la strutturazione fonetica, ma non le parole ). Il dialetto è ancora più liofilizzato o ricreato come un codice segreto di pure lallazioni, un filò di dicerie, di male parole che due delle donne si scambiano tra loro a danno della terza. Davanti a loro sta un ragazzino, un cuore puro, e ha un nome significativo,  Arturo ( qui la Morante, e altrove altri riferimenti, forse fin troppi senhal culturali ). Arturo è  un adolescente che ha nel corpo I segni di un’infanzia bloccata, consegnata a mutismo e disabilità e che e segue le tre donne Anna, Nuzza e Bettina , la sua prossimità è il suo apprendimento, tutto  gestuale.
Non è loro figlio, ma lo hanno preso in carico le tre matrone/matrigne, fate di una fiaba del sottosuolo meridionale. Il pupo, quasi proprio come quelli dei teatri ( per come si muove – in sequenze di gesti che via via lo assomiglieranno a un Totò o a un Pinocchio, somiglianza poi esplicitata dall’emergere della musica di Fabio Carpi  dallo sceneggiato di Comencini) sta davanti a loro, vive di vita propria e imitativa, mentre le tre donne rivelano una conflittualità di convivenza difficile, a cui s’è aggiunto questo povero cristo di ragazzino. La madre  è morta per le violenze del padre, un uomo che la frequentava la notte, quando – come la altre tre – faceva la prostituta. Quell’uomo, un falegname, pestando anche il figlio gli ha tolto la parola.

Questo mondo ctonio e sessuale delle donna, madri e poi puttane, si svela in una danza di corpi messi an udo, in una sensualità spudorata, nuda vita che tuttavia genera in osmosi l’imitazione di Arturo, che ama la musica, e sempre più anziché parlare accenna a danzare, prima in movenze elettriche, meccaniche poi sempre più virtuosistiche, vertiginose. Dall danza nuda dei corpi sessuali delle  tre divinità, nasce questo “afrodito” masculo, picciottiddu, e la sua  nascita si compie nella vestizione, nell’auto-vestizione, un miracoloso fare da sé accolto dalla gioia delle tre madri. Pinocchio ora non è più informe e legnoso, è bambino, ma è dunque pronto per essere abbandonato di nuovo. “Misericordia racconta la fragilità delle donne, la loro disperata e sconfinata solitudine” scrive  Emma Dante. Non so cosa significhi questa frase, certo sono esseri umani e le tre non sono sante, non sono madri, hanno sentimenti perché no, di compassione ma pure di paura e  indifferenza insieme.
Così, autotassandosi,  spediscono Arturo  in un orfanotrofio, le tre dee, sorta di “sisife”, ed è come se accettassero la caduta, per cui ogni sforzo è vano, e la solitudine è destino di tutti.


La Misericordia , allora, ecco cos’è, cosa era: non ragione né sentimento, ma pura prossimità del corpo. Il mito trasmette fuori dal linguaggio uno sforzo, ma la storia non sa  gestire questa spinta, il passaggio dalla  favola al mondo è per strappi, nonostante il compimento in linguaggio e cura si sé: non è un caso che l’ultima parola d’addio del ragazzo, che è anche la sua prima parola in assoluto, sarà “mamma”. La famiglia è nominata e con essa  il baratro, abbandono, strappo, una nuova violenza. La Famiglia, vera o adottiva, è cornucopia negativa, è caverna vaginale da cui si viene gettati, si, ma più che nel mondo, nell’inferno che questo mondo è, senza poter distinguere più quel che inferno non è. La solitudine è l’unico metro del mondo. Per metà questo spettacolo si ricollega alla “riva del Linguaggio” , della generazione familiare, il magma carnale che Emma Dante aveva esplorato nelle trilogia, in Cani di Bancata ecc. e  che ha ripreso in “Sorelle Macaluso”, il suo più bello tra I recenti.

Meno convincente, quasi esercizio di stile, era stato “Bestie di scena”, rivendendo sul palco una performance che sembrava ripresa da certe sequenze performative tra body art e living theatre anni 70. IN parte anche questo “Misericordia “ è deludente, perché I 50 minuti di spettacolo se ne vanno tra la creazione della premessa della fabula (le donne ,la  storia narrata del ragazzo, con le bravissime  tre attrici della sua storica compagnia Italia Carroccio, Manuela Lo Sicco, Leonarda Saffi (ed ecco le radici della prima riva, l’espressionismo il corpo la storia delle radici del sud ecc) e poi  il resto sta tutto nella performance corporale di questa nascita,  del ragazzo a sé stesso. Una prova di Simone Zambelli va detto strepitosa che strappa giustamente applausi scena aperta per la immensa bravura . Ma paradossalmente rivela come Emma Dante ora sembri interessata troppo in questa ricerca coreografica, a dirigere corpi. Credo non sia un caso – oltre che il giusto riconoscimento per un’importante personalità del teatro - che molte delle sue energie si siano dirette in questi anni sull’Opera Lirica. Tuttavia proprio per questo Emma Dante  rischiava – e il rischio non è evitato per certi aspetti proprio in questo “Misericordia” – di essere diventata “Maniera di Sé stessa”.

Una maniera che fa sì che il  pubblico colpo milanese o europeo di una pièce come questa finisca per fruirla come un “orientalismo” sospeso, astratto in un’idea esotica di Sud che coinvolge anche tutte le operazioni di questo genere con le arti del Sud del Mondo. Proprio nel momento in cui per altri aspetti c’è bisogno di un punto e di un pugno critico. Era accaduto per il potente e bellissimo Cani di bancata. E’ comprensibile che ogni artista abbia il problema di rinnovarsi e al tempo stesso riaffermarsi, con un segno riconoscibile. In questa incertezza Emma Dante si è mostrata diversificando anche i mezzi espressivi – dal romanzo al film, alla regia d’opera appunto, insieme al teatro -  mostrando passi falsi e passi compiuti, negli ultimi anni, o mezzi passi come questo “Misericordia”

Foto @ Masiar Pasquali

Nessun commento:

Posta un commento

LAURA IMAI MESSINA "Quel che affidiamo al vento" (Piemme)

Ne “Il Linguaggio e la morte” Giorgio Agamben rileva che nella tradizione della filosofia occidentale l’uomo appare come il mortale e...