mercoledì 13 novembre 2019

MICHELE MARI "LEggenda privata (Einaudi)


Questo libro “Leggenda privata” è stato definito - e giustamente - uno dei più bei libri più importanti degli ultimi anni.  (in un saggio breve di Andrea Cortellessa su “le parole e le cose”)
Il testo leggenda privata di Michele Mari è collocabile, secondo Cortellessa, tra le altre  possibili definizioni critiche, nella categoria dell'  “iconotesto”, letteratura che aggiunge al testo linguistico icone (disegni/foto) innescando, specie nell'uso delle fotografie private, una contaminazione della “verità” (extra-testuale, per convenzione “vera” ma non è detto) attingendo a quella biografia, privata, appunto.

Ci sono dei testi molto simili come quelle di Carrère,  Sebald,  oppure il nostro Valerio Magrelli con “Geologia di un padre”  ma ci sono anche i testi del passato che avevano questa sorta di ibridazione (“la divina Mimesis” di Pasolini, Barthes di Roland Barthes, “Lettura di un'immagine”  di Lalla Romano).

Il romanzo di Mari è una “filologia privata” dice Cortellessa,  quindi paradossale,  non sono assolutamente possibili dei postulati su un testo – e sul testo della sua vita, se come Galileo o Dante o gli gli Ebrei, leggiamo l’universo sempre come un libro. Non è possibile filologia, che aspira alla materia oggettiva,  anche se “la storia narrata” in Leggenda privata contiene verità oggettive della sua stori biografica . Ma non tutte, non completa (ma è mai completa una verità? E poi: come si fa a dire quando è vera?)

Le immagini però più di tutte le parole ci dicono, si così è stato. C’è stato quel tempo. E quella foto in copertina. Ma è stata veramente come racconta Mari Michele, quella sfida al padre che la scattava?

Eppure in questo caso il mondo delle immagini non è casuale e in Michele Mari fa emergere un vero detto (un v erdetto?) un vero detto “tra virgolette” (orrore) di una biografia familiare precedentemente, in altri libri,  solo allusa. A me è quello che più è piaciuto perché così radicale.

il filosofo americano Emerson scrisse profeticamente che un giorno ci sarebbe stata solo memorialistica, non più romanzo, che l’epoca era quella del soggetto travolto dalla soggettività. Forse un po’ è così, se osserviamo il grande successo dell’autofiction.
MA pure c’è il fantasy che ha successo, la distopia.

venendo a Mari, “Leggenda privata” è come una sorta di resa dei conti e quello che rileva Andrea Cortellessa il mondo delle immagini genera mito-grafia originaria, ma anche un tempo oggetto di una rimozione (il testo è fatto di pagine divise spesso, ogni paragrafo da parentesi quadre con puntini - [..]  - del tutto simili al segno grafico degli omissis) e allude ad alcuni pretesti infantili e adolescenziali, virati al fantascientifico horror e meta letterario.

Nell’accumulazione iper-letteraria e dolorosa insieme, c'è sempre nascosto questo pretesto dell'infanzia e a mio avviso è anche una sorta di “ resa dei conti” con la letteratura stessa,  come se si fosse arrivato a una sorta di capolinea biografico, psicologico, autoriale, che non vuol dire che Mari non scriverà più ma è come se fosse anche la fine e la ripartenza di una vita.

Avanzo un’ipotesi, per carità, interpreto segnali che reputo “oggettivi” (filologia o critica paradossale, la mia) magari semplicemente marginali,  ma che sono come tutti i margini rivelatori,  indizi, vie di fuga energetiche.
C’è dentro questa dimensione originaria, una privatezza che ora si rivela nella scrittura con questo corpo-a-corpo, rivelandosi come una privazione dentro la vita che ci viene qui raccontata. La privazione (questa l’ipotesi che seguo) forse sta  forse con un suo puoco centrale, al bivio del talento di Michelino, bambino ma non più “infante” benché vessato come stupidello. Il bivio è quello in cui Mari sceglie il suo linguaggio e forma il suo inconscio come tale. Lo sceglie, lo scelse allora, nella sua esistenza biografica, per raccontare e al tempo stesso mai “centrare”  quel tipo di mancanza. Che fu per lui forse “privazione”.
Forse fino ad oggi la scelta della scrittura è stata una scelta fatta “ in opposizione”  rispetto al destino disegnato ed è il caso di dirlo,  dal padre Enzo Mari per il figlio. Che si aspttava di averlo fatto a sua immagine e somiglianza anche se al tempo stesso come un dio padre, lo crocifiggeva continuamente.

La scelta di Michele fu per la parola,  anziché  per la matita, anziché le immagini, come era nella speranza paterna, Fece di sé un altro destino personale, ma  privato appunto, un destino privato di un'origine libera,  perché non è mai libera l'origine,   o l’inizio di qualcosa,  che  si  è imposto per necessità (qui a necessità di sfuggire all’ombra del Padre) una  scelta per contrarietà.

Lo dico con ancora maggiore arbitrarietà filologica e psicologica, ma è come se Mari ci stesse dicendo “io tutta la vita avrei preferito disegnare” ma se aggiungesse, come è inevitabile  “come  mio padre” il segno diventerebbe una frattura, un ‘afasia, o una doppia non-scelta. E tuttavia, in questa sua mancanza, laddove  volessimo accettare l’idea della scrittura come rimarginare di una ferita, tagli oo mancanza, Mari scegliendo per sottrazione o privazione si collocò nel centro più forte della scrittura, che è tanto più efficace quanto si colloca pienamente in questo vuoto originario.

 C’è dell’ironia nella (sua) storia, che però romanzata è romanzo, non biografia. Né autobiografia, né autofirtion.
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E potremmo dire  questo aggiungendo: ha tutto un  tratto grottesco e comico (si ride, si ghigna, leggendo, Mari è scrittore di raffinata ironia cattiva) in questa tragedia dell'infanzia (c’è un’eco di Alberto Savinio)  sanguinosa, infganzia   che continuamente ci viene raccontata, che continuamente para e fa parlare, scrivere, anzi  in questo libro ci viene raccontata con più precisione di fatti,  benché non necessariamente verità di fatti, inverificabili allo stesso autore - io-narrante,  perché non completa ( c'è sempre in agguato una “mancanza” originaria)
E lo dico in modo ancora più drastico: sembra che qua e là affiori un senso tellurico dell’ironia che trasmette una frase non detta che traduco così: “Non ne posso più della letteratura”.
Per uno come  Michele Mari la letteratura finisce per essere un “secondo super io”  esattamente opposto al super-io paterno, di cui qui racconta.  Meglio: non la leteratura, se questa fosse solo “scrittura privata”. Ma la letteratura così intima e necessaria e privata ha anche in sé il suo male inestirpabile, essa è “leggenda” : se lo latineggiamo, una cosa che va letta, che da leggere da parte altrui. E dunque fatta di editori,editor,  pubblico, generi, classificazioni ecc.
E quello che mi è sembrato quando verso la fine, quando nel raccontare l’ennesimo abuso-sopraffazione (quello del rimprovero della lettura di Mayonnaise così come scritto e non in francese)  la maionese mentale di Mari, sia impazzita,  quando Il padre gli dà uno scappellotto. Anche questa memoria è selettiva, certo, cancella anche le memorie positive .Nel racconto selettivo di Mari narratore, oggi, c’è però il riscatto ma anche appunto un “secondo  super io” del libro che si deve fare  (ecco le due voci che compaiono ogni tanto e lo sollecitano a scrivere “il romanzo” e che sembrano editor e editore).
Mari svicola,  in qualche modo fa altro, deborda verso altro - facendo sempre grande letteratura a modo suo e al tempo stesso, affida alle note a piè di pagina una via d'uscita: il desiderio di una immaginazione altra, pop, da un lato,che sembra dire,  basta cose serie, cazzeggio! (ricordando lo schiaffo, aggiungere che la maionese a lui poi è sempre piaciuta,  la Kraft) .

il Senhal, del desiderio di fuga, lo vedo quando Mari aggiunge che lo spot a noi noto (Kraft cose buone dal mondo) era con la voce del doppiatore di James Stewart,  rivelando una immaginazione che è  immersa in una dimensione sì forse letteraria, tanto ne è intrisa la lingua,  ma al tempo stesso completamente devota al mondo dei consumi,  all’immaginario (vintage certo) del consumismo (per il quale il padre lavorava e disegnava molto, pur essendo  certo undesigner-filosfo, fautore di un consumismo intelligente “ icui l’industria era inclusiva )
In ogni caso, parliamo dell’epoca d’oro del boom economico, Olivetti, Danese, Artemide ecc ma pur sempre industria e consumo. Quel consumismo c che per molti di noi è l'opposto della letteratura. Michele Mari ci racconta oggi, parlando di quell’episodio, che spremere un po' di quella maionese era come essere seduti a tavola con “ l'uomo che uccise Liberty Valance”  . E forse oggi raccontandoci dello schiaffo ma pure di quel ricordo della maionese industrile inventata in quell’epoca d’ora del boom, in cui il padre fu protagonista  – non solo della sua sanguinosa infanzia – Mari Michele si sta ricongiungendo a Enzo. Più che le psicologie private che sono affari loro, nella “leggenda” in ciò che affidandola a un editore e pubblicandolo, egli vuole che sia letto da noi.
Condividendola, si direbbe in facebook, dove abbonda molto  il privato-che-vogliamo-sia letto.

 Maionese, spot e western, è un ’ immaginazione  libera da un'imposizioni accademica (fli accademici evocati e fuggiti nel libro), è una spia mi fa pensare che in qualche modo Michele Mari abbia voluto scrivere e pubblicare  questo libro per necessità e in questo ci ha messo tutta la sua forza di scrittore ma al tempo stesso sia anche la dichiarazione di resa.

 “Sì alla vita”  sembra chiedere Mari, non più alla letteratura come terreno di scontro con la vita stessa, campo di battaglia con la vita stessa che ha significato per tutta la vita terreno di battaglia con suo padre e in misura diversa con sua madre o con i loro fantasmi,  benché i due siano ancora vivi.
Mi immetto arbitrariamente in una mente d’autore, e penso a cosa accadrà al Mari autore con la morte del Mari-padre-reale e fantasma, ma lo leggeremo o lo vedremo.
Poche pagine dopo l’episodio della Maionese, Mari nel libro scrive (laddove veniva identificato come stupido ancora una volta) che il suo impegno è stato questo, nella vita:  “non farmi trovare dove mi identificano”.
Le note, l’indulgere a altro, cinema, pop, al meno serio, evocato nelle note, sono uno sfiato, una via di fuga, più che il Padre, dall’Editore e il Pubblico, il suo  nuovo doppio super-io esigente. C’è del comico, uno scherzo del destino, Michele Mari è diventato un grande scrittore (e “grande” in generale”) e oggi i lettori chiedono a Enzo se sia il padre di Michele, non più a Michelino se fosse figlio di cotanto genitore.  MA neppure dai due super-io Gatto e Volpe Mari si fa prendere: inventare? neanche per sogno, scrive:  “il mio lievito romanzesco è nella forma, non nei fatti”.
Dunque chiudendo questo libro bellissimo, leggendo la leggenda, siamo invasi da tanta letteratura, forse “privati” di una verità sulla vita di Mari, che è sempre la “quota di mancanza” della vita, anche la più vera, ma che resta grande letteratura. Gli siamo grati per questo sacrificio.


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