lunedì 11 novembre 2019

MARIO BENEDETTI Tutte le poesie (versione lunga della recensione per Poesia del 2017)


Perché dobbiamo rileggere  l’intera opera poetica di Mario Benedetti in un unico volume (“Tutte le poesie”, Garzanti, p328, 16,00 Euro) ? non solo perché quella del poeta friulano  rappresenta di sicuro la voce più importante tra quelle delle generazioni del dopoguerra, capace di farsi stella polare anche per chi è nato ancora dopo e oggi scrive in un contesto in cui la poesia è indebolita presenza in una sua stessa condizione di posterità anche se con diffusa, vivace, proliferazione. Benedetti nato a Nimis in Friuli nel 1955 mostra un percorso singolare che partiva appartato, mentre si svolgevano sonore battaglie di poetica, alla fine degli anni 70 quando  la ricerca lirica si riappropriava anche della possibilità di un Io, seppur detronizzato, solo sembiante di un “soggetto-che-dice” che le avanguardie avevano destrutturato, quell’Io riprendeva corpo seppur tragicamente ferito e disperso. L’approdo è però ad una poesia che sembra parlare da posizione di estraneo e sradicato, proprio perché strenuamente conficcate in una heimat.  Storia e geografia dell’apprendistato poetico di Benedetti va proiettato sulla storia: in Friuli apprende della morte di Pasolini, friulano e espatriato, l’anno dopo si iscrive alla facoltà di lettere, nell’anno di uscita di “Somiglianze” di Milo De Angelis e del sisma nel Friuli. Un terremoto letterario e uno reale. La crepa di terra e anima lo riporta al vissuto minimo ed essenziale della  sua comunità, alla necessità della tenuta di una storia che  non solo cambiava antropologicamente, ma ora quella civiltà contadina crollava, seppellita in macerie. I detriti per lui sono reali, lo sono stati nel dopo terremoto infinito anche quando tutto è ricostruito per bene, sono realmente da qui puntellare, più ancora che in poeta metropolitano come De Angelis  ( non solo interpretazioni e  allegorie di una lacerazione interiore).

L’inzio della sua attività poetica, che poi confluirà in Umana Gloria del 2004, inizia negli anni 80 nel sodalizio di Scarto Minimo con Dal Bianco e altri.  La parola stessa li collega ad un “minimalismo” narrativo  che dominava nel cuore dell’impero letterario occidentale  (l’America di Carver), ma  nella poesia di Benedetti e dei sodali della rivista padovana ha diverso senso: è il passo corto di chi attraversa a piedi il paesaggio, senza che diventi la vastità convergente di  psiche e storia che c’era nel conterraneo Zanzotto (che plaude agli esordi di Benedetti) perché il dopostoria inaugurato negli anni ‘80 fu anche la fine delle grandi poetiche, non solo delle grandi narrazioni. Anche la poesia è investita di questo pauperismo privativo. Una poesia senza poetese, come lo chiamava l’avanguardista Sanguineti, anche se Benedetti lo fa proprio dalla riva della lirica o quel che ne rimane.

Non c’è nessun  deciso timbro di metro e ritmo, con versi lunghi a declinare verso la prosa, e poi verso la fine della lingua, un finisterre della langue.
 Come Benedetti  è oggi sospeso in una dimensione della malattia che non deve connotare il discorso di accenti postumi. Benedetti è un poeta contemporaneo è tra noi, e anche in questa dimensione di non scrittura del suo “adesso” possiamo leggere quel legame tra biografie e poesia, tra tempo e poesia che lo ha contraddistinto .

“E’ successo un tempo/ma è come se fosse adesso/ perché anche adesso è un tempo” sono versi di venti anni fa, ma sono versi di ora. E tuttavia Benedetti è anche un poeta che registra le onde di una Storia, ma in cui il versante della gloria sta nel lato opposto dell’oro dell’icona, dove si vede la traccia manuale del lavoro e quella umana della “fievole istoria” parole che chiudono il primo libro mondadoriano (siamo anche nel mondo degli strumenti umani di Sereni, con una “carrucola” anche Montaliana che compare).

Non a caso nella prima poesia di “Pitture  nere su carta” quattro anni dopo, c’è stato un terremoto ulteriore e la poesia coma la biografia di benedetti proseguono verso una ricerca di verità che sta nella lingua e spetta alla poesia, la verità di un esistenza in cui però il dire è assediato dal non senso, in cui la povertà delle cose materiali anche si riflette in un impoverito della lingua stessa e dei significati che circolano in una comunità, quel “noi nell’enigma” come dirà in uno scritto dei suoi dintorni, e verso  cui il poeta sempre si deve rivolgere, non per alimentarlo, ma per scioglierlo, scrivendo però nuova lingua inedita: le metafore a scarto del senso comune, le ellissi, sono chiarezza, perché non ridotte a banale dato didascalico. La comunicazione di Benedetti ci tiene sempre sull’orlo di precarietà esistenziali, afasie.

Il “ noi “ ritornerà, ma  con “Tersa Morte” (2013) dove la lingua più aperta è però dichiarazione di dismissione, una resa amara  più dura, amara, al limite del linguaggio e della poesia. Ci sarà lingua più aperta, diretta, soprattutto  nei pochi testi ultimi di “Questo inizio di noi” (Nuovi Argomenti, 2014). Cosa ci dice non tanto l’involontaria biografia del poeta che viene consegnato ad un mutismo dalla malattia, ma la sua elaborazione simbolica precedente, nel momento in cui con quella malattia si stava confrontando – ormai da dieci anni  - e che tuttavia proietta come sempre in Benedetti e nei grandi poeti a assoluta singolarità di uno sullo sfondo dei nostri destini generali?

Ci dice ciò che sta nel mezzo di questa storia, ovvero la grande sfida con la possibilità di dire la verità e trovarli una forma nella lingua della poesia che è “Pitture nere”: che l’orizzonte è del tremendo, che lo sforzo a ricomporre una sintassi del massacro è un umano che non resta nel sottofondo del minimo, ma in piedi affronta il  tremendo. Lo sforzo a ricomporre una sintassi del massacro. La morte, di sé, l’avvento di una malattia che già lo aggredisce, e quella dei propri cari, fa di “Pitture nere”  un libro che estrae senso proprio dal lutto. La voce dipinta su testo ha forma in sintassi sincopata, enumerativa, frammentata espressionista, seppur con scelta terminologica sempre legata ad un misto tra l’eredità culturale (con squarci di citazioni, descrizioni di dipinti) e il linguaggio assolutamente comune. La morte che attraversa ci investe dal mondo,  è il credito che il tempo, la storia, la biografia sua e di tutti, viene a riscuotere.

Benedetti dice come sia fondamentale – lo dice in un’intervista -  vedere “Il mondo attraverso me”. Biografia, certo ma oggi, dopo dieci anni da quel libro, lo rileggiamo mentre il mondo effettivamente  attraversa anche fisicamente, a piedi,  quel “noi” così importante per Benedetti – con una diversa “fuga di morte” che attraversa l’Europa che  beve ancora il Nero latte dell’alba dell’ amato Paul Celan, stavolta di lontano sangue di umani che ci attraversano..

Questa  poesia è nata all’incrocio tra le due mortalità - dell’io e del mondo, quello che muore trasformandosi, capoliena di ripartenze,  è anche allegoria triste di una biografia,  in cui gli umani, come le parole su carta, vagano come particelle . E tuttavia quello che Maria Grazia Calandrone definiva “un esodo continuo di parole-molecole che rifondano la massa evanescente di una stella nuova a bordo pagina” oggi possiamo staccarlo da questa dimensione fisica e metafisica e rileggerlo proprio come iconostasi  (parola chiave per Benedetti) di una Storia a noi contemporanea.

 La scelta della citazione di Goya nel titolo è importante, la sintassi che sottrae linearità, prospettive uniche, cattura lampi, di significato in un buio sullo sfondo di un secolo che si sperava d luce e invece precipitò nel sonno della ragione. La scrittura ad impulsi, l’abolizione di un flusso, procedendo per giustapposizioni di nuclei acuti, scrive il tracciato morse di un allarme al nostro tempo.
Il primo allarme è che non si può più dire con la lingua comune questa esperienza, la seconda è che forse è inutile, la terza è che pure la materia verbale e segnica si dispone davanti a noi, non tanto a mimare una realtà frammentata, quanto a dire un’unità diversa che rinasce da macerie. Ancora qui le macerie dopo tutto questo tempo….

 Per quanto disarticolata, la poesia di Benedetti tuttavia non è mai esplosa, non è relitto, ma raccolta di ciò che resta, sogno di figura. riemerge dal nero.

Come corpi affiorati nel mare, senza direzione.  Senza nome, lo avranno.Affrontare l’impegno della fine delle possibilità: eccom in fondo è un leopardiano, Mario Benedetti. Anche se con meno fiducia nella poesia approdando a  “Tersa morte” che è stato  nuovo inizio. Senza fine, in una fine-sospesa.

Siamo al  come dicevamo al finisterre, ma la scommessa è che il cammino continui, nella rimembranza, nello sguardo all’infinito, anche se fatto di silenzio vero. Benedetti naufragato nel suo privatissimo mutismo, ci ha consegnato la durezza della necessità del coraggio, ogni volta necessario, in ogni stringa storica a rinnovare quello che in  ciò che inferno cerca quello che inferno non è.


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