mercoledì 6 novembre 2019

HELENA JANECZEK "Cibo" (Guanda, 2019)


La mia dieta è iniziata leggendo il libro “Cibo” di Helena Janeczek, ricevuto mesi fa, mi è sembrato un buon motivo per recuperare. Era stato già pubblicato nel 2002 da Mondadori e ora riedito da Guanda con un capitolo finale che proietta questi quasi venti anni di “civiltà del food” dentro una più ampia questione che riguarda la nostra identità culturale della stessa, proprio sulla scia storica di un’epoca che per qualcuno (le destre occidentali) è stata segnata dallo “scontro di civiltà “con l’Islam. Già da allora – ricorda Helena Janeczek nella postilla 2019 “Dalle torri, dalle cucine” alla nuova edizione Guanda – era iniziata anche la battaglia in favore della Polenta e contro il CousCous, approdando oggi all’apoteosi dell’identità vissuta come battaglia per il recupero di una sovranità nazionale, che è imparentata alla rivendicazione trentennale della Lega di una identità locale-regionale.

A mio parere – so che suona strano – ma la questione della rivendicazione “local” ha due volti, che in qualche modo inconsciamente si sono alimentati – meglio: hanno agito sullo stesso sentimento in parte dell’opinion pubblica: uno è quello della Lega di Bossi, la prima, l’altro volto è quello dello Slow Food di Carlo Petrini, l’anti-global della prima ora – e ai tempi, fine anni 90 c’erano medesimi fronti di protesta. Oggi la battagli anti-couscous si colora di nuovi casi, come quella contro il “tortello con il pollo” servito nelle scuole emiliane per far mangiare insieme musulmani e cattolici e visto come un’aberrazione, un cedimento della tradizione (ma ripeto: il purismo alimentare a me sembra figlio di slowfood, prima che di Bossi o Salvini).
Da vent’anni il cibo ha colonizzato l'inconscio occidentale, nella generale offerta di “godimento” di soddisfazione del desiderio che caratterizza il capitalismo del narcisismo di massa, il capitalismo capillare e consumista, in cui il prodotto soddisfa – e appena ne abbiamo voglia - il corpo e l’ego, in un processo di “rilevance” del soggetto che supplisce tutte le assenze per un io-minimo privato di storia, memoria, religione, potere, identità. E di qualcosa di primario, tendenzialmente “le cose buone di nonna” – in realtà è dall’epoca del Mulino Bianco 30 anni fa che è così, ma il processo di desertificazione dell’Italia contadina è stato lungo.

Nell’alleanza tra un edonismo diffuso e continuo e l’offerta povera dei migranti la cui prima chance è aprire un negozietto di cibo, da New York o Londra o Berlino per non parlare di Parigi che sicuramente già ricca di suo sia per la cucina locale che per quella integrata dalle colonie delle seconde e terze generazioni.
 Siamo sopraffatti anche dall'idea di gustarlo e di trovare nel  cibo la sublimazione di un piacere rizomatico, che ha fatto del “desiderio” – che  alla fine degli anni 70  doveva essere la pulsione destabilizzante dell’ordine borghese – la rivoluzione permanente circolare che tanto crea caos quanto usa il medesimo per rimodellare un capitalismo che ha saputo farsi malleabile e assorbire ogni urto critico eversivo trasformandolo in “diversivo” ennesimo capitolo di un infinito intrattenimento al consumo (e all’accettazione dello status quo necessario ad un consumo che nessuno, nemmeno il più radicale degli antagonisti riesce ad evitare perché  il pc con cui hackera, I jeans che indossa, I concerti che vede, il cinema o le serie tv, il cibo che consuma, I vestiti, tutto è inserito nel medesimo sistema di produzione e consumo capillare, sia I prodotti lowcost, che gli indie che il lusso.
se facciamo un parametro dantesco, su cui torneremo, abbiamo liberato i peccati di gola, tanto abbiamo irrigidito i peccati della carne e del sesso. 

Le ossessioni per il cibo il biologico prima e ora vegano stanno conquistando i nostri scaffali dei supermercati consumato anche dai non vegani. La proliferazione per il cibo va di pari passo con la paranoia per tanti cibi, dallo zucchero ala carne per non dire le “intolleranze” che sono veramente democratiche. Sulla sponda opposta, ovviamente le ossessioni per la forma fisica.
  Quello di Helena è un romanzo a due voci, di fatto, in cui la protagonista, Elena, decide di fare massaggi per aiutare il suo tentativo di dimagrimento o contenimento, e a Daniela, l’estetista che la manipola, confida I suoi problemi e la sua educazione alimentare tra Germania e l’Italia, dove era arrivata più che ventenne. A sua volta Daniela confida alla cliente I suoi problemi col peso, con il cibo e tra le due nasce un’amicizia sul filo dello scambio di ricette, aneddoti, consigli, e soprattutto tanti racconti di vita delle due donne alle prese con una non facile esistenza, ognuna delle due per motivi diversi. Dolci e cibi tedeschi, poi italiani, questo I terreno comune e per entrambi la passione di un gusto speciale, poi ricordi del cibo ebraico della famiglia di Elena.

La Germania dei ricordi di infanzia – ovvero per ogni persona il paradise lost del proprio gusto, è lo stesso luogo in cui – in casa del carnefice – s’era rifugiata la famiglia della protagonista, come anche dell’autrice.
 E il carnefice a un certo punto compare nel libro in poche righe poi scompare di nuovo, tra i ricordi infantili, Hitler che amava il suo cane e era vegetariano, aveva un'infinità di problemi col cibo (qui viene in mente per collegamento un altro libro, sempre legati al cibo e all’epoca nazista, le assaggiatrici)
Hitler aveva un rigido regime alimentare, afflitto da mille problemi di ulcere e cattiva digestione. Ma la dieta di per sé è definita “un regime” alimentare, ovvio, ma c'è qualcosa nelle diete che richiama proprio una dittatura con la contraddizione che oggi, ci sono due regimi che si scontrano apparentemente è un po' come il totalitarismo occidentale e il totalitarismo nazista o comunista, c’è il regime delle diete, per noi occidentali sovrappeso, ma c'è anche il regime pervasivo e totalizzante del cibo offerto ovunque.

Nei ricordi di Elena non c’è solo l’aneddotica di gusti perduti, la memoria infantile e adolescenziale affonda in quelli di una generazione nata negli anni Sessanta, figlia di quella che era adolescente durante la guerra e che ha fatto la fame. Nel riscatto della ricostruzione finì anche l’ipernutrizione dei figli, ma no solo.
Le dinamiche del cibo aprono a sofferenze che però guarda caso non riescono mai ad essere generazionali (mentre invece per la droga c’ sempre una Christiane F. da raccontare, un’epopea giovanile. Elena ritorna invece a memori di dolore legate a bulimia e anoressia, quest’ultima un inferno, ma anche la prima lo è, sebbene oggi chi divora cibo sia annoverato tra I malati psichici, mentre per Dante erano peccatori e li ficcava all’Inferno, anche loro. I disturbi della psiche legati al cibo fanno parte di una storia di emancipazione dolorosa di una generazione che è cresciuta a cavallo con genitori piantati con la testa nell’800 e un futuro completamente diverso di cui la generazione nata negli anni 60 fu la cerniera tra la fine del vecchio mondo e le incognite del nuovo, con l’aggravante che – come I genitori di Elena/Helèna – parte di quella generazione soffrì della stessa sofferenza di Dante, l’esilio, fu “displaced People”, profugo, ramingo. Si portò dietro il sapore suo o la mancanza d’esso. Fossimo stati all’oggi magari avrebbe aperto un fornaio di pane sciapo a Ravenna. Proprio come ora I mangiatori di cous cous vengono a insidiare la polenta aprendo mille attività di facile presa, quelle culinarie.

Un destino, ammalarsi col cibo, anche per Ruzena divisa tra occidente e oriente, esule da Praga a cui sempre sarebbe voluta tornare, di cui sempre ricordava sapori e profumi. La Storia sembra penetrare le esistenze sul filo dei ricordi di cibi e viceversa, è la memoria alimentare – nel suo classico micro choc involontario – a generare ricordi, da quelli di Franco Montesimone o Teresa Aiace, nei dettagli seguiti su un filo narrativo continuo e irregolare, in ci tutti I frammenti si ricompongono, come nella bellissima e malinconia storia dell’amica etiope campagna di scuola in Germania, scomparsa troppo giovane, rievocata nelle memorie di  una sorellanza fatta amicizia,  nel nome di una cultura per entrambe egemone, prevaricatrice o coloniale, se osservata col taglio dei dominanti e dominati, ma pure sentita come propria intimamente da due ragazze tedesche, europee, che amavano Bruckner, Shakespeare, Bach così come amavano I cibi delle loro radici.
Così il nostro mondo sta cercando di cancellare le sue memorie future, anche se più nega legittimità ai cibi di altre culture, più ogni città – complice il desiderio, lo stesso che ci fa essere consumisti - è contaminata o meglio: integrata, innestata, con cibi di tutto il mondo. Che sia reale integrazione o facciata, preso dirlo (lo stesso accadeva con la cultura greca a Roma o quella black-afro negli Stati Uniti o quella ebraica un po’ dovunque – e arabo-turca, allo stesso modo.

Una cultura che assorbe e ingloba l’altra, il processo si ripete. Ha il simbolo proprio nelle Torii Gemelle, e nelle sue cucine cui Janeczek dedica il capitolo conclusivo. Il World Trade Center, simbolo del commercio mondiale, della dominazione globale delle big company soprattutto per lo sfruttamento alimentare (si parla molto di data Facebook e Google, ma non si parla mai abbastanza della borsa di Chicago, delle quotazioni dei mercati globali delle materie prime alimentari a partire dall’acqua, vere dominazioni globali). Nel world trade center però la cucina corrispondeva - nella sua molteplicità di culture e di lavoratori addetti - alla varietà di culture e tradizioni culinarie delle molte etnie del personale che lavorava nelle torri, delle bocche da sfamare. Un dato che sono solo annullava le differenze o meglio le faceva convivere così che da un lato contraddiceva la tendenza all’omologazione che avrebbero le big company del food, magar iper far consumare a tutti gli stessi alimenti, così da risparmiare nella diversificazione. E questo un dato che non sarebbe piaciuto ai big boss del WTC, ma pure non sarebbe piaciuto agli integralisti islamici, che avevano puntato alle torri come simbolo di un dominio occidentale che schiacciava le differenze, mentre il suo ventre profondo, che si rivelava in quello che veniva cucinato e da migliaia di bocche veniva ingerito fatto di tutte le culture, un world food center. Tutti I sapori del mondo. cucine e ristoranti, che rappresentavano proprio quelle culture alimentari che il WTC ogni giorno contribuiva ad impoverire.  


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