martedì 29 ottobre 2019

TOMMASO GIARTOSIO "come sarei felice" (Einaudi)


“Sei tornato. Non eri mai davvero morto” inizia così il pometto “le notti bianche, una delle sezioni di questa raccolta di poesie di Tommaso Giartosio  “Come sarei felice”(Einaudi)  il cui sottotitolo “Storia con padre” già allude al suo carattere narrativo, di confronto, ma come in un abbraccio, con la figura dell’Altro-Padre. Un doppio ritratto di sé narciso, inevitabilmente narciso ( questo siamo, chiunqe di noi riflette su sé,  specchiandosi in sé o in una pagina di libro, letta o scritta).

Giartosio è uno scrittore originale, i suoi libri singolari, colti e preziosi ( sempre a cavallo tra autobiografia saggio e letteratura “Doppio ritratto”, per l’appunto - e non a caso Fazi aveva posto in copertina il Narciso di Caravaggio oppure “ la O di Roma” per Laterza) e negli anni ha alternato a questi,  molti e significativi studi sulla letteratura e cultura omosessuale, una questione a cui Giartosio si è dedicato anche con sua personale militanza, cosa che traspare anche in un libro di poesie come questo, in cui a un certo punto la realtà biografica entra con un segno non grammaticale, letterale.

Anche Narciso si riaffaccia sulla soglia in questo libro in cui “ la Storia” quella generale della società tutta, nell’elaborazione di un lutto per la morte del padre, include proprio la sua figura, la include potremmo dire alla lettera e oltre la lettera. 
Se la mitologia psicoanalitica misura la distanza e spesso la nostra esperienza pure la vive irriducibile, qui il padre compare, dentro l’ambivalenza di quel “con” del sottotitolo. La bellezza mortale nella leggenda di Narciso – che in Giartosio si colora di una delicata ironia alludendo al fatto, pare “ che il suo viso/ nella fonte riflesso/ fosse brutto lo stesso// questo pare l’abbia ucciso” –  viene posta a specchio della bellezza del caro defunto, del padre, di cui vediamo la sua allegria giovane e spavalda in un piccolo ritratto  (una piccola foto nel libro a marcare una “tessera” di verità dentro una scrittura che si misura sempre con la possibilità che tutto sia mitopoiesi, finzione, invenzione) . la foto sigillo di verità per la sentenza dei due versi centrali di una poesia posta nella prima parte: “Penso, tutto ciò che non si rivedrà mai/ abita gli specchi”.

Per questo la storia dell’io che scrive non può che tenere dentro, includere il padre, fuori dall’ambivalenza invisibile della scrittura, con la sua foto e la sua bellezza, il padre solo il padre, il suo corpo- padre.
Solo questo osso di vero rende possibile il confronto e la distanza, lo sdoppiamento, la necessaria separazione di narciso da sé, e dunque rendere non mortale la sua bellezza, la bellezza in cui Narciso-figlio se si riflette muore, per il suo non essere.
 Il padre è l’altro, ma io posso essere egualmente io, se l’altro è diverso ma è con me, dentro una storia in cui anche il conflitto e la differenza ci tiene assieme. Lo spazio delle dinamiche dell’inconscio non è tutto interiore al soggetto, ma è nello spazio che separa ma tiene in un medesimo campo di tensione, il mio volto e il tuo.

L’amore sembra sempre essere il tentativo di pace tra due che si fanno per natura la guerra. La ricomposizione procede nei frammenti di esistenza delle poesie recuperando le memorie nell’atto del “formarsi del ricordo/prima e dopo la realtà” come se il confronto dell’oggi, riposizionando la coscienza un “allora ora” con la pratica della memoria. LA rielaborazione memoriale, l’elaborazione, dovrebbe emancipare ma al tempo stesso ribaltare I poteri, mantenendo un doppio legame nell’età finalmente adulta (“Padre ti ho concepito come tutti/ I figli” e nell’enjambement Giartosio lascia sospesa l’ambivalenza di questa affermazione seguita subito da un sintagma adulto, ma detto tipicamente dai bambini (“sono grande adesso”). 

Il bilancio del consuntivo tra errori e sbagli reciproci trascrive nei testi questo esercizio di collocazione spazio-temporale dentro una Storia. Le poesie si fanno tentativi di mappatura di un’esistenza ereditata nella trasmissione della morte del padre che lascia in eredità la sua storia al figlio, inevitabilmente – e in modo ingombrante, sempre, anche quando non voluta o non condivisa- ma non la sua identità, seppure tenga in sé la sua immagine. E’ tutta dentro questo triangolo la vicenda, ma pure il modello dell’amore. Se il figlio elaborando il lutto genera, concepisce, suo padre, dall’altra si appropria di questa storia tradendola, e la tempo stesso portandola avanti dentro quella rottura di un patto che forse andava ben oltre l’amore singolare di un padre e di un figlio.

Qui il nodo lessicale, biografico, quindi poetico, si trasposta ancora una volta nella storia più generale con uno slittamento interessante che ci porta anche alle scelte biografiche e pubbliche di Giartosio.
  “figlio di una scrittrice” anche così viene definito questo padre dall’ io-che-scrive, padre che a tavola ingaggia col figlio lotte nel nome di qualcosa ovvero un duello sui nomi, sui  lemmi, duello di erudizione verbale che finiva arbitrato dalla Treccani. Ed è lì che nel suo turno di sfida il figlio scende, coi lemmi della poesia tra I lemmi nel ricordo, termini che il padre nelle sfide della disquisizione egli “abbaiava”. Questi ricordi sono le scende di una divisione, lancinante, lacerante tra questo alto ufficiale di marina e il figlio che sta compiendo il suo percorso di identità, rivelando in sé la sua omosessualità “scendevo in quella patria di voci, verso I miei termini che tu abbaiavi sfidandomi a penetrarli” (c’è tutta forse anche troppo sovrabbondante tra patria, lingua madre e penetrazione, una inevitabile rifrazione nelle parole usate) e quali erano quei termini dilanianti? Ovviamente “ ‘invertito, ‘sodomita’ e ‘ pederasta’ ”. Ora però che la morte ha sigillato il conflitto l’io scrive “mi alzo ogni mattina con la paura di non avere figli tuoi padre unico come un figlio, schiattato come tutti i padri” È l’impossibile tradizione, traduzione di padre in figlio, di geni in geni lo snodo.

Qui dobbiamo portare nell’analisi del testo una vicenda biografica – del resto autorizzata criticamente dalla posizione di una tessera-reale della foto del padre, dentro il testo letterario, alla maniera del maestro implicito di Giartosio che mi sembra sia GW Sebald ( e spero che l’autore non storcerà il naso, per l'incursione biografica,  nel nome della nostra conoscenza trentennale).

 Tommaso – racconto ciò che è già noto, e si trova in rete,  anche per la cronaca di una battaglia civile di cui s’è fatto portatore a partire dalla propria esperienza personale - è padre di due bambini con (il termine “con” che ritorna indica che è una paternità anche con) suo marito Gianfranco Goretti (sposato già dal 1998 negli Stati Uniti e ora finalmente anche riconosciuto in Italia e con esso, appunto, la paternità dei due figli a entrambi i genitori) .
 I figli avuti grazie alla “gestazione per altri”, in questo caso un’infermiera canadese che i piccoli (ora di 13 e 10 anni) conoscono e a cui vogliono bene, secondo quanto raccontato in interviste da Giartosio, che è stato ed è ancora militante e responsabile comunicazione per l’Associazione delle Famiglie arcobaleno.

Di questa vicenda storica, sociale e biografica, ci sono rifrazioni naturalmente nel libro, e ne aumentano lo spettro di sentimenti, che approfondiscono la portata e danno certo il segno di un conflitto tra concezioni della famiglia e della sessualità, che però nel nodo di affettività private, la poesia mette in luce quale travaglio emotivo, di concezione identitaria sia aver fatto una scelta di rottura.
Ecco che però al padre “schiattato” (il termine è germanico, Sclatha, vuol dire stirpe, nella morte si sancisce la discendenza, nella morte l’albero della genealogia fruttifica) si contrappone il fatto che - scrive il poeta - provo per questa sua schiatta  “amore” e che – chiosa -  “per me si eredita”.

La ricomposizione è dunque dopo il conflitto, e con la morte.  E’ pur sempre nell’apparato genitale, biologico che si compie la filiazione ulteriore del padre attraverso il figlio e oltre, che rinnova la sua schiatta, seppure per diverse scelte laterali di concepimenti. Oggi geneticamente qiuel padre militare e distante ufficialmente e biologicamente  ha anche lui ha un nipote, seppur non nato da atto erotico genitale, e tuttavi da geni e in quel nuovo nato avrà continuazione. (ho rirato dentro l'elemento biografico, ma come per i romanzi , anche in poesia vale la profezioa del filosofo americano Emerson, siamo arrivati a quel punto in  cui nel futuro, scrisse un secolo e mezzo fa, ci sarà solo letteratura autobiografica, memorialistica, personale).

La letteratura serve però a  moltiplicare i significati a costrure un diorama di senso e dsentro quello si mantengono anche non detti, non tutto si appiattisce al discorso: "tutti I miei segreti morti con te/non sono mai esistiti. Sapevi/ tenerli. Non li sapevi” ma in questo gioco ambivalente una certezza che “solo questi segreti/ si tramandano/ tra le righe di un testamento” ma che proprio per questo figlio-poeta-figlio eredita ma dicendo “non ti tradirò mai abbastanza”.


Telemaco qui, contrarimente al mito, aspetta Ulisse per ucciderlo, e diventare re nel suo nome. La biografia di un padre ufficiale di marina trasporta la proiezione di un ripensamento nel cuore del mito omerico. Come si diventa eredi giusti? Uccidendo, come Edipo, che conosce il conflitto con il padre beneficamente traumatico? O restando fermo all’immagine giovane di sé e del padre, interrompendo la differenza tra le generazioni – e di conseguenza il flusso storico di eredità. 

La storia ha bisogno di procedere, Giartosio individua un percorso di riesumazione dopo la morte, di riconciliazione con il fantasma che deve passare per una guerra con la persona reale. È un Telemaco diverso da quello di Recalcati, un Telemaco che si traveste da Edipo prima, sarà poi il lutto a rendere vivo il loro rapporto. Se il Telemaco usato da Recalcati per spigare l'assenza di conflitto col padre tipico della nostra epoca, è un Telemaco conservatore, politicamente,  che in nome della sua identità e nel nome del padre, lo aspetta  per ristabilitre la legge nel regno, il personaggio-poeta-figlio di Giartosio separa amore dalla legge, nel volto del padre si, nel nome del padre no.

E vuole un’altra legge, una diversa legge della paternità, innanzitutto.
Qui – come abbiamo detto sopra – mito e storia continuano a dialogare. La paternità è uno specchio da infrangere e poi un ritratto da ridipingere, a memoria. Questo in sintesi, il passaggio duplice che la soggettività definita dal “romanzo familiare” contenuto in  “Come sarei felice”.
Al padre l’Io si rivolge:   “ah quanto mutato da prima della tua morte io sono” e poi constatando “è stupefacente il mondo/ che si è ricomposto senza di te”. Giartosio eredita una linea di pietas verso questa figura di pare “disperso” che in poesia ricorda anche quella di Maurizio Cucchi, quella figura non predominante, sfuggente, debole, traditrice delle aspettative eppure amata, sconfitta e  demitizzata (”non eri davvero/ tu quello che comandava le navi”) . Tuttavia proprio in questa essenza/assenza,  che viene prima della sua divisa da padre, “la primavera della tua preistoria”  è il luogo in cui figlio e padre possono ricomporsi . E addirittura il figlio si fa “portavoce del silenzio” del padre e nel sogno la fusione arriva alla ricomposizione anche erotica, che sublima tutte le seduzioni, i desideri, la volontà di generare un figlio dal padre, e viceversa (“papà t’avessi incontrato in treno/ e accompagnato ai gabinetti (..) “  in un approccio erotico che avrebbe azzerato le ipocrisie ( “le balle che ci siamo detti”)  in una fusione tra il ragazzo  adeso il di allora, bello, che era il padre e il poeta che scrive ora che ha l’età che avrebbe avuto il padre “quella di quando mi hai fatto” dice il figlio-poeta. UN incontro e un intrigo erotico che naturalmente non genera, non può generare. E’ questo limite invalicabile dell’amore omoerotico, della non fecondazione, ora passato per aggiramento culturale e tecnologico, ed è il nodo cruciale del libro. In ogni caso è quella impossibilità che fa da misura di tutto il resto,  che però è possibile. L’amore innanzitutto. Ma anche la genitorialità.

. EDIPO Può generare con il corpo di sua madre, Elettra con quello del padre. In questo caso il confronto erotico sostituisce il conflitto di Edipo, ma non può generare, quindi resta sospeso dissonante – se non che è quell’Eros a poter generare  simbolicamente: “sarebbe stato tutto stupendo, pur non sapendo/ chi in quel momento stesse venendo/ e chi venisse al mondo” questa complicità è chiesta anche nel poemetto “le stelline”(“pur disapprovando/ dovresti tacere”) diventa  il cuore di un testo-cerniera nel libro.

In  “Le stelline”  Giartosio modula in pieno anche il cuore stilistico della sua scelta di poesia narrativa scendendo in “ipogei” biografici del padre morto, in versi liberi ma sempre su quel filo di una rivelazione che nasce dal clinamen del linguaggio, fino ad arrivare in sequenze lessicali analogiche, come a inanellare nell’omofonia un punto di rottura rispetto al sottinteso segreto, la paura dell’io narrate, l’omofobia. Il lapsus come forma di  coming out, del resto.
Oltre al verso libro, ma misurato, alle ampie strofe che lo iscrivono nella linea della poesia narrativa, il libro è pieno di una trama lessicale di fitti rimandi sonori simbolici, come anche a misurare una storia del lapsus o deone di analogia. Ed èqeusta la caratteristica saliente a livello formale del libro, ma non lo è per pura casuallità o gioco.

 La scelta dei versi in questa raffinata penetrazione delle pieghe riposte dell’animo paterno entro la sua storia è perché “non sta scritto da nessuna parte/ il senso della nostra morte, tranne che in poesia” ma se poi la sequenza dei versi si fa emersione di umanità, al tempo stesso è il rischio di perderlo: “quando il padre sarà stato analizzato/ e spiegato cosa resta  del figlio?”. Così il racconto più si dispiega più resta inspiegabile e senza un lemma che lo inchiodi questo rapporto a due, che è sempre un doppio ritratto, mai ritratto di un doppio.

 Partendo da un fermo immagine di un video porno in cui due uomini fanno sesso, da un attimo di ilarità e gioco, non previsto nel canovaccio di quella  finzione-vera di quel sesso esposto commerciale per consumo cinematografico, con quel momento di gioco tra I due che diventa “metafora estrosa” per spiegare come anche in un rapporto improntato alla finzione e forse all’ipocrisia tra un padre alto ufficiale, militare e borghese e un figlio fuori dai suoi schemi mentali e culturali, sia esistita poi la scintilla,  la stellina,  il dettaglio rivelatore di una verità dell’amore, perché l’amore è “beneficio di innocenza"  che si dà all’altro che si ama anche quando si “disapprova” il suo comportamento. 

Così il poemetto è una resa dei conti amorosa e biografia sommaria di un padre distante e vicinissimo, puro e al tempo stesso uomo d’ordine e “ufficiocasachiesa”, e come le parole nel loro cielo  sonoro fanno sovrapporre significati in antitesi, così Giartosio crea anche un interessante stratificazione di piani immaginativi e memoriali e reali. Così ecco l’analogia tra una stellina nera tatuata sulla natica del porno attore, in un video che l’io-poeta guarda, e che fa scattare il piano del ricordo (anche in modo ironico, irriverente) e si sovrappone alla “stellina” o stelletta di ufficiale, la “prima confitta al petto” giovane del padre, inizio di una carriera di uomo d’ordine, ma con dentro al cuore forse un caos che ora lo rende dopo morto più vicino, nella distanza siderale che hanno sempre I padri.

La storia tutta quella sociale , è una costellazione borghese di "stelle e strisce/ e di Plaris, l’Autosole, le star/ il brodo Star, il cristo superstar” ma per un padre che amava anche un altro ordine, che baluginava nel  “luccichio dei giochi di parole/le fusa di un antico endecasillabo/ (non rattoppato come il mio riciclo/ creativo costellato di  decenza”). 
E’ su questa scelta di caos come diverso ordine che la poesia analizza un altro senso nella relazione di finzione padre-figlio, finzione sociale che tuttavia sottende amore, come I sottintesi di parole, I non detti, il silenzio e  il poeta-figlio ammette “non so dire/ meglio del tuo silenzio/ per moti anni a venire, ciò che avvenne” anche se poi “trovami un poeta che sciolga/ ogni filo del legame tra I suoi/ genitori”. Il verso però serve a dire che oltre le stelle c’era “anche luna,  cruna, lacuna/il meato in te celato; / era vano varco, venia ventata” insomma l’accesso dentro la piega, senza necessità di spiegarla, esattamente come fanno versi, le costruzioni fonosintattiche, le  catene fono-simboliche di associazioni.

 E segreti, come l’ultimo post mortem, scoperto dai figli, grugando,  che rivela appunto come questo padre dell’autorità e dell’ordine “mortale” sia invece poi passato per un suo passaggio segreto ad un “caos celestiale” attraverso forse una decostruzione di quell’ordine, in cui l’ambiguità dell’eros – nella rivelazione della foto trovata dopo la morte nel suo portafoglio di una “ragazzetta sudamericana” -  si rivela ancora una volta portatrice di bene e di amore.

Le sezioni che seguono si nutrono di quella distanza. Ma nell’elaborazione I “viaggi immaginari” (titolo della terza sezione) diventano la misura della morte del padre che diventa “fatto della vita”. E a partire da questa oggettività “la distanza accelera/ finché gli intervalli formano la vera storia” e negli intervalli ci sono viaggi, dislocazioni interiori derivata dalla lettura e dalla scrittura. Una ridefinizione della propria posizione nel mondo, un desiderio di fuga. Un desiderio tout court.
non a caso, l’ultima sezione viene annunciata ancora dal tema del desiderio (“dall’amato dipende/ la soddisfazione dei desideri/ ma dal padre il desiderio”). E così già dal titolo (“Trovare” che come dalla spia in ex ergo che cita Arnault Daniel, va intesa nel senso poetico provenzale della lirica amorosa) esplicitando ancora una vota la relazione erotica nel doppio maschile, trasferendo il confronto immaginario con la figura del padre amato sulla figura dell’amato-compagno. E’ tuttavia una tradizione che ha poca e nulla lingua o codice, quella della “poesia / d’amore d’un uomo a un uomo” (il vero esperto in questo campo è Gartosio stesso)  nell’ombra de “l’affascinante/ adolescenziale bugia dei pronomi/ di seconda persona” e di tutti gli altri accorgimento per confondere le acque –  precedente più noto, quello di Shakespeare , aiutato dall’inglese dove non c’è la declinazione femminile o maschile dei pronomi, degli aggettivi ecc.).

 E’ una sfida seducente per un poeta questo nascondersi, dissimulare (“sedotto dai tranelli meticolosi” della lingua per “assecondare l’indistinto del desiderio”. Il destino e forse l’origine dell’amore è un lutto, è la mancanza è il perdersi. È qui che il poeta chiude un cerchio metaforico, nella circolarità della mancanza come dogma del desiderio, specialmente nella poesia che al centro ha il sentimento dell’amore: “prevedo, vedi, di perderti. E di accoglierti/ insieme, nel profondo di me, come /quello che non si perde”.  E neppure la morte “normale” del padre lla fine oggetto di discorsi ripetitivi, tanto da essere “un dolore infarinato di noia”, è più fondamentale, il cerchio si chiude di fronte la rispecchiamento ultimo, della morte con la morte. “oggi il dolore non c’entra con lui. / E’ solo paura per la propria morte” questa nostra morte “così fragile. Di cui dobbiamo prenderci cura” – per trasmetterla “pura ai nostri figli/come l’abbiamo avuta/ dai nostri genitori”. E il cerchio della vita, difronte alla morte trasmessa, può ricominciare.

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