lunedì 15 luglio 2019

IL CUORE RITROVATO. ("Di chi è questo cuore" di Mauro Covacich, La nave di Teseo


Mauro Covacich è uno scrittore che macina pensieri, starei per dire che la sua figura-autore, ponendo come archetipo il Baudelaire flaneur, appartiene a quel genere che Walter Benjamin parlando del poeta francese che attraversava i passages parigini, distaccato e acuto al tempo stesso, pagava la moneta della malinconia col suo continuo rimuginare.

Rimuginare è un modo del pensare con un suo specifico modo: continuo, minuzioso, reiterato, barocco, distaccato e al tempo stesso imprigionato in ciò che osserva.

Covacich è nella categoria dei rimuginatori. “Di chi è questo cuore” come e più di altri libri precedenti, assomma una sequenza di microracconti, legati da pensieri, associazioni, collegamenti, osservando il mondo che si attraversa mai convintamente partecipi, proprio come “l’uomo che rimugina”. O forse, come l’amata Sophie Calle, l’uomo che segue sé stesso, come non fosse lui.

Va detto che camminare – o correre come più spesso I protagonisti di Covacich – e pensare, costruire associazioni, tante quante il caso presenta di fronte nell’attraversamento cittadino, sono un tutt’uno. “Di chi è questo cuore” ci offre un altro libro-performance, una sequenza di personaggi secondari come tutti, nessuno protagonista un unico tableau vivant di frammenti, o qualcosa di simile, quadri di una percezione, punti sul suo planetario interiore, che dobbiamo unire per leggere le stelle, un destino, una direzione. Tutto diventa poi flusso narrativo per accumulazioni di scatti, di riprese, di percorsi sotterranei, frammenti che con tecnica di jump cutting poi formano un testo di cui comprendi il percorso, o forse meglio dire, la figura. È una narrazione in soggettiva ed è densa di spunti di pensiero, riflessioni.

Innanzitutto: Il Narratore, come spesso, se non sempre, capita nei suoi libri, ha caratteristiche che  “Mauro Covacich” autore. Si parte da una dettaglio, si attraversano spazi, e il tempo di una fase dell’esistenza che è anche uno spazio, ovvero un’epoca: qui, come già in libri precedenti, è l’età dei cinquanta anni, un tempo al confine dell’esistenza, tra due grandi fasi dell’esistenza di un maschio occidentale. Due fasi, sia quella fisica che psicologica, e più ampiamente si può dire: esistenziale. Tutto dentro un tempo storico come il nostro di cui la chiave si rivela proprio leggendo libri come quello di Covacich che – al pari di altri nostri autori italiani contemporanei – sta usando una scrittura saggistica per narrare di noi, usando il sé.

Passa un confine, Covacich, che da sempre orienta parte del suo immaginario metaforico attorno ad una “linea tracciata da superare”. È scontato dirlo, ma è la condanna e la ricchezza di tutti i Triestini: portarsi dentro quel confine, anche a Roma dove è ambientato questo libro, che è e rimane ormai confine per eccellenza, così carico di Storia e con diverse fasi – l’ultima, in ordine di tempo storico, la linea tra Slovenia e Il Friuli di nuovo carica di filo spinato a dividere, come cento anni fa, per impedire stavolta allo “straniero” di passare, ovvero ai migranti. La storia (invece) è sempre passata per quel corridoio carsico (e a Trieste Covacich ha dedicato più d’un libro, l’ultimo due anni fa).

Dall’altro lato in “DCEQC “c’è il limite del corpo e della sua possibilità fisica. Per Covacich (autore e narratore) quella possibilità si gioca nella maratona, più in generale, nella corsa, che è cuore di più d’un romanzo dello scrittore triestino. Cuore, stavolta è anche, alla lettera, l’organo del corpo, che fa da centro e confine, il dettaglio e il nucleo della storia, che racconta la fase di una vita che passa da una lunga fase della salute ad una improvvisa fase in cui balugina nelle immediate vicinanze la morte. All’io narrante, con quel modo sempre in bilico tra una esplicita verità autobiografica anche spudorata e una sapiente ricamatura di ambivalenza fittizia, viene diagnosticato un malanno al cuore, pericoloso, che certamente lo costringe malvolentieri a non fare più maratone e forse nemmeno correre tout court, sua grande passione.

Da qui nasce poi tutta la catena di osservazioni, digressioni che fanno il libro. A partire da una chiave, l’osservazione rispecchiata e sgomenta, dell’esercito dei “thanathlon” come li chiama con geniale crasi la compagna Susanna, I 50-60enni impegnati nei parchi a fare attività, nelle discipline del triathlon per allontanare l’ombra di thanatos. Ecco che nel profilarsi della morte per sé, nel libro non può non esserci anche un dispiegamento all’indietro, di memoria, che impegna in un confronto col presente di chi è ancora in vita: ecco allora la madre, che resta legata alla sua distante Trieste – ma ormai come tutti s’è fatta vicinissima a tutti, con Facebook. E nel ritratto dei suoi rapporti con la madre, Covacich dà vita ad un vivissimo teatro ironico e partecipe di un presente che si è trasformato al punto tale da rendere quasi irriconoscibile agli occhi del narratore  il suo stesso romanzo familiare e la mitologia che aveva fissato le figure dei suoi genitori, guardando la madre farsi di nuovo “ragazza” e chattare con amici e vecchie compagne di scuola, persa in un presente che dissolve, dissipa – e forse è un bene – ogni seduzione delle origini.

 Ma non è solo guardare all’indietro. L’incarico che il Corriere della Sera dà a Covacich, scrivere un pezzo sulla morte, forse per suicidio, forse per sfida parkour, forse per negligenza idiota, di un adolescente in gita, lo riporta segretamente a un futuro che per lui non c’è, prolungato in nuova generazione filiale. Forse il ragazzo era anche lui caduto per cercare di superare un limite, una sfida, protestando verso un futuro che non è più promessa ma solo paura.

Anche I luoghi contano, e stavolta è Roma. Roma che conosciamo dalla cronaca, La vita del Narratore, della sua compagna, dei suoi amici, molti legati agli ambienti culturali della capitale, come anche delle persone, tra cui zingari e clochard che abitano una Roma raccontata con estremo e preciso realismo, che fanno di Covacich, con Pincio, Albinati,  e Pecoraro tra I miei negli scrittori intorno ai 50 (Pecoraro è forse più vicino a Walter Siti, un maestro, non solo per come racconta Roma) che sanno usare la Capitale non solo come sfondo ma come vero e proprio  personaggio dei loro romanzi (e Covacich fa interessanti notazioni metaletterarie e sociologiche assieme: sono sempre presenti persone ai semafori, ma sono invecchiati anche I lavavetri, la loro memoria letteraria dice “polacchi” - Albinati del 1989 – mentre adesso ci sono truppe organizzate di rom, in una Roma statica e mutevole al tempo stesso.

 Cuore è la parola usurata come la città, come usurato è l’organo del Narratore. E tuttavia continua ad indicare pezzi di vita che non lasciano indifferenti. Cuore è anche l’elemento chiave una relazione amorosa, che Covacich continua a raccontare, da “Prima di sparire”, sempre esplicitando le ambiguità di una coppia, (lui e Susanna, citata nei suoi dettagli autobiografici, esempio di eterofiction) collocata nel tempo delle massime libertà e dell’individualismo, cerca per sé ragioni di un patto a due. La comparsa in casa di una figura misteriosa e notturna, un uomo grasso, volgare nei modi, ma acuto e disvelatore di ipocrisie, forse un parto delle sue deviazioni oniriche, delle sue ansie, forse presenza di un demone, di un fantasma erotico, benché vissuto come reale, lo costringe a un’ulteriore operazione di verità nel confronto spudorato con questo doppio. Anche lo scrittore più sincero e disposto all’autofiction finisce sempre per sottrarsi a dire tutto. E la verità è Come fosse un virus. E non a caso – come capita in uno dei tanti episodi del collage di questa ipo-storia o iper-trama – è proprio un’infezione virale a creare, nell’intreccio dei vari episodi uno squilibrio di coppia in quella oscillante altalena tra rispetto degli spazi altrui e volontà di invasione, gelosia

Il principale confine tracciato da tante divagazioni è però netto: è quello tra il tempo del prima, di una giovinezza e salute che s’era prolungata, come tanti, fino a cinquanta anni e quello del dopo (ora e dopo) con l’improvvisa caduta nel fisico che inizia a non funzionare bene.



Ci sono altri elementi per questa generazione, prima in tante cose (lo dico, è la mia, e confesso che amo I libri di Mauro Covacich per questa sua capacità di raccontare una generazione e la storia e rischio sempre di metterci troppo del mio nell’interpretarli, mi scuso con l’autore). Generazione di chi, nato negli anni 60, ha avuto la fortuna di godere maggior benessere e salute, libertà, e al tempo stesso di provare per la prima volta uno sgomento inedito, per molte incognite future, provarlo ora, che il futuro è andato, provarlo a cinquanta anni, al termine del “forever young” in cui eravamo immersi dagli anni 80.



La vita di questi ex giovani è fatta di “un vuoto nauseante” scrive a un certo punto Covacich. Può capitare che forse si colmino di illusioni, serotonina o dopamina, a guardare il futuro, e con amore, se - come all’amico Sergio – accade l’avventura di fare un figlio, proprio su quella soglia di confine dei cinquanta.

È un “vuoto” nauseante, che tuttavia si nutre di un ‘empatia malinconica e astratta verso una ragazza “giovane”, sentendone l’angoscia: è la ragazza Anne Frank, rivela così il Narratore, la giovane col suo entusiasmo per la vita, vissuto senza paura del futuro, non come noi oggi, malati dal fatto che abbiamo avuto un grande futuro, ora dietro le spalle, che ha pure coinciso con la “fine della storia”. Più del “no future” dei Punk del 77, questo è un futuro mancato, a cui non torneremo.

 Anne di cui sente leggere il diario alla radio, nella trasmissione curata da Susanna, Anne la figlia mancata. Quella storia si proietta sul futuro che dopo lei e senza lei c’è stato, quello che Anne non ha vissuto. È ora il nostro presente. Ma è ’ un presente che dura da trent’anni.

 Uno sgomento, che proviamo, per questo, e che dura dal post 89, che s’è rinnovato nel 2001, che è arrivato con la crisi economica di metà anni zero, che si profila all’orizzonte con cambiamenti climatici e migrazioni. È anche l’incognita interiore e privata, biologica e psicologica, che fa sì che questa generazione arrivi ai cinquanta non solo in questo preciso momento storico di incertezza, ma anche al punto massimo di incertezza della sua vita personale.

L'io di Covacich si dispiega in mille rivoli di pensiero, tra amici, amore, occasioni di festival, interviste, incontri occasionali, memorie familiari, ma anche la spesa al supermercato, visite mediche, rapporti con I condomini. Quel che è sottotraccia, è che si trovi al punto massimo di distanza, tra un 900 in disparizione e un XXI secolo di cui interessa soprattutto allontanare l’unico futuro certo, l’invecchiamento, poi la morte.

In mezzo però c’è la no-mans-land del presente, qui c’è l’umanità metropolitana, maschile e femminile, né giovane né vecchia, ma destinata ad invecchiare, in modo inedito, per questi ex baby-boomer I più, “senza figli,” (Covacich lo aveva già sintetizzato molto bene in due racconti, anche essi di presa diretta della vita, contenuti in La Sposa e in altri libri ancora precedenti.).

 Da un lato una vita centratissima, per noi baby boomers che è slittata “dall’egocentrismo infantile all’egoismo adulto” scrive Covacich.  Dall’altro una vita di dissipazione di sé, di slittamento continuo, sempre in attesa di un altrove: ci curiamo I denti, mettiamo l’apparecchio a quaranta anni suonati per cosa? Per un incontro d’amore futuro? Per non perderci un’eventuale possibilità, che guarda caso è sempre e solo erotica? Magari solo di una sera? Una biopolitica del rimorchio resta ancora da scrivere.

MA abbiamo idea di dove siamo? E di dove saremo? Una generazione di uomini che ha troppe nostalgie di ciò che non ha mai avuto e nostalgie di ciò che non potrà avere benché, non sappia nemmeno cosa potrebbe essere. Per ora la certezza è che si tratti soprattutto della prima, la nostalgia che prova Francesco l’amico del Narratore, che va al funerale di uno zio e osserva il pianto della donna con cui ha condiviso per cinquanta anni la sua vita. Anche se finalmente oggi la incontriamo, come forse il Narratore con Susanna, certo non si vivrà cento anni (ma ce lo auguriamo tutti).

 “La vita non è mai qui, non è mai ora” racconta osservando tutte le persone “sole solette” in palestra fare attività chini sugli schermi. “lontana nello spazio e nel tempo dal punto in cui si trova a respirare, è una vita vissuta sempre altrove, una pratica la cui espletazione avverrà laggiù, alla fine dell’allenamento, o del viaggio o della giornata, oppure, il che è lo stesso, sta già avvenendo in ogni momento, costantemente, nell’universo parallelo della rete. “

 È in questa dislocazione, di noi, qui, in occidente ma anche noi “displaced  people” proprio come I rifugiati, ma spostati, dislocati, traslocati, per troppo benessere e al tempo stesso (pensando ai tanti che vivono all’estero) per troppa incertezza. E in fuga non da una guerra, ma da una soffocante vita in tempo di pace, come l’ha chiamata Pecoraro in un suo romanzo. Sempre a rischio di perderci di perdere il lavoro, di non avere più una famiglia, un partner, di finire “border line” – border, confine, sconfinare nell’invisibile.

Non è un caso che uno dei personaggi chiave del libro sia Arcimboldo, così il narratore chiama un clochard dedito a chiedere elemosina davanti al supermercato dove fa la spesa, con il suo tetrapak di vino. Arcimboldo è un altro sembiante del sé, è colui che è slittato nel qui e ora di un giardinetto periferico di Roma, chissà da quale vita e mentre il Narratore tutti I giorni va a leggere, seduto sulla panchina nello stesso giardino, vicino casa e Arcimboldo beve il suo vino anestetico seduto sula panchina di fronte. Entrambi rimandano, fanno slittare, dislocare,  la ragione vera della loro vita, chi cercando di allargare il senso dentro il pharmakon della parola letteraria, chi invece cerca di chiudere ogni canale con la coscienza, riempiendoli di vino, ma forse tutti e due sono dei rimuginatori che combattono con quella deriva inarrestabile, che è anche slittamento della malinconia,  perché – scrive Covacich spiegando il desiderio di stordimento di chi non ha identità e luogo – trovarsi a “ rimuginare tutti I minuti di un’ora per tutte le ore del giorno per tutti I giorni della settimana. Può essere peggio che ammalarsi con le proprie mani, un sorso dopo l’altro”.

E sono questi uomini albero alla fine la figura che compare da tutti I puntini. Uomini che stanno per una loro fedeltà, non vegetativa, attaccati alla vita, per il semplice fatto di viverla. Come le erbette o I topinambur di Zanzotto. Come gli alberi di Richard Powers. Noi li tagliamo, perché li pensiamo muti. Oggi sappiamo dalla scienza che essi comunicano tra loro, con elementi invisibili ai nostri occhi. Dunque, tutto ruota attorno al termine “parlare “. Scrive Gosh, commentando Powers e le scoperte sugli alberi: “In quanto mancanti di questo attributo (parlare) si può dire che gli alberi siano muti. Ma dato che a noi manca la capacità di comunicare nel modo in cui lo fanno gli alberi, non si potrebbe dire che per un albero siamo noi umani a essere muti?”

Così questi esseri muti, uomini-albero, che ogni giorno incrociamo per via. Essi sono persi e noi li osserviamo, il loro anonimato è il nostro, pensiamo. E chi ci dice che invece non ci osservino, che come alberi non siano in relazione empatica con noi. Essi stanno piantati nella loro fissità del “senza fissa dimora” infatti stanno sempre nello stesso posto) essi entrano in relazione con noi, in modo diretto e muto, prelinguistico (o ultra-linguistico) con capacità diverse di linguaggio. Osservandoli ogni giorno, Covacich entra in relazione con loro. Lui non lo sa ancora, ma anche loro lo stanno osservando. Essi vivono la loro paradossale condizione di uomini-albero, essi sono fedeli alla loro fissità urbana, poiché sono sradicati.

 Eccoli, il Biciclettaio, profugo iraniano precipitato lungo il Tevere trent’anni fa. O il Pastore, la Signora. Come le specie viventi (scrive ancora Gosh citando Ana Tsing da “The Mushroom at the End of the World) “sembra sempre di più che le specie non si evolvano singolarmente ma in stretta intimità con altri organismi”

Insomma, l’evoluzione è “relazione”.

Sembra incredibile. È anche il concetto con cui Rovelli cerca di far capire che non c’è un punto di scaturigine della materia, il più piccolo dei piccoli elementi subatomici. No, ad un certo punto quel che si nota è un trittico di elementi di per sé invisibili ai microscopi atomici, ma che rivelano una energia di tensione che è “la materia” che dunque non è materiale, dura per quanto infinitamente piccolo, ma essa è, solo nella sua tensione energetica dispari.

lo stesso è qui, dentro la Roma narrata da Covacich, in questo coesistere nel medesimo spazio di quartiere il Narratore, gli abitanti, Susanna, gli amici, I clochard, uomini-albero che oggi popolano una città, allo stesso modo come tanti altri fanno lo stesso in megalopoli indiane, o africane o Sudamericane, ma anche le capitali europee: popolo dei senza fissa dimora, displaced people, richiedenti asilo senza asilo, clandestini.

La figura finale sarà la rivelazione che come gli alberi, anche gli umani, guidati da umani-albero, possono trovare nascoste relazioni, saldature e empatie, segrete comunità. Umani che pur non parlandosi, si parlano, un “ca parle” diffuso, e soprattutto si vedono. Il rimuginatore osserva l’Altro, suo sembiante fratello, rimuginare solo. E anziché scrivere tweet d’odio, attende che il silenzio si interrompa.
 E quando il silenzio si interrompe, in questo rimbalzo muto, è troppo tardi, perché la vita possa fermarsi in un’amicizia, perché si si sta di nuovo spostando altrove. L’altro avrà il suo vero nome, non Arcimboldo, e sarà amato, e questo era il destina nascosto nelle stelle, e sarà lontano, sarà mancante come noi, sarà non più colui che abbiamo visto senza conoscere, ma d’ora in poi sarà memoria, “par coeur” dicono I francesi, memoria di questo cuore strano, ritrovato.

venerdì 5 luglio 2019

SCURATI E GLI ALTRI, LA STORIA IN LETTERATURA, MA NON COME "ROMANZO STORICO"


                                                                               

Sono contento abbia vinto il #Premio Strega Antonio Scurati con "M", ieri, nel gorno in cui "calava ad abbeverare i suoi cavalli in vaticano" lo Zar cosacco Vladimir. (la foto che ho scelto è un manifesto del 1946 della propaganda DC contro i comunisti russi accusati di mettere le mani sulla città-di-Dio - e invece le mani, a suo modo, coi petro-rubli, de le sta mettendo il santo compagno, Putin.)

Digressione storica, non casuale. Riprendiamo.

In gara c'era Claudia Durastanti che pure con il suo "La straniera" è stato il libro che mi ha fatto più meditare, compito della letteratura (con una modalità di scrittura sottratta a ogni ambiguità espressionistica dentro una storia che ha "la lingua" la parole - o l'assenza di parola - come fulcro della storia).

Inoltre, vedo in qualche modo, nel buon piazzamento suo e di Benedetta Cibrario (a me personalmente 'Il rumore del mondo' interessava molto meno, ma non ho nulla da dire contro) un filo di continuità.
E' la "Storia" ( c'è anche pure nel libro di Claudia , dentro le vicende che solo apparentemente sono "familiari" - vedi il capitolo delle emigrazioni e contro-emigrazioni tra America e Lucania, per poi appodare alla speciale "emigrazione di expat italiana " a Londra dell'autrice/narratrice mette in connessione molti fili della storia recente italiana. Del resto già dal titolo - pur avendo molte stratificazioni legati a tanti temi - "la straniera" ci dice molto anche della questione radici-identità-linguaggio-lingue-movimenti, sulle rotte del pianeta. ) 

E se messo in correlazione con la vittoria di Helena Janeczek e " la ragazza con la Leica" -dello scorso anno - che raccontava la fotografa Gerda Taro, e la storia d'Europa e di Spagna degli anni 30 - c'è un significativo passaggio di testimone - almeno a leggere il più importante premio italiano - sul filo della narrazione storica, della memoria, che non è il "romanzo storico" più tradizionale (quello a cui si avvicina, con meno soprerse, Cibrario).
No, la modalità della "Narrazione" - dunque dello stile, della struttura e di come il testo "parla" agisce letterariamente - è determinante.

La storia non è solo la trasmisisone di dati, ma lal oro organizzazione in un racconto.
come ci raccontiamo la Storia si lega anche a come ci raccontiamo/ci raccontano il presente.
Con l'ambiguità dei docomenti: la foto e tutto quel che dicono/non dicono in "la ragazza" e le carte del tempo, le carte autografe spesso, usate per "M":
C'è una mimetizzazione nelle parole dei documenti, riportate con esattezza filologica in "M" di Scurati a modalità "viva" - diari, lettere,documenti storici, testimonianze, giornali,libri - ad un 2019 ossessionato dalla Cronca, e meno avvezzo alla Storia (ridotta anche a scuola) il tentativo di Scurati è di offrire un testo che "si fa cronaca", un dispositivo testuale iper-narrativo, iperletterario, che sia come un racconto in presa diretta - "diretta" è il nuovo imperativo de lnsotro mondo, diretta facebook in primis.
Scurati lo fa azzardando anche una "adesione" alla voce di Mussolini, interpretata sul palco-pagina, con il ritmo, la postura sintattica, il tono, con grande efficacia e non pochi rischi di inquietare (salutari)
La scelta ell'anno scorso di Janeczek fu in un certo senso opposta, non tentare nessuna "voce" di Gerda Taro, la protagnista, ma costruire un trittico di ricostruzione laterale, tre voci, tre testimoni che avevano vissuto con lei, raccontati in un diverso slittamento temporale, in tre decenni differenti, così che l'apparente "ritratto" si trasformava in un pollittico notevole dell'Europa che precedeva la seconda gurra mondiale.

insomma non c'è solo questo, in questi libri - ma mi piace sottolineare questa netta prevalenza della "Storia" che dovrebbe qui perder la maiuscola, poiché è data dall'assemblaggio anche casuale di storie, vite. A questa tendenza, si potrebbe aggregare un già-finalsita Strega del 2013, che che ha scritto un altro grandissimo libro, tra i più belli di questa stagione che racconta una città-epoca (è "Lo stradone" di Francesco Pecoraro) una storia di "microcosmi" globalizzati, un recinto urbano limitato, dove abita una comunità ritretta e assediata e su cui precipita tuta l'eredità anche scomoda del 900, che è questa la nostra storia, il Secolo di cui pure noi siamo "figli": una eredità di morti e vivi, di cui non sappiamo bene cosa fare - e che ricordiamo sempre meno.
Ma per fortuna che è arriato lo Zar Putin, già capo del KGB, a riconnettere i fili dei secoli.

a settembre avevo scritto

























Quando ho letto nel romanzo "M" il nuovo libro di Antonio Scurati (Bompiani) questo passo scritto da Mussolini nel 1919, non ho potuto non pensare a Domenico Modugno, che nel 1958, 40 anni dopo, da del suo volare l'Inno d'Italia il canto che accompagna la composizione di una comunità che vuole spiccare il volo, che vuole espandersi, che ha fame di generare la propria vita il proprio destino.

Così promise Mussolini, anche se con questa prosa ipertrofica, ma sapiente, e solo pensando a questo, immagino come abbia fatto nel profondo a spostare l’attenzione crescente delle masse italiane (anche se non plebiscitaria certo) dal salario (tema centrale del biennio rosso del dopo guerra) all’identità, ad una sorta di "agonismo utopico".
Al sogno, si diciamolo, che c’è nel Volo di Mussolini come ci fu in “Volare “ di Modugno.
Modugno canta, è il popolo che canta, non ha bisogno di proclamarlo, allarga le braccia come aveva fatto in qualche modo Pio XII a San Lorenzo, colpito dalle macerie dei bombardamenti aveva allargato le braccia aveva guardato in alto, verso dio e il cielo di bombe.

Quello del papa doveva essere un segno di fede in Dio, Modugno canterà poi la pace e la fede di tutti in loro stessi, della comunità di un paese che ora cresceva, nuovo. Mussolini promise la fede in Lui medesimo come Dux.
E sempre più gente in tutta Italia come in piazza Venezia, allargarono le braccia , sognando di volare. In tutti, sempre un gesto, da palco, come quello di Fabio Bonetti che non a caso alal fine del periodo d’oro del paese gli anni 80, scelse “Volo” come cognome..

Sono a pagina 120 del nuovo libro di Scurati. E questa non può essere una recensione.
Ma al momento mi pare molto bello e considerando che la prosa va come un treno, non credo rallenterà – inoltre impianto, struttura, stile mi paiono azzeccati, necessari, soprattuto il corpo a corpo tra la prosa di uno scrittore di oggi e la scrittura di migliaia e migliaia di documenti speso giornalistici e letterari soprattutto quelli di questa prima fase dal 1919, anno da cui prende avvio il racconto di M.
Scurati ha saputo “ridare voce” a questi testi, una interesante operazione (sia metacritica che metaletteraria) e che sta appena dietro la novità più eclatante: tentare per la prima volta un romanzo con Mussolini come protagonista (ma di fatto è un romanzo corale, diciamo che M è il corpo centrale, alla lettera.)

Mi sembrano queste la novità e la bellezza stilistica di questo libro che si legge facilmente nonostante la mole di 800 circa.
Ci sono molti punti, illuminazioni storiche dentro questo racconto di Mussolini e del fascismo da dentro, che allungano le ombre in avanti e lo sguardo all’indietro, nel tempo, nella storia.

Il passo del volo è significativo del cuore vitale del romanzo e del propulsore della storia di "M".
, Volare è l'ardimento e la prova di superamento dei propri limiti, tanto mitica e al tempo stesso modernissima. Era nella poesia dei futuristi, D'Annunzio di Fiume e Mussolini, il primo capo di stato a guidare il proprio aereo. (Geniale la scelta e ottimamente raccontata dell’arrivo ad un’assemblea del fascio con la tuta sporca da pilota e l’inizio del discorso “sono appena atterrato..”

Questo fu Mussolini e chiunque vinse dopo (l’Italia di Volare, collettivamente) – e vince ora – ovvero la propulsione delle proprio ingresso nella storia quasi come un volo. E questo libro “M” di Scurati In qualche modo ci restituisce.
Marx diceva che la violenza è la levatrice della storia e Freud in qualche modo né mise a punto una teoria generale di scontro di pulsioni, in noi come nella storia della civiltà.
Ecco, a differenza di tante analisi storiografiche o - oggi - politiche, la letteratura coglie con le sue armi fuse a una dettagliatissima documentazione storica (che fa si che tutto quel che viene detto e narrato sia tratto da documenti anche se poi rifuso nello svolgimento diegetico) un elemento chiave di come funziona la Storia. Almeno questa.

Scurati non si inchioda, anche se antifascista, alla riflessione né storica né tanto meno ideologica, è il battitore libero da scrittore del cuore segreto del Fascismo, della sua esplosione e contagio rapido, fino agli osanna degli anni 30.
Ecco la cultura di sinistra ha saputo riconoscere questa forza solo dopo negli studi o nella letteratura nel cinema, ma mai DURANTE ma quando c’era da battere la carne e fottere la Storia. E nel guardarsi fottere la Storia medesima.

Sarà sfracello, ma per lo meno si muove. Vola. Mussolini fa, anche se non sa. All’inizio non lo sa dire a parole e questo Mussolini, figlio del secolo anche in questo, figlio mallevado culturalmente e non solo da un'amante, l'ennesima, dalla grande giornalista e scrittrice Margherita Sarfatti, che fa da levatrice delle sue doti, lui, con questa capacità di essere figlio e al tempo stesso avere l'intelligenza emotiva, pre-linguistica generare, di fecondare e fottere la storia, di sapere che fare storia è essere questo marciatore che va tanto veloce quanto i cambiamenti, che entra nell'esistenza collettiva, ma come pure Modugno biologicamente, con il fgesto con il corpo, prima del boom, col sorriso di Volare, lo sguardo al cielo, finalmente che si guarda Blu dipinto di blu e senza bombardieri.
il fascismo stato più rapido più veloce della sinistra. Una lezione per oggi.

Antonio Scurati anche fa un gesto più veloce del suo ragionare, almeno lo ha fatto: ha deciso di fare come Tolstoj, che conobbe Anna Karenina – un personaggio ispirato a un fatto vero “mentre la scrivevo” disse il grande romanziere russo.
E Scurati ci chiama a liberare non solo il giudizio, ma anche la lettura, il passo della prosodia, l’aggregarsi dei significati, dei documenti, delle narrazioni, con più velocità di quanto possiamo pensare come lettori (ma perché mi devo leggere 800 pagine su mussolini?) Perché è la storia di un uomo che ha imparato a scrivere la storia facendola. Mussolini, ma in qualche modo pure Scurati.

IL CUORE RITROVATO. ("Di chi è questo cuore" di Mauro Covacich, La nave di Teseo

Mauro Covacich è uno scrittore che macina pensieri, starei per dire che la sua figura-autore, ponendo come archetipo il Baudelaire flane...