domenica 14 aprile 2019

PER SEMPRE STRANIERI. Una lettura stile 900 de "La straniera" di Claudia Durastanti.


1 VITA E DESTINO

Più che servire al futuro, l’oroscopo disegna la costellazione del nostro passato, solo dentro quella sedimentazione si astri possiamo muoverci, forse con la possibilità di contraddire anche il cielo. Più in generale, nel movimento in questo specchio del celeste che chiamiamo terra, lungo le nostre vie, cerchiamo l’accordo con i canti sotterranei degli avi, quelli a breve distanza o gli indistinti,  con le formiche verdi o con gli dei, o più semplicemente: gli accordi, per capire dove andiamo, non possiamo prescindere dal punto d’origine, l’incipit da cui proveniamo.
Forse è per questo che Claudia Durastanti (inseguito come "CD" ) ha organizzato il suo nuovo romanzo “La straniera” (La nave di Teseo) – che in sostanza è il racconto della sua vita, o quanto meno va a coincidere con essa, di quella dei suoi genitori e velatamente anche di quella che è la sua direzione attuale – nelle cinque sezioni canoniche dell’oroscopo da magazine, quello che più spesso leggiamo  e anche la protagonista e sua madre, leggono, con aggiunta di tarocchi e altre divinazioni che la madre praticava -  Famiglia, Viaggi, Salute, Lavoro & Denaro, Amore. (1)

E se il senso del destino del personaggio, come della persona, si coglie in modo significativo nel riandare all’incipit delle sue costellazioni, l’incipit della storia de “La straniera”  (definiamolo romanzo ma anche “dispositivo di narrazioni”)  ci avverte già – quando lo scoprirete vi lascio la sorpresa – che qui non c’è solo un’esperienza da condividere, ma c’è una grande scrittrice che ci sta parlando con una mediazione letteraria forte. Forte in un panorama in cui le mediazioni letterarie sono deboli e poche. Per il resto ci sono romanzi che più spesso intrattengono, ma non scavano.
Nelle cinque sezioni del libro si muovono i personaggi: ci sono migrazioni andata e ritorno tra Stati uniti e Basilicata, di nonni, genitori e la narratrice, figlia (nata a Brooklyn, negli 80’s,  poi portata in Lucania e poi di nuovo viaggi e vita, tra stati uniti e Londra). C’è la sordità dei genitori, una doppia disabilità, uno scarto di forma,  nel ciclo biologico della generazione, ma che permette questa raffinata esplorazione a più strati non solo di una storia privata, ma anche - attraverso il disegno di più storie di famiglia - vengono esplorate reti sociali, parentele, mondi, comunità (le coppie amorose, i disabili, i lucani, gli migranti ecc.) tanto che la protagonista sceglierà di studiare antropologia quasi come un riscatto dalla fuga (“cerca di sfuggire da sud e Magia” scrive ) – scelta che diventa simbolica di un compimento d’emancipazione, la discendente di paesani forse studiati da De Martino diventa a sua volta indagatrice. Così come la migrazione non è solo quella di andata, ma è pure di ritorno, così come il sud è altro dai luoghi comuni.

La saldatura tra una biografia che si offre eccezionalmente anche ad indagare le ragioni di un espressione (scrivere, principalmente, ma in generale: organizzare un linguaggio) partendo dalla disabilità biologica, supera anche quello che potrebbe sembrare un raddoppio meta-referenziale (e tuttavia ereditato da un secolo di letteratura e arte che continuamente lo hanno fatto) per approdare un polittico che tuttavia è come un quadro d’insieme.
Il punto di tenuta dell’insieme è appunto l’elemento forte diegetico, la disabilità dei genitori e quel che ne consegue, anche in termini di svolgimento della vita.  Sordi alla nascita, i genitori della Narratrice si trovano, fanno coppia, si sposano fanno figli, poi nel tempo divorzieranno, ma reteranno sempre legati di un legame che – come tutti i sentimenti dei due, proprio perché non esprimibili in parole che non s’erano create spontaneamente nella loro cognizione psichica -  non è detto si possano tradurre. E tuttavia la loro vita racchiude in sé un enigma, che è: come mai queste die vita disarticolate e in un certo senso centrifughe, sono poi, insieme, diventate destino?.  E la Narratrice è figlia di un destino?


2    SE FOSSE SOLO UN ROMANZO

 Se fosse solo l’emozionante storia di una bambina che cresce, figlia di due genitori sordi, con già un carico di anarchia, vita selvaggia e nomade da canto loro, se fosse solo come questa esperienza della disabilità uditiva che diventa parte della educazione originale di una bambina che nasce a new York e poi cresce in un paesino della Basilicata, poi torna regolarmente a new York e infine diventa scrittrice e si stabilisce, anche per amore, a Londra, come capita a tanti trentenni expat della nostra epoca, bè sarebbe già un interessante romanzo.  
Di certo li supererebbe, già per la forza della scrittura, ma sarebbe collocato in quel bisogno di “intrattenimento epico” o “avventuroso” o “strano” che è già il segno di una produzione media della narrativa occidentale o occidentalizzata, e lo è anche del più diffuso deposito di storie di cui fruiamo, le serie tv. Sarebbe un romanzo che passa la contropelo questa biografia indisciplinata, ma alla fine segnata dalla povertà che non ti scrolli da dentro, se non aderendo a tutto ciò che è broken. Sarebbe sempre quel che anche è, un romanzo irriverente, con tratti comici,  verso tutto quello che si colora di mitologia, familiare prima e poi generale  – la vita americana, la migrazione, l’estraneazione doppia col ritorno nella Basilicata prima della sua fase cool (la Basilicata non c’era mai nei telegiornali, a differenza di ny) , il lavoro culturale . Anche dei genitori se ne fa un ritratto scorticato: gli abbandoni, le liti,  la paura di un padre che ti rapisce bambina perché litiga con la madre, le mille cose sbagliate che la fanno irritare, perfino il fatto che ormai superata la mezza età, la madre ceda alle derive antilluministiche dell’italiana dei complotti e del sovranismo. La Narratrice è figlia di un  vita libera e laterale, ma  dall’altra non si negano tutte le mancanze, di questa vita, prime tra tutte quelle materiali. Se fosse tutto questo, sarebbe uno di quei romanzi – citati nel libro – di epopea novecentesca rurale, una saga famigliare, qui in versione contadino-metropolitana. O materiale di storytelling forte in cui  Durastanti è immersa, con  la sua attività giornalistica, dedicata a cinema, musica rock e pop o serie tv, videogame ecc.

3   MA NON E’ SOLO UN ROMANZO

In realtà l’oggetto della narrazione è a monte sia di ogni esperienza di relazione, che della stessa attività scelta da Claudia D.  (ma così intimamente legata alla sua storia, biologicamente dire, scrivere) ed è quella che potremmo dire in sintesi  la possibilità di capire, capirsi, esprimere quel che si ha dentro, decifrare il “sentire” e elaborare le sollecitazioni del mondo. Il doppio binario tra sordità e multilinguismo – inglese, inglese broccolino, italiano, italiano scritto, dialetto lucano -  sono il terreno in cui tutto ciò diventa un mix riuscito tra narrazione, poesia e saggismo. E’ la lingua, alienata e slittante tanto quanto le geografie e le appartenenze.  
I genitori e i nonni si devono confrontare su due livelli, l’assenza di lingua per i sordi, “l’altra” lingua (l’inglese) negli Usa. La protagonista con l’italiano riapparso nel ritorno (e poi la lingua dei segni, il body talking con la madre che tuttavia rifiuta perché odia “si veda che lei non sente”)
La protagonista eredita tutto questo, ed è la sua vita. Ma c’è anche una formazione altra, per la Narratrice in questa storia, così eterogenea,dai libri harmony, ai telefelimi anni 90, al post-punk, all’arte sperimentale, alla filosofia, di tutto si appropria perché - come il proletariato di contadini inurbati (chi scrive appartiene a quelli inurbati all’inzio degli anni 60 e la Narratrice appartiene a generazioni successive e con un percorso complesso) - non si possiede una lingua-madre. Per la Narratrice è così anche alla lettera - in seconda istanza perché a partire dagli anni 60 sono stati i proletari - o i poveri o il popolo ogni epoca li chiama differentemente - a non dire sé stessi in prima persona, perché non possedevano una voce e una storia, se messa sul piano sociologico, sono stati sempre nobili o borghesi da Dante e Boccaccio in poi a raccontarli.

IN “LA straniera” è come se le due cose si saldino: una Storia collettiva in una biografia singola, col risultato che ne può essere vivente e scritta allegoria.
 Il romanzo parla della lingua, ma parla anche la lingua di una voce presa, creata da sé,una endogenesi della voce e dunque dell’identità.
C’è materia per l’analisi psicologica di sé e materia ulteriore se anche per un romanzo,  che è anche una moltitudine di possibilità (a differenza della psicoanalisi specie anglosassone così improntata sull’efficientismo del rimetterti in una sola direzione). Il sottofondo è che ci sia poi un lessico, un codice privato empatico, in questo comunicare di cui racconta la Narratrice con al centro i genitori, la madre soprattutto,  ma che per il resto del tempo tutto è sfasato, come nei sottotitoli dei film quando leggiamo definizioni del rumore del mondo espressi in una parola (che so: fruscio)  ma quasi mai ci sembra coincida. E’ così per i genitori, che non si sono mai amati perché non conoscevano al parola “amore”, così come del resto l’amore misura l’imperfezione della lingua anche per chi  la possiede  («ci si lascia quando si smette di parlare, ci si lascia dicendo troppo spesso la stessa cosa»).
E’ la lingua, la necessità di esprimersi al di là di essa, il fatto di provare a farlo in quel dialogo muto con i segni senza fare gesti che nel destino della Narratrice che diventa autrice di libri, fa si che la stessa attività muta sia la lettura di un libro e poi la sua scrittura. 
Questo non è solo un romanzo, perché è un ‘opera di scrittura. Il romanzo è una forma che non solo racconta di una relazione, ma – in quanto atto che permette di comunicare tra sordi – contiene la “scrittura” non solo come etichetta da scuola o filosofi francesi, ma è uno strumento necessario e vitale implicito nella storia. Durastanti studia antropologia, letteratura, filosofia, arte, ma quando incappa in tutte le elucubrazioni alla Derrida sulla phoné per le è questione di vita e sangue. Quindi Durastanti fa qui un’altra cosa, prende di petto non solo la sua storia privata, ma l’eredità di un secolo.

4   NEL SECOLO, STRANIERI

Il secolo è il XX, quello della filosofia, della letteratura, dell’antropologia, della psicologia e della linguistica. Straniamento, unumllich, estraniazione, straniero. Quello di Camus.
Quello evocato dal suo titolo: la straniera. Prima che per la dinamica migratoria di cui è erede (i suoi avi della Basilicata e poi i suoi genitori emigrati in America, poi lei trasformata in expat di “italiana a Londra” nel tempo delle migrazioni mondiali) “la straniera” è all’altezza di misurarsi col fantasma delle questione ereditate dal secolo che ha avuto nello scrittore franco-algerino un perno fondamentale..
Lo racconta l’autrice, meta letterariamente (perché è il suo titolo scelto per questo libro)  : Quando  Camus uscii col suo “L’etranger” nei paesi anglosassoni era da poco stato pubblicato nel 1944 il libro “The stranger” di un’immigrata polacca, Maria Kuncewiczowa e pubblicato anche in Italia col titolo “La straniera ”nel  1940.
Nei paesi anglosassoni il libro di Camus fu tradotto “The Outsider”. E poi Claudia D. scrive “La sua storia  [di Kuncewiczowa ]  è molto diversa da quella di Meursault [il protagonista di Camus] Ma entrambi vivono una condizione di rifiuto che li rende invincibili e non soffrono di solitudine. Lo straniero di Camus aveva un intero movimento filosofico alle sue spalle”.
 Ecco, Claudia Durastanti affronta questa  consapevolezza – questo è un romanzo-saggio, un romanzo denso di riflessione, per certi aspetti come lo era appunto Lo Straniero ---: è esistita la possibilità di far muovere nel mondo un personaggio che si stagliava dentro costellazioni di pensiero comune – e tra queste anche il pensiero di cosa fosse lo strumento della lingua del linguaggio letterario. Oggi la expat Claudia Durastanti, come i milioni di expat italiani nel mondo racconta sua condizione non come “esilio” ma “’assenza di una causa comune” e ogni singola storia sarebbe solo il racconto di “cosmopolitismo del privilegio” che non diventa mai “naufragio.” Tante vite, ma nessuna esistenza comune. Se Camus era il naufragio dell’umanesimo, oggi la parola è cancellata dal vocabolario. O muta. Ed è forse per questo che - contrariamente a questi presupposti, la NArratrice adotta il suo stile legato all'esperienza della sua lingua, ma non fa una scelta più radicale, stilisticamente, che fu propria di tutto il secolo delle avanguardie, come ci si potrebbe aspettare (io stesso mi sono formato su Beckett e Zanzotto, ma non c'è più bisogno di quella radicalità che tuttavia c'è dentro questo libro, non ri-amnierata nelle pos stilistiche comefanno troppo spesso i lor epigoni. Semmai mi sento di dire che è più vicina all'altra radicalità del 900, ad esempio la sintassi di Milo De Angelis, anche se per tutto altro percorso)

Ed è qui che si salda l’esperienza narrata da CD, nell’assenza di una causa comune ma soprattutto di un linguaggio ostinatamente esistenziale e letterario che riesuma quel punto, nell’idea che affrontare la propria esperienza dovrebbe riportarci a mettere in discussione le parole e le cose,  le radici del nostro stesso “dire” il mondo, il modo in cui lo leggiamo, in cui pensiamo di poter dire “io sono” e  “questo è il mondo, la vita, l’esperienza umana ecc.” cercando non solo di trovare un pensiero, se non un movimento filosofico che ci sostiene, ma pure – come avevano fatto scrittori come Camus – trasformando lo stesso linguaggio letterario a partire da una radice interiore. E’ ancora possibile?
Ed è qui che a storia strana e bella di una singola vita, nel caso, quella dell’autrice, Claudia si trasforma in un confronto proprio con quell’eredità di messa in discussione dei nostri stessi fondamenti del dire, nei passaggi che furono segnati da Saussure e Freud, Levi Strauss per poi approdare ai filosofi francesi, fino al Foucault della storia della follia e de Le Parole e le cose, insomma il 900. Ma lo fa – seppure il sottotesto di riferimenti sia visibile, anche nel racconto degli anni di studio universitario di antropologia – a partire dalla propria esperienza personale che offre Claudia uno strepitoso percorso sintetizzato così: essere figlia di sordi, che non hanno mai voluto imparare la lingua dei segni con le mani e diventare scrittrice, per provare a “dire” appunto questa esperienza, misurandola con la radice di chi non ha evidentemente il nostro stesso parametro, perché non ha formato il linguaggio e la sua interiorità a partire dall’apprendimento di una lingua madre fonetica. E oggi, alla figlia, diventata scrittrice, raccontare dei sentimenti provati dai genitori sordi, prima della sua nascita e fino a oggi nell’interazione con lei e suo fratello, significa per una scrittrice prendere di petto, seppur da sola, tutta l’eredità della riflessione sulla realtà, sul linguaggio di un secolo e usarlo per la sua bruciante esperienza personale.

Sta in questo la condizione di straniera che racconta, oltre che il dettaglio dico s’ tanti codici praticati e nessuno perfetto, come le traduzioni che la riflettono ( “nessun significato assume forma stabile in me – scrive D parlando del suo tradurre, sempre tradente – e tutto quello che  penso, quello che poi dico, soffre nella trasmigrazione tra paesi diversi” ) L’identità è strutturata come un linguaggio, ma quando questo linguaggio non ha più origine, l’identità si compone anche dei silenzi, degli errori, dei disguidi di senso.
Claudia Durastanti ci riesce benissimo il romanzo lascia moltissime risonanze, senza perdere la tenerezza, per dirla facile, senza perdere la tensione narrativa,  il groviglio di sentimenti, lo sviluppo diegetico. Smonta la sua storia, l’epopea, da dentro la sua privata autobiologia ( rubo il titolo di Giovanni Giudici, non so perché ci sta)  e cercando valore comune, mette di fronte il fatto che la domanda sul nostro destino deve essere sempre alta e non può ridursi a una meditazione privata.
Dopo un grande dolore, / viene un sentimento formale” sono versi della Dickinson in esergo al libro. Attraverso la sua storia, Claudia Durastanti approda a un sentimento della forma.
E una mitologia da costruire da zero, anche usando le stesse parole: “straniero è una parola bellissima, se nessuno ti costringe a esserlo; il resto dl tempo è solo il sinonimo di una mutilazione”. Segnati da questa mancanza materiale, La patria di CD va cercata oltre la sua lingua privata o le lingue non-madri  in cui si è formata – l’inglese in cui è nata, ma compreso quello deformato di Bruklì, l’italiano in cui è approdata tornando ragazzina in Basilicata – compreso il dialetto – la lingua dei romanzi attinti dal deposito materno (questa si lingua madre, nella condivisione della dimensione comunicativa profonda in cui erano immersi, ovvero il silenzio. ) 
Da Nietzsche a Derrida, passando per Foucault o Lacan la dialettica era sempre tra segno e un originario “dire” che tuttavia non c’è. Che manca. Ecco, la storia romanzesca dell’io narrante, coincidente con “Claudia Durastanti” persona, immerge esattamente in questa dimensione, oltre la teoria filosofica. Il segno tracciato dalla scrittura di Durastanti per ridire cosa esattamente è stata la storia d’amore e dolore della sua vita, è di altissima riuscita stilistica, ma sedimenta nell’io narrante e poi i noi una nostalgia dell’impossibile perché, per quanto possa la figlia dire nel profondo sua madre, il suo dire è quello della figlia, senza che ala madre sia mai possibile averlo da sempre posseduto in quella forma di linguaggio che si apprende biologicamente nel momento in cui si è immersi nell’esperienza di un alterità che “ti parla” e tu la ascolti”.  La madre che si relaziona con la sua famiglia in una babele di segni, dialetti, italenglish, in cui alla fine il linguaggio “in un nucleo familiare in cui tutti parlano in maniera diversa comunque?”

Durastanti li evoca qua e là, i filosofi e i linguisti , gli antropologi che si scontrano da anni su questo punto: esiste un linguaggio naturale, una capacità universale dell’uomo di sviluppare il linguaggio a partire da una grammatica interiore che lo genera per strutture innate? O noi invece apprendiamo sempre un linguaggio come fosse un linguaggio dei segni solo in un secondo memento? E quando posso essere sicuro che quel che sto dicendo con la parola “amore” è effettivamente il medesimo sentire che prova l’altro da me? E se poi l’altro, quel tu, come i genitori sordi, non hanno avuto neppure l’illusione di un apprendimento dell’amore in coincidenza con l’introiezione spontanea della lingua in cui la parola “amore” come possiamo dire cosa proviamo con sicurezza? E in più, a causa della disabilità, che cosa posso dire io come scrittore della loro interiorità? Sarà vero quel che dico? E anche a partire da ciò, la storia che sto raccontando, sarà vera?
“il linguaggio è una tecnologia che rivela il mondo ma poi finisce sempre per essere una dialettica tra codici diversi in cui la cosa che passa è l’intraducibile. Noi “rappresentiamo il silenzio, il nostro silenzio, scrivendo [silenzio]” in altri il silenzio è una condizione all’origine, poi il linguaggio usato che chi è disabile nella sordità, sarà paradossalmente scevro da ogni metafora, sarà bidimensionale. Alla fine possiamo scrivere “silenzio” ma il silenzio di un sordo resta irriducibile intraducibile e soprattutto non esprimibile, ad ogni linguaggio, specie in scrittura, nel suo doppio legame con la phonè.. I che per un romanziere, specie se figlio di sordi e volendo raccontare la loro storia, diventa una sorta di messaggio dell’imperatore kafkiano.
 Però in qualche modo il capirsi accade  – esattamente come faceva la madre con il padre, la loro sostanza profonda di un’interazione che resta enigmatica –(“io non so che sostanza ci sia nei miei genitori: so che io non ce l’ho. Ogni vantaggio l’ho conquistato e perso con il linguaggio” .


 Cosa è stato?  forse un ‘empatia, forse biologia? Cosa li connetteva?
 Scrive CD: “le parole sono fiammelle che accostiamo all’indicibile per farlo apparire, come se la realtà fosse scritta in inchiostro simpatico e quando non ci sono le parole ci sono i gesti a rendere possibile questa traduzione. Forse è per questo che ho voluto impararle: al silenzio e all’ombra bianca che avanza io ho opposto pagine scritte e i miei genitori una corda vocale stanca. A volte ci siamo fatti malissimo, ma lo sforzo è stato capirsi”.

 Con mezzi differenti, è lo spazio comune che li contiene, è il volto dell’altro sempre di fronte che fonda il linguaggio, Levinas, non Derrida, se lo dovessimo dire in paragoni filosofici. Del resto la letteratura è prevedibile se rapportata al reale della disabilità: “di solito i disabili sono protagonisti dei romanzi gotic, horror o dei vangeli. Nei romanzi un disabile non può avere una vita a Franz Kafka o da Emily Dickinson”

5  HOMELAND IS NEVERLAND


La disabilità alla fine è un’identità, non solo una mancanza. Così come la mutilazione è un linguaggio. Diventano una precisa identità, come del resto la disabilità, nell’essere un universo psichico chiuso in sé, vive di un suo idioma, in questo caso tecnicamente per comunicare, a più in generale ci sono una sfera di valori, usi, modi di intendere la vita, oltre che significati, che ci fanno dire ci sia un “codice” o un idioma. Può accadere con le comunità legate a una disabilità come anche quelle legate a un gender. Questo perché hanno un di verso “sentire” e la partita si gioca proprio su quell’ambivalenza che l’italiano contiene nel verbo “sentire” – avere l’udito e provare un sentimento. Non è un caso che – come sottolinea CD – in inglese hear e feel siano parole distinte per due realtà distinte. Ma il superamento di ogni limite, disabilità e relatività del linguaggio, porta paradossalmente a poter accettare un’utopia in cui “saremmo tutti imperfetti e orientati al benessere comune”.
Del resto anche l’amore  - e questo percorso nato da un amore che non conosceva la parola “amore” di due genitori sordi, approda a una storia d’amore della protagonista a cui quella parola, conosciuta, non serve più perché andrebbe riscritta – vive di un’utopia non condivisibile, quel comunismo di una comunità inconfessabile (come la chiamò Blanchot e noi per estensione vorremmo dire: comunità non comprensibile e al tempo stesso sorda all’esterno) che è l’amore, appunto, lo spazio universo tra-due. Solo quei due si riconoscono, ma non hanno la parola per dirlo esattamente, se le parole sono quelle degli altri. Essi si riconoscono nell’essere sempre fuori dalla possibilità che l’amore che essi vivono sia corrispondente alla parola amore che tutti usano. Nell’arrivare dopo ogni idea di amore, la protagonista si ritrova come i genitori, che – in quanto disabili al linguaggio appreso naturalmente – hanno sempre vissuto in modo anomalo tutti i significati legati alle singole parole.
E in questo amore espatriato, monade fuori dalla lingua della propria società,  della protagonista col suo compagno a Londra, una Londra straniante e che a sua volta sta uscendo con la brexit da un altro spazio comune, l’Europa,  continua a produrre tutti gli slittamenti di  non-appartenenza che non permettono di attribuire con certezza ad un’esperienza un nome, un etichetta, un senso. Condannati ad essere continuamente outsider, è proprio a questo che approda tutta l’epopea familiare. E’ tuttavia lo spazio della relazione la personal heimat che dura dentro un continuo slittamento delle geografie e degli astri, l’aleatorietà del destino che come i tarocchi spostando una carta, una sillaba, inverte il senso, come un witz del destino, si muta in energia di sincronia, nel momento tutti questi errori sono in ogni caso tentativo e desiderio di capirsi, un’infinita conversazione, pur istituita da un codice privato altrettanto singolare di quello utilizzato nell’amarsi. Ed è qui che si produce la poesia, perché questo romanzo parla la lingua segreta della poesia, quella che sta sotto il codice linguistico specifico, nazionale adottato dai vari poeti.
Tanto singolare è l’amore da essere paradossalmente un dialogo tra sordi che - in barba al detto popolare, , e questa storia lo dimostra – esiste : un dialogo tra due solitudini irriducibili che tuttavia non rinunciano a provare a rompere quel limite.
Questa sentimento dell’estraneità prolifica e generativa di comunanza, è quel che ci resta, quando il romanzo finisce, perché sappiano che non è solo un romanzo, ma un’irradiazione, un dispositivo di molte narrazioni, alcune privatissime, altre no. Nello spazio tra due singolarità che mai si fonderanno una nell’altra, si colloca quell’homeland, che è un posto dove abitano tutti gli stranieri che vogliono rimanere tali. Homeland è neverland.




1) Come romanzo, collocato nell’alveo dell’autobiografia (non della autofiction, spesso categoria applicata in modo troppo allargato) “La straniera” è un romanzo contemporaneo, ma mi appare uno dei tentativi riusciti e più seri  di riportarci a quel che il romanzo moderno deve fare, almeno quel romanzo moderno in cui molti si sono formati: capace di darci un’idea della forma del mondo a seconda di come l’eroe (usiamo questo termine da narratologia)  che affronta il medesimo mondo, dispieghi il suo epos, ma soprattutto a seconda di come sia dispiegata la FORMA – scrittura e struttura -  in cui è organizzata la narrazione. Lungi dal voler esaltare il romanzo che racconta dello scrittore che scrive, ma nemmeno facendo banali apologie dell’intrattenimento, qualche conta a mio avviso è dire il senso di un destino (sempre i personaggi muovono verso un destino anche quando sono immobili).


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