giovedì 28 febbraio 2019

FITZGERALD, LOWRY, HEMINGWAY E IL SOVRANISMO MASCHILE. Una proposta di rilettura.


Qualche giorno fa avevo scritto che stavo leggendo tre libri di maschi in crisi e mi sembravano sopravvalutati, e so  che avete pensato a Piccolo, Missiroli e il terzo a scelta. Era  una duplice piccola divertita provocazione per i miei 25 lettori, tutti forti lettori nella bolla che subito hanno pensato allo Strega. (il romanziere maschio in modalità autoriflessione, dopo l’autofiction, va)
In realtà i libri che stavo leggendo di “maschi in crisi” che mi sembravano – tenetevi forte – sopravvalutati – erano  quelli di Hemingway di Malcolm Lowry Scott Fitzgerald. Booooom.
Lo so, ora mi spiego. Fiesta, il grande Gatsby e Sotto il vulcano sono gran bei libri.
Amo soprattutto la malinconia di Fitzgerlad e il deragliamento alcolico  di Lowry. Ben resi anche dalle traduzioni (Hemingway lo amo meno, e la traduzione di  Hemingway è forse un po’ datata (di Ettore Capriolo) mentre invece anche in italiano si può godere di questi romanzi, splendidi e imperfetti, Scott F. e Lowry  tradotti rispettivamente da Tommaso Pincio e Marco Rossari.
Due gran belle traduzioni, Non ho fatto comparazioni, ma c’è una prova del nove, questi libri li ho “riletti” ascoltandoli, in queste settimane – mentre camminavo, mentre lavavo i piatti, mentre stendevo, a volte mentre ero sul divano – dal podcast di “Ad Alta voce” di Radio 3. Ragazzi ve lo consiglio, e soprattutto per questi romanzi, la loro prosa incalzante, precisa, che sapeva cogliere sfumature o deliri, paesaggi e umori alcolici, passioni, dolori, amori, follie, meditazioni, risuonava armonica potente, quindi mi sembra di poter dire che la traduzione funzionava molto bene.
Fitzgerald e HEmingway li avevo già letti una trentina di anni fa, all’università più o meno o poco dopo. Lowry lo leggo oggi. Confesso, ho praticato la letteratura americana scarsamente, perché troppo preso dalla letteratura Europea, Balzac Thomas Mann, Celine,  Joyce, Beckett, Kafka, Proust, Camus, fate voi. Questi sono tra gli autori, con i poeti, che hanno definito la coscienza contemporanea anche attraverso la letteratura. E confermo quel che pensavo all’epoca, non c’è nulla in questi romanzi degli anni 20 o quello del 47 (Lowry) che non sia stato esplorato e meglio, decenni prima,  dalla grande letteratura europea tra il 1830 e il 1930.
Perché sono però così amati? Perché hanno fondato un sentimento di opposizione e fuga da mondo, l o hanno fatto con corpi e quotidiano metropolitani e moderni, più vicini al nostro modello, con un atteggiamento “rock” – o jazz, per stare alla musica che suonava intorno a loro – che poi è stato trasportato nella Beat Generation e della B Generation si è esteso alla cultura politica e antagonista alternativa dell'America. Come la pop art o Pollock devono molto alla ricerca pittorica europea dei primi del 900, Hopper che deve molto a Cezanne o Seurat ecc .

Questi tre autori oggi li rileggo in altro modo.
Li rileggo come romanzi di uomini (maschi) in crisi, virile e di status. Esattamente come quello che c’è intorno a noi, dai Sovranisti, ai populisti, ai gilet gialli, a Trump, ai fondamentalisti, ai dirigenti cinesi indiani, pakistani, giapponesi
(Pankaj Alishra, autore de “”L’età della rabbia” sta scrivendo un libro “The trouble with men” una storia della mascolinità e riconduce la rabbia, il risentimento, la politica della spartizione e dei muri come apice tragico di una storia che è anche sogno infranto della virilità, una virilità imperialista e sovranista.
Francis Fukuyama, nel suo ultimo libro (“identità. La ricerca della dignità e i nuovi populismi” Utet) attribuisce a richiesta  di riconoscimento che le identità che si sentono frustrate a sviluppare il populismo, al di là delle richieste economiche - ma che poi i capi famiglia maschi, attorno a i 50, siano gran parte della classe media impoverita o dei lavoratori con lavoro perduto o  a rischio somma le due cose, e si tratta guarda caso della generazione del baby boom, tutta bianca, l’ultima figlia della mentalità ottocentesca, ma che si è misirato con due grandi novità: l’emergere dell’altro sesso, le donne, sulla scena delle richiesta di diritti - e quelle dei migranti, più recentemente).

 Cosa c’entra il sovranismo e il populismo con Gatsby, Lowry e Hemingway?. Mi influenza l’arrivo significativo di romanzi  di autocoscienza - o autocommiserazione o autoassoluzione narcisistica fate voi - di autori uomini adulti – a integrazione, stesso tema, dal femminile, Chiara Gamberale.
Per carità non è un tempa nuovo – Knausgard qualche anno fa ne fece un resoconto millimetrico e fluviale – ma penso che i personaggi di Fitzgerald, Hemingway e Lowry siano  stati dei modelli a metà tra il riscatto maschile e la sua collocazione in un contesto diverso,  non convenzionale, come fuga dalle responsabilità del fallimento – o dalla paura del fallimento. Il Console, Gatsby, Nick, Robert, Jake, ecc sono personaggi maschili che attraversano una crisi, personale e sociale insieme - e soprattutto di genere. Spunta qua e la, il disprezzo per il nero, per l’ispanico  il messicano ecc.

 Riascoltando questi romanzi oggi percepisco in loro una reazione che sta dentro l’identità mascolina e avventurosa americana – quella dei film di Hollywood, ma letterariamente risalente a Jack London o Walt Whitman (o Melville, ma già è diverso)  – paradossalmente sempre intrisa dallo spirito avventuroso e coloniale, vitalistico. Non c’è in altri romanzi (Steinbeck, anni 30 o Faulkner, con l’urlo e il furore proprio del 29) in cui benché ci sia la crisi e la frontiera, e un certo senso dell’altrove, raccontano quegli anni americani in altro modo, come epopea collettiva. IN SF; ML e HH c’è l’eroe-individuo, dentro e fuori l’uomo massa che si stava formando, e meno la storia corale.

C’e in loro un certo Deragliamento dei sensi, maledettismo, ad alto tasso alcolico: s’era  già visto a Parigi tra poeti, settanta anni prima, e con altre profondità di visione del mondo, oserei dire.
Qui c’è più vita, orizzontale,  l’alcol scorre a fiumi, le liti amorose dei maschi, per la conquista della bella di turno, c’è l’esotismo che prelude o è già turismo (spagna, Messico, ma anche New York è un “altrove” rispetto al provinciale Nick e Gatsby). La mascolinità degli anni Venti di Fitzgerald e di Hemingway – e ancor di più quella mezcalica di Lowry, che è inglese ma diciamo che ragiona come un gringo) si esprime molto dentro “l’America” ma attraverso uno spirito di rottura, una faglia – vulcanica – entro essa, come saranno le culture delle droghe per la Beat Generation e negli anni 60 (ovvero un parallelo del consumismo, un “altro consumo”).Orientalismi, direbbe Said, esotismi, essere alternativi. Una reazione da maschio in crisi in cerca di fuga, ma per certi aspetti per preservare quell’identità. Andare a fare il maschio ubriacone all’estero (o nella cultura del jazz, dei neri – l’elemento della paura del negro come minaccia dell’identità americana è presente nel personaggio di Tom in Grande Gatsby).

 Sia Nick (nel GG) che il console (in SIV)  hanno 29 anni e già si preparano ad abbandonare la gioventù, in Fiesta la delusione arriverà col ritorno a Parigi, ma anche questa è “crisi”.
Si respira libertà sessuale, ma nella libertà è troppo ingombrante la mascolinità, romantica e violenta - Lowry cita esplicitamente Hemingway con la gita alla fiesta messicana e la gara di Tori cui partecipa Hugh, con Yvonne, in Fitzgerald, Nick e Gatsby sono innamorati di Daisy(  ma c’è il toro-Tom da eliminare) Lowry è inglese, ma è come-se-fosse americano, anche lui  rifonda di nuovo quel romanzo d’avventura,  alticcio e sbracato, che servirà da ispirazione a tanti prodotti immaginari di paura e delirio, fino al grande Lebowski, o cose simili, insomma un certo modo raffinato e insieme “gonzo” americano, scazzato e rock, romantico, fragile, ma pure violento e macho. Lowry vorrebbe scrivere una divina commedia (la esplicitamente) ri-cita Hemingway e Gatsby continuamente (nella traduzione Rossari fa dire al Console qualche volta “vecchia lenza” che era un intercalare che usava spesso Gatsby nella traduzione di Pincio ( secondo me anche i due traduttori – scrittori a loro volta – si sono parlati…).

Però questa espressione di maschi alla deriva emozionale, non è che una replica meno profonda del deragliamento o “lusso” della coscienza che era  corso in Europa decenni prima. Mi ha colpito però riascoltarli e ripensarli oggi, dopo aver letto Serotonina di Houellebecq, , o Fedeltà di Missiroli l’Animale che mi porto dentro di Piccolo, ma anche un romanzo bellissimo come  “Tutto quello che è un uomo” di Szalay, come anche “La sposa “ bellissima raccolta di racconti tra finzione autobiografia di Mauro Covacich, o “il padre infedele” di Antonio Scurati che va riconosciuto aveva introdotto il tema, già prima (e non è un caso che col suo ottimo libro “M” riporti questa intuizione di scrittore ad un lavoro di ri-narrazione della  Storia notevole che ricongiunge il 1919 al nostro 2019) e ci aggiungerei, anche se non col “tema” diretto, i libri di Carrere  e di Siti: tutti questi libri,  li vado a sovrapporre a queste crisi maschili che in letteratura trovano una risposta varia: in genere (tranne l’ultimo Scurati) ripiegata su sé, mentre  in politica – e in gruppo o folla, popolo, branco, ostentano distruzione, separazione, muro, aggressione, ostilità agli altri - alle altre. ecc
E tutta la rabbia, il rancore che attraversa l’Europa sovranista nazionalista, così come l’America di Trump, la Russia di Putin - ma India, Cina, Pakistan, Indsonesia, Filippine, ma pure tutti i presidenti-padroni dei molti stati africani,  è di nuovo una crisi maschile investendo proprio l'Europa non tanto da un punto di vista socio-economico come la leggono in molti. E’ un’ondata di testosterone, come dice Alishra ).

 LA fine delle promesse del progresso in cui siamo nati, verso gli anni 60, , la fine della gioventù, la “frontiera” (the new frontier di Kennedy)  che dovevamo superare crescendo, e che invece si è dissolta – e così molti di noi la trasformano in muro, per impedire ad altri di attraversarla verso di noi )  fanno un riverbero su un epoca in cui il vitalismo americano della conquista, dopo decenni,  stava per impattare nella frenata della crisi del ’29. Rileggere questi romanzi classici – e di conseguenza anche i nostri contemporanei europei. . Una chiave di lettura per creare connessioni,assoxiazioni, non un’analisi filologica, ovviamente.


mercoledì 16 gennaio 2019

IL GIORNO DEL GIUDIZIO, Salvatore Satta

Ho letto anzi non sto leggendo ma lo sto ascoltando dalla radio letto da Toni Servillo un audiolibro di alta voce della amata @radio3   la sera mentre mangio oppure mentre cammino oppure faccio altre cose ascolto il romanzo – in particolare la sera se sono a casa ascolto la radio, come tornassi ai tempi di “Radio Days” di W: Allen- un film che allora era nostalgico, oggi sarebbe archeologico. Leggo questo libro perché non ho resistito all’entusiasmo di @Giu1970, in realtà più che leggerlo, lo ascolto – poi lo rileggo nei passi belli e li sottolineo. Tony Servillo ha una voce antica, forse dà colore giusto a questa narrazione epica e arcaica.

Salvatore Satta è stato un giurista, un grande giurista tutta la vita, ha esercitato la sua carriera universitaria l'ha fatta durante il fascismo, è rimasto un conservatore, e  nel libro ci sono molti giudizi “di destra” , è stato collaboratore de “Il Tempo”, un democristiano di destra di una volta (   quando c'è stato il referendum sul divorzio si è espresso contro il divorzio,  quindi fu favorevole all'abrogazione della legge,  sostenendo l'indissolubilità del matrimonio)
Nel romanzo racconta una grande famiglia, di Don Sebastiano Satta, che somiglia molto alla sua, con i genitori a cavallo tra 800 e 900, ma a cavallo tra l’arcaico e il moderno.

Satta racconta la lenta evoluzione naturale di una famiglia e di una comunità, come fosse il percorrere naturale delle stagioni, con quella ostinata convinzione di avere la verità, la saggezza della matrice contadina mescolata con la sapienza del fine uomo di legge abituato alla  colpa umana. La sua prosa procede calma, con assertività e solidità. “Il giorno del giudizio” è il racconto sulla immutabilià umana, fatta di riti antichi, di unàradicamento - anche se la storia viene continuamente a minare questa immutabilità,  da qui anche la quella visione negativa dell’esistere, un mondo senza sogni ,senza sorrisi, senza felicità, tutto impegnato a vivere che anche quando è da benestanti come la famiglia Satta, sempre  sia stremato, precipitato nella vita come un condanna. Nel giorno del giudizio, che è ogni giorno.

Satta ha una visione  quasi nichilista dell'esistenza degli uomini, troppo spesso i loro difetti, i ma in questo giudizio un conservatore, un reazionario come Satta riesce a diventare anche uno scrittore acuto un grandissimo scrittore acuto e la storia di una famiglia, come tutte le altre, infelice come tutte le altre. Un tolstoiano cupo.

E’ la storia di tutte le famiglie per certi aspetti nella loro segreta imperscrutabilità.  È come se il mondo arcaico della Sardegna che racconta Sebastiano Satta volesse Saltare questo accidente fastidioso che è “la storia” e collegarsi subito all'eternità, altrettanto radicata, come ulivo o pianta di rovi, nella terra.

Il giorno del giudizio ci attende alla fine della vita, non altra vita che viene dopo noi. La vita è un lento decadere. Le radici sono importanti e lo è “l’aldilà” – quel che c’è in mezzo, solo pena, rancore, insoddisfazione, dolore.

Non a case  è un libro in cui i morti e i vivi dialogano fittamente tra loro e il primo a dialogare è Satta coi suoi morti. Il racconto delle varie generazioni di Don Sebastiano, la storia della sua casa è una storia della materialità, la radice arcaica italiana è nella casa è nella roba con questa si hanno rapporti Vital, i quasi biologici, quasi Mistica e non è un caso che in Italia è grande romanzo borghese non c'è stato perché non c'è stata la borghesia ma c'è stato un grande romanzo conservatore un grande romanzo di piccoli proprietari terrieri di proprietari in generale che hanno raccontato “la rovina”  anche della proprietà, spostando indietro nel passato loro racconto : Manzoni, Gadda con la Cognizione del dolore, Verga  con I Malavoglia e Sebastiano Satta:  tutti e quattro sono stati in varia misura “di destra”  conservatori, sicuramente non progressisti, ma il loro racconto è servito molto alla critica letteraria progressista,  racconto durezza della vita . Tutti e quattro come altri autori simili, scrivono romanzi – e narrano storie – che sono sia “ senza idillio” – come la definizione di Raimondi per Manzoni -  sia senza redenzione. Sempre c’è la catastrofe, nella storia, nei giorni, e il male è negli uomini, la colpa è insita nel vivere. UN pessimismo rancoroso, che guarda solo “all’aldilà “ – così è forte in Satta. Come in  Manzoni.
LA costante di questi autori è quella della natura umana: contano gli individui, la famiglia, le donne la folla da un punto di vista conservatore, tuto è già dato, il destino segnato, non si modifica.

Tragicamente conservatori, più che convintamente. Non c’è scampo. Sono romanzi di grande forza psicologica e spesso anche offrono una sponda a una visione critica dell’esistente, ma non perché ci sarà un esistenza ulteriore che vendicherà questo momento, no: tutto è senza storia, tutto è un nascere e morire ternando nell’oblio da dove eravamo venuti.

Eppure sono romanzi che conoscono e dicono bene l’Italia profonda – o  il costante “de profundis” dell’Italia per dirla con Giuseppe Genna, che non è un conservatore, ma è certo un fustigatore e per certi aspetti un apocalittico dell’esistere allo stesso modo.

 Il pur bel romanzo “M” di scurati che racconta l’ascesa del fascismo, manca a esempi odi questa visione di questo contatto con la profondità della plebe e del popolino piccolo proprietario – che è il serbatoio dell’immutabile conservatorismo italiano, che Scurati racconta più seguendo Mussolini e tutti gli altri della classe dirigente, perché sono uomini che hanno lasciato documenti.
Satta racconta gli uomini senza volto e ricordati forse per un nomignolo, ma poi presto dimenticati. Uomini senza storia. Satta raccolta l'immutabilità, la scarsa fiducia nel cambiamento, la eterna sconfitta , l'eterno rancore, l'eterno attaccamento alle cose materiali, la  sudditanza ad un'autorità più forte - sudditanza non solo perché sono dei conservatori, ma perché sono convinti che così è sempre stato il mondo e così sempre sarà, ma così facendo raccontano l’Italia meglio di altri. Il nostro paese è condizionato da questa logica.

Servo-padrone, verticale, non riuscirà mai a essere una commedia umana, orizzontale, tra simili.  Come accade in Dickens Come accade in Balzac:  Borghesi che raccontano Borghesi, con gli alti e bassi della vita, ma con sguardo orizzontale . Invece i narratori –padroni dell’Italia, raccontano dall’alto verso il basso, pur essendo molto vicini a quel “basso” .

Anche Pasolini a suo modo è stato un conservatore, di certo si è “calati” nelle periferie romane, - certo quanto più possibile e con empatia e solidarietà, ma non nella dimensione orizzontale (cos’ alla fine, i romanzieri del Neorealismo italiano – forse  tra i pochi a raccontare alla pari, sociologicamente erano  Moravia o Bassani.
L'estrema modernità di un autore come Satta, si basa su convinzioni piantate nella roccia, sula mancanza di speranza, la Sardegna senza essere folkloristico come Murgia o Niffoi, in apparenza distaccato E cioè sistema delle regole arcaiche immutabili e della proprietà e al tempo stesso di chi è realmente appartenente a quel mondo e in questo caso la Sardegna ma che diventa inevitabilmente una metafora italiana più appare distaccato è diverso isolano questo momento come cade da altri autori siciliani come Pirandello altro grande conservatore altro grande disilluso altro grande lista per certi aspetti nichilista storico il racconto della realtà è la tragedia della realtà non c'è altra via d'uscita.

mercoledì 9 gennaio 2019

FITZGERALD, LOWRY, HEMINGWAY E IL SOVRANISMO MASCHILE. Una proposta di rilettura.

Qualche giorno fa avevo scritto che stavo leggendo tre libri di maschi in crisi e mi sembravano sopravvalutati, e so   che avete pensato...