sabato 24 novembre 2018

CELAN E BACHMANN, L'AMORE IMPOSSIBILE DELLA POESIA




L’autunno mi bruca dalla mano la sua foglia: siamo amici.
Noi sgusciamo il tempo dalle noci e gli apprendiamo a camminare:
lui ritorna nel guscio.

Nello specchio è domenica,
nel sogno si dorme,
la bocca fa profezia.

Il mio occhio scende al sesso dell’amata:
noi ci guardiamo,
noi ci diciamo cose oscure,
noi ci amiamo come papavero e memoria,
noi dormiamo come vino nelle conchiglie,
come il mare nel raggio sanguigno della luna.

Noi stiamo allacciati alla finestra, dalla strada ci guardano:
è tempo che si sappia!
È tempo che la pietra accetti di fiorire,
che l’affanno abbia un cuore che batte.
È tempo che sia tempo.

È tempo.

E’ "Corona" la poesia che Paul Celan, che oggi  avrebbe improbabili 98 anni, dedicò a Ingeborg  Bachmann. Fu la base, il registro del loro codice d’amore, che non fu mai scritto se non tra le righe, in pochi incontri,  in molte lettere, in tantissimo silenzio, tra colpa e desiderio, tra memoria e oblio.

L’idea di amore nel 900 è stato dominato dal concetto di “ mancanza” e da quello di “impossibile”.
Non poteva che essere così, per il secolo che ha smontato ogni idea di origine, di autenticità, di verità, di ideologia.
 E non poteva che essere così, nel secolo che più scientificamente ha programmato l’orrore, dando all'umano uno scacco per cui ogni sentimento ha timore di nascondere l'inganno.

. La scelta di mettere in dubbio le “verità” acquisite e gli stereotipi  che ne seguono, è cosa molto dolorosa, per chi lo fa come singolo uomo o donna, ma anche per chi lo fece aderendo a movimenti che chiedevano finalmente una svolta, non solo una svolta del respiro, ma delle cose.
Accadde anche con l’amore, che trovò altre strade della sua follia. Innanzitutto perché Freud ne aveva svelato, sotto le forme di un ordine,  logiche e contro-logiche inconsce, con un suo teatro di convenzioni e rimozioni. E aveva detto che quel che stava sotto la convenzione dell’amore agapè, sancito poi in convenzioni e isitiuzioni della famiglia e dei generi sessuali, era verità alternativa, in apparenza:  ovvero L’’Eros rivoluzionario, il sesso.
Chi mette in dubbio la verità dell’amore fino al punto di dover sacrificare dentro di sé  un bene, un sentire,  per il timore che si traduca poi in una retorica non vera, che la sua “verità” si riveli poi una maschera, lo fa a suo rischio e pericolo.

Pauil Celan accettò il rischio e  fu sconfitto da sé stesso e da i suoi fantasmi.Lo fece però rimandendo fedele a quell'amore pur marcandone l'impossibilità.
Paul Celan e  Ingeborg Bachamann diedero vita all'amore che rinunciando, si sacrifica per una fedeltà ulteriore. Ma nei loro gesti e nelle loro poesie e lettere scorre un flusso carsico di impossibilità e mancanza di cui furonp testimoni e vittime. A loro modo sono i più grandi poeti d'amore del secolo, le leoro lettere oltre che la poesia lo testimoniano.
Si conscono nel 1948, sono giovani ma pure scottati dalla guerra. Si scrivono lettere infuocate e già tormentate per qualche anno.
Nel maggio del 1952 si vedono, Ingeborg chiede a Paul di sposarlo. Lui disse no. E le annuncia  di voler sposare Gisèle LEstrange, pittrice, a Parigi.  . Celan è a un incontro del Gruppo 47, invitato proprio dalla Bachmnn. La foto che vedete è scattata a poche ore da quel “no”.
Lei lo guarda,  non so sel eggere nel suo viso sopresa, un moto di paura e desiderio insieme, verso quell’uomo,  lui col gesto sospeso,  bello e elegante, sfugge via nella sua fuga di morte, interiore, e fugge verso un'altra donna, a PArigi, che sposerà mesi dopo. Rinunciando all’amore, ma non alla poesia.


 si conoscono e stimano, si scrivono lettere per 19 anni, si incontreranno poco, un amore fatto poi di molta scrittura a distanza e pochi incontri, fatto di papavero e memoria. L’eros – o l’amore che essi avrebbero dovuto riscrivere e non scrissero – era il loro oppio, ma pure l’impossibilità di poter dimenticare il vissuto che avevano alle spalle, soprattutto il carico di dolore e lo svelamento della verità dell’orrore, questo era il loro muro.

Il loro comune canzoniere sono le lettere che si sono scambiati, tra i più bei canzonieri senza canto, un ‘ode muta ad un amore non nato e bellissimo.
“ci diciamo cose oscure” – era anche un dato concreto, erano amanti, parlavano per simboli. Ma pure era una metafora: solo noi sappiamo leggere il nostro codice, un ‘intimità però non solo privata perché è parte della tragedia storia che hanno vissuto.

E su rive opposte, anche se Ingeborg, figlia di nazisti, come tantissimi in Germania, fu senza colpe. E chissà cosa accadde, a quell’amore, e perché quell’oscurità abbia potuto generarsi e
alimentarsi fino a divenire opacità, fine, tormento.
. Ogni nuovo incontro sembra spingere i due poeti su fronti opposti e al tempo stesso confermare il loro imprescindibile ruolo di testimone bifronte che nessuno vuole ascoltare.
La vittima e il carnefice si abbracciano alla finestra e dicono «è tempo che si sappia, è tempo» è tempo che tutti sappiano di noi. Questo voleva sottindendere Celan, da amante. Ma pure, tutti sembrano essere sordi al nostro dolore. E' tempo che si sapiia di che orrore siamo stati parte (in quegli ani 60 come racconta Sebald, in germania il NAzismo non era ancora nei libri di scuola)
E per Celan si scaverà un solco tra due rive.

- “Io ho, poi, guardato ancora una volta dal treno, anche tu ti sei voltata a guardare, ma io ero troppo lontano» scrive Paul a Igeborg, nel 1957 e dice tutto del loro rapporto: sintonia e l’impossibilità .  Lui è «troppo lontano» perché è lontano da tutto, ferito in modo inguaribile.  Non c’è amore, amicizia, matrimonio che possa sanare il suo dolore – e in quel caso anche una colpa, essendo sopravvissuto allo sterminio degli ebrei e dentro quello, a suo padre e alla sua amatissima madre, morti in un lager.
La loro  “costruzione dell’amore” avviene soprattutto nei versi, tutti e due dialogano in segreto attraverso metafore e simboli, si leggono, si respirano, assorbono luce uno dall’altra.
Le loro biografie parlano di due personalità molto fragili, che non riuscivano a sostenersi reciprocamente. E infatti poterono avere relazioni più durature lui con Gisèle, lei con lo scrittore Max Frisch, che erano caratteri ben più saldi.


Quando Bachmann e Celan si rincontrano di nuovo, anni dopo, il 13 ottobre 1957 a Wuppertal, la relazione s’infiamma, ma questa volta è la Bachmann a frenare l’euforia. Per un anno si frequentano saltuariamente e si scrivono molto.
 La moglie Gisèle è a conoscenza di ogni cosa, le due donne sembrano addirittura allearsi per sostenerlo, in seguito, quando lui perde ancora di ppiù il senno,  ma l’equilibrio precario s’è infranto.

 Pur tra i grandi riconoscimenti che il mondo gli tributa, Celan comincia a vedere nel silenzio forzato sulla Shoah, nelle sporadiche ma pesanti stroncature sui giornali, nelle calunnie della vedova di Yvan Goll  che lo accusa di plagio, il  complotto, un accerchiamento. LA follia il dolore psichico si manifestano e lui non ha che Ingeborg a capirlo.
Nel 1959 sarà lei a cercare di coinvolgerlo in una pubblicazione , sarà sempre lei a cercare di mediare nei rapporti tra Celan e gli intellettuali tedeschi che il poeta vede ormai 
come nemici. Ingeborg Bachmann è la sola di cui lui riesca ancora a fidarsi. Ma è proprio quello l’inzio del precipizio la follia d’amore nulla potrà di fronte alla folila da orrore che allagava l’anima di Paul.

 LA  comune patria fu la lingua, quel tedesco pieno di orrore per Paul e di colpa per Ingeborg, fu il loro modo di riscrivere la parola “amore” laddove altri lo faranno, costruendolo col viverlo, quell’amore. Scriveva Paul Celan nel 1958, in un discorso a Brema, in occasione di un premio letterario: «Raggiungibile, vicina e non perduta in mezzo a tante perdite, una cosa sola: la lingua». E anche la Bachmann cercò sempre di salvare una patria nella parola.
Il loro modo d’essere amanti nel 900 fu "mancare" l’amore, ma affilare il suo linguaggio con cui tutti noi potremmo dire meglio l’amore che c’è, oggi, oggi dopo tutte le impossibilità.

Le lo sa e nel 1961 gli scrive "mi chiedo chi sono io per te dopo tanti anni? Un prodotto della fantasia oppure una realtà che non coincide più con il prodotto della fantasia".
Lei lo richiema a riconoscere i suoi errori: "tu vuoi essere colui che si rovina, ma questo io non posso accettarlo".

Lo sollecita, amorosamente anche lei,  e lo invita ad appoggiarsi a Gisele di cui riconosce abnegazione e coraggio nello stargli vicino.

Lui gli annuncia, in una delle ultime lettere nel 1963 l'uscita in un volume di poesie, e che ha avuto due anni difficili "distanti dall'arte" e che quelle poesie sono "la testimonianaza di una crisi, ma che sarebbe la poesia se non fosse anche questo e, sì, qualosa di radicale?".

Paul Celan fu la risposta radicale al diktat di Adorno, secondo cui - come è noto - non si sarebbe più potuto (e dovuto forse) scrivere poesia dopo Auschwitz.

Celan lo fece, fu la più grande poesia del secolo, non solo “dopo” la Shoah, ma a partire da quella. Ma in quelal radicalità, il costo fu non rinuciare al dolore, non rinunciare a restare vigile contro la menzogna e la menzogna dell'umano è anche nei sentimenti più nobili, come l'amore. I lromanticismo e Goethe non impedirono ai tedeschi di sostenere il disumano del nazismo. da tutto questo occerreva difendersi, Paul lo fece, con rischio estremo. Fino a perdere tutto, Ingeborg per prima.

 Paul e Ingeborg non si sarebbero più sentiti dal 1963 in poi. Il “conseguito silenzio” che si univa a tutti i silenzi che allargavano il loro vuoto precipizio interiore.   
Dopo la morte di Paul,  Ingeborg scrisse un romanzo, "Malina" e qui li  incontriamo di nuovo tutti e due, nel luogo delle parole, l'unico dove furono e saranno assieme per sempre.
E' l' ultimo romanzo della Bachmann prima della sua
  stessa morte, nel 73, dove lui-Malina è il doppio dell’io narrante.

Scrive in questo romanzo la Bachmann citando ancora una volta la poesia "Corona", il loro codice segreto: «Lui mi fa vedere una foglia secca e allora so che ha detto il vero. La mia vita finisce perché lui è annegato nel fiume durante la deportazione, era la mia vita".

Fu un amore impossibile, ma l’impossibile anche grazie a loro e nelle oro parole, sarà il nostro nuovo realismo.

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CELAN E BACHMANN, L'AMORE IMPOSSIBILE DELLA POESIA

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