martedì 23 ottobre 2018

ANTONELLA ANEDDA "Historiae" (Einaudi)


La storia, quella dei grandi eventi anche nel nuovo libro di Antonella Anedda ((“Historiae”, Einaudi, p. 87, Euro 11) è fatta non solo da monumenti ma anche  da miriadi di tracce invisibili.
Anzi, la gran parte delle presenze vive, partecipano alla storia col loro sparire.
 Così è per ciascuno di noi.
Limitato dalla finitudine naturale della vita e spesso da una fragilità ulteriore che l’anticipa, cerchiamo redenzione utopica ben sapendo del destino della morte. Bisognerebbe avere il coraggio di Leopardi. Anedda fa parte di quella compagine di coraggiosi.
In questo nuovo libro , la grazia opposta a questa pesanteur è nell'individuare il brillìo del dissolversi, le stelle sommerse, le anonime  “historiae” che danno un senso proprio a questo apparente scacco esistenziale degli umani.
 Come il sale che si scioglie dai corpi di migranti affogati, rimasti abbracciati e decomposti in fondo al mare a cui dedica uno dei non pochi componimenti civili di questo libro: le loro cellule ridiventano sale della terra – e dell’amato mare sardo – tonando ciclo di natura. Ma non è solo una poesia civile - o tanto meno  di occasione. Anche quelle vicende, che sono urgenze politiche del'oggi,  come tutti i nostri destini, che sono il lungo corso della Storia, si sovrappongono. E c'è una cosa in più che il libro sapientemente introduce, come solo in poesia si riesce a sintetizzare.

Un tema fondamentale: che la nostra persona si decompone, si trasforma, il nostro tempo è anche quello di una parabola del biologico: “ogni sette anni si rinnovano le cellule/adesso siamo chi non eravamo” . Da qui la forza, non lo scacco: dunque nessuna nostalgia del passato, scrive Anedda. Siamo nulla, il quotidiano fragile di una malattia che “scollando dalla mente la pelle del passato” permette – dice il poeta nello specchio che ci riguarda - di “prendere senz’ira il tuo nulla tra le dita”. Ma non c'è nichilismo.

 
Il libro aggrega una geografia interiore ed esteriore sull’asse della memoria ma anche della percezione presente: la Sardegna, Roma, le pieghe minime, rasoterra, le tracce storiche insieme ai dettagli domestici in uno sfarfallio di percezioni, di lampi e barbagli. Illuminazioni profane che connettono collettivo e corporeo singolare, lo scriveva Benjamin del surrealismo. In Anedda non c’è onirismo, semmai molto del tempo di mezzo tra veglia e sonno, percezione e memoria in sciami, le nostre historiae pulviscolari. Mi verrebbe in mente una sorta di visione "lucreziana" della Storia.

Anedda continua qui una perlustrazione negli immediati dintorni di tutti, dentro cui cercare una misura del sé, come scriveva Enrico Testa collocandola alla fine dell’antologia “Dopo la lirica” nel 2005. Oggi di ciò che rimane forse residuo, nel “luogo dove si irradia luce/ e non esistono pronomi” dunque tanto meno un io, assertivo. Ma resta viva una sperimentazione di alleanza tra persona e mondo. Trasformato, rimeditato intimamente, il suo "assolutismo lirico” (così Galaverni, citato anche da Enrico Testa, sui primi libri) la scrittura di Anedda usa ora un verso libero, una tensione dell’immagine che si scioglie,  ma resta voce che si distingue, forza di una sintassi, di una lingua che non a caso si tuffa consapevole nel mare interiore della lingua sarda, per poi riemergere  anche grazie a misure metriche, cadenze sintattiche, più distese, a volte anche con  dei "quasi- alessandrini"  incastonati in versi anche più lunghi (e ricordiamo una forma di dismisura anche nei versi del precedente  “Dal balcone del corpo”). Anedda usa  un lessico preciso, tagliente, che non si pone in attrito di enigma, di scarto con hazard, siamo davero dopo la lirica e pure certe sue illusioni. E più concentrata sulla potenza della lingua, che guarda ammirata all’efficace contrazione materica del latino di Tacito (citato in una bella poesia, e non a caso si parla dello storico degli “Annales” per queste historiae  che sono tessuto ctonio della grande Historia). Il latino capace di evidenziare i “nudi fatti” scrive Anedda, mostrando anche in queste due semplici parole un segno di scelta di senso, direzione, anche per questo suo libro.

 In Anedda, attraverso anche l’esempio latino, è cresciuto evidentemente un desiderio di una lingua dalla medesima efficacia, che la porti come dicevamo anche a tentare l’impasto materico interessante in alcune poesie con la lingua sarda. Così emerge realtà da realtà, luce da luce, una sorta di realismo dell’invisibile, dove le vite, le nostre, quelle dell'io che scrive, ma specie quelle lontane dai nostri sguardi di migranti o nomadi che rovistano nella spazzatura, così come i ricordi, le percezioni di nuance ambientali, le memorie del lutto: tutto ciò concorre a dispiegare una visione complessa del nostro essere coinvolti nella vita.

Lo siamo e lo siamo con più forza se manteniamo vivo il sentire della morte che giace con noi dalla nascita, così come dicono anche i fisici – li cita Anedda prendendo atto del tempo che non c’è, quello in successione delle ore e i giorni. Il tempo e questo essere-qui è solo un cumulo di “larve e miele”, è solo lo spazio in cui ostinati procediamo, osservandoci, nella trasformazione del corpo che siamo. Biologia qui ridiventa politica se colloca noi come esseri viventi senzienti e fragili dentro un destino che va ridefinito. Questo fa la grande poesia, l nostro corpo come le cose, in questo passaggio da presenza a tracce, a dissolvenza, ma di nuovo a ritornare in un circolo, in uno spazio che è il tempo. Il sogno sta nella storia nelle  grandi migrazioni, battaglie, economie, e,  inseme, allo “scroscio della pioggia”, i nostri animali domestici, i gesti minimi.

Il nostro tempo è duro, fatto di ingiustizie e dolore, lucidamente Anedda colloca noi, con lei (e una delle qualità stare i per dire etiche di Anedda poeta è che il poeta è sempre con gli uomini, magari fronteggia la comunità ma non se ne sente mai separato) dentro questa stagione di gelo che viviamo, questa epoca di neve e lupi. “Eppure è inverno, tempo di piantare cose”. Questo libro è uno degli strumenti umani con cui lo potremo fare, lo faremo. Lo avremo già fatto, quando le cose nasceranno.

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