domenica 30 settembre 2018

GAJA LOMBARDI CENCIARELLI "La nuda verità" (marsilio)


 Ho letto sulla Stampa Tuttolibri la recensione dell'ultimo libro di Gaja Lombardi Cenciarelli “La nuda verità” ( Marsilio). Titolo della recensione di @Alessandra Lattanzi (ma ovviamente titolo non suo, come si capisce leggendola): “L'affascinante traditore rapisce il cuore alla dottoressa colpevole di mala umanità”.
Che per certi aspetti è un titolo melò. Per altri un incrocio tra il titolo di Cronaca Vera e un film anni 70 con la Fenech. Intendo il suo andamento prosodico, la volontà di concentrare nel solo nucleo e per forza da soap brasiliana.
Ora è curioso che il direttore del medesimo Tuttolibri, Bruno Ventavoli abbia lanciato in contemporanea l’appello agli editori “Pubblicate meno”.
Io lancio l’appello ai titolisti dei cartacei : titolate meglio.

Già nei giorni del post-campiello i titoli “Vincono le donne nell’era del #metoo” s’era posto il problema dei titolisti italiani . non solo per la cultura.


(Digressione ) Credo dipenda dall’erronea strategia anti-agonia, anti-calo di vendite: la strategia del sensazionalismo e della sintesi semplicistica. In un paese che legge poco, con una zona grigia di distratti e confusi, imbozzolata in un rullo compressore d’ipertrofia verbale, grafomania da social, commentarium rizomatico che al confronto i tomi della patristica teologica medioevale je fanno un baffo per quantità, in tutto ciò, fa più danni un lettore che memorizza e sparge quel che capisce leggendo solo il titolo semplicistico, che un non-lettore-assoluto di giornali fatti così. Almeno questo ultimo fa danno di suo. L’altro fa danno indotto da uno che dovrebbe spiegare cose complesse in poco spazio, non abbassare sempre il livello. Tanto i giornali non si vendono lo stesso e quell’ipotetico lettore-televisivo non è intercettato. Ai cercatori di semplicismo, lo abbiamo visto in questi dieci anni di “colonne di destra” - la ggente è annata a destra, anche con le tante cazzate delle “colonne di destra” che avrebbero dovuto (nelle intenzioni di direttori nel panico e soprattutto di uomini del marketing incompetenti) catturare il lettore basico. Chi è basico non lo compra il giornale, per ora, ci arriverà speriamo ma con altra strategia. Magari la stessa che hanno adottato nel cibo e nel vino: attizzare che la “qualità” è cool. Chissà (fine digressione )

Nel frattempo però sia chiara una cosa, al titolista di Tuttolibri: che se uno arriva sul Tuttolibri della stampa non è un lettore di Cronaca Vera (sì, certo anche siamo tutti figli del grande Tommaso Labranca e sappiamo come apprezzare il trash, ma è cosa diversa). E che può succedere? Che se non si consce Gaja Lombardi Cenciarelli autrice e non si ha tempo di leggere la recensione, l’idea che resta al lettore informato e lettore forte che frequenta il TTL: è un romanzo melodrammatico.C'è il rischio. In my Humble Opinion. Magari sono io il vizioso che legge così le cose.

Questa lunga tiritera, per dire che la sintesi della trama di un romanzo non è il romanzo, certamente non nel caso de “La nuda verità”.
Quello che mi è piaciuto del libro di Gaja è che i personaggi sono indigesti e lo restano, fino alla fine. Che malgrado un ’evoluzione romanzesca, una trama e una sottotraccia, un colpo di scena a metà e uno alla fine, moralmente, interiormente, quando chiudi il libro non c’è ricomposizione. Questo fa la differenza tra una trama riassunta da un titolo che si svolge come allude il titolo e i romanzi in cui chi li scrive è scrittore, ha esperienza dlla materia, conoscenza di scritture in proprio e di scritture altrui come la consolidata e ottima traduttrice dall’inglese che è Gaja Lombardi Cenciarelli medesima.
Il romanzo è duro, per questo che un buon romanzo. Io ho questa perversione. Se non altera il mio equilibrio, la scrittura non mi dice nulla. Qui invece Lombardi Cenciarelli lavora e cesella la materia psicologica e il mito.

Prende per le budella il lettore, o meglio lo fa prendere dal suo personaggio, Donatella Mugghiani. Oncologa di alto livello professionale, ma persona labirintica, vie contorte interiori protette da alte mura di scorza d’animo tagliente.
Ai suoi pazienti prospetta sempre il peggio, non consola, non dà speranze. Meglio non illuderli, ma questa è la “nuda verità” di questa malattia bastarda che è il cancro, che vuole combattenti bastardi.

LA dottoressa Mugghiani - scrive Lattanzi nella recensione - “salva le vite umane ma ferisce le anime dei malati”. A suo modo, è una strategia di lotta imposta dal dominio un male subdolo: perché non ci si pensa, qui, con i tumori, non c’è un percorso chiaro delle altre malattie, in cui la differenza la fa la bravura del medico che in teoria sa come deve curare. Qui in teoria,alla fino, non si sa un cazzo. la cura finale e definitiva non c’è. Come la vita, alla fine c’è sempre la morte. LE malattie umane al 98% sono redente. il cancro no. inoltre, puoi fare tutti gli accertamenti che vuoi, ma “finché non apri” dice la Mugghiani al suo collega che la rimprovera dell’asperità di carattere “non sappiamo niente”. Quindi meglio prepararsi alla battaglia.

Non ci si pensa mai, ma ci ho pensato leggendo questo romanzo: che travaglio interiore si porta dietro questo medico che è l’oncologo, che deve affrontare continuamente una malattia di cui non sa il perché, sa il come, certo sa tante cose, ma non si capacita di come le cellule poi degenerino ancora.
LA “verità” della malattia ha il Male come segreto.

Se in più, come nel caso della Mugghiani, c’è una storia personale di ferite, di abbandoni familiari irrisolti che la bambina Donatella ha riversato nella solida luminare della medicina, stimata da tutti, allora vai a guardare in parallelo un altro "come", il Come agisce la penetrazione della seduzione di Stefano nei confronti di Donatella,e la capitolazione di una donna chiusa in una sua solitudine ben temperata da giornate sempre uguali e però: anche se leggi tutto Freud non ne capirai mai il segreto.

Perché mi viene un parallelo: La nuda verità dell’Eros è come la verità del Tumore, per certi aspetti.
So che è una dura, nuda affermazione, questa. Vi farà reagire male, come le diagnosi della Mugghiani, ma è così. Come dice Alberto Sordi/Nado Mericoni allo spettatore del varietà: “hai ventun anni è ora che tu sappia di chi sei figlio”. Lo dico a voi, siete grandi, lo dovreste sapere che malattia della morte è l’amore.

Ed è su questo doppio binario che si muove il romanzo di cui possiamo ora svolgere un po’ la trama: la dottoressa Mugghiani che subito cogliamo nel suo dialogo con la nipote di una paziente, la signora Capriati - che sarà un ganglo della storia - tagliare con l’accetta ogni illusione e speranza in modo busco, irriverente, tagliente, la seguiamo poi nella scena chiave, sempre ad inizio romanzo, alla festa dove conosce il fascinoso del titolo di TUTTO Libri, Stefano, verso il quale si piega con insospettata debolezza.
Certo Stefano è bello in modo pazzesco, è colto e brillante, ricco, ma pian piano diventa subito arrogante, saccente, sa bene di essere eroticamente irresistibile e decide di fare il dio greco imprevedibile, con machismo e narcisismo che covano sotto la patina d’eleganza.
Stefano finirà anche per sedurre la segretaria della Mugghiani Francesca, approfittando anche qui di altre fragilità. C’qualcosa di misterioso in lui. E si capirà meglio, c'è un sottofondo, un dietro le quinte della storia.

Ma certo quello che conta oltre il romanZesco che lascio al lettore, è il cuore misterioso della fragilità dell ‘Eros. Diciamo dell’unica fragilità possibile, quella dell’Eros che riguarda maschi e femmine.
Ma non è un romanzo sull’amore, ma più sull’ineluttabile. Che per ceti aspetti coincide con l’eros, se guardiamo al fondo del mito che ci trasciniamo dentro.

Il mistero malato dell’Eros.
Stefano è irritante, la Mugghiani incomprensibilmente debole. Come un eroe tragico, levavo la testa al cielo e dicevo: ma perché, cazzo? Se volete, anche con invocazione da titolista da rivista patinata: “ma perché ci s’innamora della persona sbagliata?”. Anche se è lì davanti l’errore.

Domanda semplice che non ha risposte semplici, che forse non l’ha, se non l’infinta risposta di una civiltà che ha impiegato duemila anni per costruire il mito dell’Amore e ora è solo all’inizio della lotta contro questo mostro, divoratore, che è l'eros della seduzione come conquista, come rapporto di forza, ammantanto di "romanticismo" a volte. Solo da poco e solo grazie all'omeopatia di un'altra letteratura, di un "altro" punto divista, potremo fore invertire l'onda.

Per ora dell'Eros, Ne sappiamo il “come” ma non riesce a individuare il momento esatto, la “cellula pazza” che poi scatena la metastasi di una passione, che può essere devastante.
Come lo sarà per Donatella, facendo crollare anche la sua fortezza professionale, anche se poi nella pazzia, c’è sempre una cellula-specchio che è più pazza della pazzia e quella sarà, nel finale, che non vi svelo, determnate a lasciarci a bocca aperta.

In ogni caso, questo è un romanzo che non ricompone e che non dà fiducia nella possibilità di arrivare alla nuda verità - la verità vi prego, sull’amore - no, la nuda verità è che il nostro vivere è un meraviglioso precipizio, anche quando va verso la gioia della vita della nascita è sempre un precipitare. Questo è del resto l’amore, torre costruita dalla poesia dei maschi per gettarsi giù, nel vuoto.
E preferire che a gettarsi siano più femmine - è notoria la storia di Goethe che si innamorò, ma fece suicidare solo il suo personaggio dopo la delusione, non lui che continuò ad amoreggiare tranquillo.

Ogni volta che amiamo noi, che non siamo Goethe ma dei pirla-Werther, è a questo vuoto che tendiamo, che si ripresenta in armonia con altri vuoti antichi ed interiori. E anche se lo sappiamo, non c’è nulla da fare.

A tutti noi è capitato, nonostante tutti libri letti da Cavalanti a Freud a Recalcati, passando per Galimberti, di crollare allo stesso modo. E’ tutta la vita che crolliamo. Caschiamo. Rimando con Amo. Cadendo e cadendo, ancora. E leggiamo, per esempio Beckett:

Di nuovo dicendo / se non mi insegni non imparerò / di nuovo dicendo anche per le ultime /volte c'è un'ultima volta/ ultime volte di mendicare / ultime volte di amare / di sapere di non sapere di fingere /un'ultima anche per le ultime volte di dire / se non mi ami non sarò amato / se non ti amo non amerò /il battiburro di parole stantie di nuovo nel cuore / amore amore amore tonfo del vecchio pistone /che pesta l'inalterabile / siero di parole // di nuovo atterrito / di non amare / di amare e non te / di essere amato e non da te / di sapere di non sapere di fingere // fingere/ io e tutti gli altri che ti ameranno / se ti amano //a meno che ti amino.

Ecco, dice Gaja,dicendolo nel corpo agente, in potenza, di Donatella, potenza e fuoco dell’agire narrato, ecco che, nonostante tutto questo che sappiamo, cadendo, cadiamo. “Ancora”.

Nessun commento:

Posta un commento

TOMMASO PINCIO "Il dono di saper vivere" (Einaudi)

Avevo scritto la  recensione a metà libro. (1) Poi andando avanti il libro offre sorprese. Questa è la versione ultima - il resto, ...