domenica 10 giugno 2018

BREVI APPUNTI PER UNA POSSIBILE "STORIA INNATURALE DELLA DISTRUZIONE" IN ITALIA.




Partiamo dalla scena finale del film di Sorrentino (spoiler non leggete) ambientata a L'Aquila, la gru che solleva da dentro il duomo la statua del cristo, la porta prima in un leggero “volo” visto dal basso, poi la adagia a terra ,tra i detriti (nella foto sopra l'originale dei VVFF che ha ispistato S) 
 anche se ha una evidente inevitabile e forse anche un po' facile allegoria del “paese che crolla”  Al termine della parabola politica ed epocale del tempo di  Berlusconi,  si può pensare – legandola ad altri spunti –utile per una lettura più generale del “paesaggio italiano” - fisico e spirituale - dei suoi cambiamenti sociali (o antropologici?)  di un paese.
E’ un’evidente citazione del Cristo portato da un elicottero che sorvola invece Roma ne “LA Dolce Vita” di Fellini, quel Cristo che vola sulla città del boom dei palazzi e della speculazione, dell’arricchimento e della crescita. Si solleva in alto, sta in alto come il Cristo di Rio, c’è il sole, tutto è felice. Il punto di vista della camera è addirittura superiore al Cristo stesso, è l’apertura del film. 

Nel film invece è una deposizione notturna, un Pontormo, la camera riprende da terra, poi sfila lungo i volti di italiani, per la prima volta in tre ore e mezza, altri italiani, gente normale, terremotati e vigili del fuoco. Si chiude con questa mestizia umile, sono “loro” i depositari di questo messaggio di morte del cristo terremotato e deposto. Senza resurrezione. Basterebbe questa differenza tra i due film, uno del 1960 e l’altro del 2018 per dire il senso della nostra parabola.

Non solo Sorrentino sulle macerie de L’Aquila, prendete ad esempio  Marco Balzano,  con “Io resto qui” - ambientato nel Tirolo: racconta del paese di Curon e del suo legame col “Progresso”: la costruzione della diga nel secolo  900, la soppressione, l’annegamento di un paese con le acque di un lago artificiale, progetto che nasceva dagli anni del Fascismo e proseguito fino ai primi anni del boom. La costruzione-della-diga si lega in modo simbiotico alla distruzione di Curon, riproponendo uno scontro tra il microcosmo e il progresso, tragico come fu la vicenda dell’alluvione del Vajont o la distruzione ambientale e umana (la corrosione fisica dei corpi nel corso dei decenni di lavoro) legata al petrolchimico di Marghera – e ancora oggi Taranto e l'Ilva.

E tuttavia - lo dirò dopo meglio parlando di un libro di Sebald - alla fine i Tirolesi di Curon hanno riconvertito, da tedeschi la disgrazia in benessere (oggi Curon è un’attrazione entro un paesaggio molto bello, che certo nasconde come racconta Balzano ferite e morti, dolori e rimozioni)


Tutto  il paese-Italia è stato interessato da questa mutazione, l’italia verde e contadina si doveva gettare da subito – per il ritardo – nell’era industriale, dopo la fame della guerra. E quei soldi a noi tutti hanno fatto comodo -(piano Marshall boom, indebitamento felice, sono questioni ancora sul piatto, sono l’eredità che abbiamo, ma s’è pagato a caro prezzo).

non si vorrebbe fare nessuna Mistica dell'universo legando le due cose però ebbe potrebbe servire per cercare di mettere assieme come una costellazione di eventi che hanno avuto un significato, sono forse entrati nel profondo: eccoci allora,   nel 1976 il terremoto del Friuli Venezia Giulia segna e ferisce la Terra da cui si era mosso – dal paese  Casarsa -  Pier Paolo Pasolini che quella mutazione l'avrebbe poi raccontata proprio esattamente fino all'anno della sua morte, giusto pochi mesi prima del terremoto dalle sue parti.

Pasolini era anche quello che stava raccontando come l’italia nel nome del “Petrolio” stava pagando una mutazione non solo ambientale, si stava consegnando a forze oscure della storia che in PPP seguirono due strade, quella politica (che individuava in apparati e personalità la forzatura autoritaria (vedi Cefis) e dall’altra quella antropologica – o metafisica – c’era il famoso “quartetto” che decide  le regole in “Salò”  e quelle che forse hanno deciso la sua morte, la morte reale del poeta. Pasolini raccontava - con una nostalgia tutta sua, per cui fu criticato come un romantico idealista delle “popolo” che ha una sua purezza astorica - una trasformazione che era reale: il benessere trasforma – snatura per lui -  il sottoproletariato urbano ex-contadino e marginale di una città come Roma, laboratorio del populismo “da sempre” - se avesse abitato a Milano avrebbe raccontato tutta un’altra storia.
La trasformazione omologante era in atto, fu assolutamente positiva (io ne sono figlio) fu quella che portò alla vittoria dei due referendum, all’affermazione del PCI, alla crescita dei movimenti giovanili e delle donne.
Certo ad intaccare la crescita positiva, ci furono distruzioni naturali e distruzioni pilotate: crollano le case e muoiono persone sotto le macerie, esplodono bombe sui treni nelle piazze, nelle stazioni.
Di quella mutazione intorno a metà anni 70 e che ebbe con la distruzione del terremoto e la ricostruzione di una linea di confine di una terra di confine. E’ il Friuli che passa con rapidità dall’arretratezza  contadina  ad un benessere diffuso di piccola impresa, di commercio, a cui si somma una tradizione di amministrazione di impianto “europeo” che fa fare un balzo in avanti verso il “nord-est” ricco che conosciamo oggi.


Di quella fase di passaggio un altro poeta, venuto dopo e più radicato alla sua terra di quanto lo fu Pasolini che vi nacque per caso da padre militare bolognese, c’è traccia nella poesia che Mario Benedetti ha iniziato a scrivere proprio n quel 1976, col passaggio della sua personale esperienza verso la lirica,  verso lo studio andando a Padova all’università  ma ritornando anche poi Friuli dopo il terremoto proprio in quell'anno 76. Così è  testimoniato in “Umana Gloria”.
Non sarebbe passato molto tempo, in un passaggio pieno di sangue e piombo tra quel 1976 e il 1980 dell’Irpinia. UN  quinquennio eccezionale per la Storia d'Italia : che segnò l’avanzata del PCI alle elezioni e la controreazione di forze oscure, con il rapimento Moro, le Bombe come alla stazione di Bologna,  ecc.  azioni guidate con trame dimostrate da storia e processi, da parti dello Stato Italiano. Periodo che visse le rivolte delle giovani (future)  elites universitarie, ma  allargate - col movimento 77, frutto della crescita demografica del post-boom, con molti figli della classe media e a volte popolare che vanno all’Università. Anche questo un passaggio “culturale” una frattura di sapere e valori, che coincide e a volte entra in conflitto proprio col “benessere” e con le logiche del capitalismo le stesse che avevano permesso alle famiglie di molti di quei ragazzi di pagare le università ai figli. **
(** Secondo me quella rivolta antiautoritaria - sempre contro “i padri” colpevoli di essersi integrati col potere è molto simile a quella accaduta in parallelo  e esplosa oggi delle seconde generazioni e del loro radicalismo antioccidentale di ritorno, dopo che i padri vennero a lavorare e integrarsi in Europa (“mio figlio il fanatico” di Kureishi lo racconta bene) **)


dal 76 all'80  succede di tutto in questo paese, dentro questo quadro di lungo corso che fu il “Progresso”  nella sue forme e articolate una società Industriale ex contadina industriale che si affacciava agli anni 80 e con i giovani che passavano  rapidamente da “ribelli” a “consumisti” in una generazione.
Con una storia borbonica e di isolamento, l’Iripia era diversa dal Friuli post asburgico che entrò nel 900, contadino in egual misura, con egual emigrazione per povertà, ma con connotati diversi che poi riemersero nel corso del secolo.
In Irpinia  c’era un altro poeta,  che  stava crescendo figlio anche lui del boom economico, che arriva anche nelle campagne,  ed è Franco Arminio, nato nei primi anni 60, figlio di un 0ste di campagna, ha  elaboratola sua identità e la sua poetica la sua storia personale insieme alla storia collettiva del suo mondo, che oggi ha portato a maturazione, con più vigore intellettuale, la questione che OGGI ci pongono proprio quei piccoli centri segnati da ferite naturali, da arretratezza storica, rispetto all’idea di Progresso dominante in questi decenni passati.

 I “piccoli paesi”, i borghi, oggi segnano l’esaurimento, non solo il passaggio: sono al termine di una notte storic,  abitati da anziani, privi di servizi. HAnno conservato tracce di passato, a volte viene recuparato da archeologi delle forme di vita, come i poeti, come Arminio.

E quindi "i paesi" si sono ripresentati però alla fine della storia, alla fine del 900, alla fine dell spinta propulsiva, magnifica, ottimista del 900, offrendo ad una civiltà occidentale un altro modello, quello che forse sta cercando ANCHE nel suo sapere profondo, un altro modello di vita (almeno per prendere una pausa) e lo trova nel mix dei luoghi dell’arte, nel cibo, nel diverso modello dei “borghi” non solo un paesaggio da cartolina da offrire ai turisti, ma forse un legame col “diverso mondo possibile”
 Luoghi in parte dimenticati abbandonati che sono ormai distanti dal “vivere metropolitano”  generalizzato anche in provincia, tenuto assieme, instillato,  da una omologazione della rappresentazione di sé con i social, ma che forse segnano una via futura  - vedi Matera capitale della  cultura con la sua parabola dalla malaria degli anni 50 alla destinazione cool dei nuovi bobos e del ceto medioalto-consapevole.

 insomma dall’”abbandono” si può rinascere  (Carmen Pellegrino, altra autrice che da quel Sud appenninica sta creando una poetica, della cura e dei fantasmi, del valore e della visione a aprtire dai luoghi “abbandonati”)  A questo abbandono così come dopo il terremoto segue una  ricostruzione, quella post terremoto dell’Irpinia che non fu perfetta, pagò difetti antichi di governo e di cultura diffusa.
IN un certo senso oggi ce ne può essere un’altra, che si inquadra non dentro un’idea di “sviluppo” industriale, ma nasce da una via diversa che guarda con più attenzione al patrimonio  locale o del “glocal”, guarda con la cultura a una diversa misura del sentire e del vivere. NE fa un messaggio che è anche politico, nel caso di Arminio soprattutto. Recuperare il vissuto dei piccoli centri non è conservazione del passato, ma spunti per un modello di vita futura.
 Non è solo la conservazione “ a mo’ di presepe”  di  questo passaggio.
ma come fare?

C’è un esempio che vorrei immettere e di diversa natura, ma che si intreccia con il nostro presente. Quanto paga l’Italia - specie l’italia del sud, come la Grecia -  delle politiche del rigore, della pressione tedesca, lo sappiamo, si è discusso a Sinistra, ma l’elettorato ha oggi deciso di affidarsi ad una risposta populista e “da destra”.
ma cosa è successo alla Germania? Anche la Germania è stata rasa al suolo come il Friuli e l’Irpinia o successivamente le zone  di Marche, Umbria e Abbruzzo attraverso il terremoto. LA distruzione della guerra mondiale e dei bombardamenti: Berlino, Francoforte Dresda soprattutto, ridotte in cenere letteralmente.

 Ci può  aiutare a capire qualcosa della storia della nostra distruzione, mascherata da “ricostruzione” la lettura del libro di W. G. Sebald  “Storia naturale della distruzione” (Adelphi) in cui si racconta anche della rimozione psicologica e letterale (dalle pagine dei romanzi degli anni 50) del paesaggio tedesco distrutto.
 Ne gli anni 50 e 60 la rimozione non è solo psicologica, è rimozione da senso ci colpa, ma  a un certo punto divenne altrettanto soprendetmente dal punto divista psicologico, un ribaltamento di quella rimozione.
Ci fu un “ritorno del rimosso” come un utilizzazione delle proprie colpe nel  processo che va dal  senso di colpa alla “ricostruzione” di un’identità della nazione da quelle rovine. E così - racconta Sebald - si passò dall'impegno che i tedeschi misero nel tenere il silenzio delle colpe, dei genocidi  dei lager, col silenzio anche da parte di chi si era opposto su quel paesaggio (  la  mancata descrizione anche nei romanzi di quello che era il paesaggio di rovine intorno) fino alla rivendicazione di quela distruzione: perché poi i tedeschi ne avrebbero  fatto un “vanto”, recuperando  la loro grandezza storica, umiliata dalla sconfitta e depressa dall’essere passata nazione dei filosofi a nazione dei Lager. Proprio nell’impegno della ricostruzione la Grande Germania si ritrova : zero esercito, molti grattacieli, per dirla con una battuta. Fino a diventare oggi il “Reich” dell’economia europea.



C’è un dettaglio che racconta Sebald significativo la cartolina del 1997 venduta a Francoforte in cui si mostrava in una foto a un paesaggio di Francoforte nel ‘47 Tutto distrutto dal bombardamento e dall'altra la ricostruzione di quello stesso luogo fotografato dall’alto e scintillante di architettura modernissima per una città bellissima, divenuto hub commerciale mondiale. Come a dire: visto come siamo bravi? noi tedeschi siamo i migliori anche nel ripartire dall’ “Anno Zero”.
Lo stesso si è ripetuto nel dopo storia del 1989  con Alexanderplatz a Berlino: cuore pulsante negli anni 20 e trenta dell’Europa più cool, poi distrutta e divisa dal muro nel 61, oggi dopo l’89 tornata a essere con la caduta del muro luogo centrale di una Berlino magnifica, il cuore pulsante di un’Europa che proprio a Berlino fa segnar il punto più altro delle integrazione tra la Grandezza “da Reich” della potenza tedesca con le “culture alternative” giovani che la abitano e la fanno proliferare.
A noi manca paradossalmente la famiggerata - concetto controverso di Nietzsche -  “volontà di potenza”che immaginava negli Oltre-uomini del futuro un avvenire della nazione  “ grazie alla loro sovrabbondanza di volontà, sapere, ricchezza e influsso, si serviranno dell'Europa democratica come del loro strumento più docile e maneggevole per prendere in mano le sorti della terra, per plasmare, come artisti, l'uomo stesso “ che ben si addice alla strategia tedesca del dopoguerra, forse .
Per noi ci vorrebbe una strada non simile che è impossibile, ma in generale ci è estraneo questa capacità di ribaltamento delle sorti, recuperare una grandezza, recuperare un’identità della tradizione italiana e offrirla al senso “alternativo” del vivere che chiede oggi piacere, sviluppo sostenibile, cultura.

 Siamo tuttavia il “Paese senza” un paese in cui il paese steso si sottrae ad un destino comune, sempre etero-diretto, deciso altrove  (potenza straniera, papato che sia, e poi dal 900 in poi, elites, duce, classe politica che ha governato dal dopoguerra un paese in cui la partecipazione era scarsissima, ma l’obbedienza profittatrice clientelare e amorale altissima  - senza borghesia senza tessuto produttivo forte, se non concentrata in due regioni. La grandezza italiana del Rinascimento, del Barocco e quel poco che è seguito dopo,  è frutto sì quasi esclusivo delle elites nobiliari e clericali, dello sviluppo anche di una cultura popolare ma solo dentro un alveo di latifondismo, di nobiltà, con poche eccezioni. Per questo è più difficile oggi pensare di trasformare Taranto da inferno dell’acciaio a paradiso del turismo - paradossalmente obiettivo più facile per il Salento poco distante che è passato come certa Spagna dalla povertà contadina al turismo postindustriale della fine del 900.
E’ il pensiero che mi faccio guardando alle distruzioni naturali e alle innaturali ricostruzioni che  hanno accompagnato anche simbolicamente e naturalmente il nostro paese (Belice Friuli Venezia Giulia a Irpinia e poi appunto L'Aquila e ora il terremoto di delle Marche - ma ci metterei anche simbolicamente la Stazione di Bologna) . Mi chiedo come si possa tenere il doppio livello di tutela e al tempo stesso ricostruzione della vita - non solo delle “attività economiche”) una ricostruzione che affondi nell’identità, come a loro modo hanno fatto i tedeschi, tornado ad essere tedeschi e mostrandolo anche “nella cartolina”.
Questo penso leggendo - come Sebald lesse i romanzieri e poeti degli anni 50 per capire gli autori italiani ( Arminio della paesologia, Balzano di Curon, il Friuli di Benedetti, ecc) e penso alla questione assolutamente simbolica di Castelluccio nelle Marche, dove stanno costruendo un Deltaplano ovvero un “centro di ristorazione “ e appoggio per il turismo della valle, squarciando però di nuova distruzione - per i locali detta dalla  necessità per chi si oppone (altri locali, il WWf e altri) è in realtà una “diversa distruzione” di questo ecomostro, sul dorso di una collina che si affaccia sulla valle,  ferendo  di nuovo il  paesaggio, a ci si aggiunge l’ “ecomostro diffuso”, una massa come sempre incotrollata dei turisti-vandali che camminano sulle piante che devono fiorire distruggendole…

Certamente, mentre la città di Francoforte è stata ricostruita la dove c'era una città, non si comprende come un paese che viene distrutto dal terremoto non venga poi ricostruito, per le mille lentezze burocratiche e la cronica mancanza di soldi del paese, e però poi prevale il “particulare” della lobby dei ristoratori, e lo stesso paese avalli (immaginando come sempre “lavoro”, “dateci il pane” sempre “accattoni”, “cafoni” - sono citazioni cinematografiche e leterarie  - senza un progetto, siamo fermi lì) che si costruisca un'altra cosa un corpo estraneo andando a incidere per sempre nel paesaggio, che poi vorremmo sempre vantare come patrimonio, in astratto - o dentro qualche museo guardando i paesaggisti europei che calavano in massa in Italia.
 Infatti a loro, a quella elites culturale è rimasto il senso del paesaggio e ne tengono cura maggiore nei loro paesi. Hanno appreso la lezione “italiana” mentre noi italiani no.
Inglesi  e tedeschi, i più toccati dalle trasformazioni industriali, hanno poi adottato più spesso che noi politiche di riconversione - basta vedere da Amburgo a Liverpool, Manchester, la Ruhur, ecc.
All’Italia non riesce di trovare, per miopia a volte anche degli stessi abitanti oltre che della classe dirigente, produttiva, una soluzione di equilibrio sostenibile. Non riesce a farlo nemmeno in modo episodico, e particolare per questo la vicenda di Castelluccio è tanto esemplare.  Sorrentino Arminio Balsano Benedetti ma ce ne sono naturalmente anche altri Carmen Pellegrino e le sue case e paesi abbandonati, Simona Vinci nel raccontare di Budrio alla fine de “la Prima Verità ma anche nel raccontare del isoletta greca e il paesaggio tra turismo carcere ora hotspot )
Io penso alla mia esperienza personale di Kathonzweni in Kenya - lo metto come simbolo di luoghi d’origine potenziale di “italiani futuri”  altrettanto preda di un capitalismo rapace come quello cinese, che si sta impossessando dell’Africa aiutata in modo però ambiguo nel suo sviluppo  e al tempo stesso la distanza nella memoria del paesello dei miei genitori, sull’Appennino laziale, perso nella sua  incuria da decenni di sviluppo italiano col suo degrado, simbolo tra i tanti di questo paese che ha perso il suo tesoro e ci trasforma in senza patria, strappandoci la terra sotto i piedi. Ancora una volta un distruzione, stavolta meno rumorosa.



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