venerdì 22 giugno 2018

DA X-GENERATION A X-FACTOR, I PEARL JAM E I SUICIDATI DELLA SOCIETA' (MA SOLO UN PO')






Non bisogna mai farsi influenzare dalla materia di un libro. Inoltre “Anni luce” di Andrea Pomella non è un romanzo vero e proprio, è un memoir con dentro una storia di formazione e dissolvimento dentro un’amicizia che si infiamma e si sbriciola dentro i primi anni 90 tra due ventenni. Dentro ‘amicizia il sangue che scorre è il rock – e di fatto questo è una biografia indiretta di esistenze Grunge – qella di Eddie Vedder per primo – e racconta un’epoca e il punto di vista sul mondo di quell’epoca formato con la musica, nzi meglio impastato con le sue schitarrate e gorgogli disperati. “Incendi” è la collana di Add diretta da Fabio Geda che ha pensato proprio a forme ibride della narrazione.
Se si parla di musica, invece è inevitabile prendere posizione, ognuno ha la sua storia gusti e memorie e si finisce per difenderle. Io non farò da meno, la mia poetica di critica sarà quella del cannibale – del resto in piena coerenza con l’etichetta che la bolla letteraria e editoriale diede a quella generazione nel 96.

“Anni luce” è nel gruppo dei 12 dello Strega, ha avuto ottime accoglienze e infatti è molto ben scritto, con l’assunzione dentro la letteratura dello stile del new journalism applicato alla biografia.
Io ho una tesi forte: la cultura di massa è il sorgere apocrifo di una socialità e di un’antropologia, di valori e gusti che non sono l’evoluzione della società borghese da cui le masse popolari si fanno contagiare. La piccola borghesia di periferia, impiegati piccoli commercianti, piccolissimi imprenditori e le classi lavorartici non ereditano né la cultura politica né quella umanistica. Nella musica, proprio il jazz e il rock – e il pop – sono la cartina di tornasole di questa entità “frankenstein” che non è evoluzione di nulla. Gli studi della “popular culture” americana mettono a fuoco meglio di tutti questa entità, senza la litania che sentiamo ribadire nel paese con più tradizione one elitaria dell’occidente, ovvero l’Italia, che classifica i libri che scalano le classifiche e la musica commerciale come una degenerazione superficiale di modelli tradizionali, mentre invece è un prodotto autonomo e “endogenetico” imparagonabile.

“Anni luce” è un libro in prima persona, ma tenendolo dentro il codice-letteratura  – lezione Capote - e così il “personaggio-che dice-io” (“Per-Io”, d’ora in poi) non necessariamente potrebbe essere Pomella Andrea, l’autore. Però proprio il suo restare prima della letteratura ne fa materia bollente, e coinvolge.
Il libro poi parla di rock, di giovinezza e scelte di vita, di amicizia e di avvenire che non s’avvera. Come tante storie di speranze giovanili tradite. Tutte, non ho mai incontrato un trentenne che non sia nostalgico.
Qui però senza la politica (il grande classico della nostalgia, formidabili quegli anni) e senza “la Storia”.
 E’ il succo di un vissuto personale e dell’urlo disperato che ha segnato, col rock, tanti di quella generazione, anche se ormai – a parte i Beatles ed Elvis forse – pochi eroi del rock o pop possono essere voci di un’intera generazione (qui sono i Pearl jam e il Grunge degli anni 90, quando la maggior parte delle persone ascoltava le Spice Girls Madonna Micheal Jackson o gli 883 da noi  ecc. quando esplodeva Radio Deejay e Fiorello con il karaoke. Il pubblico, il popolo – per essere attualizzanti).Ma pure “Anni luce” qualcosa dice a nome di tutti i ventenni dei ‘90’s.

C’è succo -anzi meglio sugo -  di vissuto dappertutto in questa storia di due amici, chi racconta e il suo amico Q, cantante e  chitarrista di una band grunge romana underground. LA loro vita si divide tra il palco e realtà (sigh) accumunati da convergenze di estrazione sociale simile, periferica, romana – Roma est, fa la differenza, casa mia (osservazione cannibalica)  -  e poi le feste, l’esplosione delle droghe e molto moltissimo alcol, un viaggio in interrail nel 1995. L’acme di una stagione dei ventanni e subito la parabola a discendere.
Applichiamo l’empatia critica,  siamo tutti devoti alla formazione “artistica” – la music ha plasmato un modello d’essere, il timbro di un’aura sta nel riff di una chitarra, che dice come una bandiera rossa per chi ha fatto il 68. Non c’è nostalgia, né favola, né memorie di un fan qui in AL. Più o meno 25 anni dopo il 68, nel libro, dentro quella  storia rock a due, si racconta una cosa grossa: che “la gioventù”  fa naufragio per sempre.

Da altri 25 anni la gioventù non si ribella, è assoldata a speranze commerciali e di talento legato alla fama, non tanto al talento in sé. 

Di quel naufragio – vissuto da tutti, non solo i grunge  – se ne accorse però con consapevolezza una parte della medesima generazione. Il simbolo di chi cantò quel “post-no-future” (che era ancora provocazione dentro un conflitto in atto, il 1977) fu quel genere venuto dalla California più consapevole,  e in particolare I Pearl Jam, e in particolare Eddie Vedder. Se ne accorse da subito, con l’album “Ten” uscito appunto nell’agosto del 1991. LA Tempesta del Deserto era appena passata sull’Iraq, il deserto era dentro di noi – e dentro chi aveva diciott’anni c’era un deserto mortale ereditato dagli ’80 e che si preparava all’ibernazione berlusconiana dal 94 in poi. Una generazione di ventenni italiani scopre dal 1992 che il paese che i loro genitori stanno per consegnare loro è marcio di corruzione. Non solo i politici, quella la favola di rimozione che ci siamo raccontati, ma tutti a chiedere raccomandazioni, a non pagare le tasse a vendersi il voto. 

Inevitabile decidere di darsi alla morte e fuggire in un altrove. I media eleggeranno a rappresentante di quei ventenni Pietro Maso, proprio un anno prima, nel 1991. Senza aderire  quell’esagerazione sociologica, non c’è dubbio che l’eredità generazionale che un paese consegnava ai ssuoi figli era un debto pubblico feroce e l’idea che solo gli sghei contano nella vita.
C’era stata una cosa che si chiama “la Pantera” un movimento studentesco, che a rivederlo ora fa l’effetto da foto-ricordo d una recita di fine epoca, contò zero per una generazione less then zero, replicò modalità estinte di movimento, ma più come posa, che non come risultato di una crescita culturale – come la Pantera da cui prese il nome, che tanto fece parlare di sé quanto fu prontamente ingabbiata e dimenticata.

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“Anni luce” è raccontato dall’anno 2016, con un “Per-io” adulto, con passione sentimentale. Dentro quegli episodi e quegli anni ci sono stato anche io da non-giovane, trentenne, che aveva molto sgobbato e un  poco avuto anche culo, ma quel tanto che bastò per ritrovarmi a fare il giornalista ma “aggratis” (non c’era ancora la precarietà ma ci pagavano già in visibilità) operativo “diciamo-giornalista” in radio, e mi occupavo del mondo - l’Iraq o la Russia del colpo di stato – Di quei ’90 ho un’altra percezione, ma ero lo stesso un ventisettenne, avevamo tutti alla spalle le macerie del 900 – io ero cresciuto a botte di Pink Floyd e Led Zeppelin, onnivoro. Avevo posato il culo all’infinito anche io – come il Per-io di AL,  e sicuramente Pomella,  sui marmi della facoltà di lettere della sapienza, giusto dieci anni prima, e continuavo ad andare al Villaggio Globale, come Q e il Per-io, perché la tragedia delle generazioni giovani dopo il 68 è che non avrebbero più voluto abbandonare quella riserva indiana della gioventù, per questo rifiutando la responsabilità di prendere di petto la Storia, si sarebbero in qualche modo consegnata a chi s’è poi approfittato di tanta indolenza post-sbronza.

Ma che cosa taglia in due, che cosa frantuma e spacca, questa generazione oggi 45 enne,  di cui racconta Andrea Pomella? che cosa li distingue?  Il loro suicidio, o meglio: che furono intimamente dei “suicidati della società” come Artaud definì Van Gogh, che era parecchio Grunge, pennellava come i Nirvana e i Pearl Jam schitarravano.

Pomella fa un parallelo interessante: il 1979 è l'anno del divorzio di Jeremy Wade, un ragazzino che sarà tra i primi a fare una strage nelle scuole americane nel 1991. Il 1979 divorziano anche i genitori dell'io narrante, che ha sei anni quando accade, e due anni dopo nel 1981 anche Eddie Vedder (che tuttavia è di dieci anni più grande) il cantante dei Pearl Jam, vedrà i genitori separarsi, e aveva già saputo che il suo vero padre biologico, in realtà era un altro. Nell’album “Ten” che esce nel 1991 c’è traccia di questo dolore privato: “Alive” dedicata al padre vero, e “Jeremy” dedicata proprio a Wade.   Sono, quei ragazzini o adolescenti più grandi (lo steso per Kurt Cobain nato nel 1967 o Monte Rissell, altro serial killer) a fine anni 70, inizio 80, i primi “figli di divorziati” – le loro famiglie si rompono come sarà sempre più comune nel futuro. MA all’epoca, specie in Italia, in ritardo culturalmente, sono i primi, i primi a subire i traumi della libertà -  libertà dei propri genitori che vivono un’esperienza frattura nel privato -  è questo che contraddistingue la loro esperienza di bambini a cui rimarranno sempre legati.

“Anni luce” ha nel cuore questo enorme dolore privato, ma che fu travasato e condiviso, seppur nelle notti barbare, nelle stanze chiuse  – e sarà questo un peso che segnerà anche il destino pubblico di una generazione  – forse proprio nel decidere di non avere un lato pubblico, di rinunciare a storia e futuro, di cercare l’altrove – o “un amore dell’altro mondo” come avrebbe narrato magnificamente Tommaso Pincio nella maggior parte, accettare il qui-e-ora che veniva offerto col 3x2 del benessere e del Mulino Bianco (la serie più famosa e con più impatto, quella degli spot della “famiglia felice” che torna in campagna, non a caso è del 1990, la desert storm dei cervelli italiani di cui Aldo Nove aveva già avvertito in presa diretta con Woobinda nel 1996, quando gli “anni luce” di Pomella, qui raccontati s’erano fatti già opachi..)

3....

Scrive Pomella “la nostra fu la prima generazione di figli di divorziati” L’infanzia che vive il primo evento di una libertà di individui che sono anche genitori, frutto della storia pubblica (in Italia, referendum del divorzio, 1974) ma divenuta tragica solo nel privato. Quei figli vivono una separazione da sé, quasi un ‘orfanità.
Un arto fantasma – quanta poesia in quegli anni, dedicata questo mito percettivo di cui scrisse Merleau Ponty - La mutilazione della separazione corrodeva, straripava in psichismi fragili. Solo la forza d’argine dell’alcol poteva contrastare quel crollo interiore, liquidità contro liquidità, alla faccia di Bauman.

 In “Anni luce” l’ubriachezza sarà la pratia quotidiana del Narratore e del suo amico Q,  diventerà continuativa e si farà – ormai lo è – simbolo di un modo di vivere giovane, intergenerazionale di cui spesso si discute – tra allarme reale e esagerazione ( certamente la “movida” alcolica giovanile è il fenomeno sociale più rilevante, più visibile se non altro – insieme alla precarietà e all’emigrazione fuori Italia).

Quella raccontata in “Anni luce” è tuttavia una vita che non è dissimile da molte vite a spasso con mood-rock: lo furono quelle di Pazienza e Pompeo, lo fu quella raccontata da Brizzi con “Jack Frusciante” e certi protagonisti di Ammaniti, e di altra “gioventù cannibale” a metà anni 90, tutti a vivere come una sorta di ultimo capodanno – e dunque ultimi giorni dell’umanità. Ma lo racconta ora, da una distanza che ne decreta la mortale deriva senza exit strategy – se non altrove e oblio. Giovani americani si vanno ad impantanare in Iraq e Afghanistan, giovani dappertutto, in Italia più che altrove che si impantano in questa “pace occidentale” crudele e senza futuro. “Anni luce” racconta di capodanni folli a distruggere case di malcapitati amici di amici, di serate e rigatoni esplosi in tutta casa, di fughe di notte, centri sociali, LSD, periferie, malinconie, e poi un lungo interrail dentro un Europa che non era patria.

“Anni luce” è scritto però da un 45enne che guarda quegli anni distanti di   luce livida ma non come fosse una reunion (lo ha fatto Brizzi giusto adesso) ma una definitiva deriva da quel “Per-io”  (un’operazione simile è quella di Alessandro Bertante de “Gli ultimi ragazzi del secolo” i ventenni dell’89, la caduta del muro e anche lì un viaggio negli anni successivi, che dalla Croazia va a Sarajevo dopo la guerra diventa bilancio si un secolo che non sette di finire).

Cerchiamo di capire: Pomella ci porta dentro il perché ragionare sul riff disperato di un ventenne dei primi anni 90, estenuato da tutto questo finire, che veniva anche amplificato nelle sensazioni da droghe sintetiche. Ci mette di fronte però anche il fatto che sarebbe poi restato, quel giovane, impantanato nella realtà delle feste e nella tristezza totale dei postumi da sbronza – ma pure d’essere compiutamente postumi in tutto, nella Storia. Dagli anni 90 fino ad oggi, salvo “eventi” – nessuna gioventù avrebbe fatto un passo. L’ultimo, secondo me – ma qui si potrebbe litigare tra 40 enni e 50-60enni - fu la passeggiata dei giovani della Germania dell’Est verso Berlino Ovest e poi a seguire tutti da oltre cortina, ma a tuffarsi nel mare dell’oggettività consumista d’Europa. Il resto, fu interrail privato.

 Se quella dei 90 è la prima generazione dei divorziati, questo segna una sperimentazione emotiva, etica, di valori – ma nell’amicizia raccontata da Pomella di Q e del Per-io che narra, tutto era dentro una volontà di suonare e dimenticare che forse non radicò neppure l’amicizia, dissolta poi nei “ci vediamo” di incontri casuali, negli anni.
Gli anni 90, sono la terra di nessuno della storia. Del ragazzo che ispiro “Jeremy”, i compagni dissero che la sua tristezza era una “posa”. Dissero coì, scrive Pomella. Aveva in testa forse biografie anche lui, come il Per-io e tanti altri. LE biografie erano l’unico rifugio per essere alternativi ad un sistema, essere eroi e invisibili al tempo stesso.

 Certo – dico io e qui cerco di azzannare ancora  “Anni luce” - nel fare azioni eclatanti come una strage o per urlare da un palco, questo “privato dolore” era effettivamente esibito, non vedeva l’ora di essere sulla scena.

4...

Tesi provocatoria: è la generazione del “Guardarsi vivere “ e  –  complice MTV – guardarsi come in un film/videoclip – essere ancora una volta meno di “meno di zero” (Elliss, 1985) e dunque come in un film guardare se stessi “come in un film” – effetto che non a caso era degli acidi – le droghe sono simboliche di un’epoca anche se non consumate da tutti nell’epoca – ed era un segnale di costruzione di sé, del privato che segue il “riflusso “ degli anni 80, proponendo un “privato” spettacolare, esibito, in pubblico, (“Real World”, MTV, 1997 e prima ancora “Real People” e “Nummer 28” in Olanda, la patria di John de Mol, che inventò il format Big Brother nel 1997 e lo realizzo nel 1999) primi semi del fenomeno  che avrebbe segnato le generazioni a seguire che segna ancora oggi le generazioni social del mondo parallelo a pubblico e privato, quella zona di mezzo alterata e verissima che sono i social e Facebook. Cosa ci porta dal 1991, dal Grunge a X factor? La deriva di Manuel Agnelli? O di Morgan? Ex divi ani 90, exgiovani.

Se “Anni luce” è il racconto di un dolore privato che si amplifica e corrode la vita, bisognerà dirsi che quel dolore divenne spettacolo, questo il rischio – e che forse meriterebbe una più straziante autocritica.
Così al protagonista di questo libro di questo memoriale di Andrea Pomella anni luce non interessa come scrive il futuro

La consistenza musicale del grunge che dietro le chitarre rock è l'urlo nasconde una vastissima profonda malinconia .
La malinconia il sentimento dominante dagli anni 90 lo è diventato sempre di più, come scrive Andrea Pomella,  quel sentimento si sarebbe impadronito di quella generazione, creando " un'assurda forma di nostalgia” - così la chiama Pomella, parlando proprio del passato e del studio della passione per le biografie dei miti rock o della beat generation. “Credo – aggiunge AP -  che questo rimpianto per le vite degli altri per epoche della storia mai vissute sia un aspetto della malattia di cui allora soffrivo e di cui continua in buona parte soffrire ancora oggi una malattia che nelle sue varie manifestazioni e concatenazioni impedisce di godere del presente tanto più di eludere il futuro è nelle sue possibilità".

Ottima sottolineatura, verissimo. Il futuro ce lo siamo giocato per un riff.

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Ecco la generazione astorica opposta alla storica (la mia, sotto spiego perché)  che si concentra sulle biografie ovvero sulla vita,  che si ritrova così nelle impasse di non aver alcun accesso decisionale alla storia cioè di modificarla di imporre se non per icone pop o personaggi la propria voce un po' come accadeva nella biografia sognata del vero padre di Eddie Vedder e questo è un po' quello che domina una generazione, scrive Andrea Pomella,  "che non si lamentava che non combatteva per il proprio avvenire una gioventù che passava il tempo a fuggire perché l'altrove era diventato quasi naturale".

Eh si troppe seghe mentali (Giacobbe) di eroi maledetti?. Una generazione che poteva sulle esaurirsi nell'ignoto,  ma forse ancora una volta per la suggestione di biografia al quadrato che andava da Arthur Rimbaud a Christian Mac Anders morto nel 1992 il protagonista della storia narrata poi nel romanzo “Into The Wild” che divenne nel 1996 un bestseller negli Stati Uniti per quella generazione americana che forse alimentò con questo sentimento dell'altrove – e nella cura dell’ambiente sognava l’altro mondo possibile, l’altro ve possibile, a partire dal movimento che nacque – forse non a caso – a Seattle, nel 1999. Il movimento No-global si rimpallò tra un occidente che oscillava tra liberal progressisti o di sinistra moderata (Clinton-Balir) e la destra dei Bush. La vera sconfitta fu però nella storia emblematica del Brasile di Lula: la sconfitta della destra dopo venti anni di libere elezioni, portò al potere un presidente che oggi è in carcere per corruzione – e col Brasile che vota a destra.

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Questa lunga digressione per dire che come racconta Pomella, quella generazione era morta nel passo breve di una scelta impossibile e radicale che sta nel monologo di Mark/Ewan McGregor del 1996 di Trainspotting, Pomella fa raccontare al “Per-io” di un pomeriggio indimenticabile al Metropolitan di via  del Corso a Roma – ( c’ero anche io, ancora mi drogavo, ma stavo per fare la mia scelta di vita di merda a modo mio).

la scelta era sintetizzabile in “scegli la vita una vita di villette di famiglia di matrimonio di lavoro dunque una vita di merda o scegli la gioventù anche autodistruzione la morte” magari sparato in una vasca o col vomito soffocato in gola o morire da tossico insomma una morte di merda, comunque. O vita di merda o morte di merda. L’innocenza era perduta per sempre. Il secolo s’era fatto come quegli anni nichilisti, di “Nevermind” totale, di sticazzi cosmico,  di buio in fondo al tunnel, di tagli, tagli, tagli: dal welfare ai polsi, dalle braccia scorticate alle relazioni come quella tra il narratore e Q ,tagliata di colpo, come quelli dati alla giovinezza, un dono della vita di cui disfarsi, magari con violenza e autodistruzioni, quel che diamoci un taglio con la vita, anche senza spararsi un colpo di fucile e nell’accettare l’opzione uno, la vita di merda non c’è miglior suicidio possibile, il più crudele, restare vivi. Alive.


Non che quelli come me avessero migliori alternative: da un alto il “no-future” dei Sex Pistols, dall’altro il “Forever Young” di quel bamboccione tedesco degli Alphaville, a vent’anni nel 1984, un destino restare giovanili fino a sessanta, cosa che mi sta accadendo ora, condannato alla prostata infiammata ma senza figli,  1984 anno con grandissime vocazioni di futuro distopico, anno di Orwell e del computer Mcintosh di Apple.

Era un futuro-truffa, la nostalgia del replicante in Blade runner se ne era accorta – infatti oggi è tutto un rifiorire di anniversari (2049, Réunion, Pomella che parla dei 25 da Ten dei PJ).  Bisognava fermarsi e suicidarsi prima, mentre urlavano da dentro quella “camera mortuaria dell’infanzia “come la chiama Pomella – che avrebbe rivelato solo una ribellione contro sé stessi - “la mia generazione - scrive Andrea Pomella " non può contemplare una forma di ribellione che non passi attraverso l'offesa del proprio corpo".

Ci penserà il settembre 2001 a riportare tutti nella Storia, ma la stessa che avevamo lasciato sepolta nelle sabbie dell’Iraq dieci anni prima, guardate con la birretta in mano : nel 1991 vedevamo di notti i flussi di  strisce verdi dei missili nella notte di Bagdad trasmessi live dalla CNN come fossero fossero effetti lisergici, come fossero tracce dei missili di Space Invader senso dell'infanzia dell'Atari perché ce l'aveva avuta Losi degli anni 90 sarebbero rimaste fino al 1997 quando esplode la bolla del Dot-com. con il quale inizia una serie di crisi e di precarietà che ancora durano a cui la generazione di Pomella, come le successive, si sarebbero consegnate volenti o nolenti, sfociando in una nebbia esistenziale, nell'inconsistenza di un finire senza un vero perché, della giovinezza come dell'amicizia tra l'io narrante che Q, qualcosa che si era già manifestato in quegli anni ma che sarebbe poi esploso ancora di più all'inizio del nuovo millennio anni luce anni di ore impossibili...

Se dieci anni dopo, un’altra birretta, migliore perché bio o artigianale, ci avrebbe accompagnato sul divano, soprattutto i trentenni di allora che stavano per entrare nelal fregatura della scelta della vita (di merda) sdraiati a guardare le torri gemelle venire giù (Guido Mazzoni, Pura superficie).

Nel libro “Anni luce” durante l’interrail, qualcosa prefigura ai due ventenni il futuro prossimo, un attentato a Parigi del 1995,di terrorismo islamista, dei ribelli algerini. Si pensa una cosa locale, post-coloniale. Siamo nell’”Oasis” dell’Europa ricca e scazzata dei 90, con ancora i fratelli Gallagher, a fare da cantori, decennio di  bevuti e dimentichi come L’io-narrante e Q. Che si separarano, come i due fratelli. Come i mondi del pianeta.
Ma non era niente, non è successo niente. 


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