mercoledì 2 maggio 2018

STEFANO RAIMONDI "Il cane di Giacometti" (Marcos y Marcos)


 C'è una differenza tra la scultura dell'uomo che cammina di Giacometti e la scultura del cane anch’esso in cammino. L’uomo, nella solidità del ferro dà  l'idea di un’ombra che si allunga sul nostro simile cammino, per il cane invece   non c’è tanto l'idea di ombra e di serenità, ma di una nervosa,  Vitale, fame, che il cane attraversa, ansimando indifferente alla carestia . Il cane di Giacometti non è una presenza muta come le sculture filiformi a guisa umana.
E’ un cane magro che ha fame, ma che pure se ne va con una sua insondabile  baldanza.
L’ombra degli umani è il nostro infinito, il cane è una conformazione che dal ferro spinge a movimento. Il cane resta vivo resta concreto.
 La solitudine della figura umana nella sua ombra in Giacometti ci parla dell'abbandono, dell’essere  abbandonati. MA pure dell’essere situati in una miseria in cui, pur rimanendo un filo, stanno nella resistenza di un’indivisibilità del bronzo.
 Il passo guizzante e leggero  del cane, colto nel suo scatto affamato, ci parla anche diversamente. Con la figura umana condivide un moto istintivo, quasi di organismo irriducibile - è l’essere vivente che cammina, si muove - ma il cane è anche qualcosa in più: è un essere vivente in sé, senza linguaggio,  del quale possiamo tagliar fuori dinamiche soggettive, di coscienza. Esso vive per sé, siamo noi che lo abbandoniamo, ma esso non è – non si sente – abbandonato, se non quando entra in relazione con un umano.
Attenzione, non sto negando i sentimenti all’animale, sto solo dubitando di tutti quelli che etologia e filosofia attribuiscono loro, dubitando se on siano antropomorfici.


Diverso è consideralo un vivente: come noi, in solitudine, anch’esso sta nel mondo al di là dell’ “essere con
l’altro “ o no. Scrive Giacometti della sua scultura – e Stefano Raimondi pone la citazione all’inizio del libro:
“il cane mi pare adesso disegnato come spettro armonico, la linea della schiena che risponde alla linea delle zampe, spettro che sa essere l’esaltazione suprema della solitudine ”.

E’ dunque un cane situato in questa  solitudine, cane randagio, e questo stato è una posizione nel mondo. Dice bene Pusterla nell’avviare la lettura con la nota del libro che Raimondi che “l’esplorazione dell’abbandono (..) apre a luce incerta.” Raimondi  sceglie questa scultura come titolo del suo nuovo libro per indagare una possibile nuova armonia che si ritrova dopo la frantumazione, il taglio, lo iato. Armonia presuppone un accordo, presuppone una costellazione o quanto meno due note all’unisono.

L’armonia di Stefano Raimondi è sempre quella paradossale della lirica, nonostante tutta la sua posterità del XXI secolo: è un’armonia di assolo.
E’ magari non canonica, anzi di certo unica, assoluta,  come tutta la vera  poesia lirica che mai esegue melodie predefinite, ma  sempre ricerca altro. Atonale, irregoalre, verso la prosa, post-poetica. Ma lirica è nel ferro ritto di una solitudine.

Giacometti nelle sculture delle figure umane, ferme in un’attesa o nella posa del cammino, aveva scolpito una permanenza muta dentro un diapason dolente di spazio che proprio per questo si rivela misera, disperazione. Queste poesie di Raimondi partono dall’esprimere un acuto di dolore per una separazione. Sarà come vedremo una separazione che apre tuttavia verso una diversa solitudine. Una separazione senza mancanza. Lo spazio intorno è un vuoto in cui non si precipita. E' lo spazio che da sempre la poesia "apre" all'altro anche nell'assenza.

La voce della poesia di Raimondi parte dall’abbandono ma non scava in quello: agisce verso una costruzione che non sia ri-costruzione dei frammenti, ma come se nascesse da un’azione del pregresso, della memoria, del lampo, della traccia fisica di un passato, come premonizione di un futuro. E' quel che fa la forma della lirica, è que lche fa l'io-poetica di questa "situazione" lilrica.

  
L’io che attraversa spazi, che li occupa, ne cerca nuovi, cammina nella città, cerca un suo nuovo spazio fosse anche quello precario degli angoli di una città distrutta, di una discarica di uno squarcio periferico di notte -  che sono i tipici spazi dove abitano i cani randagi e quelli frequentati dagli  uomini che se ne sono andati .
  In quest’alterità stanno i cani che per il poeta “non sono gli amici più fedeli dell'uomo, almeno per me (.) mai accarezzati, mai portati in giro”.  
Sono il volto o il muso che guarda e che tiene a bada l'io dell'abbandono. Da qui inizia il poeta con il suo scavo in “abbandoni” che non si collocano in un precipizio perché “da lì/ iniziano le vie gli incontri”. Il punto di partenza è collocato in una vicenda che parte da un quadro di affettività personale, amorosa, terminata. L’abbandono dell’altro e al tempo stesso quel momento successivo “quando si ritorna/ a prendere le cose della casa/ i vestiti, il silenzio dopo l’esplosione”. L’io che cammina in questo “circondario di colpa” viene proiettato in una dimensione nuova “come fossimo noi persiane/ appena aperte, sole appena entrato/ di mattina per dire: “non è vero,/ non è successo mai”:

 Lutto, cancellazione dell’altro dall’orizzonte, miseria degli strumenti umani inadatti (“non esiste una parola sola/ che possa salvare in tempo”) ma pure sopravvivenza (“si scappa tutti dalla parte/ dove il sole entra nelle case”) come le figure filiformi di Giacometti l’io che sopravvive al disastro, fioco e sfiatato, che nelle poesie di Raimondi sta in uno sfarfallio allusivo, in un dettato che sceglie astrazione e concretezza, che sembra il ritorno alla realtà dopo un’operazione o un incidente. Sottili percezioni, vaghe premonizioni: “ le ore della purezza/ lo stordimento della luce./ La fragilità dell’abbandono./ il Taglio di un nome”.

Cosa ci dice Raimondi? ci porta - prendendo a misura allegorica una condizione postuma di vita affettiva interrotta, di nuovo inaspettato inizio dopo lo tsunami della separazione - dentro una dimensione di immobilità implacabile, nel lamento di un destino che ogni poeta poi proietta come altra allegoria, quella  di una condizione comune, anche collettiva:  siamo situati in uno spazio ma sono andate in frantumi tutte le geometrie, la traccia di un “noi” s’è fatta polvere (la parola ‘noi’ infatti non compare mai ) ma alla fine come dalla infinita polvere che si accumulava nello studio di Giacometti, emerge una figura, si staglia nella desolazione,  dove ancora si insiste sul fatto che non possono bastare le parole per raccontarci storie vere.

La storia si fa strada da cunicoli simbolici eppure veri, siamo nella tradizione lombarda delle cose: il dolore e la malattia di una città, che ancora una volta è vera, è Milano che appare però come un “corpo che si svuota senza impronte” in cui “si sta soli”, abitata da uomini esausti, consunti e vecchi salutato da “cori nei tombini”. Immagine che resta appesa in una dimensione tra fantasy e realtà, se la pensiamo come traccia di un umanità-calibano che si muove nella “vita rasoterra” o nel sottosuolo, come i bambini di Bucarest o immigrati invisibili, come una minaccia o una promessa per “inizi d imprevedibili distanze” che si aprono in una città-paesaggio (che per Raimondi era invece forse più chiusa in interni, in chiostri di “balconi e cortili” dove restano tracce archeologiche o fossili di un passato fantasmatico, ormai).

Stefano Raimondi oscilla tra i versi liberi una tradizione della post-lirica che nasce da Sereni o Caproni, fino al Milo De Angelis di “Quell’andarsene nel buio dei cortili”, figura-emblema che in Raimondi, poeta anch’egli milanese e dunque di interni, utilizza, insieme a cantine, orti, cunicoli.

La poesia però attenua la sua tradizione, il passato stesso è “una gloria sperduta”. L’uso di un tasso lessicale tenuto nel registro comune, così come la figuralità ha occorrenze che si aggregano intorno a poche invenzioni, fino all’ uso della prosa: su tutto, come sulla poesia, piove un’ombra di sconfitta.

Forse proprio questa incertezza, se da un lato è condizione di chi fa passo dopo passo, in un tempo non figurabile, dall’altro fa emergere un limite di queste poesie, come se togliesse l’azzardo immaginativo ad una parola che ha ancora fiducia in sé stessa.
 Un’ambivalenza tuttavia comprensibile e condivisibile. C'è dolore nelle nostre vite, e la poesia, anche quando come questa de “il cane di Giacometti” sembra imprigionata in una strozza di gola, chiede di uscire, uscire fisicamente anche dal quadrato della propria consuetudine immaginativa di poeta: “sappimi dire tutta la storia vera, quella che dalla casa, dalla stanza esce”. E quella storia vera fatta di chi come il poeta sta in una “evidenza testarda del dolore” Raimondi l’ha raccontata in un altro libro ("Soltanto vive" (Mimesis) , 59momologhi di donne che hanno subito violenza) – e di una presenza narrativa è densa la terza sezione di questo libro, fin dal titolo (“il pianista zoppo e la gobba claudicante”)

La storia fa dunque irruzione nei cortili, negli interni. Non c’è – fortunatamente  - scampo a questa catastrofe, che investe uomini che camminiamo sempre solitari. Le loro voci che si moltiplicano sono un coro dissonante di io-isolati, quali siamo noi, perché l’unicità dell’Io è ora quella di essere minimizata a  io singolare proprio mio, per dirla con Patrizia Cavalli. E cito non a caso un’autrice distante forse da Raimondi , am pure protagonista di un’antilirica per diminutio, che per certi versi aleggia in questo libro, autrice che va considerata come pietra miliare di un’età del narcisismo singolare che paradossalmente ha aumentato il bisogno di poesia come espressione, ma ha ridotto al minimo quello della poesia medesima come identificazione. Soggetti parlanti ma sordi, questo siamo. Parlanti incessantemente allo specchio.

Raimondi certo, prevalentemente,  si colloca ancora sul versante di una tradizione di un soggetto che vuole abbracciare il mondo ancheannaspando, una poesia di espressione del sé ma non quella che promuove a quarti di nobiltà fenomeni poco più che pop e snob al tempo stesso come certe semplicistiche prove di poesia della minuzia, elevate a lirica.
Raimondi è collocato sul versante della responsabilità e del fallimento di una parola chiamata a cucire una frattura e una fragilità che hanno a che fare con una condizione di destino generale. (“sembrano on bastare più le parole per raccontarci storie vere”). Ma ricordandosi sempre che il tragico e il fallimento sono una ferita individuale, sempre.

 Il dolore accumuna e rimette di fronte sia  chi ha di colpe, sia chi le ha subite. In un’afasia comune e in un ottuso comportarsi muto come un animale   (“ correre Alla Tana più che puoi battere le mani sopra il muro gridare capire che è tutto finito”). La responsabilità è dell’altro, la pone sempre davanti l’altro che pronuncia delle parole, in un incontro, laddove chi-dice-Io in questo testo non aveva fatto altro che lamentarsi dell’insufficienza delle stesse, pur continuando a scrivere. Il lacerto di risposta è sferzante:
“ tu che mi hai detto/ Fai che la mia vita sia / tutt'altro che un brano strappato / e riletto intero e per domani fai / che possa rincontrarti e riconoscerti e dirtelo/ ancora come salvarmi come/ perdonarmi per il niente, per l'abiura”.

Insomma al dire si oppone un “fai”, quasi  come quell’invito agli innamorati (che diventa anche una diversa impostazione della poesia lirica che sull’amore modula da sempre tutto il suo senso universale di conoscenza del mondo) di Biancamaria Frabotta nella prima poesia del suo recente e inedito “La materia prima” contenuto in “Tutte le poesie” : “non ci si può limitare/ a guardare quello che succede”scrive Frabotta. Etica e poetica insieme,binomio che sfiora anche Raimondi, seppur sul versante ancora una volta della frattura.
C’è ne “il cane di Giacometti”  l’ombra di un patto rotto come trauma carsico del libro. C’'è uno strappo, un breve foglietto archiviato. (amori e desideri “che passano” e il cerchio che era di un abbraccio diventa “il cerchio del vaso coi fiori lasciati ad appassire”). All’io non resta che il realismo (“non ci sono mai cerchi chiusi/ abbastanza bene, mai/ abbracci dati una volta sola”). il “sempre” era un luogo minacciato da ombre e notti. Nelle promesse c’è sempre un buio vicino che le inficia, un’ombra. Ora “il vero ci porta via “come un nuovo tsunami, silenzioso.
Anche Gli addii si dimenticano con i desideri, che si fanno ingrati. La posizione dell’Io che sta dopo questa rottura è l’allegoria di una condizione storica dopo la catastrofe. Passato lo tsunami, restano tracce di un passato in cui individuiamo la premonizione di un futuro di catastrofe  (“come quando si aspetta l’ultimo rumore sordo del chiodo che si spezza” e l’acuto della stortura era già “nel martello” ).
Come un amuleto o un feticcio anticipatore di tutte le catastrofi, il poeta porta nel suo testo questi frammenti come Robinson sull’isola.  E’ una flebile traccia di ciò che è stato, la catastrofe qualcosa che resta “fino a trovarti” e ti ritrova in quelle “poche cose, in quello che tieni / stretto tra le mani e non c'è già più / davvero”. Feticcio di una perdita non investito però di Eros una traccia essiccata priva di voce.
Anche se in parallelo, nel corsivo dell’ultima poesia le “bugie, storture/tagli” che sono stati possono essere ricomprati (“dimmi cosa spendere”) in questa economia del desiderio dissipato, ma di un bene accumulato, è anche questa la possibilità di una diversa etica cui il vero può spingere: la catastrofe c’è stata ma pure è stata vita, e un’altra vita è possibile. Dunque “si fanno provviste inutili dentro/ queste mura” ma si fanno. Inutili, certo, ma la possibilità è in sentimento che sembra anche essa  depotenziare ogni poesia dell’amore: “volerci bene”.  Raccogliere le macerie, ricomprarle addirittura per farne la base di un bene possibile.

Il "cuore atlante" (titolo dell'ultima sezione) dei bambini definisce lo spazio di possibilità che sembrano infinite . a loro – e forse anche a noi che le sappiamo cicliche, ma in questa ciclicità di giorni, stagioni, epoche, sta la loro immortalità, il loro essere per lo stare insieme dei giochi, del nome pronunciato oppure lo spavento notturno, il mostro. Il sogno raccontato non è ancora una storia, ma sono le storie a tenere, a tenere anche le parole mozzate dei versi, incompiute, inavverate. Nella poesia di Raimondi si avverte il fantasma del desiderio di tanti poeti, sempre più pressante il fantasma di un romanzo, o meglio di storie. Perché Le parole non salvano, a meno che non facciano coro, tutte insieme a formare una storia.

Nessun commento:

Posta un commento

CELAN E BACHMANN, L'AMORE IMPOSSIBILE DELLA POESIA

L’autunno mi bruca dalla mano la sua foglia: siamo amici. Noi sgusciamo il tempo dalle noci e gli apprendiamo a camminare: lui ...