giovedì 24 maggio 2018

GIUSI MARCHETTA, "Dove sei stata" (Rizzoli)



Questa è la storia di un doppio salvataggio potremmo dire così.
Il protagonista di “Dove sei stata” è Mario, trentenne, avvocato a Torino che torna a casa dopo dieci anni. La sua casa è speciale perché è figlio di un custode della Reggia di Caserta, e Mario è nato e cresciuto nel “Bosco”, ovvero una parte della Reggia di Caserta, un vero un bosco, con annesso un piccolo villaggio e una corte, una fontana, una statua di lavandaia..sono abitazioni che furono dei servi dei Borbone e poi passate ai dipendenti statali che lavorano nella Reggia. Il Capitano, così tutti chiamano il padre di Mario, è uno di questi, anzi, il capo dei custodi.
Non ha un carattere facile il Capitano. Padre e figlio sono divisi da un solco, una ferita, l’abbandono, meglio la fuga della madre,  Anna, giovane e bella moglie del Capitano, quando Mario era bambino. Mario non ha mai saputo il perché, né dove sia andata, tra padre e figlio è calato il silenzio di due maschi che non sanno maneggiare il dolore.
Ora è tempo per Mario di tornare, perché il Capitano sta male. Dopo 10 anni è finita forse anche la sua di fuga,al nord,  è tempo anche di sapere, di affrontare quel dolore, quell’assenza, la ferita. E tornare in un luogo dell'annima, che è anche uno dei protagonisti del romanzo: il Bosco, e poi il cortile, il cancello che separa il parco dalla città, lì dove ha visto sua madre l’ultima volta. Il luogo è denso di fantasmi, di ricordi, flash, apparizioni, memorie, forse invenzioni ricostruite intorno al vuoto largo che ha lasciato la madre.
Rivive nella memoria i dettagli, ma gli manca la chiave per leggere la sequenza di memorie, che sono frammentarie e ancora angoscianti. Fare i conti con il tempo significa poterlo raccontare, ma se mancano pagine è impossibile..
Nel bosco oltre le case dei custodi c’è un convento e c’è Suor Marta una cara amica anche della madre che aveva la stessa età, che come lei era cresciuta anche in quel posto, tutte e due molto amiche, poi divise perché Marta è diventata suora e l'altra ha compiuto la sua storia di donna si è sposata giovanissima e Ha avuto il figlio. Marta che è ancora lì, lo accoglie e lo conosce come un figlio – Adesso il convento è stato trasformato in casa-famiglia per bambini con problemi e per donne che hanno subito violenze domestiche.
questa trasformazione del convento è un elemento importante per comprendere anche il senso di questo romanzo, così come anche personaggi secondari ma sempre significativi, come il dottore che aveva curato la madre di Mario nelle sue crisi, nella sua "malattia" depressiva di giovane donna imprigionata nel bosco e Esterina, donna che ha subito violenza e che è ospite del convento, dove si è rifugiata, che Mario sceglierà come aiuto domestico per il padre, e che porterà altri elementi al tempa della cura e della maternità.
Tra i bambini della casa famiglia, ora c’è Gianluca un bambino che ha visto Forse la madre uccisa dal marito, dal padre. La sua famiglia è quella che spaventa perché è il clan di camorra che fa legge nell’universo casertano. Ma Gianluca va salvato, Marta ancora una volta con sentimento filiale, vorrebbe affidarlo ad altri, ma servirebbe un avvocato non ci sono soldi. E così Mario si ritrova a doversi confrontare con un bambino interrotto, in cui rispecchia quella parte di sé interrotta anche essa nell’infanzia. Inchiodata ad un trauma. Marta chiede a Mario di seguire la sua pratica di affido, insieme all’assistente sociale. Non è un compito facile, il padre che reclama Gianluca e la nonna hanno potere e avvocati esperti.
Per Mario non sarà solo un dovere e un favore che non può rifiutare. Sarà anche una sfida per riparare una ingiustizia insanabile, ma almeno ricucire quello strappo con un affetto sereno. E’ quello che Mario vorrebbe per sé anche se il vuoto di una madre fuggita davanti agli occhi del figlio forse è più incolmabile di quello lasciato da chi muore. Chi muore non ha colpe, chi se ne va e abbandona forse si. Ma il percorso del romanzo sarà anche quello di una riflessione sul senso di appartenenza, sulla possibilità di riconoscere che l’amore per un figlio è anche una conquista e una scelta di libertà. E Mario deve farlo attraverso il riconoscimento che non c'è solo una madre che il figlio desidera veder tornare, ma c'è anche la scelta di una donna e quella scelta va compresa e quella donna è una persona e come tale va "lasciata andare" anche in questo strano non-lutto che Mario non ha ancora elaborato, perché forse come Giancluca, è rimasto anche lui un bambino interrotto, dentro di lui qualcosa è rimasto inchioddato a quell'immagine della madre con la valigia che attraversa il cancello e se ne va.
La madre è un fantasma, ma alla fine è per chi legge una presenza, forse il personaggio-non personaggio a cui si pensa di più. Così come personaggio è anche il Bosco, con le sue presenze immaginarie per la mente di un bambino e che Mario ritrova dentro sé.
Ho già detto troppo della storia, quello che però non viene rovinato, pur sapendone la tramam è la scrittura di Giusi Marchetta che costruisce una tessitura raffinata di questa storia, distribuendo indizi, immagini, dettagli, costruendo si una trama ma soprattutto  un flusso interiore del protagonista, attraverso piccole invenzioni e un 'abilità "poetica" (non è un aggettivo a caso,  Marchetta è raffinata lettrice di poesia, virtù di pochi autori italiani)  E' questo puzzle di rimandi, apaprizioni, sensazioni sfiorate e riaffiorate, che creano un 'atmosfera sospesa che alla fine ne fanno quasi un giallo psicologico con un segreto da sciogliere - e un segreto non solo del passato ma anche del presente.
Ricordi come barbagli di Memorie involontarie di Madeleine potremmo dire, come la scena iniziale con la madre e il figlio fermi nella notte .
un altro elemento importante e bello del libro è come il dolore, la perdita e i rapporti con Anna madre e Anna giovane donna vengano percepiti e ricostruiti nella coscienza non solo di un figlio ma di un giovane maschio: con una parola antica della psicoanalisi ma anche (non casualmente) del femminismo, quello di Mario è un percorso di autocoscienza. Mario è un trentenne di questi primi anni del millennio, quindi è nato a metà degli anni '70, quando per le donne non c'era libera scelta della maternità. E nel dolore del ricordo, nelal volontà di sapere,  nasce anche però un confronto con Anna come donna prima che come madre.
sarà proprio la necessità di trovare un'altra famiglia a Gianluca il bambino di cui Mario si trova ad occuparsi l'occasione per ripensare alal sua storia, ma anche quella per ripensare ai legami naturali con i nostri genitori.
Mario - e grazie alla capacità della scrittura di Giusi Marchetta anche il lettore con lui - si affida innanzitutto all'empatia con Gianluca e con sé stesso, arrivando ad una maturazione della scelta quando scoprirà riuscirà a riscotruire insistendo con i diversi personaggio che conoscevano sua madre, i pezzi di storia che mancano.
E raccontare è la vera cura che non sana l'assenza, ma può dare un senso a quel che pensavamo una colpa, trasformarlo in una storia.Nelle storie cerchiamo sempre una "verità, vi prego, sull'amore" ma impariamo forse che non solo non c'è una verità, ma che l'amore - di coppia, filiale, materno e paterno, è fatto di paradossi edebolezze, è sempre storto e squilibrato, ma è l'umano di cui dobbiamo farci carico.
C'è una frase che la madre Anna dice a Mario da bambino, poco tempo prima di abbandonalrlo, mentre osservano il bosco: " non guardarti mai alle spalle anche se senti un rumore... Non ti girare" ...gli insegnava un paradosso della vita e dell'amore, rievocando un mito antico, inconsapevolemnte, e aggiungeva " Perché il bosco è pieno di cose che ti vengono dietro ma che non ti fanno niente dice La madre vogliono solo vedere chi sei poi ti lasciano andare"
Vedere chi sei, lasciar andare.
Non ti voltare sappiamo dal racconto mitico, è l'imperativo che gli Dei di ed ero ad Orfeo in cambio della possibilità di recuperare dalla morte dagli inferi Euridice ...Torna a prenderla,dicono gli dei, poi guidala verso l'esterno, fuori dall'Ade, ma mentre cammini Non ti voltare, Non ti voltare a guardare se sta venendo...chiedono a Orfeo una grandissima fiducia, ma è come se da questo racconto - come da quello ancora rinnovato nel romanzo di Giusi Marchetta - comprendessimo che l'amore Sarà sempre questo sbilanciamento irreparabile, sarà sempre in questo rischio, sarà sempre un paradosso: quello di creare uno iato mentre si pensa di ricongiungersi, così divide dove si pensa di essere uno.
Chi ti ama (Euridice nel caso del mito) ti segue, ma pensa, perché non ti volti, perché non mi guardi?" e dall'altro lato c'è l'altro (Orfeo nel mito) che sa che deve rischiare, perché deve fare qualcosa di ambiguo, che non sarà compreso dall'altro e in apparenza sarà visto come una colpa, "non ti sei voltato" ...o come per la madre di Mario, te ne sei andata... Orfeo lo fa, si volta, e quello è il momento in cui perderà Euridice per sempre. Quando si volta, Orfeo è sopraffatto dal suo amore, lo fa "per amore" ma voltarsi finisce per essere il gesto contrario l'amore perché la fa tornare indietro....il paradosso dell'amore che è sempre sbilanciato che è sempre una ferita.
E questo vale per l'amore primario che c'è tra genitore e figlio madre ma anche padre e poi è una replica che continua in tutti gli amori che pretendiamo equilibrati e non lo possono essere mai in qualche modo almeno questo è quello che dici Poi c'è l'affetto c'è la razionalità. c'è il Logos che ci insegna un'altra Via dell'Amore c'è l'insegnamento, ci sono molte altre forme d'amore per sciogliere questa potenza indomabile..e c'è il racconto, perché il racconto "conta".
la conquista del racconto è nel non porsi più le domande su che cosa abbia fatto Anna, perché l'abbia fatto se abbia una colpa o no.. attendere l'altro, desiderare l'altro,maanche essere attesi, vedere non più con gli occhi del proprio desiderio l'altro, ma per quello che realmente è, quel che ralmente l'altro desidera.E questa  la vera posta in gioco, nella vita come nei romanzi. E in questo "Dove sei stata" Giusi Marchetta riesce a fonderlo nel racconto benissimo, pur lasciando aperte molte risposte, ma anche questo è il bello della vita e dei romanzi.

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