sabato 24 novembre 2018

CELAN E BACHMANN, L'AMORE IMPOSSIBILE DELLA POESIA




L’autunno mi bruca dalla mano la sua foglia: siamo amici.
Noi sgusciamo il tempo dalle noci e gli apprendiamo a camminare:
lui ritorna nel guscio.

Nello specchio è domenica,
nel sogno si dorme,
la bocca fa profezia.

Il mio occhio scende al sesso dell’amata:
noi ci guardiamo,
noi ci diciamo cose oscure,
noi ci amiamo come papavero e memoria,
noi dormiamo come vino nelle conchiglie,
come il mare nel raggio sanguigno della luna.

Noi stiamo allacciati alla finestra, dalla strada ci guardano:
è tempo che si sappia!
È tempo che la pietra accetti di fiorire,
che l’affanno abbia un cuore che batte.
È tempo che sia tempo.

È tempo.

E’ "Corona" la poesia che Paul Celan, che oggi  avrebbe improbabili 98 anni, dedicò a Ingeborg  Bachmann. Fu la base, il registro del loro codice d’amore, che non fu mai scritto se non tra le righe, in pochi incontri,  in molte lettere, in tantissimo silenzio, tra colpa e desiderio, tra memoria e oblio.

L’idea di amore nel 900 è stato dominato dal concetto di “ mancanza” e da quello di “impossibile”.
Non poteva che essere così, per il secolo che ha smontato ogni idea di origine, di autenticità, di verità, di ideologia.
 E non poteva che essere così, nel secolo che più scientificamente ha programmato l’orrore, dando all'umano uno scacco per cui ogni sentimento ha timore di nascondere l'inganno.

. La scelta di mettere in dubbio le “verità” acquisite e gli stereotipi  che ne seguono, è cosa molto dolorosa, per chi lo fa come singolo uomo o donna, ma anche per chi lo fece aderendo a movimenti che chiedevano finalmente una svolta, non solo una svolta del respiro, ma delle cose.
Accadde anche con l’amore, che trovò altre strade della sua follia. Innanzitutto perché Freud ne aveva svelato, sotto le forme di un ordine,  logiche e contro-logiche inconsce, con un suo teatro di convenzioni e rimozioni. E aveva detto che quel che stava sotto la convenzione dell’amore agapè, sancito poi in convenzioni e isitiuzioni della famiglia e dei generi sessuali, era verità alternativa, in apparenza:  ovvero L’’Eros rivoluzionario, il sesso.
Chi mette in dubbio la verità dell’amore fino al punto di dover sacrificare dentro di sé  un bene, un sentire,  per il timore che si traduca poi in una retorica non vera, che la sua “verità” si riveli poi una maschera, lo fa a suo rischio e pericolo.

Pauil Celan accettò il rischio e  fu sconfitto da sé stesso e da i suoi fantasmi.Lo fece però rimandendo fedele a quell'amore pur marcandone l'impossibilità.
Paul Celan e  Ingeborg Bachamann diedero vita all'amore che rinunciando, si sacrifica per una fedeltà ulteriore. Ma nei loro gesti e nelle loro poesie e lettere scorre un flusso carsico di impossibilità e mancanza di cui furonp testimoni e vittime. A loro modo sono i più grandi poeti d'amore del secolo, le leoro lettere oltre che la poesia lo testimoniano.
Si conscono nel 1948, sono giovani ma pure scottati dalla guerra. Si scrivono lettere infuocate e già tormentate per qualche anno.
Nel maggio del 1952 si vedono, Ingeborg chiede a Paul di sposarlo. Lui disse no. E le annuncia  di voler sposare Gisèle LEstrange, pittrice, a Parigi.  . Celan è a un incontro del Gruppo 47, invitato proprio dalla Bachmnn. La foto che vedete è scattata a poche ore da quel “no”.
Lei lo guarda,  non so sel eggere nel suo viso sopresa, un moto di paura e desiderio insieme, verso quell’uomo,  lui col gesto sospeso,  bello e elegante, sfugge via nella sua fuga di morte, interiore, e fugge verso un'altra donna, a PArigi, che sposerà mesi dopo. Rinunciando all’amore, ma non alla poesia.


 si conoscono e stimano, si scrivono lettere per 19 anni, si incontreranno poco, un amore fatto poi di molta scrittura a distanza e pochi incontri, fatto di papavero e memoria. L’eros – o l’amore che essi avrebbero dovuto riscrivere e non scrissero – era il loro oppio, ma pure l’impossibilità di poter dimenticare il vissuto che avevano alle spalle, soprattutto il carico di dolore e lo svelamento della verità dell’orrore, questo era il loro muro.

Il loro comune canzoniere sono le lettere che si sono scambiati, tra i più bei canzonieri senza canto, un ‘ode muta ad un amore non nato e bellissimo.
“ci diciamo cose oscure” – era anche un dato concreto, erano amanti, parlavano per simboli. Ma pure era una metafora: solo noi sappiamo leggere il nostro codice, un ‘intimità però non solo privata perché è parte della tragedia storia che hanno vissuto.

E su rive opposte, anche se Ingeborg, figlia di nazisti, come tantissimi in Germania, fu senza colpe. E chissà cosa accadde, a quell’amore, e perché quell’oscurità abbia potuto generarsi e
alimentarsi fino a divenire opacità, fine, tormento.
. Ogni nuovo incontro sembra spingere i due poeti su fronti opposti e al tempo stesso confermare il loro imprescindibile ruolo di testimone bifronte che nessuno vuole ascoltare.
La vittima e il carnefice si abbracciano alla finestra e dicono «è tempo che si sappia, è tempo» è tempo che tutti sappiano di noi. Questo voleva sottindendere Celan, da amante. Ma pure, tutti sembrano essere sordi al nostro dolore. E' tempo che si sapiia di che orrore siamo stati parte (in quegli ani 60 come racconta Sebald, in germania il NAzismo non era ancora nei libri di scuola)
E per Celan si scaverà un solco tra due rive.

- “Io ho, poi, guardato ancora una volta dal treno, anche tu ti sei voltata a guardare, ma io ero troppo lontano» scrive Paul a Igeborg, nel 1957 e dice tutto del loro rapporto: sintonia e l’impossibilità .  Lui è «troppo lontano» perché è lontano da tutto, ferito in modo inguaribile.  Non c’è amore, amicizia, matrimonio che possa sanare il suo dolore – e in quel caso anche una colpa, essendo sopravvissuto allo sterminio degli ebrei e dentro quello, a suo padre e alla sua amatissima madre, morti in un lager.
La loro  “costruzione dell’amore” avviene soprattutto nei versi, tutti e due dialogano in segreto attraverso metafore e simboli, si leggono, si respirano, assorbono luce uno dall’altra.
Le loro biografie parlano di due personalità molto fragili, che non riuscivano a sostenersi reciprocamente. E infatti poterono avere relazioni più durature lui con Gisèle, lei con lo scrittore Max Frisch, che erano caratteri ben più saldi.


Quando Bachmann e Celan si rincontrano di nuovo, anni dopo, il 13 ottobre 1957 a Wuppertal, la relazione s’infiamma, ma questa volta è la Bachmann a frenare l’euforia. Per un anno si frequentano saltuariamente e si scrivono molto.
 La moglie Gisèle è a conoscenza di ogni cosa, le due donne sembrano addirittura allearsi per sostenerlo, in seguito, quando lui perde ancora di ppiù il senno,  ma l’equilibrio precario s’è infranto.

 Pur tra i grandi riconoscimenti che il mondo gli tributa, Celan comincia a vedere nel silenzio forzato sulla Shoah, nelle sporadiche ma pesanti stroncature sui giornali, nelle calunnie della vedova di Yvan Goll  che lo accusa di plagio, il  complotto, un accerchiamento. LA follia il dolore psichico si manifestano e lui non ha che Ingeborg a capirlo.
Nel 1959 sarà lei a cercare di coinvolgerlo in una pubblicazione , sarà sempre lei a cercare di mediare nei rapporti tra Celan e gli intellettuali tedeschi che il poeta vede ormai 
come nemici. Ingeborg Bachmann è la sola di cui lui riesca ancora a fidarsi. Ma è proprio quello l’inzio del precipizio la follia d’amore nulla potrà di fronte alla folila da orrore che allagava l’anima di Paul.

 LA  comune patria fu la lingua, quel tedesco pieno di orrore per Paul e di colpa per Ingeborg, fu il loro modo di riscrivere la parola “amore” laddove altri lo faranno, costruendolo col viverlo, quell’amore. Scriveva Paul Celan nel 1958, in un discorso a Brema, in occasione di un premio letterario: «Raggiungibile, vicina e non perduta in mezzo a tante perdite, una cosa sola: la lingua». E anche la Bachmann cercò sempre di salvare una patria nella parola.
Il loro modo d’essere amanti nel 900 fu "mancare" l’amore, ma affilare il suo linguaggio con cui tutti noi potremmo dire meglio l’amore che c’è, oggi, oggi dopo tutte le impossibilità.

Le lo sa e nel 1961 gli scrive "mi chiedo chi sono io per te dopo tanti anni? Un prodotto della fantasia oppure una realtà che non coincide più con il prodotto della fantasia".
Lei lo richiema a riconoscere i suoi errori: "tu vuoi essere colui che si rovina, ma questo io non posso accettarlo".

Lo sollecita, amorosamente anche lei,  e lo invita ad appoggiarsi a Gisele di cui riconosce abnegazione e coraggio nello stargli vicino.

Lui gli annuncia, in una delle ultime lettere nel 1963 l'uscita in un volume di poesie, e che ha avuto due anni difficili "distanti dall'arte" e che quelle poesie sono "la testimonianaza di una crisi, ma che sarebbe la poesia se non fosse anche questo e, sì, qualosa di radicale?".

Paul Celan fu la risposta radicale al diktat di Adorno, secondo cui - come è noto - non si sarebbe più potuto (e dovuto forse) scrivere poesia dopo Auschwitz.

Celan lo fece, fu la più grande poesia del secolo, non solo “dopo” la Shoah, ma a partire da quella. Ma in quelal radicalità, il costo fu non rinuciare al dolore, non rinunciare a restare vigile contro la menzogna e la menzogna dell'umano è anche nei sentimenti più nobili, come l'amore. I lromanticismo e Goethe non impedirono ai tedeschi di sostenere il disumano del nazismo. da tutto questo occerreva difendersi, Paul lo fece, con rischio estremo. Fino a perdere tutto, Ingeborg per prima.

 Paul e Ingeborg non si sarebbero più sentiti dal 1963 in poi. Il “conseguito silenzio” che si univa a tutti i silenzi che allargavano il loro vuoto precipizio interiore.   
Dopo la morte di Paul,  Ingeborg scrisse un romanzo, "Malina" e qui li  incontriamo di nuovo tutti e due, nel luogo delle parole, l'unico dove furono e saranno assieme per sempre.
E' l' ultimo romanzo della Bachmann prima della sua
  stessa morte, nel 73, dove lui-Malina è il doppio dell’io narrante.

Scrive in questo romanzo la Bachmann citando ancora una volta la poesia "Corona", il loro codice segreto: «Lui mi fa vedere una foglia secca e allora so che ha detto il vero. La mia vita finisce perché lui è annegato nel fiume durante la deportazione, era la mia vita".

Fu un amore impossibile, ma l’impossibile anche grazie a loro e nelle oro parole, sarà il nostro nuovo realismo.

martedì 13 novembre 2018

TOMMASO PINCIO "Il dono di saper vivere" (Einaudi)



Avevo scritto la  recensione a metà libro. (1)
Poi andando avanti il libro offre sorprese. Questa è la versione ultima - il resto, lo scarto di recensione in fondo in piccolo.

Caravaggio è un “ready made” nel mercato delle mostre, è un brand. La sua riproduzione tecnica tuttavia era già cominciata con Caravaggio vivente, che autorizzava copie di sé stesso per i mercanti del suo tempo. E stupiva, provocava perché voleva farlo. L’ l'originale non è mai così dedito alla sua originarietà. Del resto come scrive Clifford, i frutti puri impazzisco.
Leggo  il nuovo libro di  Tommaso Pincio ( “Il dono di saper vivere” Einaudi ) ed è un libro bello, prezioso, come certe opere d’arte che lo diventano pur piene – ormai è un classico - di residui. Ci sono vari capitoli, fino a note e considerazioni finali, quasi piccoli racconti o saggi.
 E’ un libro che inizia, racconta una storia,  poi prende una svolta, capiamo che abbiamo letto fino ad ora un libro “abbandonato”  di Pincio (o del Narratore, è meglio dire) ma sia la Prima Voce del Malinconico protagonista, che confessava  il suo fallimento al lettore e ai muri della prigione in cui era rinchiuso per non si sa bene che reato, sia la Seconda Voce del “narratore vero” che pure ha in comune con  quel suo “non finito” personaggio molte cose, condividono un Fallimento nel nome di Caravaggio. Tutte e due le voci infatti avevano in programma un libro sul Caravaggio che resta non-finito. E la Seconda Voce riprendendo lo spunto dalla Prima Voce,  ne racconta ora la genesi, anche se è la genesi di un  “mancamento”. Poi di fatto, quel libro è QUESTO  che leggiamo,  è questo intitolato “Il dono di saper vivere” un libro con dentro molte cose su Caravaggio, è QUEL libro su Caravaggio, ma che non può non avere – per la storia narrativa di Pincio e per lo statuto di un’arte narrativa che sceglie di sottrarsi alla “maledizione di dover raccontare” – che una forma labirintica. La forma del labirinto più spietata e difficile è quella del bivio, e qui di bivii ce ne sono tanti, si intuisce la storia di un Io minimo, le sue scelte di vita, l’accademia, il lavoro a vendere telefax, la svolta della galleria, la scrittura – poi immaginato, una colpa, un reato forse un omicidio (Ma Caravaggio, artista compiuto, anche quello  lo commise davvero)

I bivii iniziano proprio  dalla via della Pallacorda,  a Roma, dove successe il fattaccio e Caravaggio assassinò il Tommasoni, una strada racconta Pincio, stranamente fatta a bivio, ovvero con una biforcazione, ma entrambi i rami della biforcazione sono registrati nella toponomastica come “via della Pallacorda”. Ed è lì che finiscono sia la Prima Voce che la Seconda Voce nelle loro vicende raccontate, a fare i mercanti d’arte. Così che nel segno di questo destino – che sarà un fallimento, sarannoentrambi pessimi mercanti  – si lega la loro vita a quella di Caravaggio, l’artista che finirà sulle banconote da centomila lire a rendere vero la realtà dell’arte che è quella dei soldi, lo era anche per Caravaggio che andrebbe sottratto alla sua mitologia romantica e pop di artista maledetto che non badava ai soldi. In qualche modo LA Seconda Voce – e dunque Tommaso Pincio lo fa. Ci parla molto di Caravaggio e facendolo parla di sé. Con mille derive, bivii, svolte inaspettate del flusso, ma con al centro una chiave che sa nel titolo.

Caravaggio (dice la Seconda Voce/Pincio, riportando il giudizio di un biografo del 600) morì male perché “non ebbe il dono di saper vivere”. Fece scelte sbagliate. A Quel bivo della Pallacorda fece la sua peggiore, che lo costrinse alla fuga. Ma era Caravaggio e restò Caravaggio, lo testimoniano le opere che dipinse pur fuggiasco.
E noi, sembra dirsi la Seconda Voce, che pure abbiamo fallito (fallito ancora, fallito meglio, alla Beckett) e non siamo diventati nulla?  non siamo Caravaggio e non siamo riusciti nemmeno a scrivere un libro su Caravaggio?

Il Narratore racconta del giorno in cui – con la testa piena di questo suo mancato-libro – trovò un libro illustrato un “Tutto Caravaggio” di quelli che si facevano negli anni 70/80, con le riproduzioni e tutto, nella spazzatura. Ready Made, un segno. E da qui inizia la riflessione, la scrittura.
La letteratura ha uno statuto speciale: a differenza della musica e della pittura che presuppongono un difficile esercizio manuale, un’abilità tecnica oltre che creativa altissima e che ha sempre costituito il filtro tra chi fosse “artista” e chi no – è un valente artista chi sa dipingere “ e bene” dice lo stesso Caravaggio – la letteratura presuppone saper fare una cosa semplice, democratica, usare le parole, che tutti usiamo e e tutti possono scrivere oggi, è  alla portata di tutti.

Per questo la letteratura è l’arte in cui “il fallimento” diventa uno dei temi centrali, quella in cui l’uomo senza qualità, il tipo anonimo di una moltitudine, può scrivere anche del suo nulla, del suo male di vivere, del suo non saper vivere bene.
 In questo regno dell’inettitudine che è la pagina, si giocano le sovrapposizioni narrative di Tommaso Pincio che svoltando sempre, apre come sua abilità e peculiarita di scrittore, nuove prospettive, è questa una delle sue capacità, una distopia che nelle sue pagine c'è  c’è sempre, distopia del senso interiore del tempo.
 E' la forma di un ‘immaginazione che sa fare del fallimento  una gloria del discontinuo e del rimando. Un esempio di saldezza mite, dentro la tempesta.

 Il libro è anche denso di molti spunti di riflessione su cosa sia l’arte, cosa sia oggi al tempo del mercato, e della massa che paga per vedere ciò che non continua non sapere e non voler sapere, accontentandosi del mito pop. Riflessioni  su che senso abbia narrare di sé stessi, su come incida l’uso dell’immediatezza social nella vita – oltre che nell’opera – di uno scrittore.

Le sovrapposizioni tra biografica e opera fanno forse della letteratura un’ ancella del racconto, un’arte servile rispetto alle arti che più immediatamente, per diretto “Eidos” dei sensi – come la pittura con le immagini o la musica coi suoni – vengono fruite “senza bisogno di capire”. Le opere letterarie vanno invece faticosamente lette così come faticosamente sono scritte. E guai – proprio perché apparentemente alla  portata di tutti – a farne una scrittura che dice cose come tutti  - e quando come tale uno scrittore si dovesse presentare (Sono Walter Siti, come tutti) ci sta dicendo – per fortuna – il contrario.
 E così la Seconda Voce/Pincio, che nella vita non riesce ad essere artista visivo, che sarà un maldestro venditore d’arte, si ritrova nella maledizione di dover raccontare e basta, e anche a non saper/ poter  raccontare l’unica cosa che potrebbe fare, ovvero raccontare a parole la vita di Caravaggio e fallire anche in quello.

Il racconto è sempre ancillare, è sempre una seconda scelta, in apparenza, anche in  questo libro sulla sconfitta della letteratura di fronte L'Arte della pittura.
Lo è  per la possibilità che ha l'arte di poter trasmettere immediatamente una logica della sensazione come scrisse Deleuze per Francis Bacon.  
E tuttavia anche l’arte del 900 con Duchamp trasformerà radicalmente lo statuto dell’opera, detronizzandola allo stesso livello “senza qualità” fino al punto di fare arte da oggetto di scarto – e facendo però di quello il più raffinato “linguaggio di scarto” dalla norma .
Tommaso Pincio costruisce così un libro con una sorta di accumulazione di detriti e di residui di storie e pensieri fino a creare un mondo interiore, un mondo altro da questo fallimento ed è questo che ci interessa.

Lo leggo, camminando e spostandomi dentro Roma, ormai sempre più decadente, in cui si accumulano altri detriti, e  immondizia. Roma città di rovine, così importante per Caravaggio, così importante per Pincio autore, in cui le rovine ci dicono una glaoria passata, ma oggi le nuove rovine, le “insta-rovine” sono i sacchi di monnezza e su quelle – come in un slum di Nairobi o in una megalopoli cinese – Cinacittà – costruire un giorno la nostra gloria futura, la monnezza è la fondamenta delle rovine del XXX secolo.
Mi chiedo, mentre leggo, se nella monnezza accumulata sotto casa mia come sotto la casa di quasi tutti romani, ci siano Ready Made pronti ad ispirare arte o letteratura.
Penso anche ai bambini che ho incontrato alla discarica di Dandora a Nairobi, e chissà se uno di loro riuscirà a tirarsi fuori da quell’universo radicale – altro che “scarto dalla norma” – magari con l’arte o la letteratura.

 In parte accade ed è accaduto – il “mercato” dell’arte da alcuni anni ha investito molto negli artisti africani e molti di loro non a caso del “panorama” di immondizia e fallimento storico hanno fatto trama, storie, opere. E gli editori europei, americani e i galleristi ci fanno i soldi. Vedi, mi dico, ha ragione PIncio,  Caravaggio sulle centomila sta nel suo luogo giusto.
Artsiti africani che “vivono male” ma in altro senso, vivono lem lae creato da altri nel loro luogo,  e da quel male ne vengono fuori grazie ai dollari. 

 Tuttavia anche nel raccontare più di un fallimento e più di un bivio mal scelto, il libro di Tommaso Pincio apre (come sa fare la vera letteratura, l’arte) innumerevoli spazi di possibilità, li apre all’immaginazione, alla scelta. Quando Kant scrisse l’Estetica e la intitolò “Critica del Giudizio” lo fece non per dare norme, ma per dirci – in sostanza – che l’arte è ciò che ci mette in contatto  con le condizioni di possibilità del nostro stesso dare giudizi. L’arte non è morale, al contrario, la smonta  – e però nel sottrarsi a tutte le norme, alla fine accompagna noi nell’eserizio più difficile, conoscere,  ci porta in un'aleatorietà proficua, a immaginare d'essere cosa non sappiamo   o là dove non conosciamo, ci porta a spostare in avanti il giudizio al punto tale che poi arriviamo a scegliere, davanti a un bivio, davanti a ciò che non sappiamo.

 Il bivio della Via della pallacorda, delle scelte di Caravaggio, il bivio delle decisioni o delle decisioni subite, dalle varie voci di questo libro (compresa quella di arrivare a scrivere un libro sul Caravaggio perché “lo dicono tutti che lo scriverai” e a quel punto le Voci, i Protagonisti, quasi si arrendono a questo ineluttabile del destino) sono le materie di questo libro.
 Il linguaggio è la differenza al lavoro, è il bivio tra inferenza e differenza, è la “differanza”, quella serie di linee in cui la nostra vita differisce le sue cose nel tempo, rimanda, sposta, non compie. E in questo non-fatto, non accaduto, non compiuto, misuriamo sempre la nostra stessa vita, come differente-da (innanzitutto da quel che sarebbe potuto accadere)

Se c’è un testo che sa essere più vicino alla logica della sensazione, per me è la poesia e i romanzi di Tommaso Pincio.  La poesia di Pincio accumula e smonta, genera una diversa logica degli eventi, delle molte cose che accadono, sorelle anche delle mote altre che rimangono inespresse. A volte un ‘opera visiva, il cinema con i suoi tempi e piani temporali sovrapposti, riscono a farlo, a volte anche certe narrazni che si sottraggono alla sua logica più facile e al suo commercio più banale, per poi rientrarci portando il valore di contropelo della Storia. Picio lo fa col nostro presente, ma per fortuna non gettando il moscritto in un sacco di monnezza romana, ma pubblicandolo da Einaudi per diciassette euro e cinquanta centesimi, pagabili con banconote e monete dove non ci sono più artisti ritratti, ma architetture. E avvertendoci del pericolo di questa nuova economia senza ritratti, e dunque senza volto, come gli assassini.










(1)
Sono a metà di questo libro di Tommaso Pincio e un romanzo che intanto come sempre si segnala per una qualità di scrittura che ancora non saprei definire un ma mi sembra che in questo caso l'abilità sia nella come in altri costruzione del suo tono ma ci vorrei tornare mi sembra un libro un quasi consorte libro sull'arte è una riflessione sull'arte di essere se stessi Sui rischi dell'artificialità essere se stessi infatti il tono di scrittura che Tommaso Pincio costruisce e in maniera inquietante artificiale a qualcosa di artificiale come se ci fossimo Matt traduzione di se stesso una traduzione da un italiano diretto e contemporaneo verso un italiano che sembra quasi respirare le prose delle vite degli artisti in cui viene raccontata anche tra le altre cose della vita di Caravaggio che ogni tanto appaiono come frammenti di citazione in sé questa è la storia di una Belle biforcazione della vita e di come queste non sono andate a buon fine lo sappiamo dall'inizio perché quest'uomo che racconta racconta da una lunga detenzione in carcere ancora non so che cosa abbia commesso sono a metà di certo so che nella sua vita avrebbe voluto fare l'artista avrebbe voluto scrivere un libro su Caravaggio a rimediato un lavoro giovanile come venditore di telefax quindi qualcosa che si è esaurito anche nel tempo un passato ormai quasi da modernariato Finito a lavorare in una galleria d'arte non ha fatto l'artista pure avendo studiato accademia non ha scritto il libro su Caravaggio per l'appunto ma con Caravaggio condivide una cosa e cioè il dono di non saper vivere anche Caravaggio era una persona che probabilmente vivendo a vissuto male come scrivono i suoi biografi è finito anche male come. Sottolinea il suo biografo il suo lo scrittore del tempo un mese e però ascolta fatto grandi capolavori fatto grandi capolavori in cui qua e là accettato se stesso come Autoritratto cioè si è messo nel ritratto ad esempio della baracchino malato da giovane si è messo il ritratto di Davide e Golia e nel ritratto della testa del gigante e ma non si è mai fatto un vero auto ritratto il ritratto che noi conosciamo di Caravaggio che poi è finito anche sulla sul denaro sulle 100.000 lire è un ritratto che ti ha fatto a posteriori un bravissimo ritrattista delle E che era specializzato. Nel ritrarre volti degli artisti e dei personaggi e quindi non è finito e definito sui soldi che sono tra l'altro la merce in cura dell'arte quindi più grande artista italiano sta sulla banconota più costosa più più importante sul pezzo più importante delle banconote italiane e questo già prefigura qualcosa che forse verrà sviluppato che libro che era ancora devo finire c'è una differenza però che apparivi dente che l'hai il dono di non saper vivere o meglio l'incapacità di avere Questa vita positiva non hai impedito a Caravaggio di essere il più grande artista della sua epoca e propriamente uno dei più grandi tutta vita di tutti tempi mentre invece la incapacità di vivere del nostro personaggio non l'ho fatto diventare un artista pur tuttavia la letteratura invece è questa possibilità che viene data anche agli netti e ai falliti di poter raccontare il proprio fallimento c'è qualcosa di impotente nella letteratura rispetto all'arte ed è esattamente l'impotenza e la Mino Rita Che ne fa però la parte più democratica come dice un certo punto Tommaso Pincio il suo personaggio chiunque può fare di se stesso uno scrittore effettivamente anche un po' quello che sta succedendo adesso c'è una proliferazione enorme di romanzi non solo c'è una proliferazione enorme di scritture di sì basti pensare. I socia al ognuno scrive con i socia al con gli status con le foto con Instagram un infinito micro romanzo micro narrazione diFatto per micro frammenti costruendo un personaggio di se stesso e dunque di questo anche ci dice qualcosa il romanzo con le stendo romanzo in cui poi la scrittura nonostante questo passaggio di artificialità lo ha proprio attraverso la prosa rivela che di sicuro c'è una differenza tra pochi e molti e quella che hai il dono di saper scrivere che a sua volta è un'arte è un'arte esattamente difficile come la pittura ed è questo un po' di equivoco l'equivoco e la incapacità di passare attraverso la forma Che hanno la gran parte degli scrittori narratori poeti di oggi l'incapacità di far passare attraverso un'elaborazione della forma il proprio racconto di sé e si pensa che basta mettere il racconto di sé la pasta fare il proprio autoritratto vede subito arte non è così anche nel raccontare la vita minima il proprio fallimento la propria crepuscolare esistenza ci vuole un'arte questo libro a qualcosa che mi ricorda Beckett mi ricorda la posa di dell'acqua per questo questo personaggio nudo nella cellaMi ricordi i personaggi di Beckett sono così parlano monologando da una posizione un po' quasi fetale e parlo al muro mi ricorda il fatto che Beckett e si era fatto costruire una villa nelle campagne francesi molto belle dove però davanti alla propria finestra davanti alla propria stanza dove scriveva aveva fatto sollevare il muro della recinzione fino al punto di non vedere se non il muro che lui doveva scrivere al muro quindi a qualcosa di questa radicalità di questo racconto che deve farsi per forza radicale e lo si fa radicale non tanto della eccezionalità degli eventi che fa a raccontare quanto nella radicalità della Polly Azione che assume attraverso la scrittura cioè è la forma poi della prosa come appunto accade in back da questa progressiva Questa progressiva solidificazione è quasi fosse una a una lava che poi si ferma diventa pietra ecco pian piano la prosa diventa questo la forma della scrittura deve diventare questo e dell'impressione come se finora. Cosa arrivato questo stia progressivamente avvenendo anche se non me le maniere radicali beckettiano e c'è più medico di questa posizione perché poi Tommaso Pincio la sua poetica e di questo poi parleremo parlerò quando avrò finito il libro

In realtà poi accade qualcosa in questo libro c'è anche qua una svolta bivio una Y il libro prende improvvisamente un'altra piega ed è il vero colpo di genio è un vero colpo di creazione di una forma attraverso la dislocazione degli elementi narrativi che proprio in questa organizzazione e mostrano anche propri senso del libro è un libro post moderno potremmo anche dire se Dovessimo usare una categoria con la svolta avviene e avviene sempre intorno a una ragione profonda per cui bisogna scrivere il il male di vivere di Caravaggio non gli ha impedito anzi forse l'ho aiutato a creare perché la pittura questa potenza di essere immediata questa capacità di poter tradurre in immediatezza un elemento di un assoluto e anche assoluto Precipizio e poi c'è un elemento che alla pittura che il la scrittura normale questa abilità l'abilità di creare la luce di Caravaggio fa sì che nessun pittore sprovveduto che nessun uomo qualunque che nessun uomo senza qualità di pittore nessun pittore senza qualità possa mai dipingere quei quadri mentre invece anche un uomo senza qualità può raccontare e questa la maledizione del racconto il fatto di da un lato il fatto di poter Essere la Mauser poter dire a la Mauser e al tempo stesso però è come se quella musica non fosse mai visualizzata rappresentato non solo chiunque potrebbe scambiare la propria il proprio mal di pancia narcisistico per una nausea universale come quella di cui raccontava Jean-Paul Sartre e è un libro che il protagonista del Libro di Tommaso Pincio lascia a pagina 92 da pagina 92 riprende e casualmente questo libro il dono di saper vivere proprio a pagina 92 rivela la sua chiave di lettura rivela che la voce del libro stessa di cui abbiamo detto è cambiata che il dottore sta e come lo spettatore dentro un cinema dove si possono proiettare storia di ogni genere E deve avere solo la curiosità di sapere come va a finire il libro come il film e forse la letteratura qui rivela allora la sua capacità che quella novecentesca di aver messo in discussione lo stesso linguaggio che sta usando per rappresentare per raccontare ed è grazie a questa capacità che fu del pensiero Di Nietzsche e di Freud poi continuato da la canna Heidegger e tanti altri proprio grazie a questa capacità del linguaggio di arrivare al fondo di se stesso e di uscir neanche che può Come in brodo e Danny rose il protagonista esce dalla pellicola come in effetto notte il film è girato su un film così appunto il come dell'US dell'ultimo nastro di Clap Clap stesso riascoltare i nastri della sua gioventù me il testo è un po' tutte due le cose ma insomma i romanzi Tommaso Pincio esce da se stesso ed entra nella dimensione di chi scrive del fallimento di un libro Fallimento di un libro dovuto all'incapacità di avere il dono di saper vivere a Caravaggio non avrebbe mai dipinto che dovrebbe mai potuto dipingere questa ombra di se Caravaggio. Alla luce la scrittura. All'ombra nei quadri Caravaggio e l'ombra certamente c'è le ombre ci sono e contrastano ma la sua capacità estrema e quella di inventare se Mettere una luce che sembra impossibile che lo ombra resto buio nella scrittura l'ombra parla a pagina 92 la svolta del libro di Tommaso Pincio s'e nella voce forse stavolta proprio di Tommaso Pincio anche se non si mette per iscritto il nome stavolta la voce Lascia sulla tavola della pagina i segni dell'ombra Pazza Tura che dovrebbe diventare il segno di una scrittura che ancora non nasce ma che prima ancora di nascere diventa nel gesto del protagonista già racconto collettivo già si consegna a quel che sta divorando il romanzo la narrazione e contemporanea ovvero i socia al network perché il protagonista quando incontra questo segno di cui non dovrebbe fidarsi secondo quanto detto nelle ultime battute del romanzo fallito quando incontra questo segno lo fotografa e lo pubblica su Instagram Poi manda la sua gente come dire qualcosa mi dice che devo scrivere questo libro su Caravaggio dice la voce la nuova voce che allo stesso sogno mancato per il momento della voce precedente nella prima parte del libro che è il libro fallito dal protagonista di questo romanzo che non è quello della prima parte è quello della seconda So che è molto complicato ma esattamente anche quello da cui c'è abituato all'arte contemporanea da Dio Shampoo in poi prendere un cesso metterlo in una mostra o in un museo chiamarlo fontana e sconvolgere la logica con un gioco Con lo scacco a quello che da sempre considerato essere il rapporto semplice tra significato significante e così anche la narrativa può fare narrativi Tommaso Pincio fa questo nell'organizzare i materiali raccontati apparentemente con materiali di scarto sta costruendo un inedito museo dicessi a concepire racconti dove il piano della realtà si confonde con quello della finzione è un gioco molto pericoloso rischioso a spingerlo troppo Oltre si finisce come niente in uno stato prossimo alla follia in cui due mondi sembrano sfuggire al controllo del narratore per comunicare tra loro e come fossero attività pensanti autonome e mossa da uno scopo preciso quasi malefico danno l'impressione di passarsi informazioni di nascosto e scambiarsi ruoli Eppure è così che pian piano prende forma il libro su Caravaggio prende piano prende forma attraverso questa composizione di fallim

venerdì 9 novembre 2018

BECKETT SENZA FINE NE’ FINALE.

Che senso a vedere ancora un dramma teatrale di Beckett?
HO visto qualche giorno fa “Finale di partita”. L’avevo già visto altre volte, due in particolare meravigliose regie, una quella di Giancarlo Cauteruccio, “=  Jocu sta finiscennu”  in calabrese, e l’altra storica nel 1995 con Carlo Cecchi e Valerio Binasco. Memorabile, anche perché quella sera Cecchi era visibilmente brillo e fu un dramma comincio nel grottesco di Beckett, perché non si ricordava le battute, ma l’effetto fu lo stesso, anzi potenziato.
Nel 1995 avevo 31 anni, con Cauteruccio 40, adesso ne ho 54 e rivedo “Finale di partita” che Beckett scrisse quando aveva 49 anni, era il 1955. Magai non tutti l’hanno vista, alcuni avranno visto “Aspettando Godot”.
 IN “FDP” ci sono due personaggi e due semi-comparse. I due principale sono Hamm e Clov, il primo è vecchio, cieco non può camminare, sta seduto su una poltrona a rotelle, comanda l'altro, che è più giovane, non può sedersi è di fatto il suo servitore e in qualche modo - scopriremo - un figlioccio. Vivono in una casa sul mare, ma in un mondo in cui non c'è più nessuno e si stanno esaurendo anche le scorte delle cose materiali. Dipendono uno dall'altro nella dialettica servo-padrone ma anche in una dialettica malata dell’amore, quella modulata sulla dipendenza dei genitori. E non a caso i due procreatori sono tenuti come immondizia o animali in gabbia e il loro rapporto è cinico e rabbioso, per poi piegarsi.
Hamm e Clov fanno le stesse cose, la stessa commedia, litigano, si beccano, vanno avanti. Hamm vorrebbe morire ma non riesce, Clov vorrebbe andarsene, ma non lo fa. Sopravvivono a sé stessi, sono dei sopravvissuti come del resto lo sono i
Finale di partita è il modo in cui viene chiamato proprio il finale delle partite a scacchi.  Beckett era un grande appassionato giocatore. Hamm – disse Beckett in una delle rare volte in cui decise di commentare la sua opera e disse “è il re di questa partita a scacchi persa fin da subito. Un bravo giocatore avrebbe rinunciato da tempo, sta soltanto cercando di rinviare la fine inevitabile”.

Ecco, se questa è una frase assolutamente negativa, priva di uscita dal tunnel, nichilista, di una durezza che spesso appare nell'opera di Beckett, va detto che c’è a mio avviso un risvolto non detto di questa frase cioè sta soltanto cercando di rinviare. Che è il nucleo segreto dell’opera di Beckett: sta rinviando o perché vuole vivere, perché la vita anticipa il suo stesso linguaggio.
Secondo: perché sono in due e vogliono continuare a stare-insieme. Del linguaggio tutto sappiamo, sappiamo il suo scarto, la sua manque, ma in quel vuoto si attacca con le unghie La lotta della sopravvivenza che fanno gli uomini nel non voler chiudere la partita.

Beckett mette questo nucleo Lo scenario e post atomico ma anche comico buffo grottesco pieno di frasi banali spiazzanti per lo spettatore non si capisce di che cosa parlano né dove vanno a parare in effetti non vanno da nessuna parte come tutti i personaggi di Beckett memorabile la conclusione di aspettando godo “andiamo, andiamo pure” sono le ultime due battute e poi due personaggi restano seduti Beckett prosciuga tutte le possibilità di dare senso alle sue opere e perché si rifiuta a tutti significati addirittura una volta dura No scrisse un saggio che resta è importante su Beckett e becchettando appositamente ad incontrarlo per dirgli ti sei sbagliato non è questo non è quello che scrivi quando fu messo in scena nel 1957 alla Royal court sia tra di Londra lo spettacolo la Pièce fu stroncata da tutti andò meglio a Parigi non è un caso a Parigi c'erano due grandi autori che stavano dominando la scena culturale e in quella scena Beckett fu capito i grandi autori erano Sartre e che proclamava “l'inferno sono gli altri”  e c'era Lacan,  che aveva tolto Al significato tutta la sua potenza lasciando al significante tutta la sua assoluta inesauribile mancanza di significato. C'è una battuta nello spettacolo in cui Hamm dice “noi siamo il significato”  e Clov risponde “ significato??”  e si mette a ridere, fa una fragorosa risata. Beckett è un estremista e seppellisce sotto una risata ogni significato. IN questo la portata storica di un 900 che forse oggi è regredito. Questo è il piano più difficile per comprendere e far comprendere la portata di opere d’arte che lavorano sulla forma, sul linguaggio, sulla messa in crisi “radicale” del linguaggio. 
In ogni caso Beckett è l'autore che sente di più la responsabilità delle parole di fronte all'estremo tant'è che i suoi personaggi continuano a pronunciarle, continuano anon finire di dire che tutto è finito.  Fosse anche una banalità, in quella banalità e nascosto l'istinto della responsabilità, l’istinto del rivolgersi comunque all'altro. Così fanno Hamm e Clov, di fronte dall’estinzione possibile, all’esausto dell’esserci, il ro parlano: bla bla bla, anche cose banali, a volte assolute ma banalizzandole, sembrano due clown, sembrano i Buster Keaton dell'assurdo (è noto che Keaton e Beckett collaborarono per “Film” nel 1964)  
I due parlano cercano di raccontarsi qualcosa, falliscono, ricordano - il ricordo è l’unica attività che genera barbagli di umanità, specie in Hamm. Ogni opera di Beckett è aperta a tutte le interpretazioni pur rifiutandole tutte. Fu recepito come resoconto nichilista del mondo, schiacciato dal dopo guerra dalla Shoah e adesso negli anni 50 dalla paura della bomba atomica, fu bandiera del no-future anticipato, fece strage di ogni metafisica. Eppure, in questa corrosione di ogni cosa possa avere un senso, qualcosa riemerge. In “Finale di Partita” c’è una figura che spunta e che resta senza una precisa collocazione drammaturgica, un simbolo che viene sottratto da tutto, ed è il “bambino”. È un bambino un bambino che fu accolto insieme al padre - sembra una scena da Robinson - come fosse approdato su un'isola sembra una scena dalla Tempesta di Shakespeare, ecc.
Quello che conta è che a un certo punto verso la fine Hamm chiede a Clov di guardare fuori dalla finestra e a un certo punto Clov vede un bambino, che su sta avvicinando, e di questo bambino non ci sarà più parola – poi la pièce finisce, Clover esce con la valigia, Hamm recita la sua parte finale, un finale non naturalistico - che poi è il romanzo che a me sta scrivendo -  che è rimasto sempre da parte.
Qi ci vedo una lettura personale, Beckett quando scrive  aveva cinquant'anni e non aveva figli e non ne avrà abitare in una casa di campagna con un bellissimo paesaggio intorno ma aveva fatto costruire un muro davanti alla finestra Non vederlo e vivrà la sua eredità di dolore specialmente nel rapporto con la madre negli anni che precedono queste scritture poi vivere alla guerra poi incontrerà la sua compagna nei gironi in cui fu accoltellato dal clochard, Suzanne Dechevaux-Dumesnil    e  con lei resterà tutta la vita e sarà sepolto insieme del cimitero di Montparnasse,  che cosa sarà questo amore non è  Detto saperlo, Beckett e la moglie si sono sottratti a tutte le biografie a tutte le possibilità di poterlo dire. Di Beckett si sa che si innamorò poi di un'attrice e questo secondo amore diventò un amore parallelo per molto tempo. Ma con Suzanne fu un’unione indissolubile.
Quello che interessa però secondo me è  che Beckett in questo irriducibile non finire anche  fronte all'estremo e alla fine sta introducendo un meccanismo interiore un meccanismo non detto il meccanismo che affiora, in una battuta di finale di partita a un certo punto Clov dice ad Hamm, “ma perché ti obbedisco?” e Hamm risponde “forse per una specie di pietà?”.
Questa è la chiave più nascosta per leggere Beckett secondo me, la pietà che supplisce una risposta sensata che non si può più dare. Come è noto quando fu accoltellato, Beckett volle vedere il suo accoltellatore, un clochard e a lui chiese “ perché mi hai accoltellato” il clochard rispose “non lo so” e  su questo non lo soBeckett ha costruito tutto il suo non-senso,  il suo assurdo ma tutto quello che ha scritto nasceva dall'aver avuto pietà. Beckett alla fine lascia cadere le accuse contro l'assalitore, in parte per evitare ulteriori formalità, ma anche perché trova in Prudent una persona simpatica e dalle buone maniere.
Beckett non è come Dostoevskij, paradossalmente ha una pietà  E allora  perché vedere oggi Beckett dopo sessant'anni dalla sua scrittura?

 il mondo è cambiato e volendo ha molte altre ragioni per essere spaventato l'odio il rancore il nichilismo la  paura. A tutto questo non c’è risposta, tutto appare non a una risposta di audio Beckett non ce l'ha all'atto aggressivo Beckett non risponde con l'audio risponde col sorriso sorriso assurdo un sorriso clownesco un po' grottesco un sorriso che prende in giro il nostro non sapere ma mai odio contro un gesto violento e dai che testimonia della non esistenza Del nulla della vita rappresentando però questa vita che si ostina ad essere qui una felicità una fisicità della nuda vita di questi personaggi è una smascherata nullità di fronte all'estremo e pure e la nudità del bambino che non può che essere accolto in braccio e ho l'assurdità la il cinismo la comicità Del muto che Beckett ha creato ereditato anche dal cinema in bianche nero e la messa rivitalizzandola nelle sue Cake dell'assurdo. Sono parenti di quelle di Kafka delle posizioni di Kafka ma non sono il cinismo all'assurdo di oggi beccati un uomo etico i suoi personaggi per quanto inariditi dal loro essere instupiditi o dalla loro stupidità loro mancare di senso si tengono sempre vanno andremo avanti andare avanti è una delle battute che vengono ripetute proprio finale di partita

Sotto una cappa di grigio totale sotto il tutto e totalitarismo dell'epoca in cui Dio è morto e l'assoluto è cieco e dal linguaggio non nasce nulla pure i personaggi di Beckett continuano a tarsi la battuta . A che servo io? Chiede Clov, “a darmi la battuta” risponde Hamm. E’ una battuta, un motto di spirito è un gioco meta-teatrale.
 Ma sotto questo sotto questa insistenza della funzione fatica del linguaggio ovvero la funzione del puro contatto,  del rivolgersi a qualcuno (“ehi ehi” non verbale, solo una voce, solo vocativo)  in questo appello all’Altro, sta il cuore segreto della letteratura di Beckett specialmente quella teatrale.
Perché questo vocativo è esplicitato inscena, nella voce, nei corpi degli attori.
I corpi degli attori sono lì nella loro sacrale nuda esistenza e si rivolgono battute e si cercano, al di là di tutto, in modo estenuante, un'ora e mezza sembra non finire mai, perché non finire mai della vita è il residuo che si sottrae al nulla, resta nelle quanto indicibile e si afferma proprio nel residuo del linguaggio, nella Gag. In questo dire solo fàtico, solo casuale, si afferma una ineluttabilità, ma anche dunque una resistenza etica  dello stare-qui,  insieme. A tenerci, anche la battuta anche il riso.
 Beckett, come Celan per la poesia, è colui che smentisce Adorno, che scriveva che dopo Auschwitz non si potesse fare più poesia. Beckett ingloba la morte e l’orrore, certo li fa suoi, non si nasconde la miseria e il deserto,  interiore e non solo, ma  nonostante l'orrore “si va avanti “ come dice spesso Hamm.
C'è il nulla intorno annoi ma non si può “non vivere”-  Oltre ogni azzeramento ogni oltre ogni svuotamento oltre ogni realtà il realismo pure necessari oltre di smascheramento di tutti sentimenti conteniamo a dire conteniamo ad andare insieme ci dicono sempre le coppie di personaggi sul palcoscenico aspettiamo andiamo È un'immobilità Che però è un'attenzione nello spazio-tra-due-esseri ,  quindi e in ogni caso un movimento, come il tempo della fisica contemporanea. Non è un progredire ma continua  trasformazione della materia, la materia della vita sono i due,. Beckett benché certo ne condividesse i presupposti in senso esistenzialista, era a mio avviso l’opposto di Sarte. Non “l’inferno sono gli altri”  ma la materia della vita è proprio lo spazio tra un io e l’altro, l’alterità stessa che si mantiene viva nella scena. La vita sono gli altri, materia e relazione che genera la trasformazione, genera  il tempo e finché sarà così  “La partita” non avrà mai fine. 

giovedì 1 novembre 2018

ANTONIO SCURATI "M" (Bompiani)


Ho finito il libro di Antonio Scurati “ M” . Lo chiamo libro,  è un romanzo – la dicitura a finaco del titolo non è casuale, un allerta a non scambiarlo per altro – e certamente è  una narrazione romanzesca, se questo può attenere dicerto al ritmo, all’organizzazione del materiale, ai dialoghi, ecc. Certamente però questo flusso romanzesco poggia su un tale tappeto a tramatura fitta di fatti e documenti storici, che la definizione di romanzo pure è sufficiente, ma non esaustiva..
“M” è  il racconto di un attraversamento di un'epoca storica , tra il 1918 e il 1924, seguendo il suo protagonista principale, Benito Mussolini. Qua e là lo scrittore azzarda e gli dà voce in prima persona. Devo dire creando un effetto notevole. Anche  perché la voce di Mussolini è presente, al di là della prima persona narrante,  perché spesso anche nei dialoghi, Scurati usa materiale documentario tratto da diari, lettere e altri testi, metodo adottato anche per altri personaggi – e  supplire, anche  l’integrazione psicologica del narratore. Creando così un originale dispositivo narrativo della Storia e restituendone anche nell’incalzare del suo ritomo, quello spirito che certo ha avuto, un tracimare giovane, rabbioso, a  tambur battente di anime maschili feroci e smarrite, nella modernità, anime italiane, che a differenza d’altri,, avevano un tessuto di azione prima che di linguaggio, massa biopolitica inerte di un passaggio verso la cittadinanza di nazione che l’Italia non aveva. E che Mussolini si inventò, stregandoli, incantandoli, essendo egli stesso fatto della stessa pasta.
Dalla fine della Guerra, dalal vittoria mutilata di questa massa di reduci aggravata nella psiche e nel corpo, spesso mutilati feriti piombati in un paese slabbrato e ostile, i maschi della rivoluzione fascista saranno contagiosi e approderanno in sei anni ad un regime nazionalista, da una classe direigente vecchia e bolsa, benché nobile , ad un 39 enne grezzo a cui puzzavano i piedi che diventa presidente del consiglio, e che poi da Capo Supremo, farà del fisico e  della forma fisica – più sessuale che ginnica -  fece il suo mito.
Di questa tensione corporea c’è traccia nel corpo delal scrittura. Non chiedetemi come, qui, sarebbe troppo complicato. E dunque? libro,  narrazione, romanzo? Di  sicuro bello, molto bello da leggere. Nonostante qualche aggiusamento l’avrei fatto, poi ci torno.
.
Ne ho apprezzato la  capacità di farci attraversare a cavallo,  rasoterra la Storia, anziché fare come fanno gli storici -  è la celebre frase di Roland Barthes , che dice: gli storici attraversano le epoche come sorvolandole da una mongolfiera, il romanziere invece le attraversa a cavallo…  Dal basso ci mostra anche una possibilità di rileggerla questa storia di inquadrarla da un diverso punto di vista. Il fatto di adottare qui un punto di vista di Mussolini ne fa un ‘operazione non solo originale nel metodo, ma anche coraggiosa nell’oggetto. Mussolini è indigesto, benché il fascismo abbia avuto notevoli radiografie storiografiche, con grandi storici che lo hanno analizzato.
Qui il romanziere tenta di fare quello che fa di solito,  ma non “creando” un personaggio, invece “disponendo” il materiale dei documenti in modo tale da svelarci “che personaggio era” Mussolini, anche se era una persona, con la sua complessità qui sviscerata.
Il Mussolini che ne viene fuori – ma ripeto più che dai documenti che non dalla minima manipolazione letteraria di Scurati è un Mussolini “Furioso”. Furbo, ma non colto, un tattico, ma soprattuto rapido, anticipatore, ardito, come Arditi erano gli eroi della Prima Guerra la cui ideologia sta alla base del fascismo..

LA scrittura si fa anche corale si alalrga a diversi personaggi, a ras, politici, anche dell’opposizione come Turati e sempre più Matteotti che è non a caso all’opposto: rigoroso,ossessionato dalla verità, fedele alal moglie Velia, ma del tutto assente sessualmente, opposto ad un Mussolini che è un campagnolo con moglie ottusa, ma è scopatore indefesso, conquistatore, poligamo e progenitore. C’è quell’energia intraducibile in argomentazioni per gli storici, a mettere in movimento l’Italia. Sarà una danza infernale, mentre all’opposizione una borghesia troppo avanti per l’Italia vitale e rozza, se ne stava come il suo poetamaggiore tra la “razza di ci rimane a terra” e possono essere proprio le parole di Montale a descrivere questo stato d’animo di Matteotti, delicato e fragile : anche per il leader dei socialisti la  “speranza che bruciò più lenta/di un duro ceppo nel focolare” diventa una cenere luttuosa e potrebbero essere parole che Srcrive Giacomo, come anche di un altro fragile e inadatto a combattere il priapo Mussolini,  di Piero Gobetti, l’editore di Montale, quelle che scrive Eugenio: di quelal cenere delal speranza,  “Conservane la cipria nello specchietto/quando spenta ogni lampada/ la sardana si farà infernale/ e un ombroso Lucifero/ scenderà”. Mussolini è ombroso, ma lucente e mediterraneo e fa tabula rasa di questi inetti malaticci oppositori, scatena la danza. In fondo vuole ordine ma un ordine che cavalca il dionisiaco,che sfruto il disordine e la violenza, la brutalità di una società non sviluppata come quella italiana-

E’ una mia interpretazione di “M” sia ben chiaro. IN ogni caso, lavoro meritorio averci dato questo lungo flusso di 6 anni importanti della nostra Storia. Capire cosa  siano stati i caratteri del Fascismo legati ai caratteri degli italiani, con  Mussolini per primo italianissimo e tutti gli altri intorno. Perché il romanzo è bello anche perché è Corale, come dicevamo, e per tutti lo stesso metodo d’archivio.

Qu c’è un punto spinoso: c’è stato di recente un articolo di Galli della Loggia, ce è uno storico e che ha evidenziato alcuni errori. Ci sono (La proletaria s’è mossa attribuita a lCarducci e altre cose) ma che probabilmente sono più di distrazione e di un editing fatto ormai con mezzi non ppiù ricchi delle case editrici anche le più nobili - – ma non devo fare la difesa di Scurati cerco solo  di capire una persona che si legge migliaia di libri, scrive come un treno forse il doppio delle pagine, poi le deve tagliare ec ecc-..cercando di tenere un ritmo, di tenree le voci, di tenere in mente tuti i dettagli. E poi la cosa più difficile,  capire l'anima profonda del Fascismo che potrebbe attraversare qualsiasi persona umana E soprattutto qualsiasi persona che fa parte di questa comunità chiamata “Italia”  che conserva alcune sue caratteristiche di lungo corso si nota nella prosa epica,  altisonante si nota perché nel romanzo sicuramente Scurati ha riutilizzato magari nei dialoghi frammenti di frasi o pronunciamenti che erano contenuti in diari e lettere.

Mi sembra la cosa più bella , la trovata migliore del romanzo fa sì che le azioni storiche poi siano anche materia viva psicologica, attinte però a testi iscritti quindi documenti. Si capisce e si vede che la massa di documenti attraversati è stata enorme.

Io direi che Galli della Loggia - oltre al favore a una qualche sua amica con precedenti nella medesima casa editrice ( Ma questi sono solo gossip e pettegolezzi) -  abbia fatto proprio un errore clamoroso nei confronti del suo stesso mestiere di storico.
Recentemente si è parlato molto della richiesta di abolizione del tema di storia alla maturità della riduzione delle ore di storia nella scuola probabilmente Galli della Loggia dall'alto del suo grande albero di emerito professore universitario storico editorialista del Corriere della Sera non leggerà mai questa mia vocina nel Sottobosco.
Spero che in qualche modo magari mediata gli arrivi e gli faccia comunque  faccia capire che il grande albero su cui è appoggiato sopra è grande,  ma sotto e roso, è rimasto come scavato come rosicchiato dai castori, è rimasto un filetto che lo tiene in piedi.
E tra un po' Questa stessa materia (La Storia, il fascismo) saranno dimenticati.

A mei Scurati che  racconta la  materia ricorda il lavoro che in Spagna stanno facendo Cercas, Aramburo, Grandes, ecc E questi libri che fanno entrare nella storia da un altro lato, sono libri su cui nel futuro si potrebbe poggiare una rinnvata passione per la  storia.
E allora consiglierei a lui e quelli come lui di invece che fare i “Maestrini con la penna rossa”  dall'alto del loro albero rosichciato e del loro privilegio e del loro stipendio da professore universitario, se ci tengono non allo  stipendio né agli editoriali del Corriere della Sera, Ma se ci tengono alla storia e al fatto che la conoscenza della storia continui e diventi qualcosa di vivo anche nella mente di persone che non la  frequentano, bé dovrebbero guardare con occhio diverso a questo tipo di libri alla grande sostanza che è non agli sprsi errori.
Galli della Loggia come storico  dovrebbe dire grazie anche a un libro,anche se  con qualche imperfezione, come quello di Antonio Scurati che restituisce bene quel periodo storico e fa rimanere  vivissima la sostanza umana dietro gli eventi..
è quasi impressionante soprattutto nei primi capitoli e negli ultimi capitoli la capacità di illuminare certe dinamiche della politica italiana e della storia italiana che si sono ripetute e che forse si Stanno ripetendo ancora adesso.
Antonio scurati ha detto per primo di non aver affatto pensato a fare un libro, come dire, allegorico-storico allegorico del nostro presente. Lo ha cominciato 5 anni fa certe cose non le poteva ancora prevedere ma si stanno sorprendentemente rivelando e soprattutto ci aiuta a capire appunto le dinamiche più che le somiglianze, non ci aiuta a dire che stiamo entrando nel fascismo,con Salvini, ma  ci aiuta a dire i rapporti che possono intercedere tra un leader politico e l'elettorato italiano,  sia Esso Mussolini Berlusconi a Renzi È ora di Maio e Salvini.
Ci sono dei caratteri di continuità nei consensi nell'abbattimento dei consensi nel riprendere anche gli stessi consensi dopo che sono magari crollati e dell'istinto politico di risorgere questo per esempio l'ha mostrato Berlusconi forse in qualche modo lo ha mostrato anche Salvini e rispetto alla lega.
Ecco l'ultimo capitolo Anzi il penultimo è proprio questo “precipizio”  in cui si trova il fascismo dopo la morte di Matteotti Eppure anche lì c'è ancora una volta una mossa politica c'è un'intuizione di Mussolini da animale politico incredibile.

Forse potrei dire e anzi da un lato se ragionassi quasi come un editor o comunque una persona che vorrebbe creare sempre il prodotto perfetto di tagliare ancora un po' ci sono alcuni capitoli quelli in cui si dispiega la violenza fascista durante prima della prima del Fascismo prima della marcia su Roma e a seguire della marcia su Roma che sono per certi aspetti ripetuti.
una violenza che ogni capitolo mi faceva star male, l’ho vista ripentersi. Ridondanza? O forse no, forse era importante ripeterele, perché andava trasmessa la rutulante anvanzata dei fascisti la loro ottusa implacabilità..
Lo scrittore lo consegna a noi lettori quell’incredibile violenza contagiosa…il fastidio  l'inquietudine di questa violenza che si Sprigiona forse anche al di là dello stesso Mussolini non per salvarlo …e poi ci sono tante storie introno a Musolini, ma gli storici quando ricostruiscono le vicende si attengono ad uno schema materlista incompleto..

Cosa è il fascismo allora  è ancora più evidente proprio in questi capitoli “fastidiosi” del libro perché un uomo politico sarà in grado di alimentare e a farsi alimentare da quella feccia umana dei Farinacci degli Arduini dei di bastonatori fascisti di quella plebaglia che scatena con la marcia di Roma che poi quasi non sa come governare questo è anche molto bello questa parte è una delle tante parti belle di questo libro è quella in cui la letteratura non può che essere la letteratura quella che racconta questo scatenarsi umano della folla e al tempo stesso la gestione quasi di in difficoltà che ne fa Mussolini, è molto manzoniano.
qualcuno storcerà il naso ma gli va riconosciuto che è un po' manzoniano è un po' celiniano,  anche nell' assumere su su di sé il viaggio al termine della notte che entrare nella mentalità fascista, che è qualcosa di diverso dal fascismo ,  quella Sì potremmo continuare ad osservarla anche grazie al libro di scurati ancora oggi intorno a noi in tante teste e in tante facce di italiani come noi.


mercoledì 24 ottobre 2018

ITALO TESTA "L'indifferenza naturale" (Marcos y Marcos)


Nella nuova raccolta di Italo testa “L’indifferenza naturale” (Marcos y Marcos) potremmo dire che la poesia – parafrasando  Zanzotto – posa lo sguardo  dentro il paesaggio. Sulla scia degli altri lavori del poeta (nato a Castel’Arquato nel  1972, attivo come con diverse raccolte da circa quindici anni e direttore della rivista “L’Ulisse”) l’ultimo lavoro concentra la ricerca, lo scavo, la domanda , sul punto chiave della poesia così come la conosciamo nell’epoca della modernità, concentrata sulla ricostruzione di una visione del mondo e attraverso i testi, definisca la linea d’orizzonte della realtà  che è introno a chi guarda.
In questo caso, seppur rarefatto, in un’atmosfera sospesa , siamo dentro un paesaggio contemporaneo, nordico, con flash assorbiti dalla biografia di un poeta che si muove tra il parmense e Milano : pianura, conglomerati urbani, una vasto limbo di autostrade, escrescenze vegetali indistinte, indomma lo spazio umano e naturale insieme, che cresce senza un disegno.

Metropoli, natura, non c’è differenza. Il perno della poesia è come viene scritta la restituzione di questo sguardo dentro il testo. Nel dettaglio,  ciò a cui ruota “L’indifferenza naturale” è come si accoglie il caos di vita e materia,  la metamorfosi che pullula dentro  L’io-che-percepisce (“la mente che rumina” scrive Testa ). 
il soggetto che osserva,si muove, slitta lungo assi, dentro le vastità, ma pure indaga, come una radiografia del poco visibile, interstizi minori, l’invisibile del reale e pure realissimo, tutti sciami di realtà sottratti al centro: fossi, pozze, sterrati, non luoghi tra natura e cultura. Dentro questo minimo mondo, la vita brulica con ostinata perseveranza, nella sua “esposizione” indifferente al nostro sguardo, ma pure alla distruzione della  stessa natura, che sta – in questo libro che costruisce una sua originale fenomenologia – tra  la “lenta costruzione” di una visione.

Se la lirica è non tanto e non solo una espressione del sé, quanto forse  una domanda, una sorta di meditazione che si chiede quali siano le condizioni che un soggetto ha per “percepire ed esprimere la realtà che vive”:  e se la poesia lirica è ciò che agisce anche attraverso quel particolare dispositivo che i ltesto stesso che pone la domanda,  bè allora Italo Testa è un poeta lirico.
Sta dentro un idea generale condivisa di lirica e pure è sperimentale nel prendere la tradizione farla sua e – ben consapevole per la sua vasta esperienza sia teoretica che critica – cercare di rinnovarla, di mutarla..

Nei testi abbondano strade, pianori, fossi e canali, disegnano la geometria di una passione della presenza colta nel suo contrario, come sparizione del sé.
Poesia dopo poesia Testa ci porta in un universo aurorale, bianco, polveroso, silente – tutto è minima stasi, compresa quella di un “io” – più fisico o luogo che Soggetto - che seppure inevitabilmente registra l’accadere, anche se non pronuncia sé stesso come pronome, ma resta origine o termine di quel percepito.
 Chi percepisce è  dunque innazitutto per Testa, una cosa tra cose, senza prevaricare..
Chi percepisce però  resta  diviso dal mondo , non è possibile altrimenti: è  proprio lo sguardo, la mente che lo distingue ancora  – in due parole, ripescando una storia della poesia tra 900 e XXI secolo, la domanda è : come poter essere oltre Valery e le avanguardie partendo dagli stessi temi? Così in una formula ridurrei Italo Testa.

Il mondo delle sue poesie è un Tutto immerso in una sorta di chiarità, una luminosità che per certi versi sembra quasi da un lato onirica dall'altra è polvere bianca materica e reale di strade laterali, lungo canali d i scolo  padani, luoghi d’origine del poeta: qui è “la vita che ignota fermenta nei fossi “ e che fa da correlativo di un’attività mentale e onirica di noi “ che Muti boccheggiamo alla rinfusa” come “anguille nel fitto di una chiusa”. Il distico, la rima baciata, la metrica e un lontano riandare a Montale, ma spostando in luoghi meno netti, seppur nel dorso negativo del mondo, come era nel poeta degli Ossi.

Il 900 è lontano, soggetto, cose e biologia stanno dentro un’unica - e non facilmente riducibile a definizione – condizione d’esistere  in cui l’immagine primaria sembra essere quell’acquitrino in cui  “la vita anonima fermenta”.
 Da questa condizione di mescolamento dentro un indistinto paesaggio il poeta parla decentrato “da questa indifferenza” che esplode nel torpore e consuma le cose. L’attitudine fenomenologica è di  un percettore che cammina, passa tra viali, luoghi anonimi, ma che come in Zanzotto del Galateo, rivelano poi sottocodici storici, sentieri della resistenza, presenza dei morti di una stoia che non aveva ancora questa dimensione dell’anonimia. E’ dalla natura che arriva il pungere di una memoria che piante e sassi conservano, ad  esempio sul monte Giogo. Oggi dove era morte e sangue, distruzione dei combattenti per la libertà
 
“la storia ha fissato
Una tranquilla dimora,
prendiamo possesso, noi
Di un tempo che frana
Per una traccia andiamo
Che a voi ci riconduca”

E‘ dunque un mondo di presenze e luci, come anche di “piante senza nome” – che tuttavia ce l’hanno, come gli “infidi ailanti” ,a cui dedica una sezione, le “vegetali epidemie” di un arbusto che,  dalle origini orientali arrivato anche del nostro paese, infesta i bordi delle autostrade, piante che i più vedono anonime  e in quelle parti non di non-luogo che attraversiamo. In  esse, queste “gemme crudelissime”  strappate alla loro anonimia, lo sguardo si identifica, partecipe, nello sfarinare del paesaggio medesimo.

La misura è nell’ utilizzo di endecasillabi, di base, con alcuni slittamenti iper o ipo metrici, con  diverse risonanze fonetiche per una versificazione che alterna libertà e costruzione, in cerca di una misura, come se di fronte a tutto questo disfacimento, la poesia di un autore degli Anni Zero rispetto ai percorsi di ricerca iniziati negli anni 60, fosse fin troppo consapevole, ritenendo non più necessaria la decostruzione mimetica del linguaggio  o ogni qualsivoglia sua ideologia.

. Geologia, storia, il presente di pace sgomenta che emerge da questi testi, è fatto da  materiali abbandonati, la natura che prolifera in una sorta di disordine senza senso, senza un sentimento metafisico della stessa natura che si manifesta

Dov’è la ridondanza delle lame
Lo sciame che rigurgita dai fossi,
ancora spogli quando avanza il niente
nell’aria più lucida, e più demente.

Tutto questo si somma nella poesia di Testa, ci conduce attraverso una beanza di fronte a squarci di paesaggio, là  dove “fioriva il limonio/dove l’acqua stagnante s’intorbida” : quadri di natura ambivalente a fare da scenario di una rincorsa percettiva tra l’io e l’altro. nello spazio di riconoscimento percettivo , in “io E l’altro” per riformulare Rimabud.

 La poesia ne resta un luogo primario e dunque la scelta stilistica non può seguire l’esempio delle avanguardie , non può essere un deragliamento linguistico perché il suo primo luogo di manifestazione del dire è proprio nel medesimo spazio,” io e l’altro”  dentro la comprensione, dentro la grammatica di comunità, che rimane aperta, tra il testo e il suo lettore.
Italo Testa si concede una dimensione anche lessicale controllata, in cui alla proliferazione nominale dei dettagli naturali, corrispondono occorrenze testuali referenti ad un universo chiaro e luminoso piuttosto omogeneo, che sconfina anche in riproposizione di “ariette” settecentesche, acquerelli di ripetizioni fonetiche che sembrano un lento gocciolare in certi testi haiku o la sospesa immobilità dei quadri di Morandi.

A essere felici
In una luce dura
Sotto il muro altissimo

Infrangono lo schermo
Di acque velate
Le anatre al mattino

Fiore a fiore aspirano
Il giallo improvviso
Delle forsizie

Il percorso mattutino di rivelazione luminosa azzarda una felicità del vivere in questo continuo rimuginare del  lavorio percettivo che è principalmente un abbandono, “perché ogni cosa si senta/ e tutto sia nostro // perché nell'abbandono/ tutto ci attenda”, senza manipolare soggettivamente, senza che l’interpretazione prevalga sulle cose. Da qui il richiamo a questa indifferenza naturale che  è uno stare nelle cose e un invito all’altro ad una condivisione che “ti consegni al fuoco /mentre inizi a essere /come non sei mai stata”.
L’asse verticale della mente si arricchisce nella misura in cui scambia la dimensione di un abbandono al mondo come gesto orizzontale verso una mente altra, non specchio. Lo spazio del fenomeno è intimamente legato ad una tensione di relazione, di  “meraviglia” e “dedizione” verso il mondo .
Il mondo accade anche senza di noi, quindi nessuna volontà di costringerlo in categorie e ridurlo alla sola nominazione, anzi la poesia da un lato è proprio questa possibilità di far essere il percepito senza il percettore. Eppure nel medesimo tempo, è parte di un’attività di conoscenza  .
 Anche l’amare passa per questo scivolare, dimenticare, perdersi, abbandonarsi e aspettare che come un’unghiata dall’invisibile, l’altro ci prenda. Il “verde” ovvero l’universo vegetale che in queste poesie è così presente e invade il soggetto che si muove in questi testi, è la potenza dell’accadere, e invade anche  “la lingua” - termine nella sua duplice valenza di corpo che percepisce e di linguaggio, “nudo” e “aperto al canto/ di tutto ciò che non ho amato”.

La percezione del mondo, la conoscenza ripassa per questa condizione di possibilità che riconduce alla radice del pathos, ma con una chiave diversa non romantica, ma di rispetto dell’alterità anche irriducibile a essere conosciuta del mondo, come del resto c’è una conoscenza solo attraverso il riconoscimento dell’altro, solo nell’esposizione nudo all’altro. Ciò che è fuori di noi, passa in noi ma non si trattiene, non possiamo dirlo proprio, non ci appartiene, ci è di fronte, ed è splendente, meraviglioso anche senza di noi, anche senza la nostra meraviglia.


L’impermanente, il filo che si perde
L’ansia, la bava che cola alla bocca,
l’inapparente che più non ci tocca;
era questo, e non è più nominabile,
iridescente, il manto d’apparenza:
la ghirlanda stesa, sul cuore immobile,
immobilmente spende dell’assenza.


    ************************************************************

Altre poesie da "indifferenza naturale" 


Il cuore pesato

come la favola del provinciale / perso nella grande città:
sul piazzale dove le vie convergono / si orienta guardando i tigli
lo stradario ramato delle macchie / che qui tempestano le foglie.
tutto è foresta, le torri d’acciaio / le pareti specchianti, i vetri
sono stagni fatati, rami e tronchi / percorsi da corvi parlanti;
sarà come la fiaba del ragazzo / che sposa la selva e tramuta
le vene in cavi d’acciaio, gli occhi / in biglie di vetro incolori:
se un passante per sbaglio lo sfiora / scioglie il sortilegio, lo lascia
cadere in pezzi, nei mille frantumi / degli aghi di pino del bosco.
così cammini, in trance, lungo i viali / macinando un solo pensiero
dopo giorni che nessuno ti parla / ti ammali di luce, di passi
votati alla strage, scagliati a caso / sulla mappa degli abitati,
la raggiera delle strade a scomparsa / dove il nulla ti ha invaso;
e passare l’incrocio che nessun dio / contadino guarda e protegge
è esporsi al vento gelato che spira / dall’ombra lunata del male:
o sarà come il bambino velato / dell’apologo che a tastoni
risale sulla cresta del cuscino / e incosciente si lascia andare
fino al giorno in cui avrà il cuore pesato / e gli occhi offerti su un altare
di nuvole, sino al nido del merlo / dove una corona di piume
sul fondo azzurro cupo dell’infanzia / lo inchioderà al suo dolore.
***
Codice stradale
ma il salice piegato a difesa dei container non ha istruito il giorno il suo carico d’angoscia risale il cavalcavia tra i tir incolonnati non conosce quest’attesa a corsie alternate se l’anima è un biancore imbevuto di neon e aree industriali rattrappite nella nebbia qui è sempre linea continua qui solo gli aironi possono testimoniare ogni sorpasso qui ruotare il becco a presidio della strada qui squalificare gli astanti il guardrail sfondato.
***
perché sono arrivati e ci chiamano
dalle cascine sparse nella neve
e nel dicembre luminoso affondano
dietro le quinte mobili del giorno;
ho provato a fermarli: non ascoltano,
camminano sugli argini, proseguono
stringendo le spalle contro il vento
si piegano in avanti, a passi lenti
raggiungono il cofano innevato,
l’auto lasciata in mezzo al campo;
ho provato a chiamarli: non guardano
in nessuna direzione, s’inoltrano
sulla pianura estesa nel chiarore
da cui sono arrivati infine tornano.
***
Bianca
si apre un vuoto tra le cose
e in mezzo il pieno dei tuoi occhi
“eccomi”, dicono, “sarò nuda”
mentre stacchi un piede da terra,
“chiedo di essere amata,
………………………………..e guardata
nel palmo aperto delle mani”,
domani sarai polvere nel prato
come un animale sdraiato
a guardare la fuga dei rami
“eccomi”,
……………..mi chiami, così bianca
nella luce, così intensa,
sei sul punto di fare un passo avanti
con le labbra ferme,
terribilmente serie, senti
di essere pronta a cibarti dalle mani.
***
contro l’ago inflessibile e ancora
la roccia, il bianco magnetico e in alto
falde e falde di nebbia
ora risuona, ora sbanda e riprova
ad alzarsi contro le palme grondanti
contro gli ailanti accesi
è un muro di calce la luce viva
e s’apre, nel grigioazzurro sfarina
calamitata a riva
lui guarda, prova a pensarsi in quel quadro
un viaggiatore perso in un anfratto
uno scarto del tempo
su una carta cigliata
non segnata su alcuna mappa
come ogni vero luogo immaginata
mentre l’isola nella pioggia
scivola sotto un’immensa onda bianca
in una glassa d’acqua
e la costa innominata sparisce
dalle pagine intatte del cielo
bianca, vaporizzata
in un volo latteo di schiuma
nella lacrima, sulla cornea bianca
dell’estraneo che guarda.

martedì 23 ottobre 2018

ANTONELLA ANEDDA "Historiae" (Einaudi)


La storia, quella dei grandi eventi anche nel nuovo libro di Antonella Anedda ((“Historiae”, Einaudi, p. 87, Euro 11) è fatta non solo da monumenti ma anche  da miriadi di tracce invisibili.
Anzi, la gran parte delle presenze vive, partecipano alla storia col loro sparire.
 Così è per ciascuno di noi.
Limitato dalla finitudine naturale della vita e spesso da una fragilità ulteriore che l’anticipa, cerchiamo redenzione utopica ben sapendo del destino della morte. Bisognerebbe avere il coraggio di Leopardi. Anedda fa parte di quella compagine di coraggiosi.
In questo nuovo libro , la grazia opposta a questa pesanteur è nell'individuare il brillìo del dissolversi, le stelle sommerse, le anonime  “historiae” che danno un senso proprio a questo apparente scacco esistenziale degli umani.
 Come il sale che si scioglie dai corpi di migranti affogati, rimasti abbracciati e decomposti in fondo al mare a cui dedica uno dei non pochi componimenti civili di questo libro: le loro cellule ridiventano sale della terra – e dell’amato mare sardo – tonando ciclo di natura. Ma non è solo una poesia civile - o tanto meno  di occasione. Anche quelle vicende, che sono urgenze politiche del'oggi,  come tutti i nostri destini, che sono il lungo corso della Storia, si sovrappongono. E c'è una cosa in più che il libro sapientemente introduce, come solo in poesia si riesce a sintetizzare.

Un tema fondamentale: che la nostra persona si decompone, si trasforma, il nostro tempo è anche quello di una parabola del biologico: “ogni sette anni si rinnovano le cellule/adesso siamo chi non eravamo” . Da qui la forza, non lo scacco: dunque nessuna nostalgia del passato, scrive Anedda. Siamo nulla, il quotidiano fragile di una malattia che “scollando dalla mente la pelle del passato” permette – dice il poeta nello specchio che ci riguarda - di “prendere senz’ira il tuo nulla tra le dita”. Ma non c'è nichilismo.

 
Il libro aggrega una geografia interiore ed esteriore sull’asse della memoria ma anche della percezione presente: la Sardegna, Roma, le pieghe minime, rasoterra, le tracce storiche insieme ai dettagli domestici in uno sfarfallio di percezioni, di lampi e barbagli. Illuminazioni profane che connettono collettivo e corporeo singolare, lo scriveva Benjamin del surrealismo. In Anedda non c’è onirismo, semmai molto del tempo di mezzo tra veglia e sonno, percezione e memoria in sciami, le nostre historiae pulviscolari. Mi verrebbe in mente una sorta di visione "lucreziana" della Storia.

Anedda continua qui una perlustrazione negli immediati dintorni di tutti, dentro cui cercare una misura del sé, come scriveva Enrico Testa collocandola alla fine dell’antologia “Dopo la lirica” nel 2005. Oggi di ciò che rimane forse residuo, nel “luogo dove si irradia luce/ e non esistono pronomi” dunque tanto meno un io, assertivo. Ma resta viva una sperimentazione di alleanza tra persona e mondo. Trasformato, rimeditato intimamente, il suo "assolutismo lirico” (così Galaverni, citato anche da Enrico Testa, sui primi libri) la scrittura di Anedda usa ora un verso libero, una tensione dell’immagine che si scioglie,  ma resta voce che si distingue, forza di una sintassi, di una lingua che non a caso si tuffa consapevole nel mare interiore della lingua sarda, per poi riemergere  anche grazie a misure metriche, cadenze sintattiche, più distese, a volte anche con  dei "quasi- alessandrini"  incastonati in versi anche più lunghi (e ricordiamo una forma di dismisura anche nei versi del precedente  “Dal balcone del corpo”). Anedda usa  un lessico preciso, tagliente, che non si pone in attrito di enigma, di scarto con hazard, siamo davero dopo la lirica e pure certe sue illusioni. E più concentrata sulla potenza della lingua, che guarda ammirata all’efficace contrazione materica del latino di Tacito (citato in una bella poesia, e non a caso si parla dello storico degli “Annales” per queste historiae  che sono tessuto ctonio della grande Historia). Il latino capace di evidenziare i “nudi fatti” scrive Anedda, mostrando anche in queste due semplici parole un segno di scelta di senso, direzione, anche per questo suo libro.

 In Anedda, attraverso anche l’esempio latino, è cresciuto evidentemente un desiderio di una lingua dalla medesima efficacia, che la porti come dicevamo anche a tentare l’impasto materico interessante in alcune poesie con la lingua sarda. Così emerge realtà da realtà, luce da luce, una sorta di realismo dell’invisibile, dove le vite, le nostre, quelle dell'io che scrive, ma specie quelle lontane dai nostri sguardi di migranti o nomadi che rovistano nella spazzatura, così come i ricordi, le percezioni di nuance ambientali, le memorie del lutto: tutto ciò concorre a dispiegare una visione complessa del nostro essere coinvolti nella vita.

Lo siamo e lo siamo con più forza se manteniamo vivo il sentire della morte che giace con noi dalla nascita, così come dicono anche i fisici – li cita Anedda prendendo atto del tempo che non c’è, quello in successione delle ore e i giorni. Il tempo e questo essere-qui è solo un cumulo di “larve e miele”, è solo lo spazio in cui ostinati procediamo, osservandoci, nella trasformazione del corpo che siamo. Biologia qui ridiventa politica se colloca noi come esseri viventi senzienti e fragili dentro un destino che va ridefinito. Questo fa la grande poesia, l nostro corpo come le cose, in questo passaggio da presenza a tracce, a dissolvenza, ma di nuovo a ritornare in un circolo, in uno spazio che è il tempo. Il sogno sta nella storia nelle  grandi migrazioni, battaglie, economie, e,  inseme, allo “scroscio della pioggia”, i nostri animali domestici, i gesti minimi.

Il nostro tempo è duro, fatto di ingiustizie e dolore, lucidamente Anedda colloca noi, con lei (e una delle qualità stare i per dire etiche di Anedda poeta è che il poeta è sempre con gli uomini, magari fronteggia la comunità ma non se ne sente mai separato) dentro questa stagione di gelo che viviamo, questa epoca di neve e lupi. “Eppure è inverno, tempo di piantare cose”. Questo libro è uno degli strumenti umani con cui lo potremo fare, lo faremo. Lo avremo già fatto, quando le cose nasceranno.

MARIO BENEDETTI Tutte le poesie (versione lunga della recensione per Poesia del 2017)

Perché dobbiamo rileggere   l’intera opera poetica di Mario Benedetti in un unico volume (“Tutte le poesie”, Garzanti, p328, 16,00 Euro)...