martedì 5 dicembre 2017

IL TEMPO E' IL SUO RACCONTO. parte 6

10.0

Come già aveva scritto lo stesso Rovelli, il tempo è ciò che siamo, sono i processi cognitivi definiscono con la memoria un nostro interno spazio identitario. Vi coesistono in una tensione di polarità i fatti del nostro accadere . Un movimento di tensione psichico che diventa condivisibile – una  tensione rinviante (come dalla definizione in  “Mente e Bellezza, di Ugo Morelli/ prefaz Carlo Gallese) che costituisce una delle condizioni in cui lavora la nostra mente. E che  trova nella parola letteraria uno spazio di ritorno, un campo di fluttuazione – esperimenti cognitivi ala mano, anche
.. Questa tensione è l’estensione del senso del possibile e del tempo vissuto anche esso come riserva del possibile, una compenetrazione che accade anche in noi – le cose essendo del resto non in sé, ma  “accadere”. Allora uno dei campi con più tensione è lo spazio della poesia (Pensiamo al poeta-scienziato Lucrezio, indagatore degli aspetti costitutivi della realtà e aspetti costitutivi del tempo e dello spazio, gli atomi, duemila anni prima che la scienza li dimostrasse…).


10.0. 1

La luce di alcune stelle ci arriva quando esse sono già morte. Eppure la loro luce è qui, risplende nel buio, mi guida. Lo spaziotempo che attraversano è così diverso dalle nostre misure da poter permettere questa compresenza di morto e vivo: oppure a volte la loro luce cambia, ma quella che vediamo qui è ancora una luce che non è più. Sono queste le stelle variabili : ancora una volta la scienza e la poesia si sono incontrate in questo caso nel libro che da esse prende il titolo (“Stella variabile”) l’ultimo di Vittorio Sereni
Il libro ha una nota editoriale sui tempi di pubblicazione – quando si dice il caso - voluta dall’autore, che gioca sullo spostamento del tempo e sulla retrodatazione . Il suo tempa comunque è proprio quello della memoria come compresenza di segni della Storia assente,  che è solo sbriciolamento di fatti e fantasmi, immagini e innesti psichici. Il libro-poema è ciò che resta di un discorso andato in frantumi, perché impossibile formularlo.  Un discorso impossibile in cui non si può che adottare una grammatica diversa in questo caso della compresenza – sogno e veglia, morti e vivi. Una grammatica che riscatti le macerie partendo da esse. Che sia connessione di tempi lontani.
 Come quando il poeta vede a Berlino, statuaria e inaccessibile nella sua bellezza, la testa di Nefertiti, quella donna, quel volto, parla nel suo sorride,  da una distanza di tremila anni e ha il sorriso oggi, per noi. A lei scrive una lettera Sereni, come fosse una amata di un tempo remoto della sua vita:
Vorrei tutta al più aspettarmi di veder lampeggiare dalla penombra in cui vive il suo sorriso già abbastanza imprendibile ..così da abolire per un attimo, ma proprio solo per un attimo i troppi anni che ci dividono”.
Ai poeti il compito di precipitare i millenni nell’attimo, l’infinito e l’opaco, nella Storia. Come sempre in Sereni, è proprio la convocazione nella memoria dei propri fantasmi, come qui sono il fantasma di Vittorini o altri, dal passato, amici, amori -   oppure scrive una poesia per la figlia che crescerà – a costituire attraverso la poesia quella dimensione interiore della nostra identità che è il tempo. Io sono , dice tutta la poesia (anche la negativa e sperimentalista da una posizione o dissoluzione di un Io) e dicendolo, pone nella forma del nominale già il dispiegamento di un essere tempo. Io sono il tempo – o non sono, ma nel tempo. Sereni fa di più: mette in discussione l’io (“quello lirico e quello antilirico della “soggettività” che sé che si guarda scrivere) facendo della propria poesia uno spazio in vuoi vivere e scrivere si rinviano, dentro una coscienza che comprende anche il proprio annichilimento.
Scrive della poesia Vittorio Sereni

“…una fascia intermedia, una zona di riporto, un paese immateriale abitato da fantasmi” 

in cui figure non passate in giudicato, tornano da un passato impronosticabile e da un futuro che non si è realizzato (“i cento futuri del passato”) ma tali da aver generato forme di vita .
L’inglese ha un bel termine per descrivere quella fascia intermedia – qui non si avvalora l’esistenza dei fantasmi – per noi sono memoriali – ma il termine è bello, e Clint Eastwood  l’ha usato per un bel film: hereafter, è l’oltre delle anime morte non ancora nell’aldilà. Il Quidopo, in questa crasi di luogo e spazio, il loro dopo oltre è in realtà qui. La poesia continuamente fa riferimento all’Altro come a questo oltrequi – anche la fondazione dell’antipoesia lirica di Io è un altro, stabiliva ancora una relazione di passaggio metamorfosi. Nell’ “è” c’è la tensione di rinvio da IO all’alterità. E tutta la poesia di Sereni vive in questo prendere forma di non-esistenza. In Stella Variabile tempo è questa confusione di passato e presente, vivi e morti in cui neppure la sua zona hereafter tuttavia trattiene, anzi nel raccogliere sfalda, nel farsi attraversare si fa perdita.
la poesia non è un’apoteosi, un fine e nemmeno uno strumento, ma un campo di forze, un luogo d’assedio assoluto, dove ogni punto, ogni verso, chiama a sé parole distanti millimetri o universi, secoli o istanti e li riunisce nell’attimo del loro culminare. Sereni agisce in un “tempo pietrificato in spazio / di mutismo” avverte gli amici su come “i tempi da quanto/ tempo stanno dandoci torto?” Leopardianamente, tempi di progresso in cui ci siamo avviati in un tempo di pace post storico, immaginando che pure un prato fiorito possa essere segno di un futuro – e invece Natura non è garanzia di fronte al tragico dell’esistere, il tragico che sempre l’umano manifesta, nella Storia:

da “Stella  variabile”.. Sererni
purchè si avesse una storia comunque
 -E intanto Monaco di prima mattina sui giornali
Ah meno male: c’era stato un accordo –
Purchè si avesse una storia squisita tra le svastiche
Sotto la pioggia un settembre
Oggi si è – e comunque si è male
Parte del male tu stesso tornino o no sole e prato coperti

Opposto a questo essere noi nel male, comunque, da esistenti, Sereni ci conduce invece dentro un teatro della memoria che è “tutto il possibile” come il mare, anche se nessuno verrà più realmente – eppure verranno sulla riva di questo mare, le ombre, i morti, gli attesi, e da opposte rive rimanderanno a noi i suoni, i segni, gli sguardi della distanza, barbagli, e saranno come “Luce di stelle spente che nel raggiungerci ci infuoca” .



10.1


Curiosamente, ma non troppo viste le  sue letture scientifiche, Vittorio Sereni fa in Stella variabile lo stesso esempio di Carlo Rovelli

Sereni:

Un sasso, ci spiegano,
non è così semplice come pare.
Tanto meno un fiore.
L’uno dirama in sé una cattedrale.
L’altro un paradiso in terra.
 Svetta su entrambi un Himalaya
di vite in movimento.


E Rovelli 36 anni dopo


“un sasso è in realtà un complesso vibrare di campi quantistici, un interagire momentaneo di forze”. 

Del resto è la scienza che sta lavorando da un secolo sui quanti, ma colpisce il caso della stessa metafora, , della proliferazione di elementi, che siano le nostre vite brulicanti o i quanti, colti nel momento del loro  interagire..  Come scrive nella conclusione del poemetto di  SV, Un posto di vacanza, proprio la consapevolezza scientifica sembra dare al poeta una conferma: che la nostra vita non scorre così lineare e progressiva di una soggetto trionfante e costruttore ma che emerge

il disegno profondo
nel punto dove si fa più palese
– non una storia mia o di altri
 non un amore nemmeno una poesia
ma un progetto
sempre in divenire sempre
«in fieri» di cui essere parte
per una volta senza umiltà né orgogli
sapendo di non sapere.
 Sul rovescio dell’estate.
Nei giorni di sole di un dicembre.

Se non fosse così tardi.

Tutta questa dissoluzione in frantumi di una storia non va rimpianta, ma va cercato un altro disegno profondo, un altro progetto. C’è sempre vita, e altre dimensioni, e possibilità. E’ la teleologia di un tempo che tuttavia non ha più un ordine di telos, anzi in cui ci si libera di tutte le metafore del telos . In cui anche lo stesso soggetto che ricorda, condivide il suo rammemorare ma lo offre (“amalo”) anche se  vuole però essere cancellato come se la memoria fosse quell’organismo de-soggettivizzato, collettivo, di tutti, del passato come del futuro. Come scrive – lo abbiamo citato già -  oggi il poeta Ben Lerner nel suo singolare romanzo NMAV

Ma mi chiedo se non sia il caso di considerarle brutte forme della collettività che possano servire come prefigurazione delle sue possibilità: la prosodia e la grammatica come materiali con cui costruiamo un mondo sociale, un modo di organizzare il significato e il tempo che non appartiene a nessuno in particolare ma scorre nelle vene di tutti noi.”


La forma di coscienza del singolo  che si mette in gioco – cambiando la propria grammatica interiore e rischiando anche l’isolamento o come oggi l’indifferenza ( Mandels’tam aveva Stalin, noi il silenzio dei non fruitori  – o il suo contrario l’entropia di comunicazione e segni - non so quale delle due esperienze  totalitarie è peggiore per la poesia)  e quando questo singolo finisce per essere un poeta – diventa linguaggio, esperienza di linguaggio. Parole, scritte. Esperienza, somma dell’esperienza. E così nella Storia e nel Tuttiigiorni, ci misuriamo a cambiare il nostro tempo uscendo dal tempo, costruendo un “posto di vacanza” un campo di tensione come la foce del Magra che raduna segni, pensieri, voci, memori, tracce di Storia e natura, tutto assieme.

Un giorno a più livelli, d’alta marea
– o nella sola sfera del celeste.
Un giorno concavo che è prima di esistere
sul rovescio dell’estate la chiave dell’estate


il giorno concavo che è prima dell’esistere come la vacanza simbolicamente è fuori, sul confine – e non è un caso che il libro si chiuda con una poesia in cui l’Io poetico di Sereni usa il dato autobiografico del compleanno a luglio per un’apparizione  di un altro spaziotempo concavo, che è fuori dal tempo dal calendario (di campionato) che è un luogo vuoto ma che nella coscienza del poeta, tifoso, risuona di voci, memorie e promesse future: lo stadio, spazio cavo di un altrotempo


Il gran catino vuoto
a specchio del tempo sperperato e pare
che proprio lì venga a morire un anno
e non si sa che altro un altro anno prepari
passiamola questa soglia una volta di più
sol che regga a quei marosi di città il tuo cuore
e un’ardesia propaghi il colore dell’estate.


Ancora una volta il passaggio è dal tempo naturale ad una ricerca di altrotempo (come esiste l’altrove, pensiamo ad un oltretempo) con  l’intensità della luce d’estate che,  quasi come un esplosione meridiana, abolisce le ombre dal reale, abolisce il divenire, si fa  tempo fuori dal tempo, quello misurato del calendario. .Quello che realmente esiste, superando le raffigurazioni metaforiche, è tuttavia la coesione di diverse tensioni in movimento  della coscienza del poeta. Che inventa un diverso tempo sospeso per questo momento che promette, promette storia e infinito.

10.1. 1


Sereni, poeta del ritardo nella Storia da cui vedere un balenare di futuro senza averne il senso granitica delle ideologie. Poeta anche della prigionia – il suo senso del ritardo, divenuto poi tema poetica, nasceva dalla lunga permanenza, benché non drammatica, nei campi di prigionai americani, ben oltre la fine della guerra).  

una poesia delle ombre e della memoria, altrettanto e forse più tragicamente lo è quella un altro poeta, Osip  Mandel’stam chiamato, lui malgrado, forse ad incarnare anche nella sua biografia questa dimensione di un diverso vivere il tempo fuori dal tempo…… i suoi testi, insomma la sua poesia,  hanno cominciato a brillare quando la stella della persona fisica ,  annullata dalla prigionia,  era già morta per ordine di Stalin, in un gulag della Siberia , nel 1938. In quel momento la poesia di Mandels’stam era ridotta a fiammella fioca, non esisteva, se non per quei pochi amici che lo leggevano e custodivano in segreto. E’ solo dopo che la sua poesia è riuscita a vincere il tempo e la morte, la sparizione, l’annullamento, a superare le barriere spaziali e temporali grazie anche al coraggio della sua prima sodale la moglie Nadzedna Mandel’stam che con lui aveva condiviso questa tragica avventura dentro il tempo, sfidando il tempo – ciò che è passato e sepolto nel nulla , scomparso per sempre, questo sperano i dittatori… e invece, abolendo il tempo, la poesia di Madel’stam ci parla ancora oggi, dentro un presente continuo.

Serena Vitale, cura e introduce un libro in cui sono raccolte le Ottave del poeta russo, in un libretto che – il caso vuole -  Adelphi pubblica contemporaneamente a quello de “L’Ordine del tempo” di Rovelli (Kairos? azione furbetta di un dyubbuk, l’omino gobbo che tormentava Walter Benjamin e che sta nascosto nei meccanismi della realtà? )
Introducendo “Quasi leggera morte” Serena Vitale  ci avverte che “Mandel’stam non amava il caso prepositivo, quello dello stato in luogo, lo infastidiva “la buddhistica quiete ginnasiale del caso nominativo - è la sintassi a confonderci “ – scrive il poeta citato da Vitale   che aggiunge “bisogna sostituire tutti i nominativi con dativi che indichino una direzione.
Questa è la legge della materia poetica, mutabile e sempre mutante, che vive solo nello slancio esecutivo” (corsivo mio)

lo si diceva per i libri sopra analizzati di narrativa, lo ripetiamo a maggior ragione per la poesia:  la propria materia è la lingua e la sintassi, per questo non c’è miglior alleato di una scienza impegnata nella stessa rimessa in discussione di leggi della materia tout court. Già il poeta russo aveva saputo opporre al determinismo assoluto e schematico dei canoni del socialismo sovietico e della sua para-filosofia, un ‘idea di trasformazione biologica desunta dai neo-lamarckiani,  che tuttavia non è soggetta a normative né a selezione, ma tutta la natura , anche le sue parti più deboli concorrono ad una mutazione incessante.

Il cuore segreto del tempo è sempre stato nel suo fluire, la sua metafora era la sua grammatica profonda che ruota intorno all’intreccio tra un passato misteriosamente vivo nella memoria e un futuro che ci brucia già, non ancora accaduto. Invece la fisica del XX secolo – scrive Rovelli -  si è scontrata questo cuore e  con la questione del tempo,  ma per molto tempo le nuove scoperte hanno fatto fatica ad affermarsi..  laddove i poeti avevano già segni di intuire.. La scienza ha bisogno a volta di un’ illuminazione metaforica per sbloccarsi.

Scrive Rovelli commentando il cuore metaforico del tempo espresso da Rilke ( “l’eterna corrente /  trascina sempre con sé tutte le epoche”) scrive:

la differenza tra passato e futuro – fra causa e effetto, tra memoria e speranza, fra rimorso e intenzione – nelle leggi elementari che descrivono il mondo non c’è”

Insomma, non c’è un pria e un dopo, non è il cuore materico del reale. E’ solo una metafora, vuota. Non vuol dire nulla. Se non altro a partire  da questo dobbiamo guardare ad altre metafore con cui interpretare il mondo.


Si dirà: sono astrattezze teoriche, elucubrazioni ma di nessuna portata concreta. Di nessuna conseguenza concreta nella nostra vita. Forse, perché in effetti la nostra vita è soggetta ad una strana ipnosi, catalessi.

E tuttavia, come scrive in un altro saggio Giorgio Agamben (“Che cos’è il contemporaneo?”) “appartiene veramente al suo tempo, è veramente contemporaneo, colui che non coincide esattamente con esso”. Con Mandel’stam dunque possiamo dire che non è solo una spezzatura nell’epoca-belva che spezzò poi le vertebre al singolo, alla sua dimensione di tempo parallelo interiore. Sappiamo che il tempo è questo, un ‘infinita dimensione di non-tempi e non per questo essere qui e anche non ora, un esserci non necessariamente qui. Questo ispira il lavoro del poeta sul tempo.

Se pensiamo allora al poeta sotto il giogo di Stalin, sotto la retorica pomposa dell’unione Sovietica – e di conseguenza di tutti i partiti comunisti del mondo in quell’epoca, anni 30, in cui si voleva imporre – e in parte si impose incerti ambienti culturali oltre che in Russia - un credo ideologico che leggeva la storia come una sere di cause ed effetti concatenati e con una logica – fuori della quale eri un reietto.
ma non fu solo opposizione politica, esistenziale. Fu anche forma di conoscenza. Per questo Mandel’stam non fu solo un martire, la sua poesia non fu solo biografia, ma visione, attraverso un’intuizione di una diversa entità di ciò che chiamiamo passato, futuro, presente. Da qui la fiducia, senza una filosofia della Storia alternativa, ma puntando il suo calamo sullo snodo – realmente epocale – del senso del tempo……

Mandel’stam, nelle Ottave:
 
Da aghiformi calici appestati
Beviamo l’ossessione delle cause,
con uncini tocchiamo grandezze
infime, quasi leggera morte

 E di fronte al groviglio delle asticelle
Il bambino resta in silenzio –
Dorme, l’universo, nella culla
Della piccola eternità

Perché un poeta lotta contro  “l’ossessione della cause” ? non ha niente di meglio che fare speculazione? Per Mandel’stam tuttavia proprio la questione del “tempo” e del suo “ordine” (sovietizzato, come si vede il tempo è storicizzabile) è fondamentale:   “in una società – scrive Serena Vitale introducendo le Ottave del poeta russo nell’edizione Adelphi  - che celebra il radioso domani dell’umanità e tutto immola all’altare del futuro, Mandel’stam si trasporta nel passato, indietro verso un tempo senza data in cui l’eternità è ancora ‘ piccola’. . Indietro in uno spazio primigenio dove senza alberi mulinano già le foglie e i minerali, bambini troppo vivaci, ruzzano scalmanati mentre si aggregano per formare la crosta terrestre, dove il sussurro è già poesia, il vuoto contiene già la forma” .
Così Serena Vitale, aderendo in maniera formidabile al nucleo profondo della poesia di M. che tuttavia non è un nucleo statico, ma è appunto questa tensione-metamorfosi che ci sposta fuori dal tempo, se tempo deve essere quello rigido del potere che come Charlot in Tempi moderni vuole incastrare i singoli dentro i suoi meccanismi. Il tempo è totalitario – e non a caso sia i regimi comunisti con la retorica dell’avvenire radioso, sia quelli capitalisti, con la loro organizzazione in celle di progresso, basano sul tempo organizzato, definito e in prospettiva il loro impianto totalizzante.


La non-coincidenza col suo tempo del poeta non nasce solo dal contrasto politico ed esistenziale, storico, con il potere del suo paese. E’ anche la sfida a smontare il presente di una progressione verso un destino supremo disegnato dall’ideologia. E’ il contemporaneo che sfida il presente, mostrando l’illusione di disegnare un ordine del tempo, rivelando ad esempio una presenta attiva del passato che non muore, che fin dall’origine, dalla culla dell’universo ai tempi storici, agisce a annullare quell’ordine, a riproporlo solo come esperienza psichica e personale. Ovvero ciò che il potere totalitario, sia esso di un regime stalinista, sia esso quello più vicino a noi del potere dell’algoritmo che ingabbia i nostri desideri, non tollera.


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