martedì 5 dicembre 2017

IL TEMPO E' IL SUO RACCONTO. Parte 7.

10.1.2

Accadde anche ad un poeta italiano ai suoi esordi, nel 1976, di porre una frattura al suo tempo, alla cultura del suo tempo: Milo De Angelis. Oggi possiamo rileggere in “Tutte le poesie” i versi di “Somiglianze”, capire meglio come l’indice che si leggeva negli attimi delle sue immagini e metafore fosse quello di un’archè, ma inteso come continua trasformazione, ad indicare  un diverso agire nella storia e tuttavia una non meno antagonista – agonistica anche, viste le metafore sportive - presenza nell’epoca. Lo fa nella percezione di un contro-tempo degli attimi millimetrici,  quando ad esempio in un testo noto (“T. S.”)  nell’improvvisa quiete che si apre nel  “disastro del respiro” di un trauma fisico, dentro un’ambulanza, “appare /  il davanzale di un piano, il tempo / che sprigiona i vivi”. E qui “ognuno di voi”  - così dice il testo in apertura, quindi agli antipodi di individualità eccezionali e percezioni e saperi esoterici – “avrà sentito” quella:

..calma sprofondata dentro il grano
Mentre la donna sul prato partorisce
Sempre più lentamente,
finché il figlio ritorna nella fecondazione
e prima ancora, nel bacio e nel chiarore
di una camera, il grande specchio,
il desiderio che nasce, il gesto”


 Ai poeti il compito di richiamare questo controtempo, il destino di essere in questo modo assolutamente contemporanei.



10.2



Anche richiamo all’origine che fa Mandel’stam nelle sue “Ottave” e nei suoi testi in generale non è sul filo di una nostalgia passatista, conservatrice: il contrasto col tempo presente non è a favore di una restaurazione del tempo passato (è questa l’accusa facile che spesso ha portato alle condanne politiche di questi poeti)  ma è per un richiamo più profondo col nostro vivere, dissolte le torri delle sorti progressive, percepito nella sua connessione con l’arcaico. Lo facciamo introdurre da un autore non sospetto di derive politiche restauratrici, Giorgio Agamben in CCEIC

“Solo chi percepisce nel più moderno e recente gli indici e le segnature dell’arcaico può esserne contemporaneo. Arcaico significa: prossimo all’arché, cioè all’origine. Ma l’origine non è situata in un passato cronologico: essa è contemporanea al divenire storico e non cessa di operare in questo, come l’embrione continua ad agire nei tessuti dell’organismo maturo e il bambino nella vita psichica dell’adulto”

Come si vede, seppur da una prospettiva filosofica, legata terminologicamente alle idee di presente, passato ecc, c’è una interessante convergenza verso le conseguenze culturali delle recenti scoperte della fisica sperimentale, che sono del resto ben presenti al filosofo veneziano.
Mandel’stam  – come ogni vero poeta – è interessato a guardare tutto da “una distanza siderale” scrive Vitale (e che tragica ironia per lui finire a guardare tutto da un freddo siderale distantissimo, la Siberia) per scorgere i “quadri slegati” della realtà – una traccia di Dante in M. – e l’arte a quel punto non si pone più il problema di imitare, ma di essere in “un rapporto sororale” in cui “la metafora ritorna metamorfosi (Non A che somiglia a B, ma A che diventa B)

Scriveva nel 1932 da poeta, l’amica fraterna di Mandel’stam, Marina Cvetaeva nel saggio  “il Poeta e il tempo”

“ Dopo aver dato tutto al suo secolo e paese (il poeta) dà ancora una  volta a tutti i secoli e a tutti i paesi. Dopo aver rivelato fino al massimo limite il suo secolo e paese, mostra illimitatamente tutto ciò che è il non-tempo e il non-luogo: il persempre” […] Non esiste arte non contemporanea […] ogni vera contemporaneità è compresenza dei tempi, incessante movimento”


La contemporaneità, tra Cvetaeva e Agamben, dunque si delinea dunque come una non coincidenza col proprio tempo e al tempo stesso la possibilità di poter leggere come contemporanea l’arte di ogni tempo. Desumendo la costruzione del paragone ancora una volta dalla scienza, dall’astrofisica in particolare, Agamben vede nell’idea di buio così come la spiegano i fisici la possibilità di spiegare la contemporaneità: così come il buio è la luce di galassie che viene verso di noi ma al tempo stesse quelle galassie muovono lontano nell’universo a una velocità tale che quella luce non ci raggiunge mai. Da qui Agamben sempre in CCELC scrive:

“…l’appuntamento che è in questione con la contemporaneità non ha luogo semplicemente nel tempo cronologico: è, nel tempo cronologico, qualcosa che urge dentro di esso e lo trasforma. E questa urgenza è l’intempestività, l’anacronismo che ci permette di afferrare il nostro tempo nella forma di un “troppo presto” che è, anche , un “troppo tardi”, di un “già” che è , anche, un “non ancora”.

Come Rovelli, ci sta dicendo che il cuore segreto del tempo è che il tempo non esiste, ma che questa non esistenza è proprio ciò che garantisce un’aderenza così forte all’accadere del contemporaneo, per certi aspetti contemporaneo a tutti i tempi, quelli che formalmente continuiamo a chiamare epoche, ma sono un non-tempo così come il buio è non-visione.


10.3

E infatti Mandel’stam nella poesia  “Il secolo


…ma è spezzata la tua schiena
mio stupendo, povero secolo
Con un sorriso insensato
come una belva un tempo flessuosa
ti volti indietro, debole e crudele,
a contemplare le tue ombre.



La poesia – nell’esempio di Mandel’stam preso come archetipo di una poesia che continua ad essere con noi, contemporanea a tutti i non-tempi che viviamo – nel suo lavoro sul linguaggio – e considerando anche le recenti scoperte delle risonanze neuronali del linguaggio poetico, metaforico che quasi sembrano confermarne certe sue mitologie – si pone come esercizio e vita della trasformazione della materia che siamo, come ritmo di una trasformazione degli eventi della realtà per cui  (attraverso la poesia) possiamo praticare e allo stesso tempo comprendere questo ritmo della trasformazione: né progresso, né assenza mistica del tempo, ma aderenza alla materia, ma non come cose – è questo lo specifico “realismo” di una poesia – ovvero il suo essere cosa che è oltre le cose, perché oltre la sua rappresentazione. E anche la fisica a suo modo è un iper-realismo che svela i limiti della realtà:

Scrive Carlo Rovelli in LODT

Si può pensare il mondo come costituito di cose. Di sostanza. Di enti. Di qualcosa che è. Che permane. Oppure pensare che il mondo sia costituito di eventi. Di accadimenti. Di processi. Di qualcosa che succede. Che non dura, che è un continuo trasformarsi. Che non permane nel tempo, La distruzione della nozione di tempo nella fisica fondamentale è il crollo della prima di queste prospettive, non della seconda. E’ la relazione dell’ubiquità dell’impermanenza, non della staticità in un tempo immobile”

Si può già immaginare anche la ricaduta sul senso della realtà che possiamo trarre dalle conclusione della scienza sul tempo, non solo: anche sul senso della storia. Così come potremmo trarlo, oggi e proprio oggi, da Mandel’stam e da Cvetaeva, per l’ennesima volta venuti a ridire con noi, contemporanei, il mondo.
E così la poesia e la letteratura capace di lavorare proprio su questo versante con gli strumenti della trasformazione formale e linguistica dell’opera, partecipa di questo senso dell’accadere e del continuo trasformarsi.

E Rovelli aggiunge, partendo dall’esempio del sasso, caro anche come abbiamo visto al poeta  Sereni:

“..il sasso più solido, alla luce di quello che abbiamo imparato dalla  chimica, fisica, mineralogia, geologia, psicologia, è in realtà un complesso vibrare di campi quantistici, un interagire momentaneo di forze, un processo che per un breve istante riesce a mantenersi in equilibrio simile a se stesso, prima di disgregarsi di nuovo in polvere, un capitolo effimero della storia del pianeta..una metafora per un’ontologia, una partizione del mondo che dipende dalle strutture percettive del nostro corpo, più che dall’oggetto in sé…

La poesia partecipa di questa energia del vivente che è la trasformazione, è in una ristrutturazione dell’ontologia, dentro proprio le strutture percettive. Quindi è esercizio e parte di questo infinito vibrare e noi quello Infinito a questa voce andiamo comparando e quello che ci sovviene è dunque l’eterno (?)  trasformarsi dell’impermanenza. Giacomo Leopardi, seppur avvolto in una metafora di assoluti e totalità, percepisce però il senso di impermanenza, di fragilità della natura che nella lava del vulcano – seppur fissata in pietra sasso - e ne vede la magmatica potenza di fuoco che tutto distrugge, tutto trasforma.

Ecco ci troviamo oggi di fronte alle conclusioni di teorie scientifiche della fisica sperimentale, piccoli e fragili ginestre, quasi come Leopardi, soggiogati da una natura che non solo distrugge le nostre illusioni di magnifiche sorti e progressive ma ci restituisce una forma del modo spiazzante, capace di terrorizzare  – verso la quale resta però l’impegno morale  dei resilienti: affrontare anche questa estrema relatività  dell’esistenza con dignità, bellezza, speranza in dialettica, e con la distruzione farne metafora.
Parola. – E tuttavia forse lo sgomento ci assale quando di tutto questo non riusciamo a non dare spiegazione, ma solo una metafora.

Proprio per questo, un problema che affronteranno allora i poeti. Sempre che accettino di lavorare sul versante a precipizio della conoscenza, non su quello pianeggiante della “moda” del momento. Un grande poeta come Mandel’stam era quella frattura che impedisce al tempo di comporsi, sgretola con la sua spezzatura, anche nel corpo, il muro di una storia-edificio. Oggi, alla luce della fisica, la missione dei poeti sembra rinnovarsi, nel loro lavoro sul versante non delle formule degli algoritmi, ma di quello del linguaggio che è più elementare – la funzione della poesia forse è ancora aver posto un puntello alle rovine, ma certo per impedire si ricostruisca un castello teleologico. Grazie ai poeti oggi possiamo capire meglio cosa ci svelano i fisici. Ma soprattutto cosa si annida nella materia del linguaggio.

10.4

Anche per gli scienziati della fisica c’è il problema di dover trasportare come poi nella grammatica – ma anche con  icone o altro “seme” di linguaggio che non sia il calcolo matematico  – il carico concettuale che si delinea all’orizzonte delle loro scoperte che ridefiniscono (usiamo le parole di sempre)  la “realtà” il “tempo” e devono fare i conti con il substrato già-metaforizzato, delle lingue che usano per farlo…

Scrive Rovelli

i cambiamenti non sono ordinati lungo un’unica successione ordinata: la struttura temporale del mondo è più complessa che una semplice successione di istanti. Non per questo non esiste…la distinzione tra passato, presente e futuro non è un illusione. E’ la struttura temporale del mondo ma che non è quella del presentismo..il cambiamento, l’accadere non sono un’illusione, abbiamo scoperto che non avviene seguendo un ordine globale”

Ritengo, non per mera consolazione umanistica, che paradossalmente mai la letteratura e la poesia siano state così  vicine alla partecipazione delle scoperta di un diverso ordine delle cose – o quel continuo dis-ordine che è la trasformazione chiamato un tempo : realtà.

Questo lo cominciamo a capire proprio oggi, nell’epoca in cui la letteratura sembra avviata al tramonto, se la interpretiamo dal lato del suo “mandato sociale” (Guido Mazzoni) che non è la semplice analisi della presenza sociale della letteratura, ma come questa abbia preso forma e presenza nell’evoluzione interiore della maggioranza di una società. I singoli che appartengono alle comunità massificate di oggi, non delegano più alla letteratura e tanto meno alla poesia  una  conoscenza che prima aveva come centrali queste discipline. Poi ci sono opere bellissime e importantissime, ma la forza di incidenza degli scrittori e degli artisti si è indebolita. Resta ad alcuni grandi della canzone, ma anche in quel caso in modo blando.
Sempre più debole, ora che si allarga la platea del pubblico, anche dei lettori, ma i leggenti non sono tutti lettori, questa è la differenza col passato.

La società globale non ha più necessità di conoscere, si affida sempre più a persuasori e algoritmi della tecnologia dell’informazione, attraverso questi rimesta nel già-noto, consuma e si accontenta di generare come proprio intrattenimento emotivo masochistico le proprie fake-verità che rinnovano in chi le fruisce paure che ha già, come quando ci si diverte con le giostre estreme. E’ un pubblico che non fruisce sapere ma consuma frasi fatte allusive “di qualcosa” – ma non accetta più che ci sia la mediazione di chi ha sapere e competenza. E dato che tuttavia questo pubblico ha un potere – datogli dalla democrazia e dal marketing –  i gusti di questo pubblico globale, i suoi orientamenti e i suoi saperi dettano legge. Posso sono essere modificati con abile persuasione, ma la letteratura è dei persuasi, ma non dei retori persuasori, tanto meno occulti.

Sono queste, oggi, alcune delle ombre che stanno avvolgendo il nostro presente storico. Essere contemporanei attraverso la poesia non è solo un esercizio funambolico e interiore di un singolo io che, percependo il buio del presente, ne afferra la luce tremolante, instabile. Essere contemporanei significa scheggiare, frantumare da dentro il tempo e così facendo trasformarlo, mettendolo in relazione con gli altri tempi, leggendo in modo inedito la storia, che ci chiama ad un’impossibile risposta, se non nel gesto di sfidarla e mutarla nel concreto. L’invisibile luce che è questo buio di ombre del presente storico in cui siamo immersi proietta anche la sua ombra sul passato – verso un’origine sempre.qui – e proprio questo smottamento aiuti a rispondere alle tenebre dell’ora presente. E’ sempre un compito politico, per quanto non sembri, anzi proprio perché appare “impolitico”.

10.4. 1

Così la poesia, come la fisica sperimentale,  si accontenta di lavorare sottoterra, nel sottosuolo,  alla lettera e in metafora, come i fisici del Cern o come le Talpe di Kafka, a sperimentare negli acceleratori di realtà le particelle e le sillabe, sperando di poter scorgere i “quadri slegati” della realtà come scrive Mandels’tam – e quando questo accade sperare che da quel sapere si generi altro sapere, non solo si sfrutti come un potere – economico, nel caso della fisica. E che un testo poetico rivoluzioni la nostra materia psichica lo confermano anche gli studi di psicologia cognitivista sulla percezione di un testo poetico e sull’effetto sulla mente.

Nel caso della letteratura, ci cambia l’ordine di percezione della realtà – e ora che l’ordine della percezione è cambiato con la scienza è compito della poesia forzare quella vecchia grammatica che si è formata in un dalla nostra esperienza limitata, prima che ci accorgessimo della sua imprecisione nel cogliere la ricca struttura del mondo. Era una scienza di umanisti e dell’osservazione. Oggi matematica e tecnologia scoprono il mondo, oltre le parole. Oltre il visibile. Sta a chi scrive partecipare della stessa battaglia degli scienziati

Rovelli:

“combattiamo per adattare il nostro linguaggio e la nostra intuizione a una scoperta nuova: il fatto che “passato” e “futuro” non hanno un significato universale, hanno un significato che cambia fra qui e lì. Nient’altro”


11.0 ( o 0.0, di nuovo)

E dunque riassumendo: Nel racconto di un mistero italiano, perso nelle finzioni della storia politica del nostro paese e nel tempo, nel labirintico diario newyorkese di un romanzo “chiamato” a venire,  come il mondo, nonostante il suo autore forse morirà e  forse sarà padre, nella confessione di un filosofo che allo specchio si domanda “che fine farà il mio studio ?” Nella poesia del più grande antipoeta italiano, nella fioca stella mai morta della poesia,  che sopravvive con la sua luce al tragico spegnimento fisico del suo autore nel ghiaccio siderale dell’oblio, nel prisma di un palco che ospita la resa dei conti tra attori e persone sul campo di una memoria reale, nel cumulo di oggetti traccia di un tempo che non esiste, se non nella memoria, stanno i tentativi che abbiamo incontrato casualmente da poco, di narrare un tempo che cambia “il tempo” – sta, o viene, o verrà,  in ogni caso il senso di questa stessa parola, e di tutte le nostre storie. Anche quelle che dovranno accadere.












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