venerdì 1 dicembre 2017

IL TEMPO E' IL SUO RACCONTO ( Parte 5 )

riprendo due passi dal post precedente

 scrive Agamben : ” una pagina dei taccuini di Chiaromonte contiene una straordinaria meditazione su che cosa rimane di una vita. Non che cosa abbiamo o non abbiamo avuto è per lui il problema essenziale – la domanda vera è, piuttosto : “che cosa rimane?”, “che cosa rimane del seguito di giorni e di anni vissuto come si poteva, e cioè secondo una necessità di cui neppure ora riusciamo a decifrare la legge, ma insieme come capitava, e cioè a caso? La risposta è che rimane, se rimane, ‘ quello che si è, quello che si era
Si è. Si era. Quando? Non c’è tempo, accade, è accaduto. E’, qui e non solo ora. Per noi alla fine  scrive sempre Chiaromonte citato da Agamben -  “rimane l’amore, se lo si è provato, l’entusiasmo per le azioni nobili, per le tracce di nobiltà e di pregio che si incontrano nelle scorie di una vita”  e dunque  “rimane quello che era, quello che merita di continuare e durare, ciò che sta”.


Il tempo è quel che rimane. Quel che rimane non è un sintagma che esprime passato, del resto resto si rimane per dopo, e si sta.

(...)
E’ interessante  che che Carlo Rovelli che ci ha guidato presentandoci il lavoro matematico e torico sperimentale di cui si occupa,  in qualche modo “fuori dal tempo” nel senso però di “fuori dalla concezione di temporalità” che abbiamo, e dopo aver scritto un libro in cui si presentano le ultime ricerche che la fisica quantistica sta effettuando sul tempo che dimostrano come il tempo non esista, scriva ad un certo punto ( Rovelli  in LODT  ……. )

  C’è un terzo ingrediente che fonda la nostra identità e probabilmente è quello essenziale, quello per il quale questa discussione delicata compare in un libro sul tempo: la memoria (..) .il nostro presente pullula di tracce del nostro passato. Noi siamo le storie per noi stessi. Racconti. Io on sono questa istantanea massa di carne sdraiata sul divano che batte la lettera “a”..sono i miei pensieri pieni di tracce della frase che sto scrivendo, sono mia madre e mio padre, sono i miei viaggi adolescenziali, sono tutte le tracce degli attimi di me, sono quello che un istante fa ha battuto sul computer la parola “memoria”. ..Io sono questo lungo romanzo che è la mia vita. “
E poi aggiunge un concetto importante per lo scienza di fisica nucleare che decostruisce la nostra nozione di tempo “
 “E’ la memoria che salda i processi sparpagliati nel tempo di cui siamo costituiti…il tempo è la forma con cui noi esseri il cui cervello è fatto essenzialmente di memoria e previsione, interagiamo con il mondo, è la sorgente della nostra identità e del nostro dolore. ..il tempo è dolore.”

Occorre, sembra dirci Carlo Rovelli,  d’ora in poi convivere con una dissoluzione della temporalità, del suo ordine e forma, proiettandola se non nel quotidiano pratico, almeno nel senso interiore,  come lo hanno sempre pensato storici, scrittori e filosofi. Il tempo che “non esiste” , ma che è frutto di una mutazione, di un’ agglomerato di “eventi” che “accadono”  in uno spazio di trasformazione della materia. (“Non esiste il tempo esiste solo lo spazio”, una delle frasi choc del libro di Rovelli, se vogliamo).

e dunque la quinta parte del saggio



 dall'Autoritratto (cit) di Agamben:


“…Essere a casa nel non ritrovarsi. La sola cosa sicura è che non sappiamo più dove veramente siamo…sentiamo di essere in un punto, quel dove – ma non sappiamo situarlo più situarlo nello spazio e nel tempo. Tutti i luoghi che abbiamo abitato, tutti i momenti che abbiamo vissuto ci assediano, ci chiedono di entrare – da dove? Dove è dovunque e in nessun luogo. Diventare intimamente stranieri a sé stessi, senza più patria né matria.”  (p. 9)

6.3


Né luogo né tempo. Non c’è il tempo, ma c’è la durata . Il sottile sentimento di una “durata” che viene espresso in  “Canto  alla durata” il poema di Peter Handke , non a caso pubblicato nel 1986 e che oggi viene riproposto da Einaudi, un poemetto che richiama la memoria di alcuni luoghi che determinano in noi attraverso la memoria un particolare senso della durata, del durare potremmo dire, con un termine tedesco Dauer, ovvero quello stato di coscienza in cui l’insieme dei ricordi collocati in un punto preciso, per quanto minimo, e la successione di fatti,  si trasformano in senso del vissuto, in intuizione del vivere, che va inteso non n una declinazione elegiaca e malinconica, quanto in una bruciante e contemporanea “ora del vero sentire”
Handke CAD:







“Restando fedele
a ciò che mi è caro e che è la cosa più importante
impedendo in tal maniera che si cancelli con gli anni
 sentirò poi forse
del tutto inatteso
il brivido della durata”


. che non vuole più essere nostalgia, né presente tenuto in vita artificialmente. Stanno, tutti i luoghi, tutte le persone, tutti i momenti, stanno, ma non stanno in nessun luogo che possa avere un’origine geometrico, una classificazione numerica, un prima e un dopo. Stanno, tuttavia, in una cloud, la pagina che le narra, dimenticando i tempi verbali: come diceva Chiaromonte “sta”, è quasi un non tempo è un affermazione solo spaziale.



6.4


Se oggi non avessimo Rovelli a portarci verso questa realtà del tempo, con una decisa concretezza della teoria matematica e delle affermazioni da  scienziato dei suoi,  si potrebbe dire che un’affermazione come quella delle righe sopra era solo letteratura d’effetto e di suggestione. Oggi corrisponde ad una categoria della mutazione anche dentro la storia – che resta certo misurabile in anni, per tenere in ordine il discorso del tempo -  capace di cambiare il nostro modo di vedere, sentire nel profondo : se con orologi e manuali di storia teniamo il tepo in sequnza nel suo discoro storiografico è la leteratura a guidarci dentro una realtà del tempo e del suo disordine, portandoci poi a concepire anche una  forma diversa di questa Storia.

 Insomma la fisica ridefinisce la teleologia, attraverso la letteratura, punto d’appoggio dell’etica.

7.0

Nei giorni in cui finivo questi libri, vedevo sia una mostra che uno spettacolo teatrale che ancora una volta, incredibilmente, fondevano assieme temi e forme del tempo e della memoria e creavano una tensione esplosiva, laddove il tempo, inteso come un fluire inafferrabile come lo intendiamo e lo abbiamo sempre inteso,  rappresenta di fatto  il sosia dell’oblio.


La mostra è di Christian Boltanski a Bologna “Anime. Di luogo in luogo.”. Interessante che un artista del tempo e della memoria àncori il suo sguardo retrospettivo esattamente a quel conglomerato di luoghi e nomi, ombre e visioni come era nel testo di Giorgio Agamben ANS. 




Nell’opera di Boltanski all’ “impermanenza” (un concetto che trae dall’amata cultura giapponese)  del tempo e delle sue tracce, si contrappone un’accumulazione di oggetti perduti, vestiti svuotati e gettate come in un deposito, fotografie-ombre, sfocate. Sono le tracce di una dipartita, in un viaggio, sono il “qui” del dopo futuro (“Dopo” è una delle mostre antologizzate, a partire dall’”Après” della morte) in cui il tempo della vita riguardando indietro i tempi dell’esistenza, ne legge la  memoria, che però è un recupero sempre completamente impossibile, dunque un fallimento ma continuamente tentato: e la memoria tuttavia,  se da un lato rivela il suo fallimento, mette in luce un dissolversi ben più radicale: proprio quello del tempo, inteso come progetto e come deposito – archivio ordinato – nel tempo liquido di Boltanski, anzi più gassoso, il tempo tendo ad assomigliare a quella molteplicità compresente che abbiamo incontrato anche ne il tempo-che-non-esiste di Rovelli e della fisica quantistica così come in quello dei narratori , una sorta dislocazione continua dentro la memoria-luogo.


7.1


Le ombre, le tracce, slittano si confondono, confondo i mille piani della memoria, si ripropongono in tempi diversi ad interrogarci, ricomponendo il non componibile:  – come il cumulo di macerie che sembra comporsi IN UN areo Dc9 e non un cumulo di attriti che cadono dall’esplosione DI UN  Dc9 – così come nelle strade di Bologna tornano dei volti che già sono comparsi, in un tempo passato, i volti degli scomparsi durante i rastrellamenti del 1945 che i parenti lasciavano per sapere se qualcuno li aveva visti. 

Oggi quei volti, tornano ad essere affissi, nella  città, per volere di Boltanski, con foto giganti, negli spazi preposti alla cartellonistica pubblicitaria,  nella loro anonima, incomprensibile  – per i bolognesi  di oggi – enigmaticità, ma soprattutto con  una sovrapposizione e una confusione del tempo storico dentro il tempo della memoria: oltre ad essere una significativa citazione, ma cosa tornano a chiedere quegli occhi ora sconosciuti agli altri occhi che li incroceranno? Di essere nel presente, di essere ricordati? Di essere vivi nel solo fatto che vengono guardati? Chiedendoci, tutti noi passanti, chi siete

Quegli occhi e volti di Boltanski che ci guardano nelle mostre, noi non sappiamo chi siano, ma sappiamo che sono unici, e l’unicità di ognuno che vuole tornare indietro dallo smarrimento e dall’oblio, vuole tornare nel tempo, ma non nel LORO tempo ma nel NOSTRO – ma così anche il oro tempo è anche insieme, contemporaneamente il nostro. Ecco allora che il perdurare della traccia, anche quella strappata all’impermanenza e all’opaco, diventa il compito dell’artista: non quello di trasmettere una memoria necessariamente dai contorni precisi – ma a dispetto della sfida all’opaco, quanto è esatta e precisa la ricostruzione documentale di B.  -  ma  soprattutto  quella di salvare dall’affogamento, anime morte, tracce migranti di una memoria in fuga dall’inferno…., l'ombra, la foto, il vestito, che Boltanski accumula nelle sue installazioni,  fissata un'impronta senza nome, immortala una presenza in forma di immagine, stabilisce una durata.



7.1.1


“Oro” è, nella mostra, un’installazione fatta a montagna dorata. La doratura, avvicinandosi, si scopre sia quella delle coperte termiche che tante volte vediamo nelle dirette tv dei disastri, nei terremoti, per riparare i salvati dal freddo – e ora più spesso le vediamo avvolgere i migranti tratti in salvo dalle barche che affondano nel mar mediterraneo. La promessa dell’oro, emblema dell’Occidente,  li avvolge, ma è un oro di bologna, è un falso oro, eppure li salva, restituisce loro la vita. Questa massa di corpi dorati come santi nelle icone orientale, ci guarda con occhi senza nome a rispondere “futuro” alla stessa domanda che abbiamo fatto ai visi dei morti fucilati dai partigiani a Bologna: “chi siete?”


7.1.2



Scrivevo prima di una mia idea suggestiva, di una particolare “storicità italiana” della revisione di idea del Tempo Storico: ecco, forse non è un caso che un artista internazionale come  Boltanski abbia lavorato molto,  oltre che con il suo trauma personale e storico legato alla Shoah, anche con la città di Bologna, divenuta simbolo suo malgrado emblema di una storia assurda e  – un po’ come si diceva l’oro di Bologna – del cuore nero di un teatro storico italiano di misteri, finzioni, sangue, morte. E che trama di pensieri  è quella che attraverso Boltanski ci riporta a Bologna come Oro Falso e Cuore Nero di una storia interrotta del nostro paese, come fu cuore nero della vita interrotta di Graziella Di Palo che proprio ad uno di quei fatti che coinvolsero la città di Bologna ha legato la sua vita e la sua scomparsa ?
.  E come Boltanski fa, mescolando il personale autobiografico, il singolare biologico anonimo delle vittime, e la storia collettiva, anche noi possiamo collocarci in questo doppio binario e leggere sul nostro corpo memoriale sia in quale modo la Storia è andata avanti (se leggendo LADS ci identifichiamo con Dora ) sia anche in modo opposto la storia è rimasta monca, amputata (identifichiamoci con Graziella) – 

un po’ come altre  generazioni trovano il loro simbolo di una storia di interruzione conflittuale: la mia generazione e certamente quella immediatamente dopo di me, come quella dello scrittore Giuseppe [ma1] Genna, trovò un emblema di tutto ciò in Alfredino Rampi, sul cui povero corpicino intrappolato finirono tutti morti di stragi omicidi sparizioni attentati di un più che decennio passato (1969-1981) precipitati nel pozzo artesiano di una storia collettiva uscita dai radar della coscienza civile. (il nostro presente politico, precipitato misteriosamente al grado zero della dignità,  lo testimonia)

8.0



Siamo tornati alla durata, a ciò che resta, al tempo che compie la sua rivoluzione saturnina, al suo canto, che ritrova negli anelli paralleli di una narrazione distopica e stratiforme, il suo diverso ordine, il suo non-ordine. La storia, come scriveva  Chiaromonte, “sta” se la narri, se continui a narrarla, rimane e sta.
C’è uno spettacolo teatrale che ho poi visto a Maggio a Milano, dopo queste letture e che forse – dando concretezza anche ai corpi di un intreccio narrativo della memoria su un palco e in video – sembra anch’esso allinearsi su un ‘idea di un tempo personale e storico che canta la sua durata solco dopo solco. 


E’ “Timeloss” dell’iraniano Amir Reza Koohestani. Timeloss è, in inglese, la crasi tra tempo e perdita. Ed ‘ uno spettacolo sul tempo perduto che tuttavia non è mai perso realmente, continua a incalzarci e a vivere e a generare –  diviso tra questa vitalità e l’essere immobilità tronca: uno spettacolo basato su una vicenda privata, che però è una potente allegoria di un paese (l’Iran)  e di una storia, bloccata nell’immobilismo del potere religioso medioevale che lo stritola ..Allegoria e tuttavia “exit strategy”.

“Timeloss” racconta, mette in scena una doppia storia in due tempi diversi, ma in fondo nello stesso tempo senza tempo: sul limitare dell’anno 2000,  all’età di 22 anni, , Koohestani nato a Shiraz nel 1978, uno dei figli della rivoluzione kohmeinista,  vive la fine di una storia d’amore. Da questo dolore e perdita nasce uno spettacolo “Dance on the glasses” che debutta nel 2001 e diventa un successo mondiale. A dodici anni di distanza, nel 2013, Koohestani scrive un nuovo spettacolo e riscrive quella storia e la ripensa al tempo stesso.

Grazie al teatro, anzi,  la rivive, rimettendola in scena, affidandola a persone vive. E qui un’ulteriore intersio concettuale: l’autore la sovrappone temporalmente ad una nuova vicenda: quella della storia dei  due attori dell’oggi,  e che sono sulla scena di  Timeloss. E che storia è? Di due persone che si amavano nel 2001, quando erano attori e mentre interpretavano proprio Dancing in the glasses – ma che ora si sono lasciati…Koohestani tenta un intreccio di tempi anche spericolato,  tra realtà e finzione: infatti se la storia d’amore  dell’autore (scritta in Dancing)  era stata “rappresentata” da due attori che interpretavano il ruolo dell’autore e della sua ex protagonista, ora in scena per Timeloss ci sono di nuovo e REALMENTE i due attori di quella performance – e all’epoca nel 2001 erano fidanzati –  ma che ora interpretano loro stessi. Con un congegno meccanismo drammaturgico avvincente: l’autore Amir Koohestani  immagina in Timeloss infatti che egli stesso, autore id Dancing, chiami proprio quei due attori del 2001 (questi qui, invecchiati del 2017) a doppiare un DVD con la registrazione dello spettacolo del 2001 che aveva l’audio disturbato. Così se nel 2001 gli attori interpretavano mentre erano fidanzati  “Amir” e la “sua ex” , ora in scena, anche loro separati,  mentre doppiano loro stessi, pronunciano delle parole  – nelle pause di lavoro di doppiaggio  – da coppia separata (come era la coppia che da fidanzati avevano interpretato nel 2001).  E non solo, spesso non c’è discontinuità : mentre pronunciano le parole dello spettacolo del 2001 i due attori si ritrovano a mettere LE LORO  parole di lite e divisione che vanno a sovrapporsi a quelle DEI DUE PERSONAGGI della storia vissuta e poi scritta da Koohestani  -  così come tecnicamente la vertigine realtà/finzione è aumentata dal fatto che dietro i due attori inscena oggi, scorrono le VERE immagini e l’audio reale – a cui vanno a sovrapporsi spesso in sinc – dello spettacolo Dance on glasses, che fu effettivamente  ripreso nel 2001 per un DVD. E’ complicato, ma tutto si tiene e il tempo non sappiamo più che sequanz abbia, ma è qui, sta sul palco, sta nella storia..

8.1


Ho voluto raccontare questa operazione di auto-finzione teatrale perché anche questa mostra non solo la sovrapposizione di strisce temporali di una vicenda – che nella fusione letteraria stanno tutte assieme – ma anche la sua declinazione formale, drammaturgica perché se c’è un tentativo di vivere con un senso del tempo diverso, non più lineare, non più progressivo, non più ordinato, e di  rappresentarlo – anzi quasi viverlo non può fare a meno della sua narrazione – questo non può passare per una ricerca di complessità formale, che non è solo, in questo caso, formalistica.


9.0


Cercando di osservare con uno sguardo generale  questa serie di ipotesi – non un conclusione, ma solo uno degli angoli di una costellazione che continua a galleggiare  – possiamo dire che la fisica ci sta rivelando qualcosa che già, come accaduto in passato, la letteratura pare intuire, ovvero che il tempo,  come le nostre storie – dunque le identità, le verità, è come una collezione di strutture che fanno saltare ogni metafora – dello scorrere ecc ma pure le altre metafore della perdita, del venire: tutto è in una compresenza, compresenza di possibilità, compreso il passato. Anche perché le cose stesse – ed è questa la scoperta correlata a quella del tempo – non esistono in sé ma si si danno proprio in quel campo di tensione di eventi della materia che non ha neppure un centro originario dell’infinitamente piccolo, ma la materia stessa esiste in un campo di tensione di elementi e solo la loro reciprocità energetica genera la materia che non è che questo  suo non essere definibile in una “ultimità”.
Scrive Rovelli
“nella grammatica elementare del mondo non ci sono né spazio né tempo: solo processi che trasformano quantità fisiche le une nelle altre, di cui possiamo calcolare probabilità e relazioni.
Se ne facessimo – e dovremmo farlo – un paradigma anche morale e un disegno teleologico, bé alla luce di ciò forse si smonta l’idea di utopia, la sua metafora teleologica fondata su una direzione verso il futuro,  ma ad esempio verrebbe meno anche la metafora – e il concetto chiave epocale -  di “ fine della storia” – quel concetto benché filosofico sarebbe messo radicalmente in discussione dalle conclusioni della scienza. Non è questione di supremazia di una modalità della conoscenza, ma di aggiornamento delle metafore fondative della nostra cultura, come è sempre accaduto.

Tant’è che è stata forse la filosofia ad anticipare l’idea di un tempo smontato: con il passato non determinato e  il futuro non aperto e a venire. Semmai, dimensioni varie parallele, che creano un campo di trasformazione nella compresenza e quel campo siamo noi, che il tempo è in noi: più ci rivolgiamo a noi stessi per capire, più siamo tempo, siamo quella che Rovelli chiama
“labile struttura del mondo, ciò che ha la caratteristica di dare origine a ciò che siamo: essere fatti di tempo. A farci essere, a regalarci il dono prezioso della nostra esistenza, a permetterci di creare quell’illusione fugace di permanenza che è la radice del nostro fluire.”



9.1


Il fluire è la nostra illusione. Metafora fondativa da sempre, fino a che oggi la scienza ci dice: Noi non scorriamo in un tempo, non ci porta il destino: è la  continua trasformazione a farci essere, a far  essere noi e chi è passato, noi e chi verrà. Cos’ siamo spinti a superare anche questi tempi verbali. LA lentezza della forma della narrazione, la sua complessità che – come nella trama di “Timeloss” di Kooehstani  - pare rendere il tempo in una slow-motion, come nei quadri-video digitali di Bill Viola L’annullamento dell’idea di tempo, nel bene e nel male,  con le sue maglie imprigionanti (è stato il destino) o con la fiducia in una redenzione (dell’utopia). LA scienza studia la materia e il tempo: le sue conseguenze? Tentare di cambiare la visione diciò che accade riconsiderare la nostra responsabilità di relazione nell’agire.
 L’opera (arte letteratura poesia teatro) abbatte questo muro, tra il mondo delle cose e la coscienza interiore e la scena/il dramma/il romanzo rappresentato sono proprio questo non-luogo dell’accadere, che è il tempo come non lo avevamo mai immaginato e che potrebbe avere ripercussioni morali.

( nella misura in cui però la classe intellettuale riuscirà a mantenere il suo ruolo di mediazione con l’opinione pubblica – tutto questo scritto si regge su un concetto: che Carlo Rovelli è autorevole e che la sua ricerca è fondata e riconosciuta dalla comunità scientifica –  ovviamente se in questo mondo dell’isteria social da protagonismo chiunque può dire ai suoi centomila follower che  sono cose astratte e inuitili,  ovviamente tutto decade, ma non solo questo futile scritto, ma proprio tutto tutto.)
L’opera d’arte e di finzione, immaginativa, quella forma poetica di movimento dei tempi, quella evoluzione creatrice è proprio l’organizzazione di una “molteplicità condivisa” che porta ad avvicinare la forma dell’immaginazione, il funzionamento relazione della cognizione celebrale e le scoperte della materia nel loro non-ordine non-più temporale….

Rovelli:

“il tempo è la forma con cui noi esseri, il cui cervello è fatto essenzialmente di memoria e previsione, interagiamo con il mondo è la sorgente della nostra identità”.








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