domenica 12 novembre 2017

UN LUNGO POST PER 30 PAGINE - DA "IPOTESI DI UNA SCONFITTA" DI GIORGIO FALCO


Il libro di cui l’altra sera ho scritto qualche post sotto è   il nuovo romanzo di Giorgio Falco “ipotesi di una sconfitta” (Einaudi) in particolare le pagine che vanno dalla 57 all' 80. LE ho definite le migliori pagine di un romanzo italiano da tanti anni a questa parte. C’è un motivo specifico per un giudizio così impegnativo (in ogni caso Falco è tra i pochi autori che ha profondità di pensiero e elaborazione formale letteraria che appare immediatamente necessaria, come ha dimostrato nei romanzi precedenti e che conferma anche in questo che mi sembra fino ad ora ancora migliore) tuttavia queste pagine hanno aperto dei chakra speciali - che hanno che fare con la biografia e l’anagrafe. Costellazioni di risonanze e che non solo dicevano qualcosa in sé, come diranno ai lettori, perché è proprio la scrittura di falco ad essere questo inesorabile, calmo contropelo della realtà.
Il mio rispecchiamento aggiungeva al letterario di Falco delle coincidenze che aumentavano il tanto di significativo che già le pagine avevano - e mi hanno reso euforico, più ancora di quel che non fossi per alterazioni varie.
L pagine sono quelle in cui  Giorgio Falco - il romanzo anch’esso è esplicitamente autobiografico, ma è un romanzo -  racconta come a 17 anni decida di voler fare una vacanza e per non gravare sui bilanci di famiglia cerca un lavoretto - il primo di una serie di “lavoretti “ che seppur in forma aziendale e formale, nella loro precarietà e temporaneità accompagneranno l’autore fino all’età adulta (questo del resto è un romanzo sul lavoro, tra le altre cose, sul significato che il lavoro costruisce nella nostra vita, occupandola, colonizzandola, imprigionandola o con la sua mancanza svuotandola). Quello che trova insieme a due amici è confezionare spillette della musica rock soprattutto ma non solo, dei personaggi famosi, quelle tonde, con spilla, da infilare al giubbotto.  LE pagine raccontano del progressivo inserimento nella fabbrica, in questo capannone in cui si producevano varie cose negli anni 80 prosperosi del made in Italy e vi anche “operai veri” e non operai stagionali come loro, non operai ma studenti. Il lavoro assorbe subito il ragazzo Giorgio nei sui tempi moderni (la velocità di una sorta di torni che imponeva automatismi e mutismi proprio come alla catena) la macchina incatena il suo corpo ma diventa anche una macchina di piacere, nello stilare il possibile guadagno del cottimo. Più spillette più soldi, Falco in un istante aurorale, diventa da operaio imprenditore, di sé, individualista nei calcoli che fa su un quadernino del possibile guadagno per la sua estate di piacere. Non lavora per necessità. Siamo entrati nell’epoca capitalismo sexy. Pieno edonismo involontario.

Falco scrittore lo fa con una stratigrafia di dettagli senza introdurre giudizi, con il semplice puzzle dei gesti, delle cose concrete.

Per Giorgio la moltiplicazione delle spillette e delle lire è il miracolo italiano, il boom degli ’80. E subito dentro questa “euforia malata” in cui lo spinge la forza biologica della giovinezza, lui ora figlio liberato dal lavoro, grazie ai sacrifici a capochino della generazione dei suoi - come dei miei - genitori.

Falco è del 1967, io del 1964. Il padre di Giorgio a cui è dedicato il bellissimo capitolo iniziale, Dalla Sicilia a Milano, all’ATM come autista a portare gli operai dell’Hinterland alle fabbriche. Cito la mia età perché come dicevo all’inizio questa glossa vuole essere - se è una critica letteraria, altrettanto autobiografica, come il libro aderirvi con empatia e immedesimazione. Almeno in questo episodio del 1985.
Dettagli nitidi e dei micro-eventi alla fine rivelano questo modo all’interno del quale il suo eroe-sé stesso-giovane si muove a metà strada tra Palo Volponi e Robert Walser. Una passeggiata nella macchina mondiale, vista dal microcosmo di una Milano post-fordista.

E qui devio nel mio autobiografico--critico.

Mentre Giorgio Falco produce le spillette di Bruce Springsteen, io desidero andare al concerto di Milano, ma non ho i soldi per farlo. Bruce Springsteen era un mio mito da quando l’avevo scoperto in torno ai 14 anni. The River lo consumavo con lo stereo Technics e il piatto Thorens che ancora conservo e che ho comprato con un lavoretto estivo, che ho fatto dai 16 ai 19 anni, il facchino di un negozio di mobili, quello che ti porta il divano al settimo piano, quello. Un culo. Quel lavoro lo facevo anch’io per non gravare sulle spalle di mio padre - del resto con la sua paga da muratore c’era ben poco da gravare, non c’erano soldi e basta. Per noi era cominciata l’economia del desiderio. Io il basso e lo stereo - si volevo diventare musicista - Falco la vacanza. Dovevamo comprare il nostro mito, i nostri sogni.

La circostanza magica è che poi al concerto del Boss io ci andai, ma nel 1988, a Roma al Flaminio, e comprai un paio di spillette. Voglio pensare - ho pensato - che magicamente fossero della partita lavorata da Giorgio tre anni prima, un residuo delle ventimila da lui prodotte in quell’estate e riciclate per il ritorno del boss.

Una circostanza magica che non restituirebbe valore al lavoro alienato di Giorgio operaio, ma al contrario accrescerebbe il feticismo dell’oggetto, partecipando all’economia della produzione di feticci quale è stata quella del capitalismo nella sua seconda fase di “pace occidentale” di fine 900. Certo, sarebbe anche un po’ magica circostanza.

Capite come mi sia entusiasmato per le pagine di Falco, che rimangono belle anche senza la mia autobiografia, sia chiaro.

Questa era la nostra economia, l'economia del desiderio e dell'immaginario, per noi della generazione venuta dopo di quella degli “operai veri” o lavoratori veri, destinati a una vita di lavoro, Com’erano i nostri padri. Per noi non era un lavoro identitario (ricordo lessi di un sondaggio fatto nel 67 e ripetuto nel 77 a Mirafiori con gli operai: alla domanda “chi sei?” nel 67 tutti ripetevano “sono un operaio” e specificavano la mansione. Nel 77 la gran parte specie i più giovani dicevano “faccio l’operaio, ma sono un bassista” “faccio l’operaio, ma vorrei fare il creativo” ecc.)

Per noi l’identità era fatta di cose piacevoli e mitopoietiche. La musica rock, per me. Era l'esistenza autentica, non percepivamo fosse anche - se non soprattutto - un prodotto dell'Industria virtuale dell'immaginario, molto concretamente organizzata nella macchina mondiale - degli eventi come delle spillette - eravamo studenti, avremo letto poi all’università da lì a poco la sociologia francese alla Baudrillard e lo avremo capito in teoria, ma mai così nettamente. Ecco le pagine di Giorgio Falco ripercorrono con una bellezza poetica che segue questo ragazzino e la sua esile figura che assiste dal margine agli eventi, al tempo stesso nella radiografia materica così lucida impone ai nostri occhi e ai nostri sensi un’analisi, senza farla, solo narrando. Quello che sapevo, quello che so da studio, l'ho trovato leggendo queste pagine e “aumentato “certa con il ricordo, proprio sulla pelle e questo io chiedo alla letteratura, di diventare per me esperienza, di misurare la mia - o misurare il vuoto della mia - e di farlo con la scrittura che kafkianamente è sempre scrittura sul corpo. Qualcosa del viaggio di Karl nel teatro di Oklahoma, nelle pagine di Falco, da lontanissimo echeggia.


Coerentemente col diciassettenne che era, non introduce nella scrittura nessuna sovrastruttura sociologica ideologica.  Come se qui il marxismo fosse ancora pre-storico, incastonato in un’infanzia della coscienza, quasi si ride, si sorride, come nella Colonia Penale di Kafka o in certe comiche di Charlot di questo corpo risucchiato dal lavoro, meglio: nelle cose stesse che il lavoro produceva - non erano del resto le spillette oggetto del Desidero Generale dell” Evento-Springsteen? . Se si dà di questo meccanismo un giudizio politico si sfiora il moralismo, l’ossessione di vedere il totalitarismo come fece Anna Arendt anche nel consenso di massa democratico alle forme di vita capitaliste del dopo-guerra. Ma se narrate, ecco che improvvisamente diventano testimonianza e carne, diventano oggettivamente questo tempo totale assorbito dai tre operai-ragazzi che alla fine partecipano all’evento per il quale stavano lavorando.

 Infatti due amici vanno al concerto, e si mettono sulla maglia “due spillette” fatte da loro - il dettaglio dell’apoteosi -  e Giorgio va nei dintorni del Meazza. Giorgio va “per respirare l’atmosfera” - contagio del pneuma sacro - Anche lui non partecipa - come me gioco forza all’epoca e in questo restare al margine dell’evento mi identifico, primo albore di una sconfitta generale.

Il picco dell’apoteosi è anche la realizzazione delle spillette del Papa fatte - dice il datore di lavoro - “gratis” perché i preti pagano poco e lui ci rimetterebbe, dice: nel raggiro furbetto del padrone, si rivela tuttavia una verità: la natura feticistica e sacrale-profana degli eventi, la necessità di produrne una “reliquia” e questa - nel caso della produzione di tutto ciò perla Chiesa, si sottrae in apparenza all’economia, ma invece rivela esattamente quel meccanismo dell’economia sovradeterminata di feticcio e di significati che agisce continuamente nella forma nuova del capitalismo del desiderio in cui il consumo è parte integrante della “filosofia” di produzione - un consumo di cose non necessarie deve per forza essere sovradeterminato come l’amore, il sacro, il sesso, ecc....


 Le pagine su cui sto ragionando sono quelle in cui Giorgio Falco racconta la iniziazione alla vita moderna con i soldi in tasca, con quella “consistenza” fisica dei soldi che sentiva - proprio come un’escrescenza sessuale nei pantaloni - che possedeva, con cui poteva finalmente comprare. Era inquadrato nella vita organizzata in tempi, dal lunedì al venerdì il mezzo sabato libero e la domenica del divertimento del fine settimana e poi del ricominciare, del progettare le vacanze del ritornare a settembre del organizzare il calendario della propria vita.

Al contrario di un’esaltazione di vita intensa e vita operosa, qui Falco resta ancorato ad un realismo disilludente e disvelante. Come le operaie che producevano “shampoo e balsamo insieme” e poi lo usavano, fuori dalla fabbrica, come “ragazze” pur sapendo da operaie che non era affatto vero, ma in quella gioia vitale che avevano “senza paura di rimanere intrappolate dentro gli ingranaggi” e colte mentre “sfilavano abbracciate ai fidanzati”. 

a margine, Falco coglie anche questo dettaglio "culturale" di passaggi od'epoca, che sarà sempre il peso di chi si ostina a esercitare un "pensiero critico " -  quello che succedeva in quei primi anni 80,  opponendo ai '70  proprio in quegli anni la "leggerezza " di Calvino che poi divenne mantra con D'Agostino che fece diventare il libro di Kundera un mito pop - contro i pesantoni di sinistra che sopravvivevano in quegli anni e chie non si volevano divertire.


Con l’affermarsi dell’economia del desiderio è diventato più difficile separare la partecipazione al meccanismo di produzione dal legittimo desiderio di essere felici con i prodotti, con i frutti di quella produzione (pagati coi soldi del lavoro) o appagati nei proprio desideri individuali - che sentivamo come legitime autentuicità di noi stessi....

In ogni caso leggendo Falco, riversandoci ricordi autobiografici, coincidenze magiche ho avuto poi alla fine la sensazione che “Born in the Usa” fosse diventato grottescamente una sorta di inno del capitalismo 2.0  consumatori sono anche i produttori, tutti collocati pero eroicamente nella nostra epopea di resistenza “in the edge of town” (ognuno nella sua periferia come fose il new jersey) - il Boss è quel che ci aiuta a resistere in questa marginalità di una generazione figlia di chi ha faticato nel dopoguerra e cresciuta nei duri anni 70 - ed è questo che si inaugura con questo semplice racconto dell'esperienza di Springsteen essere ai bordi della storia  che ci impone esperienze non autentiche, che ci espropria del desiderio aumentandocelo, che ci seduce ma poi dobbiamo pagare per fonderci eroticamente con quel desiderio.

Non siamo siamo protagonisti nelle esistere ma siamo protagonisti nell'assistere.
Falco che sta introno, i suoi amici dentro lo spettacolo. Evento dell’” olimpo” rock che annulla tutte le differenze umane. Poi si dissolve e la vita fuori dallo stadio si riprende ciò che l'evento aveva esiliato, la vita concreta della città

In quell’ “edge” periferico stava una collocazione mai la centro della Storia in cui solo come massa avremmo potuto sentirci parte di essa, in cui l’autenticità del singolo è messa in discussione - o si fa tale solo se può rispecchiarsi - come oggi nel selfie a dire io sono perché “io-c’ero -  - nei titoli dei quotidiani del giorno dopo che Giorgio mostra ai suoi due amici “il poeta maledetto” “il poeta americano del rock” , l'antieroe del rock in realtà quello che era andato in scena era un esibizione muscolare del più avanzato sistema di partecipazione al consenso (non a caso entro tanti vip e pure il sindaco dei socialisti della Milano da bere) il miglior capitalismo di sempre, quello in cui si fanno affari con l’antagonismo allo stesso, quello in cui “che guevara” diventa per l’appunto spilletta.
E’ un attimo di contemplazione del sacro, poi arriva il datore di lavoro e Giorgio e suoi amici mettono via i giornali e si rimettono a produrre altre spillette e latro mito a buon mercato.

La voce del padrone cancella la voce del Boss.


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