giovedì 30 novembre 2017

IL TEMPO E' IL SUO RACCONTO. parte 4


5.0

In questo quadro in cui si collocano assieme la scienza di Rovelli, la narrativa di Lerner e Lipperini,  in cui cerco di individuare la possibilità di riconsiderare il nostro senso della storia (e se la storia fin qui vissuta abbia un senso), vorrei introdurre ora un filosofo e saggista come  Giorgio Agamben,  che a questa riflessione – sul tempo, la storia, la soggettività, la politica e la biopolitica -  ha dedicato tutta la sua vita studiando tanti autori, primo tra tutti Benjamin.  Qui però lo prendiamo in considerazione con il suo ultimo singolare e forse non casuale e non secondario libro – e che ho letto, per caso dopo quelli citati.
:  “Autoritratto nello studio” (Nottetempo) .Un libro  che è appunto un resoconto anche per immagini, memorabilia, foto, documenti iconografici, spin-off di decenni di ricerca filosofica, visti dal suo studio – luogo fisico, più di uno, tra Roma e Venezia -  e di cui tenta un vero bilancio di senso. (un’autoficion di un non poco avventuroso  “romanzo della ricerca filosofica”.)
E’ indirettamente teoretico, ma pure lo è, questo percorso di ricordi di Agamben.  Sottotraccia,  corre l’energia di una confessione, e se con Sant’Agostino quel “genere narrativo” della coscienza è stato anche alla base della filosofia moderna, che in dondo è stata sempre una sistemazione narrativa e prospettiva del modo di vedere il mondo da parte di un Soggetto. ( In più questo approdo lo tradurrei anche in odo più colloquiale “Sì, ma tutto questo che ho studiato con raffinatezza di analisi del linguaggio, a me serve? E a chi mi è caro?”)

Agamben ci accompagna nei suoi studi mentre fa un rendiconto da filosofo sul senso di tutto quell’impegno – e sul senso di quei ricordi. Cruciale ad un certo punto la questione di  chi la erediterà questa storia (di studi, nel doppio senso)  perché solo così assume senso aver tanto studiato):
La trasmissione del sapere è dunque intimamente legata al sapere stesso, in questo io tendo a vederci anche un non-detto, l’eredità reale e concreta di quei luoghi e di quegli oggetti. Ed è intimamente legato ai pensatori del tempo come Benjamin e Heidegger che Agamben ha frequentato

5.0.1

Come in Ben Lerner di NMAV, la spinta a ricercare e a creare, a generare pensiero ha il dark side of the moon nell’assenza di una generazione e successione diretta biologica, di un erede, come lo si dice nel senso comune, un segno non tanto e non solo di un sentimento personale, seppure sulla singolarità biologica dell’Homo Sacer Agamben abbia basato la sua ricerca più potente, quanto come segno epocale di un’incertezza di direzione storica.

La memoria di ciò che sono stato è anche la proposta di una storia possibile di generazione, sembra dirci Agamben. Essere stato discepolo, e figlio, nella mia storia – che qui va a finire insieme la mio tempo storico e biologico, per una generazione che invecchia assieme al secolo XX che pure l’ha così tanto fatta emergere, ci fa cercare ora, in questo tempo sterile, su questo binario tronco,  tutte le possibilità affinché la Storia non finisca: affinché non finisca contro l’opaco il vostro sguardo nascente.


5.0.2

(Qualcosa di simile abbiamo fatto – devo citarmi, chiedo venia – noi tutti allievi di
Biancamaria Frabotta per il suo settantesimo anno e per la fine della sua carriera universitaria mettendo assieme scritti per un volume (“Il libro degli allievi” Bulzoni) : un modo singolare e irrituale, perché sentivamo tutti forte la necessità di restituire l’esperienza e trasmetterla. Con la memoria rendere omaggio a chi aveva fatto dello studio un gesto e un'attività non solo intimamente collegato al suo essere poeta, ma anche aveva posto una dedizione estrema alla trasmisione dell'esperienza cultuale arrivata fin lì, nei primi anni 80. Un docente capace di magistero umano oltre che letterario, perché è stata in cattedra anche da grande Poeta. Non il solito volume di studi formale e accademico, in omaggio, ma “memorie vive”,  una traccia di ciò che siamo diventati oggi grazie a quel magistero o semplicemente incrociando questo magistero, fino anche – per ognuno di noi – la traccia di tutto ciò che NON è stato, di ciò che non siamo diventati (ognuno ovviamente lo legge in filigrana).

5.0.3

Da questo punto di vista la narrazione è il laboratorio di un passato sempre possibile, perché rileggibile, modificabile in teoria – come in teoria ci dice ci sono  dimensioni parallele la scienza – dove, in teoria, potrebbe accadere altro.
Non c’è solo il lutto alal fine del tempo, non c’è solo la scienza triste per i suoi limiti mortali. Ciò che è passato è anche rifondativo del possibile in sé: è la potenza, non solo del pensiero e del pensatore, ma il punto sorgivo dell’atto a venire che si genera, si sta generando   anche nel lutto,  di ciò che non sono stato, il lutto (meglio: la malinconia)  di chi non ho generato, né creato, il lutto di chi non c’è più ad essere qui, in quel che io sono diventato.

Figlio e romanzo a venire per il protagonista di Lerner, gli “studi” di Agamben, la giustizia per la storia di Graziella per Dora, l’esercizio del passato come lente proiettiva di un futuro possibile, anzi: l’apriori, del fatto che un futuro è sempre possibile, o meglio: un accadere è sempre possibile, il possibile è nel continuo accadere della vita, prima di tutto del bios. Poi del Nostos.

5.0.4


 Bisogna rivedere la stratificazione temporale in cui, tuttavia, nulla è dato per archiviato. Se la suo come metafora del tempo per la fisica è una metafora, ma se poi la trasporto nella storiografia processuale di questo paese questa affermazione da teorica, si fa pratica. Tutto è in uno spazio di polarità di eventi – i quanti nella materia e dunque perché non possiamo considerare così la materia della nostra storia: si trasformano al punto da creare una “differanza ( Luce Irigaray) nel tempo : abbiamo bisogno di un nuovo afferire (concretamente, anche di nuove strutture poetiche e narratologiche: il nuovo sperimentare che fa come l’angelo di Klee), esattamente come le categorie del genere sessuale rivoluzionarono il dire generale ( e dunque i destini generali, sempre agiti da diverse narrazioni) a partire stavolta dal tempo,  dalla differenza che generò un inferenza, un narrarsi differente.

5.1
E’ qui che si rinnova l’utopia forse, in un tempo che sembrava averla archiviata per un limitato relativismo. Il tempo a venire  è anche in ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, quel passato che non è accaduto – il contrario della nostalgia -  e che diventa preludio di un possibile (“futuro” usiamo ancora la parola ma con altro senso), anche se forse non accadrà e sta in un fluxus di narrazioni che esse si danno il senso. Che rinnovano il senso. Per un filosofo come Giorgio Agamben ill suo “Autoritratto nello studio” è l’occasione per parlare di sé ma sempre da filosofo, mettere i in fila materiali di una vi leggi la facies,  in un lampo, di un’eredità possibile e il senso generale di un tempo che è tutto compresente,  qui come nei quadri allegorici del barocco.
L’eredità è ricevuta e da trasmettere, in  una dimensione sempre aperta  per Agamben,  di tensione,  tra ciò che rimane di una vita di studi filosofici ma anche di incontri che hanno influito su una visione del pensiero. Le forme della vita stanno dentro il complesso della vita stessa e necessariamente non possono essere separate dallo “studio” come luogo e come attività e come tema filosofico.

5.1.2

Ne L’autoritratto  il percorso attraverso tutto il pantheon di incontri e letture fatte, mette assieme i
vivi e i morti, i libri e le persone: per cui Benjamin e Heidegger sono sullo stesso piano emotivo per Agamben benché con l’ultimo ci siano stati rapporti in vita, con l’altro no. Tutti sono “presente” e presenti.  Alla fine tuttavia è come se il precipitare di tutte le esperienze, letture, incontri di una vita si affollino come un deposito di futuro, non solo di passato, ai piedi di chi li ha vissuti, quegli eventi. E ai piedi chi potrebbe raccoglierne l’eredità.  Eventi che ora, nella memoria stanno tutti assieme in un parallelo di tempi verbali, o nell’indecisione fallace dei tempi verbali

 scrive Agamben : ” una pagina dei taccuini di Chiaromonte contiene una straordinaria meditazione su che cosa rimane di una vita. Non che cosa abbiamo o non abbiamo avuto è per lui il problema essenziale – la domanda vera è, piuttosto : “che cosa rimane?”, “che cosa rimane del seguito di giorni e di anni vissuto come si poteva, e cioè secondo una necessità di cui neppure ora riusciamo a decifrare la legge, ma insieme come capitava, e cioè a caso? La risposta è che rimane, se rimane, ‘ quello che si è, quello che si era
Si è. Si era. Quando? Non c’è tempo, accade, è accaduto. E’, qui e non solo ora. Per noi alla fine  scrive sempre Chiaromonte citato da Agamben -  “rimane l’amore, se lo si è provato, l’entusiasmo per le azioni nobili, per le tracce di nobiltà e di pregio che si incontrano nelle scorie di una vita”  e dunque  “rimane quello che era, quello che merita di continuare e durare, ciò che sta”.

Il tempo è quel che rimane. Quel che rimane non è un sintagma che esprime passato, del resto resto si rimane per dopo, e si sta.

5.2

Giorgio Agamben dall’Autoritratto: “Si deve stare ore sulla stessa pagina e nemmeno sognarsi di leggere il seguito poi ripetere l’esperienza con un’altra pagina…il tempo della lettura si arresta in un punto morto tra passato e futuro che si dovrebbe chiamare presente immaginario dove la successione si inverte in regressione e ciò che ha luogo non è una lettura progressiva, ma il divenire di una memoria. I l libro non si legge: si compita piuttosto attraverso una serie di ricordi staccati e indimenticabili che emergono da un punto immemoriale al di fuori del tempo
Si esiste come quando il lettore legge, tutto sta. E la memoria è fuori dal tempo, non ne ha bisogno, lo ricostruisce continuamente essa stessa, producendosi, come una narrazione.  La memoria è realmente tale quando fa a meno del passato perché tutto ciò che ricordo sta, fa a meno del futuro, perché è ciò che sta continuamente.
Alla luce di queste parole considero i libri di Lerner e Lipperini una sperimentazione dei nostri tempi e di un futuro possibile. A venire, in arrivo.

5.3

Faccio una deviazione per citare un saggio uscito lo scorso anno di Enzo TraversoMalinconia di sinistra” (feltrinelli)  Non ci interessa tanto la questione politica, quanto la più generale prospettiva di mutamento della storia che il pensiero politico della sinistra ha tratto da tutto l’impianto umanistico, letterario e filosofico di cui si nutriva.

Ci interessa quanto sia in gioco la memoria e che rulo determinante anche politico intrattiene la narrativa con la questione del tempo e della memoria che alla luce della scienza si rinnova sulla via già tracciata da Bergson.

Scrive Traverso
“….La visione marxista della storia portava in sé una prescrizione mnemonica: bisognava inscrivere gli eventi del passato nella nostra coscienza storica al fine di proiettarsi nel futuro. Era una memoria strategica delle lotte emancipatrice del passato una memoria orientata verso il futuro. Oggi la fine del Comunismo ha troncato questa dialettica tra passato e futuro e l'eclissi delle utopie che accompagna il nostro tempo "presentista" ha condotto la memoria marxista alla soglia dell'estinzione. Il futuro è diventato una sorta di dialettica negativa mutilata. Questo mutamento ha favorito la riscoperta di una visione malinconica della storia come "rimemorazione" dei vinti Walter Benjamin è stato l'interprete più profondo che appartiene una "tradizione nascosta" del marxismo e questo mutamentoquesta transizione dall'utopia alla memoria ....
Quando, dopo il 1989, siamo rimasti spiritualmente senzatetto e impotenti di fronte al fallimento di tutti i passati tentativi di trasformare il mondo, siamo stati costretti a rimettere in discussione le idee stesse su cui avevamo tentato di interpretarlo.
Quando un decennio più tardi sono apparsi nuovi movimenti di Uniti sotto una bandiera sulla quale c'era scritto "un altro mondo è possibile" essi hanno dovuto reinventare le loro identità intellettuali e politiche. Più precisamente hanno dovuto reinventare se stessi ……. Questo passaggio da un'epoca di fuoco e sangue che nonostante le sconfitte subite rimaneva decifrabile a una nuova era di minacce globali senza esiti prevedibili ha un sapore malinconico.    Questa malinconia non è soltanto un guscio riempito di struggimento e rimemorazione si tratta piuttosto di una costellazione di emozioni e sentimenti che avviluppano una transizione storica, il solo modo in cui la ricerca di nuove idee progetti può coesistere con la tristezza e il lutto dopo la fine delle esperienze rivoluzionarie. Né regressiva né impotente, è la malinconia di una sinistra che, senza cercare scappatoie, carica sulle proprie spalle il fardello del passato, spesso soverchiante…”

Aggiunge Traverso che ogni prospettiva di azione politica del cambiamento del mondo verso il possibile futuro va ripensata “ …attraverso il Prisma della malinconia in questo passato a un tempo familiare e sconosciuto - vissuto trasmesso poi rimosso infine è rimasto Ignoto alle nuove generazioni - i dibattiti intellettuali si mescolano esperienze culturali più ampie difficili da sistematizzare……..Le tracce di questa malinconia di sinistra sono assai più facilmente riconoscibili delle molteplici espressioni della Fantasia che nelle elaborazioni dottrinali e  acquistano del resto nuovi significati quando sono riesaminate attraverso la lente dell'immaginario collettivo che le accompagna."

io lo chioserei così: E’ il racconto che fa il tempo, nel senso che è il racconto centrale nell’elaborazione di ciò che dovrà sostituire il discorso della ideologia, ed avere un ruolo nell’agire politico, nell’ispirarlo, anche più di prima.

6.0

Cerco anche di rileggere, filtrare, le narrazioni letterarie e memoriali di Lerner, Lipperini e Agamben oltre che in questa chiava “maliconica” anche alla luce delle tesi scientifiche ma non scientiste espresse da Carlo Rovelli che generano invece esaltazione…E’ interessante  che il fisico sperimentale che ci ha guidato presentandoci il lavoro matematico e torico sperimentale di cui si occupa,  in qualche modo “fuori dal tempo” nel senso però di “fuori dalla concezione di temporalità” che abbiamo, e dopo aver scritto un libro in cui si presentano le ultime ricerche che la fisica quantistica sta effettuando sul tempo che dimostrano come il tempo non esista, scriva ad un certo punto ( Rovelli  in LODT  ……. )
  C’è un terzo ingrediente che fonda la nostra identità e probabilmente è quello essenziale, quello per il quale questa discussione delicata compare in un libro sul tempo: la memoria (..) .il nostro presente pullula di tracce del nostro passato. Noi siamo le storie per noi stessi. Racconti. Io on sono questa istantanea massa di carne sdraiata sul divano che batte la lettera “a”..sono i miei pensieri pieni di tracce della frase che sto scrivendo, sono mia madre e mio padre, sono i miei viaggi adolescenziali, sono tutte le tracce degli attimi di me, sono quello che un istante fa ha battuto sul computer la parola “memoria”. ..Io sono questo lungo romanzo che è la mia vita. “
E poi aggiunge un concetto importante per lo scienza di fisica nucleare che decostruisce la nostra nozione di tempo “
 “E’ la memoria che salda i processi sparpagliati nel tempo di cui siamo costituiti…il tempo è la forma con cui noi esseri il cui cervello è fatto essenzialmente di memoria e previsione, interagiamo con il mondo, è la sorgente della nostra identità e del nostro dolore. ..il tempo è dolore.”

via Agostino, Husserl Bergosn e Proust, ma anche il buddismo, Carlo Rovelli quanto più scientificamente  demolisce non solo l’idea di tempo che abbiamo, ma tout court l’idea che IL TEMPO in genere, qualsiasi forma esterna o universale, aprioristica, possiamo dare  ad esso, possa esistere, tanto più riconsidera il valore costitutivo della memoria che produce una sua forma d’onda di tempo in forma narrazione e dunque esso è in quella dimensione interiore e assolutamente singolare che appartiene a Marcel, Carlo o Mario, a X a Y ecc -   noi possiamo definirla “tempo” e seppure va poi a coincidere, leggendo, con quella  idea di tempo che ci siamo fatti anche noi, molti di noi, ciò non significa che esista un’idea di tempo oggettivo.

6.1
Occorre, sembra dirci Carlo Rovelli,  d’ora in poi convivere con una dissoluzione della temporalità, del suo ordine e forma, proiettandola se non nel quotidiano pratico, almeno nel senso interiore,  come lo hanno sempre pensato storici, scrittori e filosofi. Il tempo che “non esiste” , ma che è frutto di una mutazione, di un’ agglomerato di “eventi” che “accadono”  in uno spazio di trasformazione della materia. (“Non esiste il tempo esiste solo lo spazio”, una delle frasi choc del libro di Rovelli, se vogliamo).

Tutto ciò, tuttavia restituisce libertà, dà un grande valore alla memoria e alla narrazione come suggerisce alla fine lo stesso fisico, e ci sembra il preludio teorico epocale con cui poter ridefinire non solo l’idea di romanzo, ma tutta un’idea del senso della vita, laddove questa è l’accadere, per singoli e per molti.. Di come si restituisce senso a ciò che si è vissuto, ciò che non c’è più, ciò che è passato, ciò che non è invece potuto accadere. E che cosa rimane, oggi, di tutto ciò?

6.2
Sicuramente rimane in un luogo psichico, la memoria. Ma la memoria, se è il solo modo in cui sopravvive quel falso movimento che era la nostra storia, legata alla nostra idea di tempo, è anche un luogo atopico, un non-luogo. Se riandiamo ad Agamben la memoria (similmente a quel che dice Rovelli ) è la forma dell’identità, è anche vero che  la nostra identità è atopica, è un sottrarre il nome al nostro luogo dell’anima interiore, dove ciò che dice io è in realtà una polifonia di molti-io è un multiple-name o un no-name. Un tempo che si dispone in cose e luoghi – e nomi -tranne me


 Agamben:

“…Essere a casa nel non ritrovarsi. La sola cosa sicura è che non sappiamo più dove veramente siamo…sentiamo di essere in un punto, quel dove – ma non sappiamo situarlo più situarlo nello spazio e nel tempo. Tutti i luoghi che abbiamo abitato, tutti i momenti che abbiamo vissuto ci assediano, ci chiedono di entrare – da dove? Dove è dovunque e in nessun luogo. Diventare intimamente stranieri a sé stessi, senza più patria né matria.”  (p. 9)

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