lunedì 27 novembre 2017

IL TEMPO E' IL SUO RACCONTO. (2)

(Capitolo secondo) 




3.0

Letto “LADS ” e mentre stavo finendo di leggere  LODT di Rovelli, mi è capitato anche di riprendere un libro lasciato sospeso (non perché non mi piacesse anzi) , perché mi sembrava si allineasse a questa riflessione sul tempo e le esperienze –  “Nel mondo a venire” di Ben Lerner, (Sellerio)
Anche questo un libro che narra di un pezzo di vita di un personaggio-io (senza nome) che ha molti tratti in comune con quel che sappiamo dell’autore:  è un poeta e critico d’arte, ha una cattedra universitaria a Brooklyn, dove vive, e ha pubblicato da poco, per un piccolo editore, un romanzo accolto con grande favore, anche se non con grandi vendite. Sull’onda di questo successo di critica il suo agente ha venduto al New Yorker un racconto lungo, proposto anche a diversi editori come se fosse il nucleo di un nuovo romanzo, fino a strappare un anticipo per un “libro a venire” (parodia e citazione di Levinas, Di quei paradossi del tempo parliamo). Questo libro a venire si intreccia nel protagonista col suo mondo, i suoi fatti quotidiani, le sue ore e giorni, e sul suo avvenire su cui dirò più avanti.

3.1


LA struttura di “Nel mondo a venire”  e l’idea di concatenazione  temporale che Lerner concepisce merita intanto  un piccolo focus su questa densità che non è solo un virtuosismo della costruzione formale della narrazione.. Partendo dal titolo, che in originale è  “10:04”  e si riferisce al minuto della video-installazione “The Clock” e che il protagonista vede in una galleria e  in cui appare  una sequenza di “Ritorno al Futuro” – altro film culto, del 1985  così come TwPks lo fu dei 90. Emerge un’idea di un tempo malinconicamente riverso su sé stesso, già da tempi che dovevano essere “del futuro” – uscivamo dalla guerra fredda (s i firmavano accordi Salt, ricordate?) e ci lasciavamo alle spalle gli anni 70 duri di crisi e di piombo. Invece  – scoperte della fisica o no – questo stare nella spirale di un tempo che si rimangia è tratto generazionale negli autori nati nel boom economico e che oggi hanno 50-60 anni e sono alla prese con la fragilità del presente – e forse della vita, in generale. Scrive Bel Lerner in “NMAV” :

“..“ Avevo sentito descrivere The Clock come il collasso più estremo del tempo narrativo su quello reale, un’opera ideata per cancellare la distanza fra l’arte e la vita, la fantasia e la realtà. Ma uno dei motivi per cui avevo guardato il telefono era che per me quella distanza non si era cancellata affatto: anche se la durata di un minuto reale e di un minuto di The Clock erano matematicamente indistinguibili, erano comunque minuti che appartenevano a mondi diversi. Il tempo di The Clock lo guardavo ma non ci ero immerso dentro, o, in altre parole, stavo vivendo lo scorrere del tempo in sé, non vivevo esperienze calate nel tempo.

Mentre creavo e disfacevo una serie di narrazioni sovrapposte sulla base di quel collage di filmati, ebbi l’intensa consapevolezza di quanti giorni diversi si potrebbero costruire a partire da un giorno solo, e provai più un senso di possibilità che di determinismo: lo scintillio utopistico della narrativa
”….

Non a caso però il collasso che vive il protagonista, un newyorkese,  è quello post-collasso delle torri gemelle, con il 2001 a fare da spartiacque tra quello che pensavamo post-moderno felice degli anni ‘90 del vecchio XX secolo  e il non-si-bene-cosa del XXI.

Se leggo Lerner, mi verrebe da dire che sembra sia toccato a questa generazione un vivere la  vertigine di incognite del cambiamento: dal tempo biografico, biologico a quello storico.

Vivere quello che era sempre stato il passaggio “naturale” verso la vecchiaia, oggi, in un momento in cui invece si vive anche biologicamente un’ età tra i 50 e i 60 davvero sconosciuta nella sia identità. Non si capisce bene cosa si è, e cosa si diventerà. E questo sommato ad un mutamento del Tempo Storico in cui ciò che era stato il 900 termina, ma con esso un tempo lungo di esperienze – e avviandosi  verso incognite di un età globale.
C’è inoltre in questo passaggio forse già una chiave che ritengo importante, seguendo le conclusioni di Rovelli sul piano scientifico e cercando di pensare in che modo questo cambiamento dei parametri del tempo che la scienza induce a fare, possa avere conseguenze, umane e culturali,  letterarie, laddove la letteratura possiamo intenderla come un’epistemologia del reale e una teleologia della storia, seppur dentro un apparato di finzione.
 Naturalmente la Sci-fi, il fantasy, il romanzo distopico negli scorsi anni aveva fatto di questo tempa già una ricerca, come scia del post-moderno,  ma ora time they are a changing.

3.1.2

Il libro di Lerner come quello di Lipperini scivolano avanti e indietro nei tempi, attraverso un dispositivo formale che segue quello psichico, in un apparente non-ordine diegetico e ne rinnova uno antico, la forma della memoria.. Lo fanno, questo  intendere psicologicamente il tempo, che si ricollega alle riflessioni Bergson e Proust – ma con una oggettività che la scienza ci consegna e che dovrebbe consegnarci il tempo solo come memoria e come tale poliforme, diffuso, instabile – da legare al discorso e alla scrittura, più che alla legge universale.
Quello che lo spiazzamento tra essere e non essere pongono le gli avatar, le molteplici o nulle (WU MING) identità, in un ‘epoca che ha fatto del Nick Name i lsuo fiore all’occhiello, diventa anche lo spiazzamento del “dove mi trovo” temporale.
In che punto della Storia è la mia psiche? Verso dove sono proiettato?

A mio avviso la conseguenza letteraria dovrebbe essere  anche una certa destrutturazione narratologica, a cui siamo abituati, ma che rimescola insieme sia la ricerca letteraria formalista, sia i generi della Sci-fi, i romanzi della distopia ma li sposta decisamente su un piano contemporaneo e  conoscitivo –filosofico, forse politico e direi magari con riflessi nella sfera del  biopolitico.
Torniamo al libro di Lerner.


3.2

Come dicevamo, grazie al suo anticipo sul romanzo da scrivere, il protagonista di NMAV è ritratto da specchi multipli: è uno scrittore che deve costruire/scrivere  un libro, futuro  ma di fatto quel  NMAV che abbiamo in mano, questo qui pubblicato da Sellerio, è già il brogliaccio di quel tentativo di scriverlo,  anzi :  il romanzo che stiamo leggendo è quello che nel libro si dice sarà il libro a venire.

Lerner procede con una narrazione che riprendendo per suggestione un’altra immagine di geometrie sperimentali potremmo chiamare “frattalica” ( la geometria che si occupa di scrivere teoremi per figure geometriche in realtà complesse e irregolari, figure irregolari ma geometriche)  in cui la prima persona è il “sé” scrittore-narratore  (non è autobiografico, ma i pezzi per il New Yorker del personaggio-che-dice-io,  e che stanno proprio in questo libri qui, Lerner, alla fine li ha pubblicati realmente sul NY con una distopia editoriale interessante  ).

Leggiamo il protagonista alla prese, mentre vive, con continue decisioni di scrittura (“posso scrivere questo che mi è appena capitato, nel nuovo romanzo?”) che diventano di fatto variazioni al romanzo che poi sarà. Ecco dunque qualcosa in più del mise en abyme o della metaletteratura: c’è un  meccanismo di “variazione” della narrazione,  in cui le varie parti del libro stanno incastrate in una costellazione coerente ma non completa, che attraversa il tempo di scrittura di NMAV e del suo “doppio” libresco a venire, facendosi  spazio dei suoi accadimenti, in cui alla fine non seguiamo tanto una trama quanto uno stare dentro una situazione, il tempo è un luogo narrativo.  (sembra proprio come si potrebbe immaginare calato nel concreto quel  non-più-del-tempo descritto da Carlo Rovelli, ci torno più avanti).

3.2.1


E’ dunque un libro in cui ci sono fili, loop ma non c’è una classica trama, ma c’è intreccio di accadimenti. Non è nuovo a ciò il cosiddetto romanzo Post-Moderno,  è vero. Tuttavia rispetto a quello l’intreccio si costruisce attraverso un cumulo di elementi, eventi importanti o secondari, anche sconnessi,  ma che vanno comunque a costruire coscienza dell’io narrante, un io-luogo, un IO-Aperto. Il Narratore si fa spazio che  definisce e  ri-organizza non tanto  un tempo di fatti –sì, anche quelli – ma soprattutto dispone il testo come una composizione interiore,  (Lerner è un poeta non dimentichiamolo). Non c’è un’idea di “come sarà” – un a-venire, non viene concepito dal Soggetto-che-scrive ma è come se si vivesse alla giornata, in cui la fine della Storia, lascia semmai più vivace la coscienza che li accoglie come fenomeni e li ricorda.
Esattamente come la fine del tempo, ci dice Rovelli, non è la fine della memoria.
(la fine della Storia degli umanisti non è nulla, del resto rispetto alla  devastante prospettiva della fine del tempo che oggi stanno dimostrando gli scienziati).

3.3

Una  narrazione che estende il suo interrogarsi anche a conseguenze dai risvolti  “biopolitici” per questa radicale revisione del senso del tempo. Questo a me sembra un punto importante.

Tutta questa costellazione di eventi appartiene al personaggio di Lerner che abbiamo detto sopra, con una complicazione in più, anche questa estremamente emblematica di una generazione baby-boom a basso di riproduzione   ( la storia ulteriormente si avvolge ad elica come il DNA, su un’altra, come lo è la storia del falsario nel libro di Loredana Lipperini) .
Avviene  nei segmenti di NMAV in cui si narra di generazione di umanità a venire: infatti uno dei fatti da scrivere è quando Alex, che è la migliore amica del protagonista, gli chiede di aiutarla a concepire un figlio,  attraverso la fecondazione intrauterina: lui, l’amico, deve donare il seme.. Nello stesso periodo di tempo al narratore viene diagnosticata una malformazione congenita dell’aorta che, ove dovesse aggravarsi, lo costringerebbe a un delicato intervento. Ed è segno del suo invecchiare, biologico come biologico è procreare.
 Su tutto ciò, di tutti anche piccoli eventi della sua giornata, il   protagonista si interroga continuamente su questi eventi e  se metterli nel racconto per il NY o nel prossimo romanzo. In più, non sa se avrà un domani, ma pure potrebbe avercelo (nel figlio, biologicamente).
           E’ così anche NMAV di Lerner : che il tempo divora la narrazione o viceversa (come quando nel in LADS Lipperini racconta di come abbia deciso di non scrivere solo la storia del falsario, ma di fronte al Vermeer, di scrivere anche quella  di Dora).

In queste narrazioni abbia a che fare con  l’immagine – l’idea -  di un tempo a venire che con la lettura innesca in noi in realtà il “già-passato”.  IN Lerner il filo di accadimenti sulla malattia innesca qualcosa nell’altra storia, della vita generata, del figlio possibile. Due piani integrati da una scrittura che continuamente rimanda ad una altra scrittura a venire, generando una proliferazione di dimensioni temporali parallele.
         Il tempo è la vita che percepiamo, la vita in divenire, la vita che accade, ma la vita è questa qua, piena di disordine,  in cui non c’è fondatezza, sembra dirci l’io narrante di Lerner,  e  tutto sembra sovrapporsi: è la presenza del passato e la proiezione nel futuro, in una dimensione di quotidianità di un presente incerto e instabile a fare l’onda temporale. Così il libro di Lerner mostra in atto, nel gesto dello scrivere stesso, che la forza della biologia è un vento politico ma inoperoso, è la costruzione di futuro. Direbbe Bergson è “l’evoluzione creatrice”.

Lo fa non solo attraverso l’agire dello scrivente, ma anche la storia che scrive, i fatti del suo diario-romanzo-laboratorio,  con le scelte di una comunità inoperosa a due (protagonista e amica Alex) perfettamente inserita nelle dinamiche dei nostri tempi, si direbbe: non è amore, non è sesso, non è famiglia, non è amicizia, non è un contratto sociale, ma forse è tutte queste cose assieme in una forma tuttavia inedita e singolare di “patto” di “giuramento” antico – Alex che non vuole una relazione ma neppure fare “solo sesso” con il protagonista, gli chiede di essere il padre biologico di suo figlio, lo “usa” per una forma di bene-senza coppia, ma lo  costringe però ad una curiosa “fedeltà”: a non fare sesso con altre donne,  almeno per il periodo in cui dovrà produrre il seme per il laboratorio medico, gettandolo in quella grottesca produzione di vita fatta tuttavia masturbandosi davanti ad un film porno….. .

  3.3.1


           Tra comicità, flanerie, malinconia di futuro, invenzione di una storia, passati paralleli sempre presenti, quello che chiamavamo destino diventa un labirinto (o laborintus)  di temporalità in cui la letteratura da un lato sembra secondaria, rispetto a questo impegno di procrastinazione della specie e quello di mantenimento della sua salute personale. Al tempo stesso, raccontandola – così come noi lo leggiamo ora nel libro - si partecipa alla medesima precarietà del mondo, con quella fragilità indistruttibile dell’umano. Nella fluttuazione che distingue il nostro permanere temporaneo sul pianeta, in un tempo indefinibile e in una Storia sempre sull’orlo di una catastrofe (alla lettera, la bufera che sta per colpire NY in NMAV)  la letteratura riesce ad essere testimonianza e strumento umano davvero determinanti.
E questo proprio nell’epoca di decadenza sociale del suo ruolo - Unepoca segnata nella sua deriva, a causa  proprio dalle scelte democratiche e culturali della maggioranza del pubblico, che sta scegliendo in maggioranza la più facile via dell’intrattenimento sociale, della compulsività di accumulare contenuti poco impegativi in  rete,  dentro una galassia di micro-glimpse narcisistici. E tuttavia paradossalmente tanto l’opinione pubblica maggioritaria NON sceglie la letteratura come via di una formazione della propria cittadinanza psichica nel mondo, tanto quanto i narratori sanno – da santi bevitori – accogliere anche questa galassia di negazione così come tutti i più piccoli dettagli del vissuto comune, che tutti facciamo sia chi legge mille libri che chi non ne legge nessuno:

Scrive Lerner scrive fiducioso – nell’avvenire? Nella letteratura? :

Ma mi chiedo se non sia il caso di considerarle brutte forme della collettività che possano servire come prefigurazione delle sue possibilità: la prosodia e la grammatica come materiali con cui costruiamo un mondo sociale, un modo di organizzare il significato e il tempo che non appartiene a nessuno in particolare ma scorre nelle vene di tutti noi.”

( ……..)   "Io potevo avere solo un’esperienza urbana del sublime perché solo in quel caso la grandezza incalcolabile era frutto di un’intuizione collettiva. Il debito accumulato, le tracce di antidepressivi nell’acqua del rubinetto, l’enorme reticolo arterioso di traffico, i cambiamenti climatici di violenza sempre maggiore... ogni volta che guardavo la punta di Manhattan dal lato del fiume su cui era cresciuto Walt Whitman mi riproponevo di diventare uno di quegli artisti che per un attimo trasformavano brutte forme della comunità in immagini delle sue possibilità future, un guizzo di propriocezione in anticipo rispetto al corpo collettivo. Ciò che provai quando cercai di assorbire lo spettacolo dello skyline – e invece ne fui assorbito io – fu una pienezza indistinguibile dallo svuotamento, il dissolversi della mia personalità in un’idea di persona così astratta che ogni atomo appartenente a me in pratica apparteneva a Noor, e il racconto del mondo si ricombinava attorno a lei.

Se ci fosse stato un modo per dirlo senza che sembrasse una boiata pretenziosa da radical chic, le avrei voluto dire che scoprire di non essere identici a se stessi anche nel modo più destabilizzante e doloroso contiene comunque la scintilla, per quanto rifratta, del mondo a venire, in cui tutto sarà come ora ma un po’ diverso perché il passato resterà citabile in tutti i suoi momenti, compresi quelli che dalla prospettiva del nostro attuale presente sono esistiti ma senza succedere davvero. Magari mi avrete visto, seduto su quella panchina a mezzanotte, coi capelli appiattiti dalla bandana, mentre mangiavo una quantità sconsiderata di mango senza solfiti e avevo, nel proiettarmi nel futuro, un piccolo episodio di pianto."


4.0


Lerner come  Lipperini costruiscono un libro come dispositivo complesso in cui il tempo narrato, e il tempo narrato scritto,  svolgono un’elaborazione del “possibile domani e del “possibile ieri” e sono un tempo alternativo in cui “il tempo” non è più necessariamente un fiume inesorabile, ma un luogo memoriale in cui mettersi in salvo. E in cui mettere in salvo la Storia.

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