lunedì 27 novembre 2017

CESARE VIVIANI. "OSARE DIRE" ( EINAUDI). lA POESIA CHE RICERCA, SENZA ESSERE SPERIMENTALE. DOPO LA LIRICA, OLTRE LA LIRICA.

Avevamo letto nel 2012 Infinita fine di Cesare Viviani, seguendolo nell’ulteriore tappa del suo lungo cammino di poesia, portare alle estreme conseguenze gli esiti e il senso di quarant’anni di ricerca.  Ma se dagli anni Settanta agli anni Novanta questa medesima ricerca era ancora dentro il Novecento, seppure dopo la lirica, negli ultimi vent’anni Viviani ha iniziato un lungo esercizio di “uscita dalla recita”, come aveva già scritto nel libro del 1981, L’amore delle parti. Il libro del 1993, L’opera lasciata sola fu il punto di svolta che arriva con diverse trasformazioni, al libro del 2012. Già da allora Viviani affrontava i temi che gli sono cari, il rapporto tra vivente, la natura, e un soggetto che si confronta con ciò che sa per interpretarla, il divino, mondato da tutte le false presenze, così come il teatro delle forme della vita comune, dei saperi e dei linguaggi, compresi quelli della poesia e da cui emergeva anche un sentimento di pietas verso l’umano. Iniziava allora anche un progressivo abbandono del territorio della lirica, quasi radicalmente ponendosi sul confine di riconoscibilità (e di grande originalità) della poesia tutta, anche la più sperimentale e antilirica. Percorso estremo per ribadire che ogni forma d’espressione e interpretazione è ingannevole spettacolo. 

Da anni Viviani affronta una riflessione profonda che nasce dalla filosofia, psicoanalisi, dalla meditazione in senso più ampio, e da un’intima indagine del rapporto con il mondo e con il divino, il silenzio di quest’ultimo nella storia. Se il Novecento ha scardinato certezze, e tolto fondamenta al Soggetto, al Vero, neppure la rappresentazione in arte di questo terremoto, della crisi, della nevrosi, dell’assenza, niente ha senso, né l’idea di un’Espressione o Creazione. 


È qui che Infinita fine – come il precedente Credere all’invisibile – prendeva su di sé questa riflessione praticandola, coerentemente, ovvero portando la poesia a un livello di rottura unico nel panorama italiano. La scelta allora degli attuali brevi testi affermativi – ma con un richiamo ad una sua lunga consuetudine di scrittore per aforismi -  senza orpelli stilistici era quella annunciata proprio in alcuni versi de L’opera lasciata sola: “il racconto in prima persona / con i virtuosismi / è una spirale che ad ogni giro si restringe”. Ecco, al giro più stretto ora sono l’apoditticità, la sentenza e l’aforisma, il taglio liminale dell’epigrafe dei testi di Infinita fine. : portata ad un ground zero dell’espressione, per privarla di inganno e per assimilarla alla matericità del mondo, la parola, qualsiasi essa sia, poetica o della terapia analitica o della scienza, dei saperi umanistici, poteva avere ancora un qualche credito, è inevitabile per la natura umana, ma a patto sempre di svelarne il vuoto di sé e del tutto e puntare ad esso, al coraggio di confrontarsi con il silenzio dell’universo: scriveva in un verso che  la “fede nella parola salva”, ma, subito dopo aggiungeva con ironia, solo “la parola ‘paradiso’ salva”, il resto non è nel dire”. La parola, la sua bellezza ingannatrice, è al massimo “rimedio istantaneo agli insulti del tempo”. Dunque se il resto non è nel “dire”, perché continuare ancora? 


Il livello di riflessione attraverso il paradosso di una pratica antipoetica della lingua, della sintassi, della frase e del dichtung nel suo complesso era così estremo che sembra davvero sul punto di un abbandono del fare poesia, all’ ammutolimento di quella materia-natura chiamata sempre a unica appartenenza,  un consegnarsi come scrive in Infinita fine “senza corpo, senza volto, senza espressione” a un “oceano ondeggiante / senza fine” dove tutto c’era tranne che ancora un opera del dire, un’opera dell’arte.
E’ quindi sorprendente, quasi uno scarto ulteriore, ma di lato, l’apparizione del libro del 2016, che già nel titolo riprende direttamente la questione e riporta anche evocazioni di una preghiera della parola e del nome: “Osare dire” (Einaudi, p 114, 2016, E, 11).


 Viviani osa ancora, nonostante quel punto estremo, tornare a dire come nella preghiera del Padre Nostro chi ha fede e pure paura, ma osa rivolgersi al Padre stesso. La preghiera di Viviani è in assenza di un padre-sostegno. E’ nell’assenza totale ora la sfida.  E tuttavia il superamento della paura di procedere senza nessun aiuto (un Dio, un linguaggio, un padre o un nome del padre) è un punto chiave centro del libro. Affrontare la paura di superare il deposito di sapere critico che pensiamo sia strumento e invece ci mantiene in una posizione di relatività, distanza e frattura ((attenzione: lasciare i saperi dopo averli assimilati, siamo all’opposto di un’esaltazione della semplicità e della ingenuità, che sono un approdo di spoliazione di sé)

LA PAURA


Già in apertura di libro il “buio “e il “nero” non concedono riposo a quelli come “noi” – prima persona plurale dice il poeta, a sé stesso e al lettore, ancora qui attardati su un testo poetico, quindi non completamente liberati) noi “affannati a smontare e rimontare il vero”.  Come Petrarca che in apertura di Canzoniere si rivolgeva a “voi che ascoltate” qui il poeta lirico spodesta sé stesso e l’uditorio, intrappolati in una comunità senza comunità, in cui è la dismissione, l’uscita dalla recita, anche se si è pagato il biglietto, l’uscita dal sapere, dalla volontà di sapere, dalle conoscenze, dall’illusione di verità (neppure in poesia né psicoanalisi ecc.) è l’unica possibilità.




Verranno mica a cercare la verità da noi,
quelli lì, anche se hanno pagato?
Prepariamoci.
Perché nessuno di noi ha la verità.
E nel vuoto qualcuno
Si attacca a un libro, altri
A un legno e lo lavorano, o ad un masso.
A un cellulare, o a un corpo vivo.
Ma il sostegno viene da altrove,
e allora puoi immaginare
che è là il tuo caro padre defunto.


La natura va vissuta nel suo essere tremenda presenza: “perdi la folgore/ se non l’hai temuta”. Né liturgie né attività di costruzione del mondo, attività, società: tutto è una “sequela di atti osceni”. La semplicità della chiarezza che Viviani osa dire si lega alla rinuncia ad ogni interpretazione (“distinguere i cambiamenti. È buttare via le ore”) Il mondo va amato ma senza illudersi di comprenderlo, bisogna anzi farsi natura. Naturalmente stare come poeta che continua a scrivere è stare su quel confine del dire che tende a spegnersi, depotenziando le parole è perché quando “ci sono loro”.” non c’è più prato e cielo/ ricordi e prossimità”. La poesia di Viviani aspira ad essere il luogo in cui si mostra questa spoliazione estrema, senza seduzione e senza “promettere paradisi”, anche se è nella “natura umana” a tentare sempre una preghiera o profezia di salvezza. Siamo in un finale di partita della poesia contemporanea in un teatro dell’assurdo in cui ogni conoscenza tende oltretutto a relativizzare sé stessa (la decostruzione, l’analisi). Ecco allora in alternativa Viviani guarda ad altro: il “delirio” (o della “credenza del demente”) come un paradigma, non la logica binaria (“l’essere o non essere”) su cui è costruito il sapere occidentale.  Rinunciare ad ogni “indottrinamento” ma affidarsi a qualcosa evocato da una immagine arcaica e enigmatica “seguire fino ai margini del bosco”( ..)”un coniglio” o “una bambina luminosa”. Siamo quasi nel territorio di un’alterità radicale, un rovescio della logica, una via di fuga dalla rappresentazione del reale. Il bosco è una presenza che ricorre spesso, così come la paura: il mistero, l’ombra e la minaccia, accettare questo è la possibilità futura.




Com’è, come sarà
Vivere senza ricevere aiuto,
senza favori, protezioni,
senza materne associazioni,
anche quando la febbre sale,
anche quando il fiume straripa
e travolge il riparo, orto e baracca.
Sarà come vive il resto della natura,
vicino ai predatori e senza paura.


Niente paura. Un richiamo quasi dal sapore francescano. Nelle cadenza anaforiche, nei richiami sonori, un coro semplice e profondo, una sottile tessitura metaforica dietro gli apparenti enigmi di ogni singola parola scelta. Semmai lo “spavento è nella cultura degli uomini, nella tecnologia “nelle nostre invenzioni/ nelle nostre perfezioni “ma “finché l'uomo non si fa natura resta la paura”. Attraversare la natura “senza voler cambiare nulla” (echi di filosofie orientali? misticismo occidentale?)  – attraversiamo questo “fuoco della materia” “come se Dio fosse un onnipotente / perché Dio è onnipotente “.
Questi due versi finali sono un altro esempio del procedere frastico, linguistico e stilistico senza stilemi di Viviani. In questa frase un avvitamento logico, giocando sull’ambiguità concettuale del rispecchiamento della comparazione (“come”) dei due segmenti uguali, uno usato a spiegazione dell’altro identico “(perché”). Viviani dà vita al suo registro poetico soprattutto in chiave concettuale, lavorando sulla torsione del linguaggio, svuotandolo di senso, smontando immagini, allegorie, come frasi, la sintassi logica, con accostamenti che sono spezzature e viceversa. Torcere la frase, farla arrivare a possibilità di dire qualcosa che non stia appunto nel dire consueto del poetico (o poetese, per usare un neologismo efficace di Sanguineti).

MATERIA VS DIO


Lasciare che il già creato della materia che siamo resti nel divenire di noi, come fosse dio. La vita è dentro inezie aneddotica da prigione, quella per la quale non ci accorgiamo di essere imprigionati “solo/ per custodire/ beni di proprietà”. Ma alla fine “non sapremo mai” se in “tutta la vita/ abbiamo conquistato/ un filo d’erba, un frutto, un sorriso”.
Scorre sempre carsica una corrente di afflato religioso privo di ogni “Gloria declamata” che marca dubbi su Dio, fino a negarlo, come facevano gli chassid, semmai trovando come sia “vicina la gloria/ alla stupidera”. Viviani apparentemente dice cose semplici, sfida la forma della banalità per scartarla. Un procedere che mi verrebbe da accostare – pur nella diversità – al senso del lavoro per frammenti che fu dell’ultima fase di Luzi e Caproni.

CREDERE E VUOTO



Credere è altro concetto chiave in questo libro (come già nel precedente libro fin dal titolo: Credere nell’invisibile).  Di fronte all’universo e all’inesauribile enigma che metteva in discussione la nostra presunzione di essere
          ……………) c’era chi reagiva
Con il sollevamento pesi o con gli addominali
Chi scaraventandosi dal primo cliente
A insistere
Per concludere un contratto,
chi si indebitava per comprare una macchina suv
chi correva in chiesa a supplicare Dio
di rimediare a tutto.

Corrosiva grottesca satira dell’umano, nei suoi affanni ridicolizzati, accostando la supplica a dio all’acquisto del suv. In realtà di fronte al crescente non essere, la via da percorrere è tenere il pensiero verso un abbandono ad “un’inerzia”.  Né amare, né meditare o lavorare: forse siamo nati “solo per credere”? non la cultura, la storia (“Non mi parlare di ugonotti o di horkheimer”) ma anima spoglia (“sono analfabeta”). Forse il semplice gesto muto dell’abbraccio.  “L’autenticità è parola/ senza corrispettivo di vita” scrive in una poesia dedicata a Giudici.
E’ infondo l’indicazione che di una resa al non essere, che non è considerato un’esperienza negativa, uno stato negativo. Quell’altrove su cui poggiarsi è una distesa ampia e deserta in cui non c’è nessuno, è “quel che è mancato alla vita di tutti”. Che cosa è dunque?  Sottile, impalpabile conclusione che riduciamo a conclusione di un ragionamento sottraendoci alle indicazioni del poeta, ma possiamo dire così: quel che è mancato alla vita è stato il suo non poter essere altro che vita, ovvero finire, non il contrario, l’essere senza essere morte e inesistenza, ma non per essere come dio, bensì come cosa. Non poter essere quell’eterno fuoco di una materia dell’universo, che è creata dentro uno spazio-tempo, ma al tempo stesso è privata della deteriorabilità della morte. Dio ci ha fatto questo scherzo supremo donandoci la vita e condannandoci all’esistenza, che tuttavia è inessenziale. Se siamo polvere, abbandoniamoci al senso di esserlo. Polvere dell’universo. La materia inerte e tuttavia sempiterna, (il bosone di higgins) ovvero ad evocare un qualcosa che è dato, che c’è senza essere stata portato ad essere. Questa inerte materia, questo arrivare a sentire di poter abbandonarsi a questo è il recupero dell’impulso del creato, di fronte a tutte le limitazioni della vita ma senza le rappresentazioni del dopo-morte di un’eternità paradisiaca, che è certamente costruzione artificiale del pensiero. Restare cosa, anche se   è dall’universo eterno che viene il nostro essere corpo, carne, vita, finitudine. Ma credere anche di esser parte di questa inerte inerzia della cosa materia è il filo sottile, fragile e potente, della poesia di Viviani, per esempio quando ne riassume la secolare constatazione attorno a cui ruotano tutte le domande sul senso della vita:


Come fu questo impulso di esistenza
l’avvio, la prima smorfia come fu,
non so spiegare questo ritrovarsi al mondo,
è incredibile
come incredibile
è credere.

 L'unica via è la ottundimento della pietra, più si tenta anche la definizione più si cerca un verità anche di fede, capire che cosa è il tempo di esistenza, più si rischia di riempire “con un fiume di parole giorni e anni” quel vuoto a cui bisogna invece tendere, credere, abbandonarsi. Tutto questo riempire di parole quel vuoto in ogni caso “è la prova inconfutabile dell'esistenza del vuoto divino”.



DIRE NELLA FINE




Piano di slittamento della poesia di Viviani è tale perché abilmente si sottrae all’asse del significante, per concentrarsi su quello del significato, ma che in ogni caso è sempre dato attraverso un’elaborazione della  forma, della forma della frase, assemblando costruzione sintattica calibratissima del pensiero che in apparenza non ha neppure la forma di quello, modulandosi per concatenazioni assertive e aforistiche, che aprono infiniti concetti spaziali della logica, costruendo dissonando, deviando dalla logica, in una continua mobilità del pensiero stesso in altra forma, un'altra via, un'altra logica che si fa indicatore di una necessità ulteriore e finale: ammutolire, non nell’arrivare ad una reductio.  Osare dire che non bisogna più dire, il pensare anche qui – come il versificare – non appoggiandosi a nessuna costruzione di sapere (e di fronte a quelle rischiare di apparire poesia di assertività semplice al limite dell’ingenuo, “meglio la credenza del demente” dice ad un certo punto). Questa fase della poesia di Viviani ci pare un tentativo di porsi dentro il processo del pensare la “via ulteriore” che sta dopo di noi come “il tempo che resta” come il tempo di chi annuncia la fine dei tempi, come se coagulasse dal magma di un’elaborazione originaria. Pensare prima dei pensatori.  Pensare come se nessuno avesse mai pensato prima. E appunto osare dirlo.   

Nessun commento:

Posta un commento

VIOLETTA BELLOCCHIO "La festa nera" (Chiarelettere)

Ci sono delle musiche belle e tra le musiche belle, però, ce n'è sempre qualcuna che sembra la tua   pelle, giusta per il momento, p...