giovedì 28 settembre 2017

HELENA JANECZEK "LA RAGAZZA CON LA LEICA" ( E ALTRE COSE SU IMMAGINI E MEMORIA)

1.
Com’è la vita nell’epoca della sua riproducibilità tecnica? quella di tutti noi è cambiata, da un secolo almeno tutti – non solo pochi eletti - possono vedere sé stessi in un modo diverso dallo specchio. Il primo mezzo che lo ha permesso – e tuttora mantiene un suo primato, si pensi ad Instagram – è la fotografia. Non si parlava di Selfie, ma la fotografia si affermò soprattutto per il ritratto – ed esplose quando divenne portatile.
 Foto stampate, portate nel portafoglio, sulla scrivania, in salotto, in guerra, sulle lapidi.
Tutti, esplodendo la fotografia, come poi il cinema, col cinegiornale e via a seguire, hanno potuto vedere gli altri, in modo inedito per la storia fino ad allora dell’umanità. Si poteva vedere chi non conoscevamo, ancora oggi è così, anzi: con Facebook il 90% dei nostri conoscenti è solo visto in foto. Oppure possiamo vedere come erano nostro padre e nostra madre quando noi non eravamo ancora nati.

“La ragazza con la Leica” è il romanzo che scrive letterariamente con l’immaginazione che ricalca fatti veri, la storia di una donna che faceva fotografie. Gerda Taro. Come tutti i fotografi dell’epoca d’ora, gli anni 30 in cui il fotogiornalismo esplose con la grande stampa che diveniva sempre più “globale”, a causa soprattutto all’accumularsi di varie guerre –come fu la CNN con i Balcani in fiamme e con l’Iraq -  ci trasmetteva la vita degli altri attraverso le immagini. A noi posteri ha trasmesso una storia che non abbiamo vissuto, quella dell’Europa dei nostri padri e nonni che oggi vediamo giovani nelle foto.
E non solo: faceva vedere ai suoi contemporanei gli avvenimenti lontani nello spazio di una storia che non potevano vedere. In più, la storia di questa donna è ricordata anche grazie alle foto che qualcun altro, amico, le aveva scattato, nei momenti privati di quotidianità.


2.

Gerda Taro è stata una grande fotografa e una donna coraggiosa e libera, rispetto al suo tempo.
Nata Gerta Pohroville a Stoccarda da famiglia di ebrei polacchi, fu attivista politica mentre studiava a  Lipsia, sfugge al carcere e al suo destino di ebrea e comunista con l’imminenza del nazismo  – e scegli Parigi, come in tanti affamati di libertà dalla Germania – e in quegli anni lo fa anche un altro “bassotto” Walter Benjamin,  che stava scrivendo la sua piccola storia della fotografia – A Parigi, Gerda lavora e fu anche per quel desiderio di star bene, finalmente sottrarsi ad una vita che era precipitata nell’indigenza, che segue le orme degli amici fotografi – e per continuare con quel linguaggio speciale così moderno, così veloce e vitale,  come lei, il suo impegno di testimone politico del suo tempo.

Gerda era però un sole che si muove: attorno  a lei in molti hanno ruotato – per suo carisma, bravura, bellezza e per quel gioco che la divertiva, farsi ammirare. Lei stessa però non stava mai ferma, imprendibile Angelica di un’avanguardia umana, politica, culturale e –come dicevamo – professionale. Furono anni formidabili di necessità e ispirazione. LA società moderna e le avanguardie creavano a Parigi l’Europa che poi avremmo distrutto, con la guerra, ricostruito, e ora di nuovo ci apprestiamo a distruggere in modo meno cruento ma inesorabile.
così ricordata come meriterebbe, forse perché morì giovane, nel 1936 mentre scattava foto durante le battaglie della guerra civile spagnola. E anche questo ha contribuito ad offuscarne un po’ la luce, oltre al fatto che fosse una donna. Oggi, anche grazie ad un romanzo come questo di Helena Janeczek possiamo restituire a Gerda Taro la sua storia e il posto nella storia che le compete, là dove già brilla da sempre per le ragioni opposte – visse più a lungo ed era uomo – il suo sodale, compagno e grande amore, Robert Capa.


3.

Non è un romanzo storico, è un romanzo della vita e del suo essere sempre “contemporanea” quando davvero sa portare il suo passato nel futuro. Ad esempio, pensatelo anche per quello che è: un romanzo di storie vere di un gruppo di richiedenti asilo di 20 anni che fuggivano dal loro paese in fiamme, la Germania e L’Ungheria. Che oggi accolgono o non accolgono altri richiedenti asilo. Come sempre quando un romanzo è davvero contemporaneo, a qualsiasi tempo appartenga la sua narrazione, esso è sempre nel suo tuo tempo, esso davvero lo rivela, lo taglia, ne interrompe il meccanismo di loop, lo accarezza ma facendone il contropelo.


 La ragazza con la Leica è un romanzo di ricostruzione memoriale diviso in tre parti. E’ di fatto la storia di Gerda Taro, che tuttavia – proprio come una fotografia, quando la scatti – contiene anche altro. E’ di riflesso la storia di chi la racconta – non necessariamente diretta, anche essa di riflesso, come testimoniano le pochissime righe finali. (Non è uno spoiler, ma se volete saltate al paragrafo 4 )

 Infatti, dopo 329 pagine in cui si è messa al servizio, quasi disseminata, tra le voci dei suoi personaggi, con sguardo corale, l’autrice passa improvvisamente, nelle ultime 18 folgoranti righe, a dire “io” parlando dei suoi genitori, profughi ebrei polacchi come la famiglia di Gerda – e mostrando solo per un attimo “Helena Janeczek” fa balenare quel Ananke  comune a tutta un’epoca, a tutta una generazione . Questo riguarda anche i fotografi, anche Gerda E Robert e i loro amici, mentre scattavano loro le foto, riguarda i motivi per conservarne o meno i negativi, ricordarli o dimenticarli. Quando leggerete le disavventure delle loro foto, capirete: foto scattate avventurosamente e sopravvissute altrettanto avventurosamente alla distruzione, passate in scatole di cartone colorate, dentro valigie in attraversamenti spericolati e pazzi al punto di affidarle per strada, mentre si è in fuga, al primo “companero” di cui fidarsi. E da lì, via ancora attraverso la guerra, e i decenni, sono tra noi quelle foto di Capa e di Taro che oggi vediamo, famose e celebrate.

 Leggendo l’avvincente storia dei fotografi e delle fotografie capirete che una foto è sempre un talismano che indirettamente, quando la scegliamo – e con essa la storia che racconta in un istante – vediamo di riflesso anche la nostra. Lo dico perché Helena e io siamo del 1964.


4.

La generazione di chi è nato negli anni 60 ha attraversato quel tratto di storia del famoso breve secolo che è passato dalle rare foto in bianco e nero, care e sopravvissute in bauli dal dopoguerra famigliare al mondo dell’iperselfie digitale a migliaia, che resta immateriale – riempie cellulari e computer, ma appesa in casa mai.
LE vecchie foto quelli della nostra generazione ponte le conserviamo come collezionisti, un passato in cui veder scintillare un indizio di futuro, sempre.

Così nella foto a fianco, che avevo postato su Instagram - ecco i social -  con il  libro di Helena ho messo una copia di una foto di Robert Capa – che ho comprato grazie ad un offerta scontata della Magnum, la società che Robert Capa aveva fondato a Parigi e in cui lavorava Gerda - una stampa semplice ma che ha il valore feticistico (un talismano!) d’esser fatta dal negativo originale – a cui ho anche messo a fianco la stampa in unico esemplare assoluto di mio padre, scattata nello stesso anno in cui Capa scattava l’altra, 1944. Allenando forzatamente pianeti distanti, la mia immaginazione diventa memoria reale. Perché la memoria reale, spesso grazie alle foto, si fa immaginazione e viceversa, quel che immaginiamo grazie poi ad una foto si coagula in realtà.




E’ un romanzo in cui convergono più storie, con una coralità di cui aveva già dato ottima prova con le Rondini di Montecassino, ma cui se possibile migliora ancora: le storie in realtà convergono verso un’unica storia – quella di Gerda – ma essendo le voci che la raccontano tre, principalmente, la storia centrale restituisce vita agli altri personaggi, ognuno con la sua – ed è così che la narratrice fa il miglior omaggio a Gerda, dando vita, disseminando vita, attraverso Gerda a tuta una comunità inconfessata di individui che si avventuravano soli ma dentro un invisibile, inconfessato “noi”. Le varie parti, ricche di aneddoti che si intrecciano poi tra loro, convergono verso un personaggio evocato nella memoria di chi l’ha conosciuta bene, e proprio attraverso questa memoria partecipe viene narrato. Come nelle fotografie i tanti istanti e aneddoti che si sommano tra loro a comporre il ritratto, tanto sono nitidi quanto forse non rivelano quel che sembrano mostrare nettamente. E Gerda alla fine resta la sua stessa tautologia vitale “Gerda era Gerda”.


5.


A raccontare in tre distinti capitoli del libro, sono Willy Chardack e Gerg Kuritzkes, catturati dall’immaginazione di Janeczek nel loro rammemorare improvviso, nel 1960 dopo decenni, lontani anche fisicamente da quelle avventure parigine, e l’amica e sodale Ruth Cerf, che invece “parla” dal nel 1938, a Parigi, nell’immediato del lutto e della dopo la morte di Gerda.
 Tutti e tre volevano molto bene alla ragazza tedesca, per vari motivi che scoprirete, ma Gerda era anche  l’imprendibile ragazza con la Leica, così femminile e così maschile al tempo stesso, determinata, volubile, bella, coraggiosa e soprattutto brava – e giustamente ambiziosa, e alla fine avrebbe scelto come amore l’altro personaggio evocato e raccontato di riflesso, il grande fotografo, ma allora poco più che ventenne come lei, e già suo maestro, talentuosissimo incantatore e un po’ cialtrone:  Robert Capa, nato ungherese col nome di André Friedmann. E’ storia nota.

“LA ragazza con la Leica” è così un romanzo in centripeto e centrifugo. LA scelta di sfasare in tre storie e in due tempi l’origine dei ricordi – che appartengono ad anni ancora precedenti, crea una ammaliante sinfonia fatta di una melodia principale, cosa è accaduto, e una contromelodia sottotraccia di quel che sarebbe potuto accadere,  che a loro volta si intrecciano con “l’accaduto come lo ricordiamo” - così che  l’accaduto e il possibile, entrambi diventano veri, e si stringono in un nodo di narrazione che procede davvero come la struttura della materia che descrive Rovelli nel suo libro sul tempo: in un campo di tensione e trasformazione, che attraversa il tempo e lo disfa, rendendo tutto presente, ma un presente vivo dinamico, “contemporaneo”.

 Una delle innovazioni letterarie di questo libro è decisamente il suo partecipare a rifondare un canone di “romanzo storico” e di romanzo tout court, attraverso questa capacità di mettere assieme un impianto di tradizione e una sperimentazione formale ma non formalistica.

La tripartizione assomma da diversi punta di vista (li fotografa, banale dirlo, ma vero) quella storia di una donna e dei suoi anni tra i ’20 e il ’36, la politica, Weimar, la fuga sotto la minaccia di Hitler, Parigi, la guerra civile, impegno e professione come fotografa, un segno del suo tempo – e sempre reattiva al suo tempo – Mar Ray s’aggirava con Duchamp negli stessi bar, dieci anni prima, a far dialogare arte e fotografia e aprire però la strada al suo consumo di massa.
 Il romanzo vaga assieme ai ricordi dei tre, alle diverse voci di ognuno, la coralità compone Gerda così come La luce di Gerda si infila nella temporalità di quell’epoca che nella memoria, frame dopo frame si ricompone. Vera? chissà, come del resto sono vere le fotografie, sempre un po’ false. Contengono il tantissimo dell’stante e il troppo poco degli anni. 


6.


“La ragazza con la Leica” è un bellissimo romanzo di sentimenti e di storia contemporanea, vissuta dal punto di vista di chi lo ha vissuto (Janeczek ha immaginato, da scrittrice, ma ha anche fatto un poderoso lavoro di documentazione, durato anni e molti degli aneddoti e delle memorie fanno riferimento a documenti, lettere, testimonianze, foto ecc). E’ la storia di chi ci ha trasmesso la storia attraverso il lampo di una foto, un istante, ma così efficace e simbolico. Ed anche lo svelamento di come la trasmissione della memoria e dunque della Storia – sia anche la storia della fotografia – possa essere falsata. Magari per amore, per eccesso di passione.

E’ curioso e anche molto bello il meccanismo narrativo, la tecnica di “presa diretta” del ricordo, il suo flusso, con i tre personaggi colti nella loro quotidianità  (di Buffalo nel Texas di Roma negli anni 60 e di Parigi ) raccontata al  ralenty  , rispetto alla velocità “time lapse” dei ricordi. Diverse velocità di orbite, dentro un sistema-solare-romanzo di grande tenuta…



Uno dei temi più interessanti che emergono dalla storia di questa fotografa e del suo mondo attorno, è quel sottile rapporto che c’è tra la finzione e la realtà che con la fotografia diventa più complesso. La fotografia è un racconto che sembra diretto e immediato, ma è indiretto, è necessario poi precisare come e dove e quando ecc.
Di Capa s’è molto discusso della veridicità di certe sue foto. Ma Capa/Friedman era un gran racconta frottole, e – quasi in modo meta narrativo – Janeczek racconta di come Gerta e Andree giovani squattrinati fotografi si fossero inventati un personaggio -Robert Capa, ricco e avventuriero, fotografo per hobby – questo personaggio avrebbe convinto i capiredattori a comprare le “sue” foto (di cui la giovane coppia Capa-Taro erano assistenti) impressionate dal personaggio. E così fu. Gerta  facendosi “Gerda Taro”  aveva già fatto romanzo di sé stessa. Mescolando finzioni alla sua vera vita.
“Diventano belli anche i ricordi che non lo sono del tutto, dalla distanza. Subiscono un restauro, simile agli affreschi di santi e madonne” scrive ad un certo punto Janeczek, sulla scia dei ricordi del so personaggio Georg che ricorda Gerda Berlino. Ma non accade così anche con le foto? le foto diventano quel solo ictus di felicità o di vitalità, che sprigiona da ogni foto in quanto istante morto, ma vivo per sempre. Tenere in vita all’infinito un istante, ormai definitivamente sepolto. LA foto ha questa ambivalenza. E la possiede già mentre la scatti. Questo accade alla singola persona per le sue memorie private, ma se quella foto poi dice un ‘epoca, se dal materiale visivo o audio visivo poi noi “desumiamo una storia “e le eleggiamo a fonte principale, perché dirette suggestive e “vive” allora percepiamo tutta la potente bellezza ambivalente di quel partecipare delle foto alla Storia – Giovanni De Luna, storico, da decenni si preoccupa proprio di questo, di una storiografia possibile o impossibile, fatta con i materiali audiovisivi.

7.


La fotografia è anche un deposito memoria e diventa icona della Storia accaduta – ma non è detto sia accaduta così. Con quel senso. “La ragazza con la Leica” è un libro che ci porta dietro l’obiettivo, nella coscienza, nelle “memorie involontarie” come Benjamin classificava quelle di Proust, di chi poi a sua volta ha prodotto “storiografia” diffusa con le sue foto (il dopoguerra fu felice, perché Doisneau fotografò il marinaio che bacia la ragazza in quel modo. Questo sì un fake).

Walter Benjamin scrive la sua” Piccola storia della fotografia” nel 1931, poco prima che Gerda E Robert facessero la Storia con le loro fotografie. E avvertiva del rischio di creare soltanto un feticcio che abdica sempre al transitorio della “moda” – anche se la moda è rivelatrice, scavandola – elevando a simbolo una pura superficie.  i rischi scrive Benjamin è che “il mondo sia sempre bello” perché  la fotografia è capace di scegliere  dentro la totalità un qualsiasi dettaglio, potarlo a simbolo, ma  “non è in grado di afferrare nessuno dei contesti umani in cui si presenta” e così “ quando affronta qualsiasi soggetto da fotografare  – scrive Benjamin – già prefigura più la loro vendibilità,  che la loro conoscenza”.
E del resto Capa e Gerda e tutti gli altri hanno fatto la stria vendendo le loro fotografie ai grandi giornali – Gerda la sua prima foto venduta fu appunto una foto di una sfilata di moda - vendendo all'informazione  l'attimo irripetibile di un temo e di un ‘epoca,  compreso quello tanto controverso della morte del miliziano.

Il discorso di Benjamin non è contro la riproducibilità tecnica, ma è dentro la riproduzione tecnica necessaria, ma di cui mostrarne gli indici di profezia, come anche però i meccanismi segreti.
“Il vero volto di questa creatività fotografica è la pubblicità, associazione che deve avere come legittima risposta uno smascheramento quindi la restituzione della realtà che non è mai una semplice restituzione della realtà” scrive WB e continua “ la fotografia di una fabbrica non dice niente di quella fabbrica, se non si smontano i pericoli di cliché di una fotografia attraverso indicazioni linguistiche” agiunge Walter Benjamin (cliché non a caso è la matrice zincografica per illustrazioni da inserire nelle forme di stampa )

E dice una cosa che ci porta a chiudere ancora su Gerda e Robert e tutti gli altri:   siccome la macchina fotografica diventa sempre più piccola – come la Leica - e cattura istanti  che lo stesso fotografo non vede, talmente si è immersi nella realtà e veloce la foto,  allora, dice Benjamin “bisogna mitigare l'effetto di choc nell'osservatore e il meccanismo dell'associazione : ed è qui che interviene la didascalia, che include la fotografia nell'ambito costruzione di tutti i rapporti di vita ma senza la quale ogni costruzione fotografica è destinata a rimanere approssimativa” .

Il romanzo di Helena Janeczek è come fosse non solo un bel romanzo, ma anche una necessaria, lunga didascalia memoriale, capace nel momento in cui si riporta alla luce la sua bellezza, il suo mito, di non farne un'icona, un mito, ma un racconto di verità -  tra poesia, malinconia, visioni acute che restituisce degnamente la storia di una donna importante, di una fotografa d’eccezione e di un epoca che stiamo dimenticando.

Nessun commento:

Posta un commento

DA X-GENERATION A X-FACTOR, I PEARL JAM E I SUICIDATI DELLA SOCIETA' (MA SOLO UN PO')

Non bisogna mai farsi influenzare dalla materia di un libro. Inoltre “Anni luce” di Andrea Pomella non è un romanzo vero e propr...