giovedì 9 marzo 2017

"LA VEGETARIANA" DI HAN KANG - BELLO, MA "I WOULD PREFER NOT TO"

Ho letto il primo dei romanzi consigliati dagli amici:  “La vegetariana”  DI Han kanG  @adelphiedizioni  che ha vinto Man Booker International Prize  nel  2016
Dire mi è piaciuto sarebbe sbagliato - la categoria del “piacere” (lasciando stare Barthes)   non è solo per la gradevolezza, la categoria del piacere è anche quando troviamo una chiave di interpretazione probalematica, ma di trasformazione per noi stessi.
“La vegetariana” mostra invece un ‘assenza di quella  chiave. E’ un romanzo disperato. Molto più di quanto possa esserlo Kafka o Ionesco o Beckett, opere che Esercitano questa possibilità di rappresentare un “altrove” rispetto all’esistente e di esprimere con mondo una sorta di rappresentazione della bttaglia. La  riduzione a zero del senso dell’esperienza e dell’esistere,che c’è in queste opere estreme del 900 europeo mettono in discussione il soggetto dall’interno. Qui manca del tutto questo appiglio. E in questo senso è disperante e respingente. Può essere un suo fascino, come speso la fluttuazione  nel “vuoto” che percepiano nelle culture orientali ha affascinato noi europei - come HEidegger -  ma al tempo stesso mi sembra la rappresentazione di un’insufficienza (non esercito nessuna superiorità, ma rivendico tuttavia un’apprtennza) - socioculturale generale, che spesso arriva dalla Corea del sud, e in generale oserei dire dalle letterature orientali più che del libro in sé. Cerco di spiegarmi.


La storia scrittada Han Kang , divisa in tre parti, racconta innanzitutto di una donna, Yeong-hye,  sposata ad un uomo mediocre - che tra l’alto  in apertura fa in prima persona un suo raggelante ritratto dei motivi per cui l’ha sposata, con una sfilza di ragioni denigratorie e di svilimento che già sembrano il preludio ad una violenza, che sarà diffusa in tutto il libro ai danni di questa donna,   della stessa protagonista,  che è la vegeariana: infatti decide all’improvviso di non  mangiare più carne né di vederne.
«Perché?» le domandano tutti,   perché “Ho fatto un sogno” risponde lei , ma nulla più. E in una scena terribile, in un pranzo di famiglia,  il padre di lei, dopo averla pressata in nome dell’onore, e di una ragionevolezza dispotica, la abusa cercando di infilarle con la forza un pezzo di carne in bocca, causandone però  lo scoppio d’ira tale che segnerà poi  la deriva di tutta la storia…E, Yeong-hye  si chiude poi in un silenzio che durerà fino alla fine, e questo silenzio sarà la chiave di tutte le scelte dei vari personaggi del libro e anche dell’autrice.
LA vegetariana è  diviso in tre parti,  la storia procede ,ma con diversi punti di vista, mai della vegetariana, Yeong-hye, solo gli altri:  nella seconda sezione il marito della sorella In-Hye, che è un video-artista, comincia a scovare in sé un  desiderio ossessivo della cognata vegetariana, ormai divorziata e che ha scelto di vivere in un suo mondo  separato, di negazione ( che ricorda quasi il preferirei di no di BArtleby)  e decide di coinvolgerla in un video in cui è ritratta nuda ma dipinta di fiori. La donna accetta, il marito sarà però travolto dal suo desiderio ossessivo che sfocia in una passione erotico-mistica e nella terza parte, a narrare è la sorella, ormai distrutta dalle conseguenze di questa storia e che ripensa al rapporto con Yeon-hye ormai internata in una clinica psichiatrica. In-Hye cerca di accettare quella che crede una follia della più grande , si affacciano ricordi di un’atmosfera violenta in famiglia, la assiste ora  in una clinica, dove  è creduta banalmente solo una che rifiuta di dire e mangiare, , ma anche qui nulla più e non c’è traccia di una seria cura psicologica, che non sia il contenimento e la sedazione e nutrizione forzata - ancora una volta l’istituzione è totale e coercitivo-concentrazionario: dalla  famiglia alla clinica, solo  repressione, violenza, tortura…


Alla fine manca la reale motivazione della vegetariana  di questa scelta e la stessa autrice la fa sua nelle interviste : dice “non amo i romanzi che spiegano tutto”. Il senso di questo spazio vuoto  è  fondamentale - dice -  “ affinché il lettore resti libero di tracciare il “suo” personale volto della protagonista” .
Sarà, tuttavia  pur affascianto da una storia scritta con una precisione affilata, ne sono attratto e al tempo stesso vorrei respingere questo punto di vista.
Perché? perché quello che è merge è un vuoto complice. O comunque per noi occidentali inaccettabile.  poi piego perché.
LA scrittrice si fa complice di un vuoto colossale che sta al centro della società coreana, come di altre società di capitalismo avanzato orientale. E’quello che chiamerei - senza paura di sembrare scorretto -  un limite socio-culturale - che spiego in nota  sotto  [1 ***]   e che non mi fa dire che questo sia un bel libro, ma al massimo un libro-documento, un libro interessante ma che  non svolge la stessa azione nichilista che avevano nel 900 le letterature dell’assurdo, superando il limite accettabile di quel che penso sia il senso della letteratura: ovvero dare l’assalto a quella “manque” anche svelandola - una manque che in Lacan tuttavia è dentro una precisa battaglia di linguaggio, qui invece è sì raccontato il vuoto di senso, ma rivendicando da Han Kang il vuoto di senso stesso come valore - anche se a t tutto vantaggio di quello che nel linguaggio strutturalista viene chiamato il “narratario”. Il dramma di  Yeong-hye è che la rinuncia alla carne - e che appare agli occhi di chi narra (chi narra?) una forza

                        “il suo corpo giaceva li abbandnato senza opporre resistenza, eppure corazzato dal potere                       della sua stessa rinuncia “ …



questa rinuncia (esaltazione della vittima, come nei rapporti sadomaso)  è l’ unica possibilità trovata, come dire, quasi come un suo personale rimedio naturale e  improvvisato di reagire ad un sogno. Di fronte a quel sogno la protagonista vegetariana non ha una risposta, una spiegazione, non ha la  non ha un patrimonio di coscienza individuale  per  interpretare quel sogno.  
      “dentro d lei accadevano cose  terribili, inimmaginabili per chiunque altro”



Neppure la scrittrice L’unica cosa che sa fare è un gesto di sottrazione di rinuncia - forse fa parte anche di una etica del sacrificio che era nella Corea è stata ereditata dalla Giappone  - ma non emerge né da lei, né dalla sorella ma neppure dai dottori, una  possibilità di elaborazione: ino alla fine nella clinica psichiatrica i dttori lamentano la loro impotenza imputando  Yeong-hye della colpa di non aver detto nulla del perché, mentre dovrebbe essere compito dl clinico scoprirlo…
 Il fascino perverso di questa storia certo per noi è vedere l’ assenza totale dell’ io nelle persone che pure sono persone reali, che  provano qualcosa,  si dibattono disperatamente nelle loro fatiche di sopravvicere al sistema e alle diffcoiltà della vita -  questa è una costante della cultura letteraria della sud-corea dal dopoguerra, lo spiego sotto [2 ****] 

 Tutte le risposte, dalle inquietudini di ogni singolo personaggio, la vegetariana , sua sorella, il marito videoartista, che realizza opere d'arte senza sapere neanche  bene come e perché, alla fine la sola risposta che danno è il silenzio..la sospensione…


                            “era qualcosa di completamente diverso dalla malinconia che pure tormentava suo marito, eppure sotto certi aspetti tutti e due la sconcertavano allo stesso modo. Entrambi sprofondavano sempre più nel silenzio”

il silenzio è il sintomo della follia, curato con la riduzione a mutismo di questa alterazione del flusso ordinato del sistema-società-famiglia che avviene nell’ospedale psichiatrico dove alla fine l’unica soluzione (colpa di sua sorella che non ci ha detto perché è diventata vegetariana” dicono i medici)  sarà nutrirla con violenza col sondino un po’ come aveva fatto il padre a tavola... E  così come anche IN-Hye  che vede non sa giudicare il marito, i suoi turbamenti e suoi video né i comportamenti della sorella, la sua risposta  così come anche gli altri che partecipano al pranzo  - tuttavia complice del sistema e non capace di disgregarlo - è il silenzio:  il non sapere che cosa dire e non dire nulla,  il non sapere che cosa siano le turbolenze interiori e ignorarle, incapaci di una risposta alternativa allo schema dato.
e anche la sorella alla fine quasi  incolpa la povera vegetariana Yeong-hye:
                 “non aveva saputo perdonarle di essersi involta da sola al di là di una confine che ei non era mai riuscita a varcare, non aveva saputo perdonare quella meravigliosa irresponsabilità che aveva permesso a Yeong-hye di liberarsi dalle costrizioni sociali lasciandola  indietro, ancora prigioniera. E prima che Yeong-Hye spezzasse quelle sbarre, lei non sapeva nemmeno che esistessero.”

Sembra arrivare anche una consapevolezza (“Avrei potuto impedire che quelle cose inimmaginabili penetrassero così a fondo dentro di lei”?... ma continua non esser detto quali da parte  della narratrice - e ancora ….“di colpo fu assalita dalla sensazione di non aver mai vissuto”)  ma questa consapevolezza di inappartenenza, di spettralità al limite della dissociazione (le sembra una serie tv) non bastano :
      “il dolore era come un buco che la inghiottiva, una fonte di paura intensa eppure al tempo stesso, una strana, silenziosa pace”

il dolore non diventa mai rivolta, ma solo un pozzo di pace. No, questo romanzo non lascia un’idea felice, mi lascia un senso di passività che non metterà mai la libertà come valore  al primo posto. Capisco possa sembrare un’interpretazione “morale” del romanzo, ma in ogni caso la morale e l’estetica sono sovrapposte nell’esercizio  della “facoltà del giudizio” come già riconosceva Kant che asserisce come le condizioni di possibilità del nostro poterci dire cosa siamo e perché, affiora da una sintesi a priori che deriva dalla confluenza di facoltà razionali e da percezioni sensibili dell’arte, delle varie opere d’arte.

E poi La pace di cui parla la narratrice alla fine è la miglior complice della pace sociale con cui il Potere in continua a privare gli individui (di quel paese, come in varie forme in Cina, in Giappone e altri stati dell’oriente a capitalismo avanzato)  del nutrimento essenziale per la vita e per la società  stessa: la libertà individuale.




NOTE 


          [1***] limite socio-culturale?


per inquadrare questa affermazione, relativa al libro di  Han Kang - scrittrice, figlia di scrittore e sorella di scrittore, ossessionata dalla scrittura fino al punto di avere i polsi danneggiati per il troppo uso del pc, tanto che “la vegetariana” è stato scritto a mano - per capire meglio il libro - e ciò che al libro manca, pur nel suo essere un bel libro, interessante da leggere - ne introduco un altro.  E’ quello di Franco La Cecla, Elogio dell’Occidente. il titolo sembrerà scorretto o una deriva “alla Fallaci” dell’antropologo siciliano. In realtà La Cecla sottolina che la cultura occidentale per quanto oggi possiamo averla relativizzata o messa  in discussione ha  sicuramente un grande merito,  qualcosa di cui anche andare orgogliosi : è vero, c’è  l'Occidente del libersimo feroice ipercapitalista l'Occidente delle crociate e l'Occidente degli imperi e l'Occidente del nazismo, ma l’occidente è stale perché ha prodotto una cultura che a sua volta ha prodotto la possibilità di mettersi in discussione e di interpretarsi. lo sintetizzo: il percorso che va da Cogito ergo sum di Cartesi a Cogito: “ergo sum” di Lacan, una cultura che ha prodotto l'habeas corpus, la rivoluzione francese,  la dichiarazione dei diritti dell'uomo . Insomma ha prodotto l'autocritica la messa in discussione di sé, creando  un'idea di soggetto individuale  che si evidenzia nello stabilire i limiti come le condizioni di possibilità per cui un Soggetto possa dirsi tale - ma anche destituirsi.  Nella sua esperienza totalizzante l'Occidente la cultura occidentale anche nella sovversione capitalista avanzata liberista prende a schiacciare le coscienze individuali è però vero che c'è un problema con la cultura coreana contemporanea con la cultura giapponese contemporanea come con quella cinese e c'è un problema che in queste culture si è passati rapidamente da regni distampo medioevale a  società capitaliste  forgiate a  dimensione tecnocratica di grandi performance collettiva che si basava sullo stesso sistema socio-familiare del passato, tutto volto al sacrificio individuale.
Tutto ciò ha prodotto tanta ricchezza ma al tempo stesso questa cultura non aveva gli strumenti per il poter garantire dentro quella dimensione di sviluppo e l'autonomia individuale, di cura dell’individuo (Foucault) e di libertà individuale.  infatti non l'ha prodotta,  non sono società libere, se lo sono solo formalmente, sono soffocanti nei loro verticismi strutturati da clan che invadono con violenza sia la dimensione lavorativa che quella personale.
 Va condiderato anche che la Corea ha attraversato sofferenze inaudite: prima l’invasione cinese con ua feroce repreione e una guerra di liberazione che produsse milioni di morti e in cui si arrivò a cacelare ogni traccia di cultura locale compresa la lingua, - il poeta Ko Un né dà una bellissima testimonianza - poi dopo la liberazione le cose non andarono meglio:   tra il 1960 e il 1993 (anno dell’elezione del primo presidente non militare )  la Corea del Sud ha di fatto attraversato periodi di dittatura - con feroci repressioni politiche e un uso della violenza e della tortura capillare e diffuso, centinaia di migliaia  di persone tra prigionierio, torturati e morti - ne parla Tiziano Terzani nel volume “Asia”. Se poi si guardano le storie “comuni” di registi come Park Chan-wook o Kim-Ki-Duk si trova traccia di una violenza sommersa e quotidiana inaudita, la ma è l’eredita di un’aura di violenza che era diffusa in tutto il paese per anni e anni..

Il passaggio significativo è proprio al cura forata che le fanno in ospedale psichiatrico: contenimento e violenza, nutrimento forzato col sondino. Non emerge nessuna consapevolezza di una cultura psicoanalitica del disagio e di reinserimento del disagiato, accolto nella sua differnza - o mangi o stai rinchiuso.
In “lette da uno sconosciuto” il film del cinese Zhāng Yìmóu,   accade la stessa cosa: è la storia di una donna che perde il senno, la memoria e la capacità di riconoscere le persone e le cose introno a sé a seguito del trauma della prigionia del marito durante la rivoluzione culturale. Cessata al prigionia il marito torna a casa ma appunto per la moglie è uno sconosciuto: quando l’uomo si rivolge ad uno psichiatra quelo non può far altro - anche nella cina comunista e isolazionista - che citare articoli stranieri, articoli europei come a sottolineare che non c'è una spiegazione psichiatrica se non  quella elaborata dall'Europa, altrimenti per la cultura cinese - analogamente ad altre - la devianza è solo follia da elimiare o al masso da rinchiudere.
 la scelta vegetariana viene considerata un male, una stranezza folle, un peccato e dall'altro comunque questa colpa questo problema psichico di fatto un non  ha nessuna spiegazione. Così nel romanzo anche l’autrice, complice, non ne darà. Sembra un gioco letterario  che lascia il vuoto al lettore, ma a me mette ulteriore senso di sconfitta per la negazione dell’io e della persona umana che manifesta quelal deviznza, quella diversità.

[2****] romanzi coreani dal dopoguerra

 La maggior parte della narrativa della Corea del Sud, dopo la guerra, aveva come soggetto la lotta portata avanti dalla gente comune per cercare di superare le pene e le sofferenze di tutti i giorni. Le opere di Hwang Sun-won “I Discendenti di Caino” dove il tema centrale è la crisi nazionale e “Pukkando” di An Su-kil, che narra la migrazione di alcuni coreani verso la Manciuria, sono quelle più rappresentative.
“I Discendenti di Caino” di Hwang Sun-won, “La Terra” di Pak Kyongni, “Crogiuolo” e “Mia sorella Bongsoon” di Gong Ji-young  in aprticoalre T Park Kyung-ni è una scrittrice che con il suo romanzo che ha avuto vasta eco  "Toji" (La Terra) e molte altre opere messo in risalto il tema della  dignità umana, considerata come la cosa più nobile in ognuno di noi e quindi degna di protezione.  




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