domenica 29 gennaio 2017

PATERSON, TRA FILM E POEMA DI W.C. WILLIAMS

Ho visto il film “Paterson” di Jim Jarmush, ma prima vorrei dire due cose sull’opera poetica di William Carlos Williams a cui il film è direttamente ispirato – o meglio come ne fosse uno spin-off cinematografico.. ”Paterson”-poema è l’epopea di un luogo (la cittadina omonima del new jersey) che dovrebbe rappresentare l’America , lo fa partendo dai suoi angoli più remoti, cercando il guizzo di poesia, il lampo di gioia in un mondo apparentemente dimesso, anonimo.
Intuire la possibilità di creare il massimo, in quella capacità del minimo – o del “minimal” per introdurre un altro cantore di un “ground zero” americano della provincia,Raymond Carver delle poesie... con aree che sono talvolta depresse “waste land” – e dico gioia, perché W.C. Williams rimproverava la visione “negativa” di T.S. Eliot.
WC Williams è un santo povero, visse tutta la vita devoto alla poesia, alla medicina e a sua moglie, ma cercava (da bravo americano, figlio di un inglese e di una portoricana quindi tipico americano ) il suo sogno, la sua pepita d’oro o talvolta gioielli minimi e oscuri, come la cascata di Paterson, dentro quel mondo piatto…. come la superficie appena increspata delle sue acque sociali tranquille…
Questo grandioso poema epico di una realtà così minuscola può dare un senso ad un pese che ci sembra di conoscere ma di fatto non conosciamo a fondo (vedi le ultime lezioni) e davanti al quale sostiamo in osservazione a bocca sempre aperta, osservando il divario combaciante tra – da un alto - quel “great” delle sua ambizioni, realizzate, quel great che piace evocare a Trump, quella grandezza di chi ama sentirsi “gigante” e giganteggia anche nei suoi oggetti – e dall’ altro, un paese pieno di gente che difende il suo “orto “ o “backyard” (NIMB) la sua piccola comunità, il suo villaggio, un paese che non è altro immenso arcipelago di small villages…. (qui mi viene in mente tra i recenti, Gilead della Robinson o il minimo Missouri dell’altro Willliams, John Edward, dove abita Stoner, altro eroe minimo, altro “idiota” dostoevskijano devoto alla religione della letteratura…..ma ne potremmo aggiungere centinaia, tra cinema e letteratura, anche perché “Paterson” –Film forse è anche implicitamente un omaggio a quel passaggio di testimone tra letteratura e cinema – e ora serie-tv – nel raccontare l’America che, come scriveva Williams “non è una realtà che si scopre, l’America è una realtà che si parla”. O si filma, ora.
Questa epica non rutilante, ma sommersa – Kent Haruf sarebbe della partita - ricorda più il senso della poesia giapponese: la rana di Basho che si tuffa, unica minima variazione nella natura viva ma ”still” ferma e immobile nella sua perfezione…in realtà perfezione non c’è: e la poesia ha il compito di dare corpo a questa increspatura inquietante del minimale e del tranquillo….Scrive Willam C. Willams della scrittura poetica: “ nel verso, perché esso viva, qualcosa deve essere infuso che abbia il colore stesso dell’instabile, qualcosa nella natura di una impalpabile rivoluzione”.
Impalpabile rivoluzione.
Il film di Jarmush cerca di ridare questa idea, ma non ci riesce fino in fondo perché poi ci sono silenzi che solo le parole sanno dire-senza-dire.. Il silenzio al cinema, specie un cinema che guarda alla letteratura, a volte sempre più una mancanza.
un film che paga un prezzo per questo uso dell’immutabile e del silenzio, che non manca di poesia, di fascino, di calore, ma forse c’è una certa eccessiva lentezza, devo dire complice un doppiaggio italiano come al solito superficiale, inadatto e smorzante, – forse mezz'ora in meno gli avrebbe giovato molto. In ogni caso da vedere. L’alone di disagio dolce che lascia vale il biglietto.
PS
a margine, ma solo per poeti e lettori di poesia, mi chiedo se “Paterson”-poema non possa essere di nuovo un modello da riprendere. Un conglomerato, ma meno frazionato in una sperimentazione, un Filò, ma che parli l’Idioma della “pianura” non necessariamente il magma dell’ sub-Io..
Vittorio Sereni – che Williams fece pubblicare e che tradusse con Cristina Campo - scriveva “Paterson è una città, ma anche un uomo, il pensiero dell’uomo, il rapporto tra uomo e donna, così che attraverso le sillabe quella particolare città si sarebbe rivelata nella propria essenza, riprendendo a vivere in altra forma, nelle parole, per essere sé stessa e nel medesimo tempo simile a qualunque altra città del mondo”. Mi fa venire in mente un modo di rileggere la “biografia sommaria “ di Milo De Angelis e oggi la poesia di Stefano Raimondi di Gianluca D'Andrea (di cui scriverò avanti) costruire un poema-luogo, un poema-città-paese-memoria, un poema in cui l’io lirico c’è ma si annulla a beneficio degli altri, un poema del noi, l'io disperso in un noi e in un "nostos".

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