lunedì 22 dicembre 2014

NICOLA GARDINI "Stamattina" (Ladolfi editore)

 **  “Oggi” è la prima parola del nuovo libro di Nicola Gardini, Stamattina, e già dice molto di questo tentativo di creare una fotografia del presente in versi. Non e­splicitamente storico, ma dentro il postmoderno di irrealtà e simulacri, Gardini sceglie un obiettivo classico e inattuale: scrivere l’immanenza e la presa in diretta delle cose da parte di un individuo. Tempo, oggetti, paesaggi in un dichiarato rapporto positivo con l’esistente, anche se come autore consapevole tiene conto dell’ombra e dell’orma, del vuoto dietro le cose. Stamattina è dire l’individuale, registro e diario, ma con un senso di slittamento e di precarietà legato anche alla prospettiva di un’esistenza che dentro questa volontà di aderire al mondo ne vede anche la sua naturale evanescenza (“ho capito all’improvviso / che non rimane già più niente”). Richiami classici, oppure di un ’900 dell’oggetto (per esempio il “Partito preso delle cose” di Ponge, e forse anche in Gardini c’è un po’ della sua allegria materialista).
In effetti in Stamattina gli elementi con cui viene a contatto l’io-scrivente (un parco, le nuvole, le viole di un giardino e altri elementi anche minimi) compongono il puzzle temporale di una percezione del mondo. Sono atomi e grani di un rosario per invocare il presente e tenere le cose attraverso la poesia dentro il suo rischio di vuoto infinito (“il vuoto si è riempito di sfere”). Inseguire passo-passo le cose del giorno (significativa la poesia “Dunque”, quasi un elenco di appunti per un’agenda) disposte alla percezione a definire un’armonia di quelle sfere, attraverso una lingua lavorata e resa semplice con studiata ripresa di canoni (con prevalenza di endecasillabi, in strofe e a volte sonetti manipolati, tagliati) italiani e anglosassoni (Gardini, docente a Oxford, è traduttore di molti autori, tra cui Dickinson e Ashbery, un nome dai critici spesso a lui accostato). Nei versi centrale è il dire, esteso fino al non dicibile, inteso non come mistero, ma come l’estrema presenza della cosa, di un attimo vero, di un momento di un senso dell’esistenza, inafferrabile ma evidente, restituito spogliando i versi il più possibile di ogni orpello iper-letterario, anche se consapevole del limite (non a caso il libro di saggi uscito in contemporanea da Einaudi, Lacuna, è un “saggio sul non detto”). Dire e non-detto definiscono un perimetro fisico del mondo, non un linea verso una metafisica. L’aggiustamento del tiro, anche attraverso riflessioni che emergono qua e là (“tutti presenti / e invece sembra sempre / che qualcuno manchi” nel linguaggio che è “castello di Atlante”), serve a dire che “la cosa c’è sicuramente”, ma noi sulle cose “non diremo mai la verità” per via di una continua manque, di uno slittamento che la nostra condizione non può ignorare. Gardini non cede a questa teologia negativa novecentesca, resta qui a percepire “all’improvviso un pensiero / mai fatto / far rima tra i passi e la libertà”. Definire una disposizione del sé attraverso una sua fenomenologia: l’io-poetico attiva, tiene assieme stringendola in forma e sintassi nette, una sorta di rammemorazione del presente, attraverso la rappresentazione in segni: diventa “cosa” la cosa che percepiamo rappresentata, la parola, mai l’oggetto. Ma non si percorre qui il sentiero della lacerazione e dell’inesperienza. Seppur fluttuanti, come in certe stampe giapponesi o in Giudici (“io sento nostalgia / delle cose che vedo”), le cose sono perché sono state e la realtà esiste nella temporalità. Stamattina è un libro di componimenti come micronarrazioni, anche se Gardini torce i tempi verbali: siamo in un presente che “mentre sei, sei stato” ma per tentare un “discorso” che “del passato facesse un futuro”. E struttura tutto in una ciclicità, come l’impianto stagionale del libro, che termina in giorni invernali in cui “su tutto è sceso il freddo”. Però siamo qui, ad attraversare il gelo e scrivere “con le suole / che sto passando” correndo “incontro ai giorni che finirono”.

Mario De Santis


Nicola Gardini, Stamattina, Giuliano Ladolfi Editore, Borgomanero 2014, pp. 102, euro 10,00.

** già pubblicata in "Poesia" (Crocetti) dicembre 2014

ALDO NOVE "Addio mio novecento" (Einaudi)



** Aldo Nove il ’900 ce l’ha inserito per enigma nel nome d’arte (forse Palazzeschi, sicuramente “Aldo dice 26x1” del Comitato nazionale di liberazione Alta Italia). L’ultimo suo libro in versi, Addio mio Novecento, è perciò una summa, sulla soglia dei cinquant’anni di Antonello Satta Centanin, e un addio alle origini che quel nome ha prodotto, tra autobiografia e biografia letteraria. Un addio a memorie e alla possibilità stessa di considerare la memoria un patrimonio e il presente un movimento di storia. Cinquant’anni di pace occidentale rivelano a noi la “prassi di spavento” dentro il presente di un mare trasformato in “acquitrini”. Un tempo che è “questo, ma non è nostro”, “tu non farci caso, ma tu scrivi”, si legge (e rimanda al “Nulla è sicuro, ma scrivi” di Fortini, e forse quel suo composita solvantur è rilevato da Nove nella disseminazione presente). Lontano ere geologiche c’era un “prima”, quel ’900 in cui nacque Woobinda, fatto di “scodelline” e “magazzini”, un’infanzia-mito che fu l’infanzia della storia, un secolo di trasformazione sociale, politica, biologica. L’“andare” dentro il tempo storico era come fiaba ed epopea, avventura, l’infanzia era una “foresta che si inoltra azzurra / nel sogno” esplorata dal bambino – ora invece spazio e tempo non sono quelli dove viviamo con “ogni tipo di comfort” ma sono quelli che l’io dispiega nella sua lingua, una dimensione psico-sentimentale, una materia di realtà non decifrabile né identificabile. Tutto “scorre, pesante, si sente / come se giungesse da dentro” ma dov’era coscienza c’è un fluire che – più che nevrotico e franto, come poteva essere in Sanguineti, ma spiegabile in un’idea o ideologia – rivela nella forma sintattica una nostra percezione di realtà desertificata. Un testo fatto spesso di vicoli ciechi della frase, nel cielo chiuso di un’immobilità di sguardo e di una sparizione di senso e non solo: “quando arriva il significato / non c’è più nessuno”. L’io che prende forma dalla lingua del libro di Nove ci spinge a guardare fisso il “deserto che si ingorga di domande”, dove “non c’è più annuncio”, nessun angelo della storia. Un presente in cui “lo sguardo retroverso / diventa memoria dell’oblio / senza contraddizioni, movimento”, sì, ma è solo movimento dalle foglie alle radici, non viceversa. Linfa esaurita, immemore nonsense rispetto al tempo in movimento del 900 in cui “le cose ci piacevano”. Invece ora “tutto fluttua”, “tutto deraglia”, come anche la scomposizione della sintassi non ascrivibile a una visione. Attenzione: niente nostalgia, semmai ironia in Nove: e allora Viggiù è sì “il posto dove sono nato”, ma esso è pure un topos letterario come Nove uno pseudonimo. Bisogna tener conto quindi che “la maschera del poeta” – scrive Aldo/Antonello – “mima la menzogna / e manifesta il reale”. Ironia, ma non nichilismo – chissà se influenzato dal lavoro sul Francesco santo e giullare – e Nove colora i testi di lievità, di un’allegria, come puntello contro il “teatro inaridito del creato”. Guardare accettando che le cose del mondo finiscono: le “stagioni del nastro magnetico” sono cancellate con i nomi, le epoche e la stessa poesia, l’affermazione di un io, è schiacciata in “millenni tra le virgole” e non è più una forma che rifletta a pieno la realtà “né a capo / ci sono svolte, disarticolata / la lingua”. Dobbiamo accettare il deposito, la “centrifuga di millenni”, ore, giocattoli, corpi, “scatole colorate” in cui abitare, “uomo allunato”: piccoli centri, ma ormai “senza circonferenza”, fuochi centrali di un’immanenza celebrata dentro una poesia-litania, ma al limite dell’afasico. Oggi il fanciullo-Rimbaud come il bambino-Antonello non saprebbero più esplorare e far deragliare il gioco di vocali, perché “il nome di tutto deraglia” e da qui si vede “un fiume di gente / scorrere attraverso la storia. / Il fiume è la memoria / di ognuno. Il resto è il Niente / che lo contiene”. Il secolo della plastica era addirittura più umano. Osservare il cambiamento senza nostalgia, ma con la luce di una consapevolezza: questo midhàr, questo deserto è pure energia/movimento /eros visto proprio – se pure frammentato – in quanto tempo. Non siamo più ora, ma ci siamo nel tempo: gli orizzonti, gli attimi e i ritagli “che sono una famiglia […] e sono / il movimento, è / noi per sempre / che ne siamo parte, / ciò che diventa, / è il tempo, // è la tua bocca / […] il grembo”. Siamo stati quindi siamo. In che tempo, futuro o passato? In entrambi: l’attesa messianica è ciò che da sempre il passato lasciava trasalire, intorno, accaduta. Cancellato del tutto, ecco che il ricordo è a venire.

Mario De Santis


Aldo Nove, Addio mio Novecento, Einaudi, Torino 2014, pp. 114, euro 11,00.

** recensione già pubblicata da "Poesia" (Crocetti), dicembre 2014.

LA MIA BATTAGLIA, LA SUA BATTAGLIA, LA NOSTRA (PERDENTE) BATTAGLIA (DEI LIBRI, E NON SOLO) - Karl. O. Knausgard, "la morte del padre" (Feltrinelli)

La casa editrice Feltrinelli pubblica oggi di nuovo tutta l'opera di Karl Ove Knausgard, autore norvegese di un iper-romanzo di 3000 pagine per 6 volumi che è stato caso letterario in Norvegia dal 2009 al 2001 vendendo 500.000 copie nel suo paese - un norvegese su dieci.
come se in Italia un libro diviso in 6 volumi potesse vendere 6 milioni di copie. qui un articolo de L'inkiesta che riassume il caso

Prima battaglia persa, nostra: secondo me non saremo mai (più) un paese di lettori. La rincorsa del ritardo secolare era da fare nel 900 della democrazia rappresentativa, delle elites democratiche, della scuola. Oggi è populismo, democrazia mediatica diretta, delegittimazione dei "mediatori" - scrittori, giornalisti, insegnanti, politici ecc. Ed è l'era dei tablet e dei social network. Letture altre, comnq. visto come va il mercato da noi (5% di ebook, ridicolo, - 17% di libri venduti e letti (il volume delle biblioteche è minimo) possiamo dire:  il sapere non passerà più per i libri: se non è già passato, amen. In italia legge libri in modo significativo il 10-15% delle persone. E spesso la classe dirigente - manager, dirigenti, privati e pubblici - non è in questo 15%.

Tornando a Knausgard: il volume era apparso meritoriamente da Ponte alle Grazie. Evidentemente la follia romantica di pubblicare un opera che in molti  - tra questi, qui Walter Siti su Repubblica qualche giorno fa, seppur con rilievi interessanti di perversa qualità non-letteraria  - non esitano a dire come tenti un qualche rinnovamento del progetto-Proust,  si è scontrata con le ragioni del mercato e del fatturato. In Italia più che altrove, con troppo realismo cinico anche nel mercato editoriale vincono sempre quelle (e non mi riferisco solo personaggi tosti e pescecani che hanno guidato grandi gruppi editoriali: mi riferisco anche ai pugnalatori nobili del Mulino che affossano Carocci, nonostante gli appelli di molti, come leggete qui dal Fatto -  figuriamoci quindi  un grande Gruppo editoriale, perché non dovrebbe seguire le logiche commerciali se i primi "figli di mignotta"  sono i "padri nobili"?

Quindi seconda battaglia persa. quella di una casa editrice media - seppur dentro un "grande gruppo" -  Ponte alle Grazie di poter sostenere un'opera così. Ora vediamo Feltrinelli, che pure non è ben messa. In bocca al lupo.

Per la cortesia di Ponte alle Grazie, avevo incontrato 4 anni fa Knausgard in Italia per l'uscita del primo volume, quello che oggi ripubblica Feltrinelli. Incontro magnetico e straniante come il libro e tutto il progetto . qui il post del "vecchio blog" soulfood del 2010 e sotto il video con l'intervista radiofonica integrale, di fatto inedita fino ad ora, in cui Karl parla del suo libro e del titolo "Min Kamp" che evoca volutamente, ironicamente e provocatoriamente il Main Kampf di Hitler, l'apoteosi dell'uomo massa opposto a questo uomo-singolo, anche se poi la tragedia hitleriana fu una singolare coincidenza di follia di uomo-singolo che incontro nell'intimità il consenso di altrettanti milioni di uomini-singoli.....

lunedì 8 dicembre 2014

DOMENICO STARNONE "Lacci" (Einaudi)


la recensione per Repubblica/RSera


Incipit. “Se tu te ne sei scordato, egregio signore, te o ricordo io: sono tua moglie. Lo so che questo una volta ti piaceva e adesso all’improvviso, ti dà fastidio. Lo so che fai finta che non esisto e che non sono mai esistita perché non vuoi fare brutta figura con la gente molto colta che frequenti. Lo so che avere una vita ordinata. Doverti ritirare a casa a ora di cena. Dormire con me e on con chi ti pare ti fa sentire cretino. Lo so che ti vergogni a dire: vedete mi sono sposato l’11 ottobre 1962, a ventidue anni; vedete ho detto sì davanti al prete, in una chiesa del quartiere Stella, e l’ho fatto solo per amore, non dovevo mettere al riparo niente”.

Trama. Per un misterioso furto e devastazione della casa, Aldo, un uomo, più che settantenne, rilegge le lettere che la moglie gli aveva inviato durante i quattro anni in cui l’aveva abbandonata, dopo dodici anni di matrimonio e  due figli, tra il 1974 e il 1978, vivendo una storia d’amore a Roma con una giovane donna e  trovando anche il successo come autore televisivo. E’ l’occasione per riflettere su quella  parentesi rimossa e sulle conseguenze dell’amore mancato, verso sua moglie, verso la giovane Lidia, e sul presente di famiglia borghese  rattrappita  intorno al non detto, sul suo essere stato padre inadatto, debole, malinconico, in cui il ritorno a casa  non fu vera pace, ma l’inizio di una storia di amarezza, paura e dolore, quotidianità conflittuale  e strangolante  che dai coniugi passava invisibile ai figli.  Sono loro i protagonisti del finale  a sorpresa. Con il oro gesto,  ormai adulti, rivelano che,  se esistono legami impossibili da spiegare, ricostruire amore e famiglia è altrettanto impossibile,  molto più che  saper amare davvero.

Stile. Starnone adotta diversi registri e smonta la storia in  capitoli e quadri mescolando i tempi. La prima voce è Vanda, la moglie, le sue lettere dell’abbandono, con una furia e lucidità di una donna ferita ma combattiva, feroce quasi. I rumors secondo i quali Starnone  potrebbe  “essere  Elena Ferrante” certo si alimentano  qui, perché – coincidenze a parte - sono pagine di tempesta e dolore travolgenti. Poi la parola passa al marito, già vecchio, fintamente  svagato, con una prosa che si distende in una malinconia asciutta, fino ad arrivare ai capitoli di Anna, la figlia minore, con i suoi rancori, fantasmi, la fame mai sopita di amore trasformata in avidità e bulimia, portando la narrazione verso la freddezza calcolatrice  del suo gesto straniante, in cui coinvolge  il fratello Sandro. Perché i figli che non sono come i nodi dei lacci, che puoi anche scioglierli:  i figli puoi solo farli o tagliarli via.


Pregi e difetti.  Pregevole lo stile, precisione dei sentimenti, personaggi nitidi, concentra in centoquaranta pagine come è cambiato il senso della  famiglia e dell’amore, la crisi del maschio, la dissoluzione dei “lacci” affettivi, mostra una crisi maschile che si accompagna a mutazione della Storia italiana , seppure qui appena accennata  (Aldo se ne va negli anni del referendum sul divorzio). Il finale lascia di stucco: forse troppo affrettato, troncato, tutto precipita, lascia un senso di mancanza, l’amaro in bocca. Potrebbe essere anche  un pregio.

FITZGERALD, LOWRY, HEMINGWAY E IL SOVRANISMO MASCHILE. Una proposta di rilettura.

Qualche giorno fa avevo scritto che stavo leggendo tre libri di maschi in crisi e mi sembravano sopravvalutati, e so   che avete pensato...