mercoledì 27 ottobre 2021

MAGRIS, I ROMANZO D'OGGI, LASCIENZA E IL TEATRO

 


Qualche giorno fa Claudio Magris ha scritto un articolo per me molto importante. Magris è maestro del 900 e dice cose che io – allievo del 900 – pure penso per aver molto assorbito quel secolo.

Il fatto che le dica lui e bene dall’alto della sua autorevolezza mi rincuora. Sarà passatismo, fate un po' come volete.

In ogni caso, per me l'articolo conferma la mia idea che è molto difficile trovare in letteratura oggi qualcosa che realmente ti dia la sensazione come dice Magris di “venire sbalzati in un mondo radicalmente «altro» rispetto a quello in cui eravamo abituati a vivere e a pensare”.

Chi veramente fa compiere questo balzo sono oggi i libri scientifici, per citare i più noti, da quelli di Mancuso a quelli di Rovelli, direi io da semplice lettore. Magris cita un autore turco, Rafik Anadol che “ha trovato il modo, grazie ad un algoritmo, di «catturare le allucinazioni dell'intelligenza artificiale” e a farne scrittura. Questi libri dice ancora Magris “inducono a non sapere più bene chi e cosa siamo; ci si scopre trasformati, quasi appartenenti ad un'altra specie, come quel personaggio nella Metamorfosi di Kafka che diviene un insetto ripugnante”.

Il parallelo con Kafka è un classico, specie per uno studioso come Magris, ma pure ha ancora una portata irriducibile e non superata. il fatto è che grandissima parte dei libri di oggi, pur ottimi a volte, non fanno quel che facevano quelli del 900, ovvero farti tuffare dentro “quella nuova Storia che macinava tutto, dalla politica ai sentimenti al linguaggio e al rapporto con la realtà esterna e con se stessi, con la pluralità dell'Io indissociabile dalla molteplicità dei linguaggi necessari per esprimerla”.

I Linguaggi: questo è il nodo centrale; per tutto il 900 la scoperta della rivoluzione dei soggetti passava attraverso una rivoluzione del linguaggio poetico (Kristeva) e in generale del linguaggio tutto. A suo modo anche le torsioni della grammatica di oggi, con lo schwa e simili, ci dicono che è nella lingua che si compie il primo passo del cambiamento. Oltra la Lingua, c’è “il Linguaggio” ovvero tutti i codici con cui la soggettività sociale stabilisci i codici e canoni della rappresentazione della realtà. Per cui non solo in esplosioni di significanti", ma pure in esplosione immaginativa e allegorica, si compie una trasformazione che si adegua a quelle intorno a noi.

Eppure nei romanzi di oggi non accade. Quale il motivo (mercato? poco coraggio? poca consapevolezza? main-midcult- stream?) chissà.

Magris è duro e se lo dice lui.. :” In questi anni di pandemia escono molti romanzi, mediocri o notevoli, ma che nella scrittura, nel ritmo, nei temi assomigliano alla narrativa tradizionale degli anni Trenta o Cinquanta, quella contro cui polemizzava il Gruppo '63, e si confrontano raramente con quel fuoco sotterraneo, con quel corto circuito fra l'umano e il non-umano con cui la scienza costringe, anche chi non la studia e non la conosce veramente, a fare i conti”.

Insomma ce tocca rimpiange il gruppo 63...

Accade anche per la morale. Spesso mi capita di sentire discorsi – lasciamo stare Barbero – in cui anche persone che si ritengono moderne e libere, ragionano in molti ambiti come mia madre o mia nonna.

Per Magris i romanzieri sono troppo presi in una sorta di autofiction della non-fiction di sé stessi, auscultando il cloud di informazione entropica alla sola ricerca del riverbero del loro nome citato e taggato.

E aggiunge una cosa che mi trova d’accordo (in qualche post precedente parlando dello spettacolo Lingua Madre parlavo del teatro). Ancora Magris: “oggi non è tanto il prolifico romanzo a vivere e a raccontare l'eruzione vulcanica che illumina e abbaglia il nostro sguardo, ma sono piuttosto altre forme espressive, performances di ogni genere ".

Ecco chissà se Magris loda Anadol, avrebbe dovuto vedere uno spettacolo come “"Uncanny valley", "valle perturbante" di Rimini Protokoll, il collettivo berlinese che tra i maggior sa raccontare tutte le forme di trasformazione della coscienza alle prese con la realtà del mondo contemporaneo – in questo caso era l’intelligenza artificiale. Nello spettacolo un computer aveva assorbito le molte informazioni di un umano e che prendeva vita come circuiti e processori ma pure in "figura" nel doppio del corpo dell'autore, in copia di formaldeide, a riprodurne le sue fattezze, in questo caso dello scrittore Thomas Melle autore della piece, ma che ha "delegato" il suo doppio ad essere in scena "als Ob" fosse se stesso.

. L’automa poteva – da non attore, non umano, ma “vero automa” - poteva “interpretare Melle – o sostituirlo – sostituire il soggetto/autore Melle avendo però assorbito autonomamente le informazioni di Melle e in qualche modo potendo "Essere Melle" sulla scena.

Meno tecnologico ma pure molto bello e poetico, Magris avrebbe dovuto vedere lo spettacolo di Agrupacion Senor Serrano “The Mountain” che ha girato un po’ e ora ho finalmente visto al Festival delle Colline torinesi, al Teatro Astra di Torino.

He Mountain è un spettacolo si intrecciano in modo aereo ma poi sempre più convergenti, la storia della prima spedizione sull’Everest, il cui esito è ancora oggi incerto; Orson Welles che semina il panico con il suo programma radiofonico The War of the Worlds; giocatori di badminton che giocano a baseball (perché così stabilisce la convenzione dei bravissimi attori in scena); un sito Web di fake news creato dalla compagnia e responsabile di aver diffuso volutamente fake news due delle quali hanno fatto "il giro dei social" come si dice, anche tra il folto pubblico di massa dei social che non è mai stato a teatro e che a sua insaputa era dentro un’opera d’arte cliccando e condividendo le fake news prodotte da Agrupacion.

(quando si dice l'opera aperta);

in scena c’è un drone che scruta il pubblico e riprende scene ravvicinate sorta di plastico della vicenda narrata ; il tutto con schermi mobili, con frammenti di video delle interviste di Welles, immagini frammentate; e Vladimir Putin o meglio la sua maschera digitale che è stata realizzata con i fondi raccolti da Agrupacion col sito di fake news al quale era stato agganciato Google Ads e che ha fruttato 1500 euro. Lo spettacolo spiazza, inquieta e diverte, e ci mette alla berlina: si noi siamo immuni dal meccanismo credulone delle fake news? No, vedendo lo spettacolo capiamo che no.

Mette alla berlina non solo Putin e la sua macchia di fake news ma anche noi, spettatori colti e informati, e provoca proprio quella destabilizzazione necessaria, non la conferma di quanto siamo belli bravi sensibili e corretti come fa molta anche della letteratura uptodate anche - direi soprattutto - internazionale (per una volta non si può dire che noi in Italia siamo peggior, se vedo i nomi più cool della letteratura francese inglese o americana e non solo (ho sentito un ‘intervista a Chimamanda Ngozi, che ho amato in Americanah, ma francamente si è estremamente americanizzata, dicendo banalità come poche sulla letteratura almeno i quell’intervista.).

insomma, sono contento che lo dica anche Magris e mi conferma, che oggi il miglior linguaggio per fare narrazione e poesia lo troviamo a teatro e non nella maggior parte dei romanzi e nei libri di poesia. E lo troviamo soprattutto nella scienza.

giovedì 23 settembre 2021

MARIO DESIATI "Spatriati" (Einaudi) - un diario di appunti di lettura

 


Ad ogni romanzo, un lettore si chiede sempre perché lo debba leggere oppure, una volta finito, si chiede cosa abbia tratto dal libro, quale conoscenza aggiuntiva della vita abbia fatto. L’ho pensato anche per il nuovo libro di Mario Desiati. Il precedente, il suo migliore (“Candore”, Einaudi) mi era piaciuto moltissimo, forse il miglior ritratto di una solitudine quasi siderale e felliniana del maschile, con il protagonista perso nel regno metafisico dell’ideale d’amore più assoluto che ci sia, la pornografia. Un punto di vista che davvero aggiungeva qualcosa alla discussione pubblica sulle identità di genere. 

 Con questo nuovo, “Spatriati” Desiati ci porta dentro un’altra condizione molto trattata dal discorso pubblico: le persone che cercano una via di fuga dall’Italia o almeno da città di provincia troppo strette per la loro singolare intelligenza.  I primi a diventare nei primi anni duemila,  cervelli in fuga, gli “expat” con termine inglese, che tradotto in “espatriati” non restituisce il senso del termine dialettale scelto da Desiati per il titolo,  “Spatriati” che esiste da sempre in quelle contrade tarantine,  da ben prima che iniziasse il lento deflusso di una migrazione intellettuale di parecchi ragazzi italiani verso l’Europa e non solo, di cui moltissimi dal Sud. Spatriètə, avverte nell’esergo della seconda parte Desiati, significa “Ramingo, senza meta, interrotto – detto del sonno –“ Insomma ragazzə interrottə, - ma per dirla con Freud sono persone unheimlich, ovvero familiari, ma come private dal risucchio di un negativo (il prefisso un-) di questa aura di appartenenza alla comunità.

Crescono così Francesco e Claudia a Martina Franca, lui dalla personalità introversa, preso da una fede religiosa fervida ma dalle pulsioni sessuali incerte, attaccato ai riti più che credente, forse perché così diverso ( che la stessa madre chiama “Uva nera” là dove si coltiva solo la bianca) dall’avere un disperato bisogno di essere accettato. E’ Francesco a tenere la voce narrante e ricostruisce una storia di formazione assieme a Claudia, con intreccia una infinita conversazione che vorrebbe essere – per lui – amorosa, che ottiene come risposta un no e al tempo stesso un allacciare nodi mai sciolti di una coppia che di fatto non lo è, ma idealmente sì, irrisolta e carica di non detti. Perché tanto Francesco è incerto e trattenuto, tanto Claudia è spavalda, sicura di sé sul piano sessuale, aperta e disinibita. A loro però è toccata una sorte singolare: la madre di lui è amante del padre di lei. Per quanto siano ribelli in famiglia, e antagonisti dei loro genitori, si ritrovano a fare comunità inconfessabile a due perché legati da questo trauma familiare. Tutto il loro destino, la loro odissea e anche il ritorno, temporaneo o definitivo che sia, sarà fatto alla luce non di un destino generale (la guerra di Troia, l’esilio di Dante) ma alla luce un po’ lamentosa degli eterni figli italiani che anziché gioire quando le famiglie vanno in pezzi e approfittare della libertà, scavano solchi come gli islamici durante la Hajj a La Mecca, ruotando attorno alla Kaaba, la pietra nera, per quelli come Claudia e Francesco, il buco nero del trauma familiare.

 

Avverte la note di copertina con una frase dal libro: “A volte leggiamo i romanzi solo per sapere che qualcuno ci è già passato”. 

La mia lettura di uomo adulto arrivato a 57 anni che tuttavia come tutte le generazioni dai boomer in poi, conserva legami fin troppo stretti con la sua formazione di gioventù, è di qualcosa di estenuato, proprio in virtù di quell’eterna figlianza che ci affligge,  che dovemmo far esplodere e con essa la famiglia che – come sostenuto da molti, da Banfield, passando per Laing, per approdare alla recente, giusta provocazione di Saviano, rilanciata da Michela Murgia,  sul legame con la mafiosità italiana che è molto più forte e diffusa delle Mafie -  sono per l’Italia specialmente alla base di nodi irrisolti del paese e degli individui (a partire dall’emergenza sociale del maschilismo violento, del maschilismo novax ecc, del patriarcato che pure sono centrali proprio in questo romanzo, specie nei rapporti di Francesco col padre machista)

l’effetto del libro durante la lettura era dunque, per me,   di un déjà-vu, che rischiava anche di ripetere cliché. 

Diverso sarebbe certo per il lettore ventenne, che tuttavia si potrebbe sorprendere e angosciare nel vedere come tutta questa fuga è stata di fatto “da fermi” (secondo la geniale definizione di Edoardo Nesi) già da più generazioni, appunto dalla mia in poi. Venuti dopo i ventenni che – come recitava lo slogan ripreso da Nanni Balestrini per il suo romanzo  – gridavano “Vogliamo tutto”, rilanciato nel 1977 con “Vogliamo tutto, compreso il lusso”, con la fine della Storia quelli come Claudia e Francesco e tanti altri cresciuti in questi ultimi trenta anni, possono solo far propria la frase che Claudia legge a Francesco, tratta da un romanzo: “Io volevo tutto, ma mi sono sempre dovuto accontentare di qualcosa”. E’ il 1989 quando Pier Vittorio Tondelli lo scrive in “Camere separate”. Anche il weekend postmoderno era già finito quando molti dovevano ancora nascere.

 

SPATRIATI, SPAESATI, EXPAT

Quando mi chiedevo perché leggere questo romanzo, che in fondo mi sembra di aver  già letto – storie di formazione, queste amicizie che non sono mai amori, ma sono anche più dell’amore, le fughe, i sogni le delusioni, c’eravamo tanto amati e compagnia bella) mi sembrava di non avere un motivo, forse per un certo impianto tradizionale e generazionale. Salvo poi trovare pietre d’inciampo che mi fanno pensare. Ad esempio, gli spatriati sono spaesati?

Gli spatriati esistono solo nella provincia, la parola esiste solo in dialetto (Spatriètə ). La storia di Claudia e Francesco, ragazzini tra gli anni 80 e 90 che arrivano alla soglia dei vent’anni col nuovo millennio, è anche la storia di due persone che per quanto piccolo borghesi e benestanti (lui figlio fi un’infermiera e un professore di educazione fisica, lei di un medico di ospedale) sono pur sempre due persone cresciute in una cittadina di 50 mila abitanti, non è poco ma non è neppure tanto. Col giro di boa del 2000 crescono anche in un paese che si ripete ma non fa progressi. Credo che certe vite interrotte (volendo spatriatə significa anche questo) toccate in sorte come simboli chi è nato dopo il 1970  ed emerse per fatti anche tragici della storia, dicano di questo freeze:  Alfredino, rimasto bambino nel 1981, Carlo Giuliani, rimasto  ragazzo nel 2001 .

LA vita interrotta delle vite giovani, che i decenni di pace hanno conosciuto, hanno creato quel senso del tempo storico che non va da nessuna parte. A maggior ragione per chi è entrato giovane nel nuovo millennio. Sarebbe dovuta diventare la generazione che avrebbe dovuto portare questo paese da un'altra parte che invece è rimasta ancora a un Italia amaramente ancorata all’antico, anzi al vecchio. Anche il rinnovamento della Puglia degli anni Duemila, dell’era Vendola e dell’inizio del turismo di massa, emerge come una disillusione in Claudia che deciderà, una volta a Berlino,  di non tornare a vivere in Puglia – ma non smetterà i fare  dei ritoni temporanei. Nonostante ciò, la madre di Claudia come tutte le altre madri,  le onnipresenti Mutter Pugliesi (peggiori di quelle di Woody Allen ) continuavano a vantarsi dei loro figli expat, tutti “geni incompresi, dirigenti, capitani, professori universitari, ricercatori, scrittori artisti piloti, ma il più delle volte disperati come gli altri”.

Questo legame col materno e con le radici, anche nella rivolta, come Francesco è legato a sua madre Elisa e Claudia annodata nell’odio verso Etta,  è il segno di un ‘Italia immobile (L’emblema del gruppo comico Casa Surace, che ne fa comicità ma è tristissimo questo riportare tutto sempre a misura di una Nonna antica che fa l’impepata di cozze e manda il pacco da giù) a quella stessa Madre a cui si richiama Silvio Berlusconi nel prender in mano il paese nel 1994 e lasciarlo uguale e peggiore nel 2013. Proprio l’arco della vita in cui Francesco resta attaccato alle radici, ma tutto sommato vale anche la fuga di Claudia che è un “franare restando in piedi” come scrive Rina Durante in Malapianta, una delle autrici che Francesco legge sulla scia delle letture di Claudia insieme ad altre (come Maria Teresa Di Lascia).  Tutto sommato il destino generale resta sullo sfondo, benché la Storia faccia capolino nella vicenda di Claudia e Francesco come una spia altamente significativa perché la loro storia è dei senza-Storia (1)

La Storia c’è, ma non pesa nei pensieri di Claudia e Francesco, il loro scontento gira sempre attorno al privato e alla piccola comunità è come il rumore degli aerei che si levano dalla base militare di Gioia del Colle, ronzare di fondo che veniva a “insolentire la pace” del loro idillio (di due “solitudini perfette, due monadi” tuttavia) sognante, con le presenze nere e intruse nello sguardo “rivolto al cielo, come a far respirare le cose che ci eravamo detti”. A loro interessa la famiglia e ciò che essi saranno di diverso (“Siamo alieni” dice Claudia a desiderando non “nascondere le sue fantasie sessuali” agli uomini che incontra inevitabilmente tutti non in grado di capire, tutti sbagliati – fino all’amara fiaba di fidanzarsi con un asino con cui dare vita a un centauro (sebbene sia un continuo riportare tutto a casa, alle passeggiate in paese ai formalismi da matrimonio  (“faremo grandi vasche, finalmente un senso ai corredi conservati un’intera vita”)  a testimonianza dell’eterno familismo (a)morale italiano  di cui si diceva.

In un’Italia “ancora bigotta” per citare il libro di Vallauri (Einaudi) alle soglie del XXI secolo non c’è solo la difficoltà per chi abbia sessualità fluide come Claudia e Francesco, ma lo stigma morale ancora pesa su due adulti che decidono di divorziare, come fanno la madre di Francesco e il padre di Claudia. 

Questo stigma sociale, è un ritorno del rimosso anche nei figli ribelli, perché in fondo il loro doloro e il loro disagio di strani, parte da qui. Subiscono lo stigma, ma al tempo stesso c’è un ambiguo sentimento di avversione per quei genitori, in fondo liberi come loro.

Il trauma sta alla base del loro sviare sociale, rendendo impossibile una loro normalità e la tempo stesso annodando il legame tra i due figli. Desiati si preoccupa,  forse con troppa insistenza didascalica – si segnalare come il padre di Francesco galleggi nel brodo patriarcale e lo stesso ragazzo si definisca un “maschio codardo” che “ si innamora e indossa l’armatura del salvatore e la sostanza del predatore”)

Toccherà a Claudia provare a rompere la stasi, partendo verso Berlino. Qui subirà una metamorfosi e al tempo stesso si scontrerà con la realtà. Quando Francesco la raggiunge a Berlino, ancora una volta è la Storia ad accompagnare l’intreccio dei due protagonisti . Stavolta sono i Siriani che nel 2015 si diressero  piedi verso la Germania, fuggendo dalla guerra. Francesco li osserva con una “Ruinenlust” (come dal titolo del capitolo)  mentre lascia finalmente Martina Franca. Qui era rimasto, a fare l’immobiliarista, venditore di case eterne e “abbandonate” aggredite dalle “radici”, le famigerate radici italiche che crescevano tra le pietre delle vecchie case “come piante carnivore” contrapposte alla sbalorditiva quantità “ di alberi e vegetazione” che sono a Berlino e che stupiscono Claudia.

 Francesco e Claudia poi a Berlino insieme, Claudia nella sua metamorfosi da adepta dei Rave e della Techno, a lavoratrice che non sfugge anche qui alla precarietà. Francesco ad assaporare finalmente una libertà dal contesto soffocante.

 Il loro incontro è segnato ancora da una parola tedesca 

(significativamente Desiati usa prima solo dialettali, poi termini tedeschi, come se l’Italiano non permettesse chiavi di interpretazione, come se la lingua italiana non fosse in grado, malata dello stesso immobilismo imposto ai romanzi dalla medietas letteraria imperante, di spiegare le polarità sentimentali di una condizione fluida, inafferrabile indecidibile come l’identità sessuale di Francesco e Claudia, come il senso della loro relazione).


La parola è Sehnsucht che – spiega la nota del titolo – è termine composto, che si può tradurre come nostalgia di un desiderio non realizzato o non realizzabile, ma anche al sogno di dualismo simmetrico di maschile e femminile che Claudia e Francesco cercano. Ancora una volta, nel turbinio di vita sregolata e giovane (“avevamo quindici al massimo sedici anni”) sradicata, il conflitto è sulle radici, sull’idea che non bisogna “affrontare tutto come fossimo pietra” dice Claudia mentre Francesco è legato alle pietre, alla roba, agli interessi e Claudia lo spinge verso la cura, il “volersi bene anche se non ci siamo trovati”. Francesco tuttavia vede che anche Berlino è una città di rovine, di speculazione immobiliare fatta su vecchie case abbandonate. La Storia insomma sembra segnare la stasi generale, forse una stasi e un arresto vitale di tutta l’Europa, in cui – sottolinea amaro Francesco – “eravamo liberi di muoverci dentro un recinto”

A Claudia e Francesco, che vivono qui finalmente una fusione che tuttavia passa per altri corpi, come quello di un giovane gay Andria, georgiano, che diventerà amante di entrambi per poco tempo, non resta che questa dimensione solo spaziale di un tempo in cui non possono essere perché il compimento della loro Sehnsucht si è data in un momento.

 O come sarà per la nuova relazione di Claudia con la più giovane Erika che avrà un bambino da chissà chi e che avrà due madri, legalmente (utopia neo-biologica veronesi)  Nei baci scambiati finalmente da Claudia e Francesco  attraverso la bocca di Andria, dice Claudia baciavamo “tutto quello che eravamo e che non siamo più”. Nel costruire un futuro per la piccola Elfo, c’è un gettare semi di futuro e produrranno le olive che un giorno Elfo adulta andrà a raccogliere  nel terreno che Francesco – tornato a Martina Franca, reintegrato nella confraternita, nei riti religiosi ma più sociali, del branco (i maschi che portano in processione il santo) , nella sfida d’amore col padre (tutto il romanzo è un essere gettati fuori degli spatriati, ma al tempo stesso attratti come un magnete al patriarcato dei padri così disperatamente amati anche nell’odio) – avrà piantato una dozzina di Ulivi  che saranno “la nuova vita” che assomiglia alla vita fatta Berlino, “allattando le pietre con la calce”.  C’è l’odio, c’è l’interesse, ma non c’è la parola “amore”  nel vocabolario delle loro radici, nel dialetto come nella pratica, ma c’è un bene antico e modernissimo che fa combaciare la saggezza del volersi “bunn” dei nonni, con l’agape comunitario (Jennifer Guerra) che si era creata ad esempio sull’asse femminile a Berlino tra Erika Claudia e la madre di Francesco.

Tutte sono Piante che alla fine trovano il loro frutto, assecondando una pazienza antica degli avi, che alla fine non è un sentimento sublime e romantico, ma solo “una forma di umanità”. E tuttavia saranno sempre insoddisfatti, Francesco del suo ritorno, benché armato dal desiderio di sabotare quel sistema patriarcale in cui – sfilando in processione coi maschi che portano i santi – egli si consegna;  Claudia non convinta della sua vita berlinese, pure col successo in affari ma consapevole che Erika “somiglia al tempo che viviamo, che sottovaluta i  semi della poesia, sottovaluta l’intreccio delle nostre radici, sottovaluta il mondo interiore suo e di nostra figlia”. Erika che si preoccupa del fatto che Claudia legga poesie alla piccola Elfo, perché potrebbe trasformarla in una broken girl. Un Spatriatə.

Restano allo stesso modo indietro i nodi della psiche irrisolti, un senso di inseguimento e fuga al tempo stesso del dolore, un senso di crollo della famiglia, con quei genitori che sembrano sempre vincenti, che superano i loro stessi non ostanti i disastri, degli affetti che non sono andato come dovevano essere ma al tempo stesso quel che dovevano essere non è ciò che Claudia e Francesco desideravano davvero Volevano un amore che è sembrato impossibile. Ma non sta né nel futuro, né nel passato: “Amore”  – e il cerchio si chiude sul dialetto – va inteso non come il sentimento della coppia monogamica tradizionale né il sentimento che ossessiona la psicologica collettiva dei magazine e di certa editoria destinata al pubblico  femminile: il dialetto infatti insegna a Francesco che l’amore non esiste, ma la parola “amore” nel dialetto esisteva solo come “sapore” come nutrimento e cura e solo in quel gesto di dare i sapori del nutrimento sta una varco possibile, un diverso amore, più come cura. Tra l’antico e il post-storia, è la consapevolezza d’essere sempre spatriati finalmente dalla loro stessa dipendenza psicologica,  dall’illusione dell’amore e dalle ipocrisie della famiglia, questa la vera conquista.

Desiati tine il suo racconto, dentro questo quadro in cui per certi aspetti come lettore non c’è quella sperimentazione che aveva provato a fare Sandro Veronesi con Colibrì. I personaggi sono cesellati, descrive bene quell’ansia da radici impossibili e inestirpabili che imbriglia soprattutto Francesco e che Claudia cerca sempre di liberare non comprendendo quanto anche ella sia legata a quel mondo attraverso Francesco. Mario desiati da conto dell'incertezza e della precarietà una precarietà esistenziale non  soltanto sociale che forse è proprio legata a questo trapasso dall’antico al moderno che non si compie mai a creare una zona grigia di non-emancipazione in cui è la famiglia il vero grande problema (Vedi il recente intervento i Saviano e il rilancio di Murgia) . Sia Claudia che Francesco sono imprigionati in questa in questa loro identità nonostante tutto Patria, lo testimonia il fatto che la loro estraneità la può dire solo un termine dialettale, che li identifica come tali,  Cioè quindi come degli irregolari ma sempre nella lingua patriarcale. Claudia e Francesco come l’unicorno sognato non hanno nome, se non quello e finche non ne avranno un altro non avrano altra cittadinanza negativa che in quello. Cosa li farà uscire dal nido? Forse la storia

Veronesi, Colibri - la storia di colibrì, anche se poi Paradossalmente il colibrì getta nel finale del romanzo avanti la sua prospettiva anche temporalmente, per Francesco e Claudia c’è  già una nuova nostalgia di radici, c’è “lassù” che è Berlino, come per molti meridionali al contrario il laggiù del mare. A me sembra che questa sia un delle eredità che mi lascia “Spatriati”: capire il dolore di chi, venendo generazionalmente dopo la mia generazione di boomer nata a metà anni 60, sa che non c’è nessuna prospettiva di futuro e che l’unica possibilità e fare come Erika, essere superficiali. Il Colibri, segnato però dalla macina di una storia collettiva di progresso, gli anni 50 e 60 della sua infanzia, conservano una seppur romantica nostalgia dell’utopia. Claudio e Francesco volevano solo una felicità del qui e ora, ma per loro non c’è alcun “qui” e l’ora è sempre un rimpianto di atti mancati e un vivere id sottintesi, come la poesia. Claudia e Francesco più liberi e col mondo a portata di mano, finiscono per ritrovarsi davanti a un piatto di spaghetti e nel loro microcosmo, heimat di un'energia irrisolta tra loro, a rivivere un ‘infanzia, il gioco tra loro “e il resto del mondo è escluso”. Anche se il mondo si fa sentire coi suoi rombi di caccia levati in volo dalla base vicina, l’unica patria è fuori dal tempo delle guerre, certo, ma restando anche fuori dalla Storia.

 

 

 

 

 

 

 

1 (cresciuta all’ombra di Berlusconi  che agisce su quella generazione nella doppia veste di editore e politico. La modernità arriva con la televisione e le radio in quegli anni (Radio Deejay) anche nei paesi che stanno subendo  la spoliazione stanndo diventando i luoghi spatriatə d’Italia. ( vedi Franco Arminio, vedi anche Carmen Pellegrino, che ne cercano ancora l’anima, ma che io trovo invece  i luoghi-pozzo nero  di una sopravvivenza dell’arcaico – vedi il romanzo di Lipperini  – ma anche con quel desiderio di essere metropolitani da marginali che ha il pozzo nero di questo paese (vedi i romanzi storicamente anticipatori di Andrea Carraro (dal Branco e non ssolo) e poi quelli di Ammaniti, specie Come dio comanda per arrivare fino alla Ferocia di Lagioia che non a caso porta nella suburbia periferica di Roma il suo radar di narratore)

mercoledì 28 luglio 2021

UNA COSA CHE AVEVO SCRITTO E CHE NON DOVEVO SCRIVERE (su Daniele del Giudice e Bobi Bazlen ne "Lo stadio di Wimbedon")

 


Coerentemente con l'oggetto dell'omaggio (Daniele Del Giudice e di rimando Bobi Bazlen fantasma inseguito e protagonista del suo esordio, "Lo stadio di Wimbledon" forse doveva restare non scritto né tantomeno pubblicato, ma ormai chi se ne frega. Ho tolto però il secondo termine di comparazione, non mi interessa essere scambiato per rancoroso (ma devo dire che ogni critica e stroncatura passa sotto la categoria “hate” ormai poi ci stupiamo perché non ci sia più). Per i più perspicaci, dico solo che tra i due libri c’è un legame: ed è per qualche anno “un cimitero”.
Questo sotto, sono gli appunti per un articolo in cui tento un parallelo tra i due libri, un confronto, cercando di
UN anno fa, questi appunti.
+++++++++
Il caso ha voluto che ascoltassi di seguito due audiolibri (Lo stadio di Wimbledon, di Daniele Del Giudice) che avevo letto con ritardo di dieci anni (uscì Con Einaudi editore nel 1983) il secondo ******* è uscito lo scorso anno, **************** Il primo vinse il Viareggio opera prima, il secondo *********************
Entrambi i libri sono esordi, in entrambi i casi l’esordio è avvenuto al 34mo anno d’età dell’autore.
Il libro di Del Giudice si muove tra Trieste e Londra, nel flusso di generazioni di intellettuali europei, il libro ****** è ambientato a**************
E necessario scavare sulla questione fondamentale che Italo Calvino scrisse nella quarta di Del Giudice: “chi ha posto giustamente il rapporto tra saper essere e saper scrivere come condizione dello scrivere, come può pensare d’influire sulle esistenze altrui se non nel modo indiretto e implicito in cui la letteratura insegna a essere?”.
Saper essere/saper scrivere.
La domanda va oltre Calvino, oltre la sua possibilità di immaginare come sia cambiato nel tempo intercorso tra i due libri l’idea stessa di cosa significhi “saper scrivere” (per non parlare di cosa sia “letteratura “) ma senza voler insinuare alcuna idea di decadenza, se non quella (al limite ) parabola che si potrebbe disegnare non solo tra Del Giudice e ******** ma allora pure tra Bazlen e Del Giudice, coerentemente a formare una linea di confine tra due domande : perché scrivere ?
Era meglio non scrivere, visti i tempi ? è antimodernismo? È snobismo? O difesa di un ideale?
Nel frattempo avevo letto anche il bellissimo libro “Bobi Bazlen. L'ombra di Trieste” di Cristina Battocletti pubblicato da La nave di Teseo.
+++++++++++++++++++++++++
Due esordi, a 34 anni, il primo, Del giudice nel 1983, il secondo******** nel 2019.
Premiati, riconosciuti, espressione però di due mondi (culturali e editoriali) molto diversi.
Daniele Del Giudice (da ora DG) insegue nella realtà un mito letterario, ********* no, scrive per una forma di aderenza sottomessa alla realtà.
DG affronta da subito il tema del negativo, la scelta di Bazlen di non scrivere, come se DG stesso arrivasse in quel 1983 con un ritardo di tempi paralleli, il libro stesso indaga lo spazio tra due parallele, costituite dallo scrivere e dalla vita, in cui il cuore della questione: perché Bazlen non ha scritto. Ho forse, come intuisce da subito il narratore, lui è “uno scrittore senza libro”, uno che ha scritto “in modo sotterraneo, parallelo, quanto bastava per far capire che non avrebbe scritto. Per questo è li in quel centro. Ho letto anche che quel centro non esiste, è il vuoto. “ DG ricostruisce la costellazione letteraria attorno a Bazlen : Saba, Svevo, Montale, la psicoanalisi, ma anche le amicizie con due donne fondamentali, Ljuba L. e Gerti W. le due muse ispiratrici di Montale. La stessa Trieste era una città di poeti, già piena del suo stesso mito letterario, derivato dalla tradizione tedesco austriaca. DG, scrittore Einaudi e allievo di Calvino va a indagare nella vita chi andò via dall’Einaudi, perché Giulio si rifiutò di pubblicare Nietzsche. (Onore e merito a Giulio che pubblicò su suggerimento di Calvino il libro di Del Giudice che esaltava il suo "concorrente " ed ex amico)
Lo stesso Bazlen però era in fuga, quella dello scrittore non è una profanazione, ma un’indagine scomoda.
Cosa ha influito nella decisione di Bazlen di (non) scrivere? la vitalità, il “divertirsi a vivere” che non è la stessa cosa che “essere felici a vivere”, ci si può divertire pure mantenendo un atteggiamento di apertura al tragico?
Era quel preferire il "saper vivere"?
O era distacco e poneva a un livello talmente alto la scrittura (“scrittori mediocri è meglio che non ce ne siano” diceva Bazlen, secondo una delle testimoni del romanzo) che sapeva che ogni sua scrittura sarebbe stata attesa e avrebbe rischiato di deludere.
In un certo senso era già dentro il sentimento di postuma eredità di un secolo che si apprestava a morire a pochi decenni dalla sua nascita precipitando da una guerra mondiale all’altra. Poi sarebbe stato celebrato dalla casa editrice che Bazlen fondò (Adelphi) ma postuma a quel secolo, nel 1965 e in piena società di massa, andando a costruire la complementare contraddizione di una cultura che la disprezza (ma non vivrebbe senza l’allargamento delle élite che rappresenta il progresso).
Cose di Bazlen che trovo mie: “il rigore era nel non volersi abbandonare, nel giudicare il suo dolore senza umiltà. Nella sua volontà di distacco e di giudizio…se avesse più accettato e meno giudicato, se non si fosse sentito sminuito da certe difficoltà, avrebbe potuto esprimerle”.
La domanda: perché scrivere, ma anche, perché no, lo fa sembrare un Bartleby. Uno scrivano che non scrive. Non fare anche una forma di superamento del già-fatto obsoleto.
Lo stesso DG adotta una scrittura in cui paradossalmente si fa trasparente, aderisce idealmente allo sguardo, si fa “ottica” sembra non esserci o sottrarsi alla letterarietà, ma questa è una diversa forma di sottrazione alla “religione della scrittura” da punti di vista opposti, uno laico (quello di DG) l’altro mistico ( quello di BB).
Così è la realtà che scorre davanti agli occhi “senza volume” (come il Narratore dice di guardare la tv, mangiando oppure come sembra guardandola nel bar dove la musica del juke box sostituisce il rumore del mondo, il rumore bianco)
È malinconico il destino di uno scrittore che ha perso la vista e poi la coscienza e per lui oggi si possa solo usare una metafora per immaginare o descrivere uno stato mentale che non vediamo che non sappiamo, se non per la diagnosi neuronale che possono fargli. Oggi DG vive aderente al suo stesso stato, è "homo sacer", è oltre la possibilità di esprimere, tocca il medesimo silenzio che Bazlen aspirava a conservare come pienezza. E si era dato quel compito che gli amici identificano in lui “la sua opera è stata la sua vita” e allora la compiutezza di una condizione di aderenza completa alla coscienza in entrambi I casi (BB e DG) ci parlano di un fare a meno della scrittura.
Era la vita che gli interessava anche se era inibito, ma al tempo stesso cercava di manipolare gli amici come personaggi (era un autore in cerca dei suoi personaggi?) combinare matrimoni, tresche, scambi di partner, divorzi.
Adelphi significa “sodali” ed è come se lui avesse agito in nome di un sodalizio implicito tra persone, alla fine era il burattinaio ma senza teatro, l’intreccio difficile nella vita a lui riusciva e a altri no. Al contrario, era riluttante rispetto allo scriverlo.
Il suo era un senso di fallimento, ma come se il fallimento fosse interno a vivere, come leopardi della vita, meglio non essere nati, BB della scrittura, meglio non perdersi nelle inezie, quel senso del disinteresse verso la vita che Leopardi, morendo a 37 anni non proverà mai “lui ha capito di sé. Che tutto è niente” , il niente è più aderente a una vita che se da un lato va spesa, dall’altro essa pure è parte del niente.
“l’unica cosa che resta di lui sono gli amici che gli hanno voluto bene e nei quali lui esiste ancora”
(Parentesi:E’ la cosa che chiude i due capitoli dedicati a Pia Pera e Rocco Carbone da Emanuele Trevi in Due vite, il libro come testimonianza d’aver voluto bene agli amici. Letteratura e bene.Etica.
E io? Cosa resta di me, senza me? Cosa è quello su cui io oggi posso poggiare, un punto di equilibrio dinamico tra la tensione dell’Angelo del Ghirlandaio nell’annunciazione e quello di Maria nel fermarlo, riesiliando. Forse c’è un limite in questo cercare appoggi, è la malattia – o la casa. Non averla più potrebbe aprire I confini di un’apertura alla luce, quando perdendo tutto raggiungi il punto massimo di squilibrio e li, allora si tocca a pienezza. La solitudine nella malattia è il punto d’appoggio del silenzio del corpo che è lo stare, la pienezza in cui le funzioni della vita sono la vita stessa, il fine della vita è tutto interno alla massa corporea, il bios di me in cui io mi nascondo annullo, cancello ogni proiezione soggettiva, sto.
Il senza tetto, il senza-dimora, con cui da più di un anno ho a che fare per attività di volontariato, è colui che sta in questa condizione in cui la vita si approssima alla sua stessa ridottissima ‘pienezza’ paradossale (non mitizzo, ovvio che sono sofferenze e privazioni, ma quel restringere il campo della vita serve al senzadimora proprio a recuperare una possibilità di resistere al grande vuoto che ha intorno) annullando il possibile. Il corpo che ha abbandonato tutte le immagini di sé, il personaggio che sono (il giornalista ma anche il poeta) tutto sarebbe immagine, una replica della vita come la scrittura che non è la scrittura, la vita non può essere questa esteriorità, altrimenti si riduce a una sequenza di aneddoti. Essere ricordati per aneddoti è come essere dimenticati, se è il bene che conta, il bene è quando dimentichi perché si vuole bene, quando dimentichi anche perché si vuole il male, per questo è il bene oltre il bene e il male (Nietzsche)
Cosa conta allora? Essere, stare, essere ricordati da chi ci ha voluto bene, perché si è stati qualcosa per qualcuno Fine parentesi).
Tornando a Bazlen/DelGiudice: In quel punto in cui si pone la condizione del saper essere e saper scrivere come condizione dello scrivere? Ma il senso di fallimento non può che far optare per la negazione dello scrivere, la scrittura è “amissa” non si sa dove è messa, ma al tempo stesso quanto più è importante la stessa scrittura proprio per poter dire il non dire, il non poter dire del possibile essere, (Zanzotto Caproni Lacan) tanto più BB (e io vorrei prendere questo esempio e farlo mio) cerca di anticipare la mancanza, nel non cadere nella trappola della mancanza, che è questo inseguirla continuamente con la scrittura, a dire ( o ri-dire?) la mancanza passando per un’ambivalenza che la narra.
BB manca, si ritrae dalla scrittura e poi a un certo punto si ritrae dal mondo se il mondo è questo essere “opera” di sé. Di un Io che lo modifica. Si ritira come il mare. Lascia che esista il silenzio della persona che ha capito il luogo in cui è, nel essere per l’altro. (Levinas) abbandonando tutti, senza più agonismo.
La parola data. La parola abbandonata.
Il saper vivere va a corrispondere a una depense nella misura in cui l’essere-per è la totale devozione all’altro, all’uscire da sé, il preoccuparsi dell’altra persona l’attenzione l’aderenza all’altro è quando la aderenza totale a me coincide col mio totale annullamento. Se è l’eros, o l’agape, il massimo dell’apertura all’altro nella perdita e nel perdersi (nell’altro, come prima forma del perdersi) la scrittura allora non può che essere nel momento in cui si misura col “no”. Cancellando il sé, o cancellando l’espressione di sé.
Bobi Bazlen viene indicato come la persona che sapeva vivere nelle aderenze nella preoccupazione ( se anche nella manipolazione da volte di quelle stesse persone) questo è il cuore della sua rinuncia alla scrittura e quindi un dispendio quello di Bazlen, cioè l'eccesso del non praticare, l’eccesso del sottrarre alla scrittura la parte di vita che è bene rimanga completamente vita.
E dunque Bazlen raggiunse, nel interessarsi alle altre persone, autori o amici, il suo “capolavoro2 la sua opera d'arte “aperta” nella completa aderenza al mondo anche se al tempo stesso non può che farlo sottraendosi anche al mondo, fuggendo da Trieste, fuggendo anche da una presenza nella scrittura sottraendo il suo nome. Sottraendosi alla risonanza anche se non alla Leggenda. E forse prepararsi anche abbandonarlo, il mondo - come emerge dal dettaglio di non aver mai dormito nella nuova casa che Ljuba riesce a trovargli a Roma e dove ha portato le sue valige di libri e in cui non dormì una sola notte e dove Ljiuba riprenderà le stesse valigie, tempo dopo.
Prepararsi ad abbandonare il mondo il gesto estremo. Il gesto estremo. In cui i tentativi si toccano nella rinuncia all’ “Io” sta il massimo di apertura all'altro. Anche se poi è perderlo l'altro perdere e perdersi che è quello che deve aver compiuto Bazlen. Secondo me nella sparizione di sé e della scrittura una forma di esecuzione più alta dell'amore. L’esecuzione: dare a questa parola il doppio significato di concerto solista, Musicale ma anche quella del giudizio: di una pena applicata e qui la condanna di sé. Qui entriamo in un labirinto psichico di cui io non potrei dire molto, i abbandonare senza colpe o con le colpe, ma per una singolare labirintica via dell’amore per l’altro, forse è questo che ha fatto BB?.
Perdersi. . Sì,l’ amore fallisce se la reciprocità fallisce. Perché di questo fallimento era piena consapevole la vita di Bazlen e alla fine la pienezza toccata non la potremo mai scrivere.
Rivela a noi quel perpendicolo interiore di perdita, come un vaso che si riempie sempre del suo vuoto. In questa pienezza sinistra, si spera che il fallimento sia totale e sia il capolavoro, lo stesso che non si è riusciti a scrivere quello letterario che non sei riuscito a scrivere.
Così la morte è “l'aperto”, non la scrittura. E l’aperto è alla lettera, all’aperto, nella folla, nell’anonimato, fuori dalal casa, nella città altra e lontana, dove nessuno può trovarti e soprattutto I ricordi.
Non so perché immagino Bobi Bazlen come un senzatetto uno che sparisce. Riempie il mondo della sua assenza. Sarà così? non si sa. Lo penso come una mente che non cercava di immaginare una persona per sé stesso, lui era quella persona e dunque Quale migliore possibilità che essere nessuno, per poter essere completamente, anche nell'altro.
Se il posto nel mondo di Bobi Bazlen era questo, Cioè essere la persona di fronte, il volto che sia di fronte e non scrivere la persona o il personaggio (magari di autofiction, come tanto impera oggi mentre la filosofia è sempre più anti-soggettiva) se è questa la scelta, Ebbene Bazlen, scelse. Di non scrivere. Come supremo compimento di una scrittura che resterà sempre possibile. E benché non prodotta, resterà sempre nella memoria del bene voluto e scambiato, come se quel testo fosse scritto, era una delle tante lettere spedite da Bazlen, ma in una – la sola mai arrivata a destinazione, perduta dal viaggio postale – era contenuto il suo capolavoro letterario, che continueremo ad attendere come il messaggio dell’Imperatore.

domenica 25 luglio 2021

NICOLA SAMORI', IL TEATRO ANATOMICO DELLA PITTURA (Antologica, Bologna, Palazzo Fava, 2021)

 


Nicola Samorì da molti anni sta inventando di nuovo la pittura, partendo da una raffinata tecnica di manipolazione della pittura stessa che viene strappata sé stessa, in qualche modo. Da sempre il dialogo è con la figurazione storica, specie rinascimentale e barocca. Nella mostra appena chiusa a Bologna tutto veniva anche amplificato dalla sede, Palazzo Fava, con i suoi affreschi e coni Fregi dedicati a storie mitologiche o dell’Eneide, fate dai Carracci. La mostra è la pria antologica di Nicola Samorì che si è affermato in questi anni con mostre internazionali e con due inviti alla Biennale di Venezia nel padiglione Italia nel 2011 e 2015. La pittura di Samorì tenta – come il teatro estremo di Romeo Castellucci – una via endogamica della pittura, lavorando però non sulla maniera, bensì sulla destrutturazione materica di essa. Allo stesso modo a Palazzo Fava l’allestimento ha dosato l’interazione con il luogo, creando un continuo attrito con opere  del palazzo, da qui il titolo di “Sfregi” che tuttavia rischia di essere fuorviante, immaginando iconoclastia o ironia beffarda alla Dalì. Niente di più lontano.

. La mostra è sì un attrito con le immagini precedenti, ma lo è come l’attrito che si produce tra due corpi che si amano fisicamente. Il percorso inizia fin dall’ingresso, dove la statua cinquecentesca  di Apollo scruta un torso doppio scolpito da Samorì in legno: è Marsia, il sileno che sfidò il dio nell’arte della musica e da Apollo fu punito per la sua superbia e appeso ad un legno, il materiale in cui è scolpito e spellato, che è in sintesi la tecnica che Samorì ha adottato. Un incipit che già dice molto e contiene una dialettica sia simbolica, figurativa, che materica, che percorre il lavoro di Samorì, tra esaltazione e distruzione dell’opera, che tuttavia non è mai iconoclasta. Semmai è un omaggio nella dissezione, nella tecnica utilizzata e affinata negli ultimi anni, Samorì che non solo riprende l’abilità manuale dei pittori classici, ma ne mostra, squartate, le stratificazioni materiali. La pittura stessa viene martirizzata, per mostrarne la santità, che non a caso si propaga poi per residui materici di corpo, reliquie. Samorì si colloca nel martirio, nel momento sospeso in cui violenza e santità stanno assieme. Ma anche umanità e spiritualità. 


Lo testimonia la bellissima sala in cui è collocata una maddalena penitente del 500 e tra le figure di Santi ne spicca una (titolo “Immortale”, del 2018)  trafitta da una freccia-pennello conficcato matericamente sul pigmento-carne del quadro-icona. Forse potremo definire anche il percorso di Samorì dentro la storia della pittura un cammino cannibale.

LE foto che allego non rendono l’effetto ( e anche questo è un omaggio di Samorì ad una fruizione dell’opera dal vivo e una riaffermazione del valore non riproducibile della pittura, che fanno della poetica di Samorì un pittore sia sperimentale e innovativo, sia un anti-pop).

 Quelle che sembrano bruciature – in qualche caso ricorda le aggregazioni delle plastiche di Burri – o appunto sfregi, sono in vece un’operazione chirurgica raffinatissima  che dopo la stesura del coloro a olio, lo risolleva mentre ancora non si è seccato, spellando la figura, mostrando la stratificazione tecnica della pittura stessa (in questo c’è un lato meta pittorico ovviamente).




 Il pitturato, l’atto stesso della pittura, viene mostrato in carne viva, ribaltato, scuoiato verso l’osservatore mostrando i tessuti organici in cui “l’immagine” è costretta e costruita e poi compressa nella stesura del pigmento. Quando si secca è impossibile fare l’operazione di Samorì, dunque l’artista in questo modo tiene sospesa tra la vita e la morte la pittura, l’atto  stesso del dipingere, ne mostra in questo spellamento (vedi “Il digiuno”, opera del 2014)  una sorta di archeologia presente, come se vedessimo dal vivo il formarsi dei canyon, in una fissazione materica che mostra il “rebour” della pittura, il processo all’inverso. Samorì è il chirurgo che prima di operare, dopo aver aperto un corpo ancora vivo, lo mostra come materia di studio ai suoi studenti. Per accentuare ancora di più questa metafora del “ teatro anatomico” (non siamo forse  a Bologna e non è vicino l’Archiginnasio?) immaginate in particolare un’operazione di distacco della cataratta: Samorì ci permette di vedere il segreto materico della visione.


Il tema della visione è esplicitato poi nella sala di Santa Lucia, al piano superiore, dove i ritratti di santi di Carracci fanno da contrappunto al doppio piano tra sguardo e volto, in cui la materia della testa dipinta su onice fa apparire dei bulbi là dove invece c’è un buco (come nella leggenda sul volto della santa dopo che furono strappati gli occhi) ma tutto questo è stato creato dipingendo intorno a due fori già presenti nell’onice del supporto, così la santa sembra guardare una testa posta di fronte, anche essa con occhi scavati. Nell’opera di Samorì tutti i tempi della pittura – dalla tavolozza, dai grumi di colore a olio, alla figura finale, sono compresenti. Lasciate “aperte”: i dipinti e le sculture di Samorì sono forme  “sfinite”, ovvero che prima finite, poi riportate indietro a perdere la sua definizione iconica, l’inganno della sola visione, ma mostrate per la loro nuda verità.


Anche meta referenziale, concretista, forse in un certo depotenziata, ma poi ripotenziata nel lasciar vedere sé stessa come originata dal  pigmento e  l’intervento del pittore è quella di scavarla prima stenderla poi scavarla. Potremmo per associazione definirla un’altra via dell’informale . La pittura si stacca dal segno incisorio, si arricchisce di supporti materici carichi di indizi, dovuti alla materia, anche la base ospitante reagisce, perché sesso dipinte su legno o onice e quelle che sembrano essere gocciolamenti sono in realtà dovuti a una complessa pratica di gesto istintivo, praticato a parte e poi ricomposto come un mosaico, che sfrutta anche la presenza arcaica di segni della pietra o del legno. 

Il percorso di Samorì è assai originale, anche rispetto al 900: dove c’era l’inganno della sola icona 
dipinta, la volontà si superare la rappresentazione anche grazie alle nuove conoscenze sull’ottica e sulla materia, l’immagine è stata decostruita dall’impressionismo in poi, creando tuttavia una nuova maniera della modernità. Samorì lavora con la precisione scientifica di chi può decostruire l’immagine, ma lo fa utilizzando i soli strumenti classici: il suo corpo, la sua mano abile, la sua tensione nel tenere la precisione questa materia informe, e poi il pigmento. 


Così ecco la figura femminile del piccolo dipinto (“A corda” del 2019): a prima vista e in foto vi sembreranno capelli, invece sono fili sollevati e allungati di olio, che escono dal supporto, sfondano verso l’esterno; così anche la “carne viva” sempre del pigmento a olio nel Sofonisba, o la testa con lacrima, sono tutti fregi riavvolti al prima della materia, un ‘adorno’ alternativo della figura, In questo l sforzo ottico, l’avvicinamento materiale all’opera necessario per vedere esattamente, replica lo sforzo fisico dell’artista che ha creato quell’effetto per un tentativo di avvicinamento a chi guarda. Alla fine, per quanto meditata, raffinata tecnicamente e referente alla tradizione con le sue iconografie di santi e martiri o miti, l’opera di Samorì chiama in causa il corpo del visitatore, la sua viva presenza e il suo sguardo. 





sabato 5 giugno 2021

"1984" è diventato un anno feticcio. Meglio leggere "Millenovecentottantaquattro" (traduzione di Tommaso Pincio)

 


Questa è la copia che mi ha regalato Tommaso Pincio della sua nuova traduzione di “Millenovecentottantaquattro” che già dal titolo in lettere segnala una sua specifica, coraggiosa ma giusta fedeltà all’originale. (era " Nineteen Eighty-Four", London, Secker & Warburg, 1949)
Cosa fa di questo libro un oggetto speciale? In fondo è una copia, riprodotta tecnicamente come tutte le altre da Sellerio. C’è un segno della sua specificità? Una traccia ? Per me c’è un’aura, in questo libro, ma è solo mia, è stata caricata di splendore dal gesto generoso dello scrittore qui traduttore.

 La riproducibilità è tecnica e per estensione diremmo anche “tecnologica” (la stampa di Gutenberg è l’inizio dei media moderni). Al tempo stesso, un oggetto riproducibile può essere anche iconico, feticcio, la merce lo è.  Lo è anche il concetto legato ala merce.  Lo è anche il termine “1984” e “orwelliano”, concetti feticcio e lo è il libro nella sua “aura” culturale come simbolo (feticcio) di libertà di pensiero.

Ho insistito su copia a stampa, perché il dettaglio tipografico, tecnico, di esecuzione a stampa, è  essenziale per uno dei passaggi chiave del libro, che Pincio segnala ricordando,  nell’introduzione di questa sua traduzione 2020, per Sellerio,  che nella prima edizione inglese del 1949 a pag. 296 quasi alla fine, c’è la scena in cui Winston Smith, dopo essere stato interrogato (dal funzionario, furbissimo e intelligentissimo,  O'Brien ) e sottoposto a un pressing psicologico estremo, schiacciato dal potere , scoperto nei suoi propositi di ribellarsi, perduto l’amore, con un tradimento reciproco, Smith è ritornato da solo alla mensa e qui , scrive Pincio “comincia a vagare coi pensieri e senza rendersene conto, scrive con la punta del dito nella polvere che vela il tavolo 2+2=5”. (qui siamo a pag. 406 della stampa Sellerio)


Era – quel risultato illogico - quanto aveva insinuato il suo inquisitore. Era quella  la verità che veniva tuttavia formalmente proposta, non imposta a Smith. E  Smith, poi, per conto suo, è “giunto a credere nel profondo che il risultato corretto sia davvero cinque” e dunque “Smith è vinto. Il sistema gli è entrato nella testa” scrive ancora Pincio.  Questo è ancora oggi un punto essenziale del rapporto col potere: se io penso una cosa, lo penso autonomamente o mi hanno persuaso? O indotto? O plagiato? Ci torneremo.


Prima seguiamo le disavventure di quel dettaglio tipografico e tecnologica. Dopo la prima del 1959, nelle ristampe mandate in libreria dal 1950, scrive Pincio,  “il cinque saltò e da allora per trentasette anni, l’operazione di è presentata così: 2+2=     lasciando un vuoto tipografico, così alla fine l’operazione resta sospesa, Winston nel profondo non riesce a pensare come il Grande Fratello voleva”.



 Era un refuso tipografico, redazionale della Secker & Warburg, errore umano o forse tecnico. Nessuno se ne accorse. L’autore era morto. Restò tutto così. Per trentasette anni. Cosa ci dice questo dettaglio editoriale?

Avanzo la mia interpretazione: L’inesattezza della tecnica, in qualche modo condizionò l’interpretazione in questi decenni,  rilanciava una speranza, che l’autore invece aveva cancellato dal suo testo “originale”. Grazie a quell’errore della tecnica si era interpretato il libro di Orwell con un filo sottile di possibilità positiva.
La filologia ha restituito, ahimé,  la negatività originale.

Certo potremmo dire: la tecnica, la tecnologia non è così perfetta e totalizzante, c'è un errore, una "una maglia rotta nella rete che ci stringe" direbbe Montale,  per questo libro, che ci parla anche della supremazia di costrizione del Potere attuato proprio con il controllo tecnologico degli onnipresenti schermi, con cui piega l’uomo.

 Si può sperare se non nell’uomo, almeno nel bug? Winston Smith era senza speranza, ma il tipografo l’ha reintrodotta? In fondo pensando al dominio che dopo l’anno 2000 c’è stato nei sistemi informatici, con lo sviluppo della Apple soprattutto, con l’IPhone, con l’uso degli algoritmi, con l’arrivo di Facebook e altri social, con il dominio del tracciamento con Google, forse potevamo sperare ( o dovremmo farlo retroattivamente) nel famoso millennium 2k bug? Cosa sarebbe successo se tutti i computer fossero andati in tilt? Il mondo si sarebbe fermato? forse esattamente come ora con l’epidemia, ma in quel caso col “virus” digitale, perché incapaci tutti di lavorare se non per quello che si poteva fare “ a mano”?  (e saremmo tornati anziché allo smart work, all’ hand-work?). Non so se  esista un romanzo retro-distopico del tipo “If history”, ma sarebbe interessante immaginare cosa sarebbe successo se alle 23.59.59  del 31 dicembre del 1999 ecc. Anzi, forse oggi sappiamo come sarebbe più o meno ( Il virus digitale avrebbe bloccato con una ‘pandemia’ di collasso algoritmico il mondo). 


In fondo le tre cose sono intrecciate quando si parla di questo libro nella biografia stessa di Orwell, al secolo Eric Arthur Blair: la sua esperienza con gli stalinisti in Spagna, l’esasperazione del suo lavoro di recensore, la sua vita privata, la sua visione da socialista e democratico ma contro il totalitarismo e le accuse che gli rivolsero da vivo da sinistra, tutto concorre. ( Il cambio di nome da Blair a Orwell mi fa pensare che oggi diremmo "blairiano" tutto ciò che è "orwelliano", povero Tony Blair. O forse non povero, né innocente.

BACK TO THE FUTURE: il vero 1984

Nel 1984, quando io ho 20 anni esatti e tutti quelli come me, figli dei sixties, ne hanno circa 20, al potere in Gran Bretagna c’era Margaret Thatcher, poi arrivò appunto Blair, ma nel 1990 e avrebbe rappresentato dopo dodici anni la liberazione, da quella destra liberista. Tuttavia, fu anche l’avvio di un consumismo molto lib-lab, un avvio di economia globale, e Blair insieme a Bill Clinton, rappresentò uno degli alfieri  di una politica liberal-progressista che spinse innanzitutto i consumi, con l’ingresso (il caso vuole proprio nel dicembre del 1999) della Cina nel WTO, aprendo la strada alla globalizzazione. Fu l’avvio di un cambio di geografia produttiva che abbassò i prezzi e spinse i consumi, conseguentemente anche lo sviluppo della rete internet dando di fatto avvio alla società che oggi, ci controlla senza controllarci col solo sapiente uso automatico dei programmi di algoritmi e avvolge il fruitore, il cittadino, il consumatore, in una rete di tracce che lo aiutano o lo obbligano (a seconda di come lo si voglia interpretare) a definire le sue scelte.

In quegli anni 90 si sviluppò  la società dello spettacolo e insieme la società del desiderio espansivo, in cui l’affermazione di sé per i propri obiettivi di crescita personale  (ma anche di affermazione dei propri diritti) si concretizzava con le medesime dinamiche di scelta con cui ci si aggirava in un immenso supermercato. Tutto si riferiva ad un ego-centrismo, individualista, dedito al piacere liberato, quindi in un certo senso non censurato,  non “frugale” e severo,  libertario ma consumista. Un consumismo intriso della libertà di desiderare.

Ma esiste davvero una libertà di desiderare? O qualcuno ci induce a desiderare (ad esempio di avere o fare una cosa)? La libertà di poter andare al supermercato a qualsiasi ora perché nel frattempo si fa sesso, si beve con gli amici, si lavora a un progetto quindici ore, ci fa più o meno consumisti?

A voler assumere un punto di vista radicale, magari ai teorici del NoLogo, formati ad esempio attorno al libro con questo titolo, il best seller (consumismo editoriale?) di Naomi Klein, ( uscito nel gennaio 2000, e dunque non lo avremmo potuto distribuire, bloccando le catene automatizzate di delivery,  se avessimo avuto il “bug del millennio” alla mezzanotte del 31/12/1999) direbbero che , detta in modo generale, le parole  “blairiano” e “orwelliano” in fondo si equivalgono.  Il progressismo globalista dei lib-lab verrebbe visto (non senza ragioni) come concausa dell’avvio a un godimento di massa progressista, attraverso la tecnologia, con lo sviluppo della rete in quella fine anni 90, a cui molti pure nel circuito antagonista credevano (Bey le TAZ, Caronia, Bifo, Luther Blissett ecc.)

Erano invece i prodromi della gabbia invisibile ben costruita, democratica  (all’epoca fu proprio un super esponente  democratico come il vicepresidente  Al Gore il primo a credere che il Web sarebbe stato orizzontale, capace di contenere l’alternativa al potere della TV e delle Major dell’informazione).

Oggi sappiamo che è un totalitarismo senza Grade Fratello, ma peer-to-peer. Un altro mondo sembrava possibile al movimento Noglobal a Seattle 1999, a Genova 2001, a Occupy Wall Street. Oggi le istanze tornano simili nel movimento capeggiato da Greta Tunberg, il Fridays for Future.  Ma l’impressione è che oggi non ci sia alternativa al sistema mondiale delle merci, al consumismo e dobbiamo ridurre le emissioni, certo, ridurre la plastica, ma non viene messo in discussione il sistema di vita che ha nella fruizione di beni una delle chiavi della nostra felicità quotidiana.

There is no alternative. Lo diceva la Thatcher nel 1984, quando io compravo in via del Pellegrino a Roma, una copia usata dell’Oscar Mondadori intitolata “1984”. Tra restaurazione (Reagan come il Grande Fratello) e innovazione.  

Nel gennaio  1984, la Apple aveva lanciato il suo spot al Superbowl XIX, che fu vinto dalla squadra californiana dei “49ers” di San Francisco, che prendono il nome dall'ondata di cercatori d'oro che invase  l'area di San Francisco nel 1849 (la corsa all’ora è la spinta propulsiva del consumismo che non si esaurisce).

Lo spot fece epoca, fu trasmesso una sola volta (dunque non ebbe “copie” in quella forma, non divenne parte del processo di persuasione delle campagne spot in TV (anche se circolò la sua piccola sintesi).

 Era diretto da Ridley Scott che aveva girato due anni prima, nel 1982,  “Blade Runner” (film tratto da un romanzo di Philip Dick). Lo spot promuoveva il nuovo Macintosh, ed era un omaggio ad Orwell mentre eravamo in piena era Reagan, un ex attore di Hollywood diventato Presidente degli USA in piana affermazione della democrazia elettronica televisiva.

Nello spot, gli schermi tenevano inchiodati e schiavi gli uomini e le donne, che hanno una sorta di mimi pc o mini tv  come collare. Era il riferimento al “personal computer” della IBM, l’azienda concorrente, accusata da Steve Jobs di essere strumento di fruizione più o meno passiva, come un TV o una catena di montaggio digitale, rispetto alla creatività libera che avrebbe espresso secondo lui il Mac. Anni dopo, nel 1997, sarebbe uscito l’altro spot epocale, con lo slogan “Think Different” che riproponeva in chiave commerciale il pensiero dei movimenti alternativi del 68 e del 77 : “Here’s to the crazy ones. The misfits. The rebels.”

Da lì a poco “the rebels” ovvero i manifestanti no-global avrebbero occupato in nome di un pensiero differente e alternativo (“un altro mondo è possibile”)  le strade di Seattle nel 1999.  Il mercato mondiale è tuttavia la piattaforma di delivery globale con la quale Apple (come altri prodotti simili e in generale tutti i prodotti) produce e distribuisce i suoi prodotti per “pensare differente” (oltre all’ex ribelle Steve Jobs, fu Clinton ad aprire alla Cina paese in cui vengono prodotti gli IPhone)

Il romanzo di George Orwell se visto in questa prospettiva (soprattutto pensando al sistema-Cina)  fungeva da continua  “archeologia del futuro” dal 1949 ad oggi. Cosa è successo nel frattempo? Date voi la risposta.  Fate voi. Sapete voi il risultato, perché il Grande Fratello siete voi, o meglio siete voi “il Fratello Maggiore”. Certo è che il filo di speranza che ci regalava l’errore tecnologica del 2+2=       si è forse spezzato o diventato invisibile.

“BIG BROTHER”  COME SI TRADUCE?

Torniamo alla traduzione di Pincio e anche questo elemento è significativo: l’appellativo “Big Brother” in questa versione Sellerio diventa “Fratello Maggiore” come sceglie di tradurlo correttamente Pincio (con quella sfumatura di confidenzialità familiare che ha il “big” colloquiale tra familiari o amici – tanto che come osserva Pincio sarebbe ancora più correttamente “fratellone” (così come tra amici molti mi chiamano “Marione). Era anche la familiarità popolare dell’appellativo di “batjuska”, “piccolo padre” con cui i russi chiamavano lo Zar, ma soprattutto – ed è questo probabilmente il riferimento del “fratellone” orwelliano – chiamavano Stalin).

Se continuassi a fare di  “Millenovecentottantaquattro una rilettura archeologica “personale” cercherei di ricollocare mentalmente, psichicamente e forse inconsciamente, noi stessi  nella posizione di speranza per il futuro che potevamo ancora avere in quell’anno 1984,  avendo vent’anni, ma venendo dopo la stagione di conflitto e cambiamento degli anni 70, in Italia ancor più che altrove, spenta a suon di bombe. Su quel sentimento di sopravvivenza postumo, calò nei nostri cuori e cervelli a diciotto/diciannove anni  per l’appunto quel “Balde Runner” , ovvero il film di Scott tratto da “Il cacciatore di Androidi” (come fu tradotto in italiano  “Do Androids Dream of Electric Sheep?” ) romanzo di Philip Dick del 1968 in cui si immaginava un modo futuro del 1992. Ma in cui alla fine tutta quell’epica fantascientifica, di ribellione al sistema, si chiudeva col monologo malinconico dell’androide Roy Batty,  che è il cuore del film (tra tutte le azioni dei vari androidi, l’Androide malinconico, empatico, che salva la vita a Deckard è la prova della loro umanità, rispetto alla crudeltà efficientista e paranoica dello Stato poliziesco degli umani)


( Solo incidentalmente, sottolineo qui come il sistema concorrente a IOS di Apple installato nella maggioranza degli smartphone del mondo, è stato chiamato Android

Più del libro, fece epoca il film. Ma dieci anni erano pochi (Dick indicava il 1992) e  Scott spostò in avanti l’asticella-futuro del film , collocando la vicenda di Blade Runner-film al 2019.

(Il 2019. Già tantissimo tempo fa, visto oggi,  visto dall’oggi della pandemia)

Il film era dunque già da sempre ancorato a una sorta di gioco col futuro ma pure a una predizione di nostalgia futura, la nostalgia che avremmo comunque provato del futuro stesso, del “futurare” se così posso definirlo,  dell’immaginare il domani, essendo cresciuti ad una continua epica dell’avvenire (lo spazio, il comunismo, il progresso, la tecnologia ecc.). Una nostalgia di non aver avuto il futuro come speravamo, sebbene da ventenni un futuro ci attendesse, ma era già-da-sempre bruciato, perché in realtà eravamo già socio-geneticamente una generazione nata (biologicamente) in anni di grandi aspettative.

Orwell, morto nel 1950 non lo avrebbe visto il futuro, neppure quello degli anni 60  e chissà come lo avrebbe giudicato. Per noi si era interrotto col biennio 1978-1980. Era iniziata un’altra epoca. La morte ritualizzata dai media di Alfredino Rampi nel 1981 fece secondo me da spartiacque immaginario. Lo spot Apple invece reintroduceva speranza per il futuro-1984 (comprate il Mac ecco il principio-speranza)

Scott l’artista di Blade Runner di nostalgia del futuro, si mette al servizio commerciale di Apple per lo spot che crea il “brand” Macintosh che spezzerà le catene “orwelliane” della TV di Reagan. La libertà non è una reale rivoluzione, o liberazione dal sistema, ma il suo desiderio di liberarsi che non arriva mai, ma genera continuamente feticci di liberazione nella nuova merce desiderata. Un feticcio il film, un feticcio la Rete, un feticcio il telefonino Apple, ecc. È il segno che il Capitalismo ha trovato una chiave psichica per garantirsi la sua sopravvivenza: quella di generare la propria conservazione grazie a un continuo abbattimento da parte diversi e sempre nuovi  neo-capitalismi futuri, nel senso di nuove forme dello stesso capitalismo, basati su nuovi desideri, nuovi prodotti e nuovi brand di essi. Un capitalismo camaleontico.

 È l’avverarsi dell’ Aufhebung, ma in senso Hegeliano e non marxiano, di un processo dialettico, in cui un concetto è al tempo stesso conservato e modificato attraverso l'interazione dialettica con un altro concetto che lo “toglie”- come è la traduzione esatta tedesca -  lo cancella, lo annulla, ri-generandolo in quello stesso momento dell’annullamento. Questo per ché al momento il Capitalismo è principalmente la soddisfazione dei desideri (o il desiderio in cerca di soddisfazione) indipendentemente dalla forma politica che ha assunto la nazione con cui esso prospera e dunque il capitalismo risulta essere ciò che Hegel chiamava das absolute Wissen (il "sapere assoluto") ciò che nella Storia non muta mai, tutto il resto è soggetto a dialettica.

 È così che Il Capitalismo è il Fratello Maggiore che non ha bisogno di avere nessun dittatore reale che impersoni il Fratello Maggiore. L’equazione Hai un desiderio+ compra iphone = felicità è il 2+2=5 del Capitalismo che non ci impone, ma propone ma è il nostro desiderio a muoverci.

Orwell, ci informa Pincio nella prefazione, aveva una visione negativa della storia e “riteneva che nessuno fosse padrone dei propri pensieri perché nessun individuo è un’entità autonoma” e se non c’è libertà sociale, non c’è neanche una libertà interiore che sia più vasta. La libertà è la fuoriuscita dai propri spazi di pensiero attraverso il linguaggio, ma sempre collocati in un agire sociale.

Siamo liberi di non consumare? Forse. Ma siamo liberi di non desiderare? Possiamo desiderare di non-desiderare? Se il desiderio è la mia essenza più intima (a meno di non pensare che sia il Male come avviene in alcune religioni particolarmente repressive) se desidero un oggetto sto dando vita al mio meccanismo di libertà esprimendo ciò che sono in ciò che voglio. Anche se non sono schiavo del mio desiderio, anche se non sono persuaso occultamente, io lo desidero con razionalità? Beh,  è un consumismo responsabile, ma sarà pur sempre un consumismo. Il movimento Fridays for future propone questo: consumo sostenibile, ma certo non il “non-consumo”. “there is no alternative”. Questo desiderio vince su tutto, non solo in Occidente, ma anche in Russia, Cina Regni Sauditi, paesi poveri in Africa, in Sudamerica.

Possedere l’oggetto, il feticcio è l’essenza, non il sistema con cui poi si usa o si produce. Il  Capitalismo si è installato nel principio del Piacere, è diventato quel principio, uscendo dalla logica materiale del bisogno strumentale. Della necessità e anche dell’imposizione.

La sconfitta del Comunismo  – o meglio il suo aborto, i suo essere mai-nato in tutto il mondo tranne nei blocchi dell’Est e a Cuba e  solo con il rigido controllo di polizia di quei regimi – sta nel fatto che Marx ebbe sì,  la felice intuizione di capire che la merce si presentava come un feticcio (“Il carattere di feticcio della merce e il suo segreto”, ne “Il Capitale”, cap. I)  ma poi di pensare che questa fosse una fantasmagoria o un plus valore rispetto alla sua essenza, al suo essere materiale dell’oggetto, che andava misurata in termini di valore reale, una fantasmagoria che andasse svelata e controllata, per rivelare materialisticamente la verità della merce rispetto alla produzione capitalista e allo sfruttamento del lavoro e l’uso del capitale su cui si doveva  basare il “discorso politico” comunista che avrebbe liberato e svelato la verità al proletariato.

Il proletariato in realtà non desiderava che feticci del proprio riscatto, non la coscienza e la condivisione del capitale, ma la soddisfazione di desideri individuali o al massimo per la propria famiglia.  È questo che accade nel secondo 900: si capisce che  il “carattere di feticcio” non è un accessorio secondario, una spalmata di aura su un oggetto materiale, ma è l’essenza stessa della merce, il cui uso materiale e funzionale semmai è l’accessorio. È questo il principio base del Capitalismo, la bolla o il cielo stellato da cui non usciamo. Non compriamo il tavolo per il suo valore d’uso ma per quello simbolico. L’economia di mercato è simbolica, la merce si scambia con la psiche. 

Quel che pensavamo potesse ucciderci, il proiettile, ora è penetrato nel nostro cervello e genera amore. Per the Big Brother.
(Il fatto che sia diventato un "reality show" con questo ossimoro è abbastanza ovvio, non ci soffermeremo su questo pensadoppio del sistema della società dello spettacolo).

  Naturalmente poi anche dentro questo sistema, le scelte non sono in realtà così apparentemente infinite, esse sono controllate o indotte. Lo sono state nella prima fase del Capitalismo del dopo-guerra (dalle critiche di Adorno a quelle Packard sulla capacità di persuasione forzata martellante, a volte occulta, attraverso un controllo centralizzato della comunicazione e del linguaggio sociale) ma oggi, la maggioranze non si pone nessun problema di alternativa la sistema delle multinazionali e del WTO, una minoranza invece lo fa, davanti a Birre della multinazionale Heineken e con un telefonico della multinazionale Apple manda post indignati sulla piattaforma della multinazionale Facebook, non senza aver controllato le fonti di una citazione del contadino amazzone ribelle eroe anti-global con una ricerca sulla piattaforma della multinazionale Google o su quella di YouTube

“Millenovecentottantaquattro” intuisce questa adesione amorevole e tra tante cose, soprattutto  un punto essenziale: è la lingua il luogo cui misuriamo la nostra libertà. Che è sociale, perché parliamo, ci esprimiamo con altri: “è quasi impossibile pensare senza parlare” dice Winston Smith ma il primo con cui parliamo è ogni singolo mestesso. Il Fratello Maggiore aveva u compito che va ben otre la adesione d’amore di Winston Smith al sistema del Fratello Maggiore stesso. Infatti, il romanzo  contiene un’ “Appendice” che di fatto è la coda verso il futuro di “Millenovecentottantaquattro”. L’appendice spiega cosa sia il Parlanuovo, la voce narrante è ora più esterna e quasi fredda nello spiegare  che è la lingua ufficiale dell’Oceania, ma che ancora nel 1984 era usata, ad esempio sui giornali, ma di fatto ancora pochi la sapevano come fosse una lingua madre. Il progetto era una totale sostituzione dell’Inglese Standard con il Parlanuovo nel 2050.
Orwell lancia lontanissima la sua profezia. 101 anni dopo la data di pubblicazione, 1 anno dopo la data di ambientazione di Blade Runner Sequel . Come funzionerà il Parlanuovo? riducendo “lo spettro semantico di un termine” spiega Pincio che servirà  a “ridurre le associazioni mentali che quel termine può suggerire e dunque la possibilità di spaziare col pensiero”.

 2050

È curioso, il 2050, anno dell’adozione totale e univoca del Parlanuovo è – nella nostra storia reale (reale?) la stessa data-termine per ridurre a Zero le emissioni di CO2 che si sono date le Nazioni Unite (organizzazione mondiale che è composta da nazioni che sono – come le immaginate da Orwell ur-nazioni Oceania, Eurasia e EstAsia – continuamente alleate e al tempo stesso in conflitto, tra loro)

In ogni caso, oggi 2021, i “traduttori” sono ancora al lavoro. Quelli dell'Oceania e i nostri.

Se il ParlaNuovo si sta annidando nel linguaggio, magari  col “globish” – o sarà il Cinesing? – il lavoro di  Tommaso Picio come traduttore letterario, ma anche come scrittore, in quanto esponente della controparola è ancora attivo. Controparola era il termine con cui Paul Celan chiamava la lingua della poesia nel suo tedesco che agiva come un contropelo, come un portare la vita dentro la morte, come un arricchimento, di una lingua dentro la lingua, la stessa in cui è scritta e che apparteneva ai Nazisti i carnefici dei suoi genitori, pur tuttavia quella era la linguamadre. Se come dice il personaggio Syme, ad un certo punto a Winston “ “il Parlanuovo è l’unica lingua al mondo il cui vocabolario rimpicciolisce di anno in anno”. L’impoverimento della lingua, la disabitudine alla lettura, la grande mole di scrittura dal punto di vista quantitativo, ma forse la riduzione dello spettro semantico, sono questioni all’ordine del giorno per le istituzioni scolastiche di tutto il mondo. L’introduzione di una lingua-emoji non fa che rafforzare gli allarmi. La partita è ancora aperta. Ai traduttori del Parlanuovo è stato dato tempo fino al 2050. Anche a noi, con i traduttori e gli che invece ampliano e amplificano le risonanze delle lingue.

Sempre certo alla luce della visione negativa che fu di Orwell e che forse sposo, per cui come accaduto per la “traduzione” che ne fece (intesa come sintesi, nella brevità dell’omaggio di uno spot) Ridley Scott, possiamo immaginare che Apple sia come Sellerio, o chi altri la ritraduca adesso, e stia complessivamente ri-generando due cose: un libro scritto nel 1948 per lanciare la denuncia di tutti i totalitarismi (anche quelli in cui il mio Super-Io è il dittatore che è in Me) e al tempo stesso un brand letterario-culturale, un titolo-feticcio, un luogo comune concettuale, deprivandolo di senso, perché puntando sul brand “1984” (anche perché  di fatto lo si compra all’interno di questo medesimo meccanismo feticistico del capitalismo per 15 euro – il paradosso è che molte case editrici occidentali stampano in Cina per abbattere costi e rendere più “democratica” la cultura)

Ecco che di fatto anche questa mia singola copia donata con affetto dal suo traduttore e come tale provvista per me di una specificità unica, non sfugge pure al suo status di libro-pensadoppio. Lo è anche nella materia dell’oggetto, un libro anti-sistema che nell’acquisto del bene-libro al prezzo di 15 euro, non fa altro che ripetere quella scelta unica e totalitaria che è il commercio di beni per fantasma di appartenenza, uno dei cuori nuovi del neo- Capitalismo

 – a cui tuttavia Tommaso Pincio si è sottratto e ha sottratto me dall'acquisto



, donandomi una copia, in un potlatch.

MAGRIS, I ROMANZO D'OGGI, LASCIENZA E IL TEATRO

  Qualche giorno fa Claudio Magris ha scritto un articolo per me molto importante. Magris è maestro del 900 e dice cose che io – allievo del...