domenica 6 ottobre 2019

COLSON WHITEHEAD I ragazzi della Nickel (Mondadori)

Confesso che avevo abbandonato a metà “LA ferrovia sotterranea” di Colson Whitehead, unico suo libro letto - e di quel libro, come capita spesso, mi era sembrato eccessivo il battage, rispetto al romanzo, per cui finisci per mollare anche libri buoni se non sono quel “capolavoro” che gli editori cercano di spacciare.
(breve digressione: Mi è capitato ancora molto recentemente di avere la prova su pelle che se non partecipi a questo entusiasmo dell’entourage editoriale, hai quelle eleganti forme di indifferenza ( anche peggio del “mob" ) ” in vario e sottile modo, dal non-like, al non-saluto, al non-invio del libro ( pratica della benedizione editoriale, elargita come le indulgenze dei papi ai tempi di Lutero, che abbondante si sparge su capi chini dei semplici e pseudo lettori-forti , ritenuti più funzionali al sistema di chi, come me - ormai da semplice lettore forte ma senza nessun ruolo ) - mantiene il suo ciglio alzato - un distaccato relativismo sano - verso “il sistema”. Quel sistema, che poi fondamentalmente è fondamentalmente commerciale e di promozione del prodotto, ossessionato dalle vendite come non mai, più di quanto un editore debba giustamente fare, in quanto impresa economica, rinunciando però al SUO ruolo critico e culturale (cosa per la quale rispetto a altre imprese pretende fondi pubblici. Ma capisco, lavoro in un’azienda editoriale, ne va della sopravvivenza, ma è deprimente lo stesso). Chi se ne frega, in ogni caso. Ho già pagato pegno col mondo della poesia allo stesso modo)
fine digressione..

Detto questo: avevo già mollato a metà “LA ferrovia sotterranea” di CW per questo leggendo del nuovo “capolavoro” (“I ragazzi della Nickel” Mondadori) non avevo molta voglia di leggerlo. Però vista la mole non eccessiva, l’ho comprato in kindle e l’ho letto.
Confesso che a un certo punto stavo per mollare pure questo. NOn che sia brutto, anzi. Fino a metà però non mi prendeva, mi sembra si un classico libro della narrativa di Building-roman di stampo anglosassone e nella tradizione americana e poi afroamericana (da Twain o Dickens in poi ) ma come se fosse scritto negli anni in cui è ambientato, all’inizio della vicenda quando il protagonista Elwood è ancora un ragazzino, fine anni 50. Nobili intenti, ma letteratura già letta.
Sono fissato col fatto che la letteratura si rconosce dalla "forma" che posso farci, no dalal bella storia.
Purtroppo - o per fortuna - avendo appena letto un grandissimo libro, come “L’archivio dei bambini perduti” della messicana Valeria Luiselli, il mio gusto letterario forse troppo novecentesco e postomoderno insieme , prende questo libro come parametro per le altre uscite, tra le novità editoriali.
Anche questo di Colson Whitehead "Ragazzi della Nickel" dunque mi sembrava romanzo classico, non particolarmente originale nella struttura, nell’organizzazione narrativa, nel punto di vista, in più la lentezza, meditata, dettagliata, della prosa aggiunge si vividezza delle cose, ma pure rallenta, insomma stesso effetto dell'altro fino al 60% (kindle). Riconosco può essere un pregio: Whitehead non sentimentalizza né esagera la storia che emerge dal procedere dell’azione, ma era fin troppo documentarista. Forse archeologo.
Mi dicevo: forse negli stati uniti è più apprezzato (Cona lferrovia ha preso il Pulitzer) perché direttamente coinvolti nelle storie di segregazione razziale, è il tipo di narrativa che ancora oggi in America ritrova più senso proprio nell'era Trump e quindi ha avuto un ottimo lancio editoriale e riscontri dell'intellighenzia newyorkese e cc ecc
.
Un lancio che si ripropone anche da noi, ma forse c'è della generosità, diciamo. ma è Difetto mio.
LA struttura del romanzo è per tre quarti il racconto della sfortunata vita di Elwood Curtis, ragazzino balck della Florida, giovane promessa scolastica, vive con la nonna, senza genitori, si arrangiano senza grandi soldi, ma lui ama leggere, lavora si dà da fare, è destinato al College ( in quegli anni per la prima volta si stava permettendo anche ai neri di accedere o si stava combattendo per quello il traguardo era vicino).
Sembrava.
Il caso sfortunato - il romanzesco dickensiano quasi - fa finire Elwood innocente in galera, alla Nickel, riformatorio del sud degli stati uniti, per neri. LA Nickel diventerà il “college della vita” per Elwood, la sua scuola di vita e di “ resistenza ”
Elwood incontra Turner, più sgamato ed esperto. I due diventano amici Elwood crede sempre negli ideali di Martin Luther King e ai soprusi che subisce alla Nickel, risponde con gli insegnamenti del Reverendo e cerca di ribellarsi; Turner, invece, si arrangia come può, spesso rispondendo alla violenza con altra violenza.
Colson Whitehead ha un modo classicamente realista di condurre la storia, forte padronanza dei caratteri, dei racconti secondari che si intrecciano nella coralità di un carcere. La Nickel è un infermo, un lager, è la peggiore rappresentazione del sopruso e questo di Whithead è anche un romanzo storico, di finzione, ma pure di denuncia di un’America WASP che on solo non è mai morta ma con Trump ha ritrovato forza.
E basato su una storia vera, dopo il ritrovamento di cadaveri di ragazzi detenuti in quel riformatorio, e seppelliti senza nome alla Dozier school ,sempre in Florida tra gli anni 50 e 60. Fin qui bello, intenso profondo, ma letterariamente appunto un classico, o meglio pure “non una novità” diciamo.
il romanzo però dal 70% in poi cambia e CW trova una chiave interessante, anche se non posso dirvi il finale, un bel colpo di scena che aggiunge senso a ciò che sto per dire.
Ad un certo punto iniziano i flashback - lo intuivamo dall’inizio, che c’era un ritorno di questi ex-ragazzi detenuti dopo tanti anni a quel carcere ormai dismesso, rovina dell’orrore, scoperto per caso per costruire uin centro commerciale.
Un ritorno di chi non può dimenticare ma pure vorrebbe trovare il modo di dimenticare. E nel flashback troviamo Elwood a New York, diventato un imprenditore dei trasporti, una persona normale ma anche realizzata, con i suoi probelemi, ma tutto sommato potrebbe avere vita soddisfatta.
Ma la scuola continua a trascinarsi dentro i suoi pensieri in ogni istante in ogni nuovo vissuto dell'America, dagli anni 80 a oggi, e anche a New York che nell’anonimato multiculturale almeno gli permette di tenere a bada i fantasmi.
La prosperità economica e le opportunità anche per lui, forse hanno messo via per un po' i conflitti razziali - che infatti ora con la crisi dopo il 2007 riesplodono, al confine e dentro gli stessi USA.
Negli anni recenti Elwood vive la sua normalità che forse in parte è un fallimento, rispetto non solo all’ingiustizia subita e non riscattata, non riconosciuta.
Una normalità che quasi lo priva d’identità, cancella la sua vita perché lo costringe alla rimozione, non lo porta alal giustizia.
Prova una sorta di malinconia in questa nuova esistenza da imprenditore e americano medio, che in qualche modo è un vuoto, è un mancare, un non compimento.
La memoria della Nickel lo opprime e la memoria della sua utopia secondo il “sogno” del Reverendo King che non si è compiuta integralmente, vanno a intrecciarsi in un senso d’insofferenza per quell’apparente normalità conquistata.
Essere un "everyman" non fa di tutti i “man” la stessa persona, non fa uguaglianza.
E proprio in questo elemento del nome, dell’anonimato e dell’uguaglianza c’è la chiave del colpo di scena finale.
Soprattutto chi ha commesso orrori, ha torturato, ha rovinano esistenze giovani, ancora non è stato processato e forse ormai è morto. Ecco che Due file di “sepolti senza giustizia” si confrontano idealmente, ma i primi con nomi e onori - i bianchi del disonore - e gli altri senza nome, disonorati e cancellati senza ottenere risarcimento.
La nuova normalità non è stata l'emancipazione è stato qualcosa di diverso, il benessere che livella tutto, ora livella anche l'identità e trasforma tutti in “americani medi” ma davvero diventare americani media significa acquisire gli stessi diritti ? la risposta è nell’archeologia: no, emergono corpi senza giustizia, bisogna dare giusta e degna sepoltura. E’ su questo punto tragico, che il romanzo si apre, sarà questo i l compito del protagonista e forse - pur col passo di scrittura “classica” , lento e fermo, paziente, come quello dell’archeologo - è pure il compito di romanzieri come Colson Whitehead.

sabato 5 ottobre 2019

VIOLA ARDONE "Il treno dei bambini" (Einaudi)



Vorrei dire qualcosa su “Il treno dei bambini” di Viola Ardone. ( Einaudi editore ) che ho letto in treno (ieri sera osservando da roma a Milano parte del paesaggio che anche quei bambini avranno osservato a i tempi):
Mi è piaciuto e sotto spiego perché e come inquadro il giudizio, ma parto come al solito, da lontano.(la faccio lunga)

Come qualche amico e amica sa, c’è una bambina a Calcutta che cresce, sostenuta a distanza da me. Si chiama Barsha e oggi ha 13 anni. Sono andata a trovarla grazie agli amici di ActionAid Italia un anno e mezzo fa, nello slum in cui vive con la famiglia, molto modestamente, la casa è una stanzetta cucina sotto e una sopra.
La superficie dell’intera casa è minore del soggiorno piccolo da cui scrivo. È tutto quello che posso fare, da solo, per le ingiustizie del mondo. Nel tempo della post-politica globale, nel tempo della solitudine disseminata delle monadi iperconnesse.

Forse. O forse no, potrei avrei potuto fare di più. io c'ho provato, 40 anni fa, ma la mia generazione – benché qualcuno come me si fosse attaccato in quella fine anni'70 a quella precedente, partecipando da ragazzino alla politica dei più grandi – è stata la prima del riflusso, del privato e della svolta a destra di questo paese.
Prima I cattolici, CL, poi Berlusconi ora Salvini e Di Maio, la stragrande maggioranza dei “giovani” tanto osannati oggi, dagli anni ’80 fino al 2018 ha votato a destra, e in generale ha votato CONTRO la sinistra. (dati iSStat e Istituto cattaneo, controllate) come del resto tutto il paese, da sempre.

Perché questa premessa per parlare del libro di Viola Ardone “il treno dei bambini” che Stile Libero ha lanciato con grande spiegamento di mezzi ed è già tradotto in 25 lingue prima di uscire? Perché non si capisce questa storia narrata nel romanzo, e legata al vero, senza sapere cosa sia stato il partito comunista e la storia d'Italia dal dopoguerra agli anni 70.
Sapere, è dire poco, bisgna immaginare, introiettare a fondo.

Ma .Mi rendo conto che già oggi non lo sanno, perché non lo sapevano allora, quelli come me nati a metà anni 60, guardavano altrove, pur se beneficiati da quel movimento (e certo non bisogna dimenticare il cattolicesimo sociale, certo , dentro la DC).
Difficile per me dimenticare la memoria bambina del 75-76 quando il PCI raggiunse il suo massimo storico, alle elezioni.
A casa mia si votava comunista, mio padre era muratore e quello era, così andava fatto - c'era maschilismo patriarcale e certo.
Mia madre era una contadina cattolica che aveva la quarta elementare e faceva come diceva mio padre, che era arrivato alla quinta.

Io andavo in sezione da piccolino per mano di mio padre e restavo fuori a giocare seduto sul marciapiede, mentre dentro c’era la riunione della domenica mattina. Sezione “Antonio Gramsci” al Tiburtino. Primi anni dei Settanta. Quando poi sono entrato al liceo, nel 77, I ragazzi grandi erano quasi tutti schierati "Né con Lo Stato né con le Br " e contestare il PCI con l’arroganza del saputello e contestare mio padre con la eterna dissidenza dell’adolescente, fu tutt’uno.

Poi tutto finì nel giro di due anni, Moro, le bombe. Nel 1981 la sezione del PCI chiuse, iniziarono le processioni della parrocchia per strada e da allora tutti I ragazzi hanno preferito il privato, l’omologazione, qualcuno era rivoluzionario “ebbro” la notte e ancora oggi è pieno di ragazzi che la rivoluzione la fanno In cameretta sfondandosi di alcol o canne, ma fuori “tuttapposto”.
Adesso ci sono i teen della generazione Greta, e sembra un miracolo. Vedremo.

torniamo al romanzo "Il treno dei bambini"
Quello che racconta Viola Ardone ha due piani. E io credo che il secondo non sia da trascurare, per questo la faccio lunga.
il primo è una storia universale, per certi aspetti. vediamo.
Uno.
il primo, quello della storia di Amerigo Speranza di otto anni che viene affidato al treno dei Comunisti, quelli che portavano da Napoli I bambini a crescere “a distanza” in famiglie del Nord, comuniste, che spesso li adottavano o li sostenevano, poi in seguito come faccio io con Barsha.

E in primo piano c’è la storia di un dolore che dilania Amerigo per sempre, anche se come in tutte le storie di dolore, la redenzione e la riconciliazione sono sempre in prospettiva possibili, I romanzi anche I più tragici servono a far balenare la stella della redenzione, anche se si risolvono in schianto finale, che qui non c’è,( questo è un romanzo doloroso e commovente, ma non è tragico, non fino in fondo almeno). Da un lato c’è la madre di Amerigo, Antonietta che col padre lontano in America – ma chissà – cresce il figlio con scoppole e modi bruschi che non sembrano amore.
Dall’altro lato, ci sarà Derna, la comunista di Modena, senza marito, senza figli che lo prende con sé, sceso dal treno, e lo cresce con la famiglia della sorella Rosa e di suo marito Alcide, che lo accudiscono tra valori comunisti, di rispetto e solidarietà e ne sviluppano il talento del violino. Amerigo cresce e significativamente vira anche nel cognome che sente suo, da Speranza, che gli ha lasciato il padre che come quella però non arriva mai, a Benvenuti, che è quello che gli darà la famiglia di Alcide e Derna, un ‘accoglienza, un gesto reale, anche se forse una goccia nel mare delle ingiustizie.

Dice Milo De Angelis che il tragico è come “un bambino smarrito” non sa che via prendere e così il tragico, non si dà come oppressione di una potenza oscura e superiore data al nostro limite d ieroi che soccombono, come I greci.

Nel 900, il tragico è la Storia e gli uomini in essa, e il destino sembra dilaniato tra due potenze che sono al tempo stesso interamente giuste e interamente incompatibili.

Amerigo cresce nello sgomento di una povertà e di una vita brusca a Napoli in cui non c’è amore, ma pure c'è magia di un sottosuolo di carne, è quello l’amore profondo che sempre manda scosse, vibrazioni, bradisismo, la radice che attraverso il bios ti richiama al suo profondo uterino.
E dall’altra l’altra c’è un amore razionale, fatto di logos, non è ciò da cui vieni, ma senti che a quell’accudimento sei destinato, perché ciò da cui vieni è un forte ma è pure un mancamento, un profondo incompiuto, come l’amore di Antonietta per il figlio Amerigo - che posterà su Derna l'amore, a perdersi nel suo profumo materno di non madre. UN romanzo sulla maternità che è non viscere necessariamente, ma valore di giustizia e empatia solidale. Amore, insomma. Che dell'amore delle viscere diffidiamo.

Lo svolgimento della vita sarà questo per Amerigo, quando anche crescerà, studiando violino, restando al nord, in una lunga lettera sd'ampre scritta a distanza e non vissuta con sua madre.
. Il romanzo è diviso in quattro parti: tre tra il 1946 e I due anni successivi. L’ultimo è titolato 1994. Amerigo, adulto, ultracinquntenne, affermato, farà I conti con quel dolore incompiuto e cercherà un senso nella distanza, un affidamento di sé stesso a distanza. UNa distanza ora irreversibile. E cercherà la stella variabile del suo cammino, ritrovando "Speranza".

Due.
Il Secondo piano è più sullo sfondo, anche se è quello che segna la vicenda, ed è l’organizzazione del Partito Comunista Italiano. Qui il senso della lunga premessa.
Mitologia, nostalgia, realismo, illusione e disillusione, sono tutti attivi quando parliamo di quella storia a cui molti di noi devono tutto perché fu la grande spinta propulsiva che attraverso la mobilitazione delle masse, riuscì a far ottenere diritti e welfare a un paese povero in cui I bambini erano costretti ad essere “strappati” a fin di bene (uso la parola volgare usata in questi tempi per Bibbiano perché al di là della complessa vicenda giudiziaria, è davvero insultante la volgarità di un pezzo di paese che sputa su una tradizione politica a cui deve sostanzialmente il merito di essere uscita dalla povertà, e perché ancora una volta è anche quella di cronaca una storia di bambini)

E ‘il piano, questo secondo, del personaggio della compagna Maddalena la giovane comunista che fu incaricata di accompagnare I bambini e che rimase sempre una maestra di vita e solidarietà, non solo a scuola. È Maddalena che nel 1994 consegna all’Amerigo adulto, ora affermato musicista di violino, col cognome benvenuti, la verità di un secolo che – direbbe l’altro napoletano, Ermanno Rea – s’è lasciato andare a una “dismissione”.

"Era più facile una volta. C'era il partito, c'erano le compagne e compagni del partito. Oggi non ci sta più niente, chi vuole fare qualcosa di buono lo deve fare da solo per conto proprio" dicce maddalena a Amerigo. (come faccio io con la bmbina di Calcutta)
"C'erano anche le cose brutte " - dice Maddalena - di quelal storia del PCI, ma resta l'insegnamento: ""tutto quello che si può fare, si deve fare". una cosa simile me l'ha detta valeria Luiselli, la scrittrice mesiscana. Poi ci torno.

Il romanzo è un limpido esempio di una tradizione che si rinnova, quella di un realismo partecipe: nella testa scorrono I film come Sciuscià e tanto De Sica, scorre Elsa Morante de La Storia, Anna Maria Ortese, scorre Erri De Luca, e altri.
Una storia simile l’ha raccontata Marco Balzano con “L’ultimo arrivato” pubblicato da Sellerio, che vinse il Campiello e che forse meritava più attenzione e maggiore ricezione, specie oggi che di minori non accompagnati si parla.
Quel libro parla di bambini che dal sud partivano come emigranti, e insieme a quelli, ma senza genitori, magari piazzati da qualche parente o compare al Nord e andavano lavorare, a spezzarsi la schiena nelle fabbriche e nei cantieri o nei negozi in condizioni di semiclandestinità e molto più soli. (una storia diversa anche se non meno sconfortante quella del treno dei comunisti)

Leggendo il libro di Viola Ardone, grazie al suo sapiente ed equilibrato uso di una ricostruzione linguistica per cercare di conciliare una leggibilità nazionale (e una traducibilità internazionale), veniamo immersi in un pensare bambino di un bambino napoletano del '46, con un risultato che è anche un altra eredità. quella migliore della nostra pedagogia – Don Milani fino a Rossi Doria. (Ardone è una professoressa, e mi viene in mente tra gli scrittori prof, anche Giusi Marchetta che sento di apparentare e su7 altri piani anche i romnazi di Simona Vinci per i bambini e per la storie de La prima verità - ma faccio torto sicuramente a qualcuno che dimentico ma vado a braccio)

La storia dei minori che vanno nel mondo da soli, oggi diciamo “ non accompagnati”, quelli che oggi arrivano sui barconi dall’Africa o chiusi in un tir, dall’Afghanistan (la storia di “Nel mare non ci sono I coccodrilli” di Fabio Geda ad esempio, altro esempio di una tradizione che si rinnova), volendo ci riporta anche a Charles Dickens .

Io sono diventato comunista (ovvio sui generis) all’età di otto anni, quando mio cugino diciottenne che era venuto dal paesello da dove erano venuti pure I miei negli anni 50, a lavorare alla Fiat e dormiva in camera mia, mi regalo un’edizione per bambini di Olivier Twist e quello fu il mio battesimo con le ingiustizie che andavano sanate, per bambini poi! Io ero fortunato e quelli no. Il pensiero mi straziava, è sempre stato così. Era un sentire ingenuo, ma è la radice su cui hanno poggiato tutti I ragionamenti adulti. Anche quelli di dissenso rispetto a letture troppo positive dell’immigrazione e delle stesse ingiustizie.

Con Dickens poi, io come tutti I bambini inquieti, io mi sentivo orfano, come Amerigo, non amato da un padre che rifilava troppe scoppole – e pure mia madre ogni tanto. (Ma erano quelle le madri e I padri e delle loro difficoltà a vivere non potevamo sapere, anche se oggi niente giustifica la violenza, anche la minima, di una scoppola, ma erano altri tempi e la redenzione per loro è necessaria, come il perdono che nessuno è esente). la faccio troppo lunga.

Perché cito tracce di possibili araldiche letterarie al cui termine c’è “”il treno dei bambini” di viola Ardone? Perché la stratificazione di storie può farci inciampare nel rischio di una ricostruzione paradossalmente metaletteraria, sentimentale ma incompleta di una storia. Viola Ardone lo evita, con sapienza, ma per i lettori sarebbe un bene sapere tutto il contesto e anche questa lunga tradizione di racconto di bambini che vanno via da casa, che migrano da soli, non accompagnati. Un esempio di come si possa superare, o tematizzare il rischio esibendolo, certo facendo una scelta più complessa, postmoderna, decostruttiva dello stesso racconto appassionato che pure vuole fare di una vicenda simile (bambini soli, su un treno dal Messico verso gli stati Uniti) è Valeria Luiselli che ha scritto “L’archivio dei bambini perduti” (la Nuova Frontiera) di cui pure consiglio la lettura, insieme al libro di Viola Ardone (e non dimenticate Balzano)

Luiselli narradi una coppia che viaggiando vero il confine del Messico, lui con suo figlio, lei con la sua figlia, da differenti matrimoni, ma ormai una famiglia, si apprestano a separarsi. L'amore della coppia sa finendo e i due neo.fratelli si divideranno seguendo il destino dei genitori-single.

A questa storia di dolore privato negli stati uniti delle opportunità anche per Valeria Luiselli che vive a new York, si sovrappone la cronaca che la narratrce vuole raccontare, quelal di dolore e solitudine dei bambini che in treno viaggiano da soli verso gli USa. Il romanzo di Luiselli è una mirabolante stratificazione, Ardone e più lineare, semplice, meno stratificata e metarifelssiva, ma tutt e due sono storie di separazione, di destino dilaniato, di un dolore inconsolabile, di una distanzache è come una voragine-confine.
E in entrambi, da lettori dobbiamo sempre essere consapevoli della Storia, dei suoi "millepiani " complessi che sono dietro, anche là dove non sono scritti.
Libro In ogni caso, da leggere.

sabato 28 settembre 2019

ANTONIO IOVANE "Il brigatista" (Minimumfax)





Al centro del romanzo c’è Jacopo Varega, terrorista delle BR arrestato – siamo alle prime pagine – sulla spiaggia di Castelporziano nel 1979 proprio durante I giorni del mitico Festival di Poesia. Varega è un uomo d’azione, ma nel partito armato c’è arrivato per un labirinto di ragioni interiori, in cui la poesia ogni tanto affiora come pensiero dell’Irriducibile, come del resto è il suo pensare ideologiche abbraccerà, così sarà lui stesso, o almeno così sembra.

Catturato, Riuscirà a fuggire e contatterà una giornalista, Ornella Gianca che ha filmato la scena del suo arresto per una tv privata. A lei vuole raccontare la sua storia, o meglio vuotare il sacco, perché Varega ha capito che qualcosa è andato storto, che c’è stata una rottura, forse di patto, un tradimento. Un infame. O forse no, forse è che tuttala storia è stata sbagliata.
La lunga confessione davanti alla telecamera permette a Varega – e a Iovane - di strutturare il racconto in capitoli, gli anni di piombo scanditi, quelli cruciali, che ripercorrono la sua evoluzione di rivoluzionario, da lavoratore in fabbrica a uomo col mitra. Intorno altri personaggi, coprotagonisti o comparse: Irene, rigida compagna di lotta armata, di cui Jacopo resterà vanamente innamorato fin dall’inizio e nonostante il sesso, lei sarà sempre un muro. Ci sono tra I terroristi evocati anche I veri appartenenti alle Br (Cagol, Curcio Franceschini ecc.) perché il romanzo innesta una storia di finzione ma verosimile incastrata nella storia vera, da Piazza fontana al rapimento Moro. Dall’altra parte ci sono I Carabinieri, il generale Dalla Chiesa e tra questi I personaggio inventati da Iovane, il Maresciallo Ivano Melis e Salvatore De rosa carabiniere che ci crede a quella lotta.   Intorno inoltre ci sono giornalisti, uno sceneggiatore, altri personaggi degli anni vivi della politica.   
Più che un affresco storico però nella storia di Jacopo Varega sarà in ballo la “questione privata”, perché come nel romanzo di Fenoglio sulla resistenza, la verità non sta tanto nell’epica di guerra e la retorica degli eroi, delle vittime e degli antieroi. 

Quel romanzo ci raccontava infatti di una complessa geometria tra le passioni amorose e la guerra, che del resto stanno alle spalle dell’epica italiana, molto più morbida e sensuale. L’Orlando Furioso, ad esempio, è più l’amore folle per Angelica che non la disfida coi Saracini.
Iovane si mette su questa scia ideale, fa balenare umanità in una storia che non ha nulla dell’epica positiva della Resistenza (nonostante I deliri di terroristi e fiancheggiatori)
La questione privata, dunque. (Io sono del 1965, Antonio del 1974. I dieci anni in più mi permettono di confermare che alla fine degli anni 70 alle manifestazioni si andava per sdegno per idealismo, pe stare con gli amici e per conoscere le ragazze o finalmente incontrare quella ragazza coi capelli rossi che).

 Jacopo Varega Entra nelle BR ci sta per qualche anno e poi ne esce, secondo un arco che avrà sempre a che fare anche con Irene, la sua ossessione. Del resto, è un romanzo, e la letteratura permette questa esplorazione dei labirinti personali. Iovane li mostra, ma certo la sua scelta è sicuramente a vantaggio dell’intreccio giallo (con doppio colpo di scena, tutto ben costruito) e meno tesa ad esplorare I labirinti interiori delle scelte di morte, “demoniache”, e poi le colpe, di ascendenza dostoevskiana.

La Storia italiana di questi dodici anni è già labirintica di suo, e Iovane la ripercorre la evoca, con il ritmo di una sceneggiatura – del resto il personaggio di Giulio Fornati, sceneggiatore di poliziotteschi anni 70, amante della giornalista Ornella, è lì a segnalarci l’altra parte della barricata della Storia, non quella dei fatti e dei documenti, ma lo storytelling da mitologia di massa.
Se degli anni 70 rischiamo di ricordare in modo selettivo, distratti anche dall’idea che – tanto per fare l’esempio più noto - quelli della banda della Magliana siano fighi come Favino e De Maria, è pur vero che non tutto si comprende dai soli documenti. Così Jacopo Varega che viene reclutato e recluta lui stesso a suon di frasi fatte ideologiche, nei non detti delle sue incertezze rivela invece che c’era qualcosa in più. Iovane lo accenna, forse se Varega avesse scritto poesie come Ungaretti durante la prima guerra mondiale avremmo avuto almeno un lampo di quella condizione esistenziale. Ma c’era? Esisteva una coscienza o sono io a immaginarla?


 Questo tratto – per me, che vorrei sempre scavare con lentezza nelle cose – è un punto nodale, se dovessi dire la mia, l’avrei preferito, nel romanzo, ma per altri invece l’equilibro tra la dimensione interiore accennata e poi il necessario svolgersi dei fatti, nell’intreccio storico-romanzesco (che va detto funziona molto bene, non c’è dubbio) per altri sono un pregio.
Mi rendo conto – qui la recensione diventa anche per me “questione privata” – che il fatto di esserci stato più o meno senziente in quegli anni, di aver sentito il piombo, l’odore e la cupezza delle pistole che sparavano, la pesantezza dei posti di blocco anche per noi che uscivamo a mangiare una pizza a San Lorenzo da pischelli, fa sì che a distanza io reputi un mistero, pari ai misteri processuali, ai “misteri d’Italia” il lato oscuro e personale del piombo.
Tanto oscuro tanto quanto le trame che stanno dietro quegli anni e che spiega non solo la scelta di morte, ma anche a scelta di tradimento. 

L’infamità, prima che nel meccanismo Legal thriller del romanzo di Iovane, è nei fatti. E allora, perché uccisero? Ma soprattutto, perché si vendettero I loro presunti ideali, seppur folli e da assassini, al migliore offerente? Perché non c’è dubbio che la storia abbia documentato come di infami (non solo pentiti, ma doppio-giochisti di alto livello) in tutta quella storia ce ne sono stati diversi.
Perché? l’infamia ha a che fare con quel torbido interiore e per me resta inspiegabile – e forse fa bene Iovane a non provarci neppure, nessuno a mio avviso c’è riuscito.
 Cosa ha spinto dei ragazzi di 22, 23, 25 anni a darsi alla macchia, a uccidere, a entrare in un giro criminale, arrivare fino all’incoscienza di rapire il presidente della DC e ucciderlo.
a volte penso sia l’esaltazione incosciente degli adolescenti. Eurialo e Niso giovani e incazzati. A volte c’è un senso di ebrezza della vendetta, ma di chi? Per cosa? Per quali ingiustizie subite, se la maggior parte erano bravi ragazzi di famiglie normali, spesso anche di buona famiglia, specie all’inizio (la generazione di Curcio, quello vero ma anche di Jacopo Varega )?
di quale rivoluzione parlavano se non lavoravano, e non erano direttamente interessati ai processi di sfruttamento del proletariato di cui si facevano difensori? C’è qualcosa che li ha trascinati, oltre l’ideologia?

“(..) pensavo: lo stiamo facendo davvero, le regole le facciamo noi. Il processo lo facciamo noi. Chi ha provato questa sensazione non può capire” dice Jacopo a un certo punto nel romanzo quando è alle sue prime azioni. Quel senso di erigersi a giusto tra i giusti è l’elemento chiave: “l’ebrezza di essere. rivoluzionari” dice ancora Varega, che somiglia forse a tutte le ebrezze giovanili, più di quanto non faccia pensare il marxismo di facciata: alla fine erano giovani “battelli ebri” anche loro come Rimbaud, erano pari a chi provava l’ebrezza delle droghe, l’ebrezza alcolica.
A quella presunzione di eternità ed estensione della gioventù come punto più distante dalla morte e più vicino all’invincibilità si colloca anche l’altro elemento quello di ritenersi oltre che giusti “gli eletti” I prescelti, legandosi alla lunga catena di arroganze rivoluzionarie che hanno costellato la storia moderna, dai giacobini al mov 5 stelle (che infatti con Beppe Grillo parlando di Giuseppe Conte ha rispolverato proprio la parola “eletto”). 

Del resto, la presunzione di rappresentare la perfezione rispetto all’idea, alla fede è propria di tutte le jihad, sia quella fondamentalista islamica come quella leninista. In realtà la storia è fatta anche da “gesti ridicoli”, come dice il giovane giornalista Galbiati, in un momento cruciale, anche lui al bivio di una scelta. Le coincidenze fortunose, per scelte individuali e private, sono speculari a quelle dei terroristi, ma in questo i personaggi tratteggiati da Iovane lo mettono in chiaro: la lotta è del singolo, come scrive il giudice Sozzi alla moglie, perché “ognuno deve assumersi le sue responsabilità” dirà il magistrato rapito, ma questa lezione civile è solo per alcuni, in un paese dove gli interessi sono privati e le colpe sempre pubbliche. Sia la retorica populista e collettivista, astratta dei brigatisti che quella paludosa e gassosa del sistema democristiano si fronteggiarono a partire da una mancanza di assunzione di responsabilità e scelta attiva dei singoli: lo fecero solo alcuni, chi cercò la verità come Galbiati o chi si batté per sconfiggere I terroristi, come Dalla Chiesa, in entrambi I casi – nel romanzo come nella realtà – finì male per loro. E a suo modo anche Varega…
Questa esposizione a dire “io” è una caratteristica che gli eroi, quelli veri perché sconfitti tragicamente, condividono con I poeti e in un secolo di totalitarismi reali e mascherati la loro sorte, di “parassiti” inetti, estranei, sarà sempre di sconfitti. Ben diverso dall’Io del narcisismo di massa e della sua illusione di vivere una singolarità della società consumista. Che è totalitaria quanto l’annullamento umano della prassi brigatista, una finta identità che rivela una misera di struttura anonima e quel narcisismo altrettanto invasivo e totalizzante. “Questi brigatisti non sono nessuno” è la condanna morale che pronuncia la vedova Melis, a chi non può guardare l’altro se non lo vede, se non vede anche quanto possa essere somigliante a chi guarda. MA senza le questioni personali, non c’è rivoluzione e a Irene è l’emblema, che aggredisce verbalmente Jacopo che le chiede “cosa siamo noi” risponde “che l’organizzazione viene prima delle questioni personali. In realtà tutto si gioca proprio nella questione privata, sia nella scelta che poi nel riconoscimento di responsabilità. La volontà di rivendicazione e quella del voler dire “io” come poeta, porta Varega come tanti brigatisti quegli anni, alla clandestinità e a cambiare e perdere il proprio nome. Sarà quello il contrappasso, l’esilio Il cambio nome e faccia, così che non solo chi lo riconoscerà, ma anche di fronte a quello specchio il narcisista sia condannato a dire: “quello non sono io” – ma pure guardandosi negli occhi Jacopo Varega saprebbe che la sua e dei suoi compagni d’arme è stata una storia di fantasmi. Più che come lo spettro del comunismo che s’aggirava in Europa, come il fantasma di un ‘epica che non c’è mai stata.


venerdì 6 settembre 2019

ANDREA TARABBIA "Madrigale senza suono" (Bollati Boringhieri)


Vorrei parlare del romanzo di Andrea Tarabbia (“Madrigale senza musica”, Bollati Bor.) passando però per una vicenda e una polemica di questi giorni. La presenza del film di Roman Polanski (“J’accuse”) alla mostra del cinema di Venezia e le polemiche della presidente e regista Martell, che non ha gradito la presenza del film per le vicende degli anni 70 che riguardano il regista e I suoi rapporti sessuali con una minorenne.
 L’accusa fatta dalla regista cilena: un regista che ha commesso un crimine  –in questo caso è lo specifico di un crimine sessuale, benché la vicenda processuale sia controversa – non può essere un regista degno di attenzione, di essere considerato, anzi va condannato ed espulso dalla Mostra, a prescindere da quale film faccia, dal risultato artistico del suo film (per estensione, della sua opera, vale per tutti gli artisti).
la restia poi si è scusata, ha modificato in parte il suo “j’accuse” (appunto).




La questione era esplosa con un velenoso articolo della rivista americana «Hollywood Reporter» che accusava il Festival di Venezia di essere «sordo» verso #MeToo e Time’sUp. Negli stati Uniti è ripresa l’accusa, quasi fino all’accanimento,  contro l’ottantaquattrenne regista accusato di violenza su una minorenne, Samantha Geimer, nel1977. Polanski è  ora dichiarata persona non grata a Hollywood con l’espulsione dall’Academy.
Un  caso giudiziario che la stessa vittima ha però detto più volte di considerare chiuso, eppure è stata presa a pretesto per parlare a VeneziA di altro – non SOLO DI Polanski ma del gender a Venezia, come se la presenza di Polanski fosse il segno di un mancato rispetto delle donne.

Lucrecia Martell, la regista presidente della regia ha detto una cosa che ci porterà poi al romanzo di Tarabbia: “Io non separo l’uomo dall’artista e credo che la sua presenza potrebbe causare un disagio anche se ho letto che la vittima si ritiene ormai soddisfatta, ed io non sono nessuno per sovrappormi alla sua volontà”.
 Mentre Barbera ha risposto che “un grande regista resta un grande regista (o artista ) quando è l’opera parlare per lui”.
Credo che Polanski  come uomo risponderà storicamente alla giustizia o alla società e alla storia ormai , ma resta un uomo capce di creare un ‘opera di valore e l’opera – proprio per quei processi mai chiari per cui ci si arriva da secoli – quasi non appartiene a lui pur appartenendogli.

Naturalmente non tutti fanno questo, tra gli artisti, ma questa è una delle opzioni che dobbiamo considerare- la autonomia dell’opera dall’artista-uomo  – proprio per conservare l’idea di una libertà e imprevedibilità del senso, delle coagulazioni semantiche, attraverso processi psichici che si riflettono poi nelle scelte di linguaggio facce dell’artista, che ovviamente trova il suo modo per riversare anche la sua biografia e il suo bios, la sua interiorità e le sue interiora, nell’opera, ma non necessariamente e non necessariamente in modo diretto e non tutto sotto suo controllo.

. Altrimenti posizione come quella della Martell si vanno ad accostare paradossalmente a posizione ideologiche che già hanno segnato il secolo – l’appartenenza ideologica degli artisti che ne ha segnato anche il destino biografico, fino alla morte.
La domanda però è anche più profonda – e ci avviciniamo a Gesualdo e al romanzo di Tarabbia - è questa: può un uomo colpevole di un reato anche brutale (la vicenda di Polanski ha sempre tuttavia ombre (quel per cui è stato condannato è di atto sessuale non lecito, non di violenza) essere un grande artista? Come ha detto il direttore della Mostra, Barbera “La storia dell’arte è piena di artisti che hanno commesso dei crimini. Lui resta uno degli ultimi grandi maestri del cinema”. Consentitemi una digressione che non riguarda solo la colpa, ma riguarda la confessione e l’io, nell’arte.

Qual è il rapporto tra un’opera d’arte e l’esperienza di vita di un artista? Tendenzialmente per millenni, gli artisti prevalentemente hanno usato miti, leggende o racconti della religione per significare di un’esperienza che potesse essere comune. Petrarca ha iniziato nel 300 a dire “io “ma come tanti altri, sappiamo come anche quella vissuta o spacciata per tale che fosse, era più allegoria che non testimonianza. Nonostante ciò, via Santo Agostino, l’umanesimo inaugura le epoche della confessione interiore, del tormento esistenziale e psicologico a partire da proprie colpe. Col romanzo del 700 e poi per tutto il XIX secolo, la realtà della vita, degli uomini colti nella loro realtà domina la scena. Gli artisti ci mettono molto del loro, ma spesso trasfigurato, come è normale che sia, perché prevale sempre il linguaggio dell’opera la sua allegoria, il suo senso metaforico. Flaubert dice che Bovary è lui stesso, ma ovviamente non sta confessando la sua storia matrimoniale - benché dietro Emma ci sia in particolare un grande amore di Flaubert. Poi tutto si fa più complesso con l’avvento della psicoanalisi, preceduta da romanzi-trattazione come quelli di Dostoevskij che tuttavia poco condivideva di molti suoi personaggi estremi – benché anche per lui il trauma personale dell’aver rischiato la morte in fucilazione lo abbia segnato per tutta la vita accendendone la sensibilità. Con Freud, le fantasie interiori sono anche la nostra realtà, il simbolo, proiezioni che diventano altra realtà, il sogno è materia biologica, è nel corpo dunque è reale. 
Per certi aspetti si torna all’antico: io sogno il mito, la mia visione non è necessariamente me, è altro da me – io è un altro. Per certi aspetti si torna al piano arcaico: l’artista che si fa interprete, traghettatore di senso, di significati con la sua opera, la sua capacità è questa, difficile dire quale sia il processo. Spesso grandissimi artisti erano incolori funzionari o impiegati – Stevens, Eliot, Pessoa. Spesso la esperienza biografica non ha nulla a che fare con l’opera, il testo. Certo ne è sempre autore il suo autore, che non fa solo il postino per qualcun altro, l’artista è depositario e proprietario del processo creativo di un’opera che non sempre è però testimonianza di ciò che ho vissuto e va letta in sé.
per questo credo abbia ragione Barbera, in questa vicenda. Ci sono casi clamorosi di veri e propri crimini brutali, commessi da grandi artisti.
A tutti viene in mente Caravaggio, e l’omicidio, ma c’è un’altra storia tragica e oscura, di sedici anni prima, quella di Gesualdo Principe di Venosa. Ed è proprio alla storia di questo compositore vissuto a cavallo del XVI e XVII secolo che racconta “Madrigale senza suono” di Andrea Tarabbia.

Gesualdo da Venosa, nobile napoletano di una delle casate all’epoca più potenti, imparentate anche con Carlo Borromeo, nel 1590 a Napoli uccide la moglie, la bellissima e amata Maria D’Avolos, sorpresa in adulterio con il duca Fabrizio Carafa, nel Palazzo che ora è noto come Palazzo di Sangro, del principe di San Severo. Fu un vero e proprio femminicidio se detto con la terminologia e la sensibilità di oggi, fu un atto dovuto ed eseguito secondo le regole del tempo, se ragioniamo con I codici anche d’onore, della nobiltà  dell’epoca – e tutto l’arbitrio che potevano avere (il principe non era nemmeno minimamente condannabile perché li sorprese assieme).
Resta ovviamente un duplice omicidio feroce che Gesualdo compì con la propria mano. Ma pure in qualche modo – poiché tutta Napoli ormai sapeva, obbligato in qualche modo dalle regole dell’onore del tempo.
La cosa sorprendente è che da lì, da quell’episodio che certo fu un trauma, E da lì, per lui culture dell’arte musicale, scaturì Gesualdo è però compositore di musica polifonica, di madrigali e musica sacra ed è considerato uno degli innovatori del linguaggio musicale del suo tempo, un genio. Smettiamo noi di ascoltare Gesualdo per questo? No. Anche se pure verso Gesualdo ci furono delle censure e proprio a Venezia e Tarabbia vi accenna.

Prima però dobbiamo dire che lo scrittore costruisce una doppia cornice per raccontare questa vicenda. Del “male” della ferocia, della violenza, Tarabbia si era già occupato, con romanzi che avevano scavato dentro altre storie reali, ma del più vicino fine ‘900, due storie a cavallo tra la fine della Unione Sovietica e la nuova Russia, la strage di Beslan e il cosiddetto mostro di Rostov, indagando nei labirinti interiori dei protagonisti di quelle vicende, facendo leva sulle ricostruzioni documentarie. Per LA vicenda di Gesualdo, Tarabbia invece ha costruito un pretesto, non solo cornice: Igor Stravinsky, a Napoli, acquista un libro antico e raro in cui un servitore di Gesualdo che da sempre lo segue come un ‘ombra e che forse è la sua ombra e la sua coscienza, narra la vicenda del padrone. Stravinsky che si era già innamorato da musicista della musica di Gesualdo, modernissima per la sua complessità di composizione, è spinto ancora di più a scrivere proprio leggendo il resoconto morboso del servitore Gioacchino, della vita del suo padrone, arrivando a comporre (ricomporre partendo dal metodo di Gesualdo ) un suo Monumentum, dei “madrigali senza voce” . 

Quell’opera fu eseguita a Venezia nel 1960, anche se – ed ecco la censura – il Cardinal Roncalli, il futuro Papa, quando seppe del programma del concerto non voleva concedere la basilica perché riteneva l’artista Gesualdo indegno per le sue colpe di uomo (mostrando ben poca attitudine al perdono, tra l’altro, dopo secoli).
Anche per Stravinsky esplode  la contraddizione. Ama Gesualdo, ma è inquieto per la storia che legge nella Cronaca di Gioacchino Ardytti.  Il compositore russo ha un’idea della musica come sequenze armoniche e matematiche, è un apollineo, la creazione non ha a che vedere con la vita, al tempo stesso è un uomo riservato, mite, borghese nelle sue abitudini. Tarabbia immagina che Stravinsky prenda degli appunti diaristici, durante la lettura del libro di Gioacchino e qui confessa il suo disagio di fronte a tanta violenza di Gesualdo, di come “orrore e bellezza convivono e si danno nutrimento uno  con l’altra” come gli aveva detto lo strano personaggio che lo persuase ad acquistare quel libro.
Stravinsky si chiede, pur essendo turbato dalla lettura grandguignol della scena dell’omicidio, se non abbia ragione chi dice che Gesualdo senza quell’atto non avrebbe composto poi I suoi madrigali. I suoi capolavori – scriveTarabbia-Stravinsky – “sono figli degli anni cupi” seguiti alla sua colpa e per lui apollineo, matematico, astratto nel suo avanguardismo, distaccato dalla passioni, “questo uomo cupo, pieno di angosce sciocche e colpe terribili” è un Dioniso, se si fa la domanda cruciale che è al dentro di questo libro e che si lega anche alle cose scritte prima per Polanski: un uomo così terribile, “come ha potuto costruire queste meraviglie, piccole cattedrali perfette di suoni?”. Gesualdo è in effetti, non solo per quell’atto ma per tuta la vita un uomo ombroso, rude, è un cacciatore. Il suo stesso palazzo in cui si rinchiuderà, a Gesualdo I paese che ancora oggi porta il suo nome in provincia di Avellino, per anni a scrivere con la seconda moglie ma tormentato e nevrotico, è dominato dal basso, da un livello subumano, il personaggio Ignazio, forse un figlio della colpa di Maria che Gesualdo fa rinchiudere forse un’invenzione di chi ha steso la cronaca, figura bestiale ed emblema di una cola feroce e bestiale. Eppure in quelle stanze, col peso di tutte queste angosce, prendono vita i libri dei Madrigali che sono una delle creazioni più sublimi dell’arte umana. Come è possibile?

Forse proprio perché l’uomo e l’artista si possono separare, foss’anche una schizofrenia, fosse una dissociazione psichica, ma di certo gli artisti nella creazione, hanno sempre lavorato anche sul versante della distruzione, della decostruzione, dello scarto dalla norma, in qualche modo una rottura dei limiti che era anche una rottura dei limiti interiori. E’ quello che fanno I due musicisti: innovano il loro linguaggio artistico, lavorando sulla tradizione che assorbono e tradiscono, violentano, smontano, ma sempre ne sono parte.
Se ci sono artisti che hanno commesso crimini atroci molti di più – ed è quasi un elemento canonico, banalizzato – molti artisti esercitano quella pulsione di morte delle forme, dei limiti, su loro stesso con auto distruttività, nei comportamenti, legata all’alcool, alle droghe. Altre volte sono l’eccentricità psichica, nel passato classificata come follia (pensiamo a Van Gogh).
In ogni caso il romanzo di Tarabbia – che andrebbe letto però preceduto oppure  seguito dall’ascolto sia dei Madrigali di Gesualdo che del Monumentum di Stravinsky – ci consente un’esplorazione di tutti questi temi, che seppure da una lato molto dotto, parlano anche al nostro presente come si vede. Il romanzo è un complesso di incastri meta referenziali: il romanzo nel romanzo, una biografia, per interposta persona che è una delle scatole metanarrative.
E C’è una stratificazione di piani, sia storico-estetici (il confronto tra Gesualdo e Stravinsky sul piano estetico, musicale) sia morale, conducendo un’indagine assai drammatizzata di cosa sia e possa essere una creatura, nel suo piano oltre umano. Ma sono tutti territori estremi, che collocati nel passato, consentono a Tarabbia un’indagine colta sul tema, affidando a Gioacchino il grandguignol e facendo glossare da Stravinsky le osservazioni più moderne, compresi I dubbi sull’autenticità del manoscritto. Ma quel che conta è l’estremo del linguaggio artistico e l’estremo di un’esperienza biografica dell’artista, come debbano ma soprattutto SE debbano essere legate.

venerdì 30 agosto 2019

"FUOCO AL CIELO" Viola Di Grado (Teseo)



La letteratura funziona come l’amore o come le radiazioni nucleari. C’è una energia invisibile e potente e a volte mortale. Dopo aver finito “Fuoco al cielo” di Viola Di Grado sono rimasto muto.
Le categorie del piacere estetico , normali concetti della critica, non mi sembravano adatte – o meglio lo erano e al tempo stesso, avevo bisogno di quell’ammutolire.
Una risposta afasica dopo la lettura di un romanzo, è già forse la giusta misura di quella che i critici francesi chiamavano con un eccesso di iperletterarietà il “corpo a corpo con la scrittura”.
 Nella storia e nella scrittura di Viola di Grado (d’ora in poi VDG) per questo libro (ma in un certo senso vale anche per gli altri) ho trovato l’ombra di una materia oscura, l’enigamtico per I fisici, il non ancora spiegabile, e credo sia il segno a-linguistico del fatto che la scrittura abbia colpito.

Non intrattiene, questo libro. Inchioda, semmai. Un romanzo che torce le concezioni, i parametri che abbiamo delle cose. Da questa forza, anche ctonia, minacciosa,  il lettore può trarre le emozioni. Di solito non è il miglior parametro (un libro che emoziona, come refrain più comune) perché un romanzo è un testo e tutto quello che si genera, certo anche una reazione emotiva, deve poter essere argomentato (se non dimostrato) da come funziona il testo.

VDG ha una delle scritture con il più alto tasso di forza stilistica, tra gli scrittori under40 che spesso abdicano anche per buoni libri, ad un medium linguistico che è lo stampo editoriale di questi anni, predominante, ma per fortuna non totalizzante.
La qualità dello stile di VDG viene da una capacità di scelta terminologica, da un dosaggio della sintassi, dei periodi, e anche naturalmente delle modulazioni, del montaggio della storia, scena per scena per dirla con linguaggio filmico.

Quei c’è qualcosa che però viene prima, come una sfida al linguaggio che viene proprio anche dal contenuto della storia narrata. Seguendola (tra poco ne accenno) il lettore (specie verso la fine) sarà portato in una zona interdetta del “tremendo”, nel lato irreale della Realtà, una realtà che ha in più i connotati documentari della Storia, pur essendone parte, perché VDG parte da una storia documentata, dell’URSS rtra gli anni 50 e il suo sfaldamento dei 90,
poi dà forma a una distorsione di realtà, una realtà aumentata dalla scrittura che fa emergere ombre, enigmi, sentire irriducibile che è “nel magma” per dirla con Mario Luzi . E’ lo spiazzamento, lo scarto dall’umano, ma anche la sfida all’inesprimibile dei poeti.
Essa stessa, la realtà, narrata, la storia  (ora capirete perché se non avete letto) è un “luogo che non è sulla mappa” del nostro linguaggio. Parole per dirla, mancano, come manca la “città segreta” che è la cornice-ma- protagonista di questo romanzo.

Nel romanzo precedente (Bambini di ferro) certe dinamiche dell’oggi, certi nodi del nostro tempo che VDG affronta  – l’incrocio tra maternità e tecnologia nella procreazione, l’estrema trasformazione dell’ambiente per un disastro sempre causato dall’uomo, il sopravvivere di un pensiero ancestrale e di un istinto della natura, dentro la praxis moderna – erano collocati in un futuro non distante ( l’anno -26 di questo nuovo secolo o del prossimo, chissà).

La storia di “Fuoco al cielo” come detto è invece volta nel passato,  riprende anche alcuni di quei temi – ambiente, nel senso più lato del termine, e maternità su tutti -  collocandoli dentro la vicenda realmente accaduta in Russia, nel trapasso del crollo post-URSS, nel villaggio di Muslijumovo, nei dintorni di una delle decine di ZATO sovietiche, nome in codice delle cosiddette  “città segrete”, perché non registrate sulle mappe, sede di programmi di sperimentazione nucleare, iniziati negli anni ’50 e che causarono una serie di incidenti, taciuti al mondo e alla popolazione locale, che visse circondata da radioattività. A Msulijmovo abitando, oltretutto, vicino ad un fiume in cui furono sversate tonnellate di scorie nucleari.

.  Qui proprio in quegli anni ‘50 è nata e vive Tamara (Tamara Vasil’evna Prosvirina, realmente esistita a cui il libro è dedicato) e a Muslijumovo all’inizio degli anni 90 va a vivere per sua scelta, Vladimir. Tamara è insegnante, in qualche modo è abituata, svelato il segreto dell’area radioattiva in cui sono cresciuti, quel luogo poi riammesso alle mappe col suo cancro inestirpabile, è abituata a dimenticare e al tempo stesso sa che non può che considerare la propria vita come qualcosa che brucia e brucerà, si consuma, si contamina. Anche la sua depense erotica, notturna, nei locali,  in qualche modo ne è parte. Di giorno Insegna a bambini,  ma per loro, come fu in passato per lei all’orfanotrofio, essite solo una verità intima di morte, con loro dalla nascita. Vladimir è infermiere, è idealista, ma anche pieno del suo sogno di aiutare gli altri, quasi come volontà di sfidare sé stesso.

Tra I due nasce una passione amorosa, erotica, piena ma asfissiante, nevrotica assoluta. Assoluta perché segnata da un binario morto, la loro possibilità di estendersi in una procreazione è negata. Lo sarà, dagli eventi, lo era già,  dalla storia biologica che ne segna il destino. Tamara è cresciuta contaminata,  è depositaria sia una consapevolezza tragica di una storia svuotata, scavata nel corpo quella impossibilità, fin dall’infanzia in orfanotrofio, le torture per ridurre le tracce di stronzio.
Valdimir no, viene da fuori quella città in cui abitano i  vivi come fossero morti e morti che continuano ad essere vivi.
Tamara è dunque l’urlo – che per noi lettori si blocca in gola – tragico che si ribella all’impossibile. Tamara abita la sua “ferita speciale” d’essere una bambina atomica, il suo sacrificio, il cuore cavo della grande storia di cui portava da innocente il peso o il segno. In qualche modo “Fuoco al cielo” ha il segno del tragico greco, il fato qui è l’irreversibile della contaminazione.
Una storia che aliena, che rende automi, che costringe Valdimr a passare dal sogn di aiutare gli altri a farsi compilatore di fascicoli “la sua specialità è annunciare la fine della vita” nell’universo disumanizzato del totalitarismo.
Il romanzo ci accompagna in questa geografia di terre estreme, fino al punto di non esistere luoghi di  sentimenti estremi in cui la sopravvivenza è di fatto un vivere oltre la morte (“ I morti non vanno mai via da Muslijumovo”) e VDG trova nei luoghi oscuri del 900 materia più inquietante che in tanti romanzi di fantascienza 8ma I migliori del 900, da Dick a Pynchon, da quel 900 trassero ispirazione).

Per questo “Fuoco al cielo” si legge a più livelli,  vicenda di Tamara, romanzata,  il romanzo storico, realista, ma pure l’avventura distopica, futuribile.
L’elemento agghiacciante, che scardina tute le categorie è propria l’allucinante vita di questi microcosmi fantasma ,definito poi nel dettaglio attraverso la penetrazione psichica dei personaggi protagonisti.

Conoscevamo sentimenti estremi dell’umano che scivola nella deriva della disumanità, dal passato e da libri – per restare in ambito sovietico -  come “I racconti della Kolyma” di Salamov o “Vita e destino” di Grossman, come pure Arcipelago Gulag di Solzenicyn. Qui VDG prende quella materia storica che apaprtiene allo stesso universo storico (lo stalinismo)  e la tratta diversamente  (ricordiamo anche, per venire alla materia atomica ma più recente,  le testimonianze di “preghiera per Cernobyl di Svetlana Aleksievic) facendo precipitare il nucleo dell’Eros e della maternità vissuto da Tamara  come l’enigma con cui ancora oggi tutti ci misuriamo, ma impastati dentro quell’incubo atomico, come se fossero anche essi frutti di un disastro. Lo sfondo storico e ambientale duro, non è solo un fondo, è anche la collocazione di un destino di coppia che non riesce a compiere il proprio destino, non riesce a comunicare (è un' afasia continua) né a procreare. Sono dentro un destino globale, perché quello che accade nella  città  segreta non riguarda solo il senso di possibilità di Tamara e Vladimir ma in qualche modo potrebbe riguardare tutti I destini, I destini di noi tutti. IN questo senso VDG non va a collocarsi ovviamente dentro quella tradizione russa,ma usa questa storia puntando all’essenziale dei nostri tempi,  da autrice  poco più che trentenne, del XXIsecolo, autrice nata l’anno dopo Cernobyl, in Sicilia, legata tanto alla sua terra quanto a Londra o al Giappone in cui ha vissuto, insomma un’autrice più che italiana, autrice globale come tante altre figure della letteratura contemporanea.

Fuoco al cielo è la storia di chi vive prossimo al “tremendo” che prende forma nell’invisibile del male, ma diversamente dal Male assoluto (per dirla con il titolo del libro di Pietro Citati) che angosciava Da Dostoevskij a Kafka o Camus, ecc, qui il Male è invsibile e reale, è aria e pneuma, e quel  “qualcosa di terribile” che è accaduto nella città segreta e  che segnerà anime e corpi per sempre enessun tormento interiore poteva scacciarlo, , nessun senso di colpa, nessuna purificazione, se non forse la follia o la morte Noi lo sappiamo, oggi, ma seguiamo i protagonisti dilaniati dal non sapete , bruciati dalla sofferenza.
 Una storia di maternità impossibile e che pure proverà a essere tale , ostinata e mostruosa oltre quell’impossibilità, piegando la vicenda ai confini del fantastico – ma in quel non-luogo il fantastico è l’irrealtà del reale, quindi tutto si confonde. La asciuttezza, la sintassi incalzante, veloce, senza concedere a facili espressionismi o effetti emotivi, rende tuttavia al meglio nella prosa questo processo di ammutolimento che di per sé ovviamente sarebbe la negazione della letteratura.
 Ben ha fatto VDG a tenere vicino alla cosa, nello stile, con un levare, con un asciugare, una prosa d’acciaio lucida e lineare, fino alla brutalità,

Maternità tremenda e storia d’amore, di quando l’amore supera i confini del visibile e del logos-e di ogni suo Possibile “discorso amoroso” anche il più eccessivo, quasi che la negazione dell’ impossibile  possa essere il solo modo di poter vivere sia l’amore che la maternità, che però non possono più avere questi nomi, non corrisponderebbero a ciò che si trova a vivere soprattutto Tamara.
Amore che non ha più nomi E sconfina nel non-dicibile. Ammutolisce.

lunedì 15 luglio 2019

IL CUORE RITROVATO. ("Di chi è questo cuore" di Mauro Covacich, La nave di Teseo


Mauro Covacich è uno scrittore che macina pensieri. La sua figura-autore, ponendo come archetipo il Baudelaire flaneur, appartiene a quel genere che Walter Benjamin -  parlando del poeta francese che attraversava i passages parigini, distaccato e acuto al tempo stesso - definiva come uomo pagava la moneta della malinconia, con quel suo continuo rimuginare.

Rimuginare è un modo del pensare : un bassocontinuo, minuzioso, reiterato, complesso, distaccato e al tempo stesso imprigionato in ciò che osserva. ramificato o rizomatico (Benjamin lo definiva "barocco", ma è il barocco di Deluze per noi, "la piega infinita")

Covacich dunque è nella categoria dei rimuginatori. “Di chi è questo cuore” come e più di altri libri precedenti, lo dimostra anche nella struttura. Il libro sfoglia situazioni, assomma una sequenza di microracconti, legati da pensieri, associazioni, collegamenti, osservando il mondo che si attraversa, mai convintamente partecipi, proprio come “l’uomo che rimugina”. O forse, come l’amata (da Covacich)  artista francese Sophie Calle, è l’uomo che segue sé stesso, come non fosse lui.

Va detto che camminare – o correre come più spesso I protagonisti di Covacich con riflesso specchiato del loro autore, un runner esperto  – e insieme pensare, costruire associazioni, tante quante il caso presenta di fronte nell’attraversamento cittadino, sono un tutt’uno. “Di chi è questo cuore” ci offre un altro libro-performance, senza centro (perché al centro c'è l'io che parla ma che non vuole dire-io) e con una sequenza di personaggi , secondari come tutti, potremmo dire,  nessuno protagonista, anche la voce che narra non è più un 'io benché sia evidentissima la posa auto-finzionale.

E'  un unico tableau vivant di frammenti, o qualcosa di simile, quadri di una percezione, punti sul suo planetario interiore, che dobbiamo unire per leggere le stelle, un destino, una direzione. Tutto diventa poi flusso narrativo per accumulazioni di scatti, di riprese, di percorsi sotterranei, frammenti che con tecnica di jump cutting poi formano un testo di cui comprendi il percorso, o forse meglio dire, la figura. È una narrazione in soggettiva ed è densa di spunti di pensiero, riflessioni.

Innanzitutto: Il Narratore, come spesso, se non sempre, capita nei suoi libri, ha caratteristiche che  sono anche di “Mauro Covacich” autore. Si parte da una dettaglio qui, come già in libri precedenti, è l’età dei cinquanta anni, un tempo al confine dell’esistenza, tra due grandi fasi dell’esistenza di un maschio occidentale. Due fasi, sia quella fisica che psicologica, e più ampiamente si può dire: esistenziale. Tutto dentro un tempo storico come il nostro di cui la chiave si rivela proprio leggendo libri come quello di Covacich che – al pari di altri nostri autori italiani contemporanei – sta usando una scrittura saggistica per narrare di noi, usando il sé.

Cuore, stavolta è anche, alla lettera, l’organo del corpo, che fa da centro e confine, il dettaglio e il nucleo della storia. E' la vita che passa da una lunga fase di piena salute, all' improvvisa fase in cui balugina vicina la morte. All’io narrante, infatti, viene diagnosticato un malanno al cuore, pericoloso, i medici gli suggeriscono di non correre - che è come dire non pensare, non vivere. 
Passa un confine, Covacich/Narratore, con questa diagnosi: quello del corpo e delle sue possibilità, uno degli elementi chiave dei suoi libri, allegoria anche delle possibilità di percepire, capire la complessità intorno a noi. 
Da qui,  nasce poi tutta la catena di rezioni/ osservazioni, digressioni che fanno il libro.

Accenniamone alcune: innanzitutto, di conseguenza, l’osservazione rispecchiata e sgomenta, di vedere attorno l’esercito dei “thanathlon”, come li chiama con geniale crasi la compagna Susanna, I 50-60enni impegnati nei parchi a fare attività, nelle discipline del triathlon per allontanare l’ombra di thanatos. COme, appunto chi scrive.

 Poi c'è la memoria, il secolo vissuto - il mezzo secolo, che impegna in un confronto col presente di chi è ancora in vita e quel secolo rappresenta (il canto di una generazione è proprio come l'ha chiamata dapoeta Aldo Nove un "addio mio novecento"). Ecco allora la madre, che resta legata alla sua distante Trieste – ma che anche con un salto, come tutti s’è fatta vicinissima a tutti, con Facebook (le pagine a lei dedicate sono piene di affettusa ironia, nel ripensare come irriconoscibile ormai quel 900, insieme  al'irriconoscibile suo stesso r
omanzo familiare - per dirla con Freud - e la mitologia che aveva fissato le figure dei suoi genitori, guardando la madre farsi di nuovo “ragazza” e chattare con amici e vecchie compagne di scuola, persa in un presente che dissolve, dissipa – e forse è un bene – ogni seduzione delle origini, ma al tempo stesso dissipa in una sospensione storica e psicologica anche il figlio di lei, il Narratore).
 Ma non è solo guardare all’indietro.
Ecco che  un incarico che un quotidiano dà a Covacich ( scrivere un pezzo sulla morte, forse per suicidio, forse per sfida , forse per negligenza, di un adolescente in gita ) lo riporta segretamente a misurarsi con un fantasma di futuro che per lui non c’è stato. Quello dei figli ( e qui il Narratore proietta anche una ombra di mancata generazione, con quel ragazzo forse caduto per cercare di superare un limite, una sfida, come incosciamente protestando verso un futuro che non è più, per lui come per tutti, futuro che era nel 900 promessa, ora col XXI secolo, si fa  solo paura).

Anche I luoghi contano, e stavolta  - rispetto al precedente libro dedicato alal sua città di confine Trieste - qui è ancora Roma.
E' la città che conosciamo tutti, anche dalal cronaca.  La vita del Narratore, della sua compagna, dei suoi amici, molti legati agli ambienti culturali della capitale, come anche delle persone, tra cui zingari e clochard che abitano una Roma raccontata con estremo e preciso realismo, che fanno di Covacich, con Pincio, Albinati,  e Pecoraro tra I miei negli scrittori (ci metterei anche Walter Siti, un maestro per tutti) che sanno usare la Capitale non solo come sfondo ma come vero e proprio  personaggio. 


(e Covacich fa interessanti notazioni metaletterarie e sociologiche assieme: sono sempre presenti persone ai semafori, ma sono invecchiati anche I lavavetri, la loro memoria letteraria dice “polacchi” - Albinati del 1989 – mentre adesso ci sono truppe organizzate di rom, in una Roma statica e mutevole al tempo stesso).

 Cuore è la parola del titolo, usurata come la città, come usurato è l’organo del Narratore. E tuttavia continua ad indicare pezzi di vita che non lasciano indifferenti.
Cuore è anche l’elemento chiave una relazione amorosa, che Covacich continua a raccontare, da “Prima di sparire”, sempre esplicitando le ambiguità di una coppia alle prese con il post-amore. La comparsa in casa, nel romanzo (che vira anche  verso il fantastico gogoliano)  di una figura misteriosa e notturna, un uomo grasso, volgare nei modi, ma acuto e disvelatore di ipocrisie, forse un parto delle sue deviazioni oniriche, delle sue ansie, forse presenza di un demone, di un fantasma erotico, benché vissuto come reale, lo costringe a un’ulteriore operazione di verità nel confronto spudorato con questo doppio.


oltre al passaggio del confine biologico, coi dissesti di un corpo non più giovanile,  questo è un libroche amo anche percé generazionale ( così lo vivo, non posso che mettermi in gioco anche scrivendone, per coerenza) 

Dal libro, vorrei fare un ponte e parlare anche di noi.
Generazione di chi, nato negli anni 60, ha avuto la fortuna di godere maggior benessere e salute, libertà, e al tempo stesso di provare per la prima volta uno sgomento inedito, per molte incognite future, provarlo ora, che il futuro è andato, provarlo a cinquanta anni, al termine del “forever young” in cui eravamo immersi dagli anni 80.
La vita di questi ex giovani è fatta di “un vuoto nauseante” scrive a un certo punto Covacich. Può capitare che forse si colmino di illusioni, serotonina o dopamina, a guardare il futuro, e con amore, se - come all’amico Sergio – accade l’avventura di fare un figlio, proprio su quella soglia di confine dei cinquanta.
È un “vuoto” nauseante, che tuttavia nel libro Covacich nutre di un ‘empatia malinconica e astratta verso una ragazza “giovane”, sentendone l’angoscia: ma non è reale, come pure qua e là compaiono presenze femminili in una rigida impossibilità di seduzione. La "ragazza" è  Anne Frank. Rivela così il Narratore, è la giovane, come la cameriera o la studentessa, che dalle pagine del suo diario, rivela il  suo entusiasmo per la vita, vissuto senza paura del futuro. Non come noi oggi, malati dal fatto che abbiamo avuto un grande futuro, ora dietro le spalle, che ha pure coinciso con la “fine della storia”. Più del “no future” dei Punk del 77, questo è un futuro mancato, a cui non torneremo.

 Anne di cui il Narratore sente leggere il diario alla radio, nella trasmissione curata da Susanna, Anne la figlia mancata. Quella storia si proietta sul futuro che dopo lei e senza lei c’è stato, quello che Anne non ha vissuto. È ora il nostro presente. Ma è ’ un presente che dura da trent’anni.

 Uno sgomento, che proviamo, per questo, e che dura dal post 89, che s’è rinnovato nel 2001, che è arrivato con la crisi economica di metà anni zero, che si profila all’orizzonte con cambiamenti climatici e migrazioni. È anche l’incognita interiore e privata, biologica e psicologica, che fa sì che questa generazione arrivi ai cinquanta non solo in questo preciso momento storico di incertezza, ma anche al punto massimo di incertezza della sua vita personale.

L'io di Covacich si dispiega in mille rivoli di pensiero, tra amici, amore, occasioni di festival, interviste, incontri occasionali, memorie familiari, ma anche la spesa al supermercato, visite mediche, rapporti con I condomini. Quel che è sottotraccia, è che si trovi al punto massimo di distanza, tra un 900 in disparizione e un XXI secolo di cui interessa soprattutto allontanare l’unico futuro certo:  l’invecchiamento, poi la morte.

In mezzo però c’è la no-mans-land del presente, qui c’è l’umanità metropolitana, maschile e femminile, né giovane né vecchia, ma destinata ad invecchiare, in modo inedito, per questi ex baby-boomer I più, “senza figli,” (Covacich lo aveva già sintetizzato molto bene in due racconti, anche essi di presa diretta della vita, contenuti in La Sposa e in altri libri ancora precedenti.). Vita centratissima, per noi baby boomers che è slittata “dall’egocentrismo infantile all’egoismo adulto” scrive Covacich.  Dall’altro una vita di dissipazione di sé, di slittamento continuo, sempre in attesa di un altrove: ci curiamo I denti, mettiamo l’apparecchio a quaranta anni suonati per cosa? Per un incontro d’amore futuro? Per non perderci un’eventuale possibilità, che guarda caso è sempre e solo erotica? Magari solo di una sera? Una biopolitica del rimorchio resta ancora da scrivere.

MA abbiamo idea di dove siamo? E di dove saremo? Una generazione di uomini che ha troppe nostalgie di ciò che non ha mai avuto e nostalgie di ciò che non potrà avere benché, non sappia nemmeno cosa potrebbe essere. Per ora la certezza è che si tratti soprattutto della prima, la nostalgia che prova Francesco l’amico del Narratore, che va al funerale di uno zio e osserva il pianto della zia, la donna con cui ha condiviso per cinquanta anni la sua vita. Anche se finalmente oggi la incontriamo, come forse il Narratore con Susanna, certo non si vivrà cento anni (ma ce lo auguriamo tutti).

 “La vita non è mai qui, non è mai ora” racconta osservando tutte le persone “sole solette” in palestra fare attività chini sugli schermi. “lontana nello spazio e nel tempo dal punto in cui si trova a respirare, è una vita vissuta sempre altrove, una pratica la cui espletazione avverrà laggiù, alla fine dell’allenamento, o del viaggio o della giornata, oppure, il che è lo stesso, sta già avvenendo in ogni momento, costantemente, nell’universo parallelo della rete. Questa generazione che è straniera e residente, accasata e senzatetto.

 È in questa dislocazione, di noi, qui, fortunati in occidente ma anche noi moralmente “displaced  people” proprio come I rifugiati, ma spostati, dislocati, traslocati, per troppo benessere e al tempo stesso (pensando ai tanti expat che vivono all’estero) per troppa incertezza. E in fuga non da una guerra, ma da una soffocante vita in tempo di pace, come l’ha chiamata Pecoraro in un suo romanzo. Sempre a rischio di perderci di perdere il lavoro, di non avere più una famiglia, un partner, di finire “border line” – border, confine, sconfinare nell’invisibile.

Non è un caso che uno dei personaggi chiave del libro sia "Arcimboldo": così il narratore chiama un clochard dedito a chiedere elemosina davanti al supermercato dove fa la spesa, con il suo tetrapak di vino. Arcimboldo è un altro sembiante del sé, NArratore.

 Entrambi rimandano, fanno slittare, dislocare,  la ragione vera della loro vita, chi cercando di allargare il senso dentro il pharmakon della parola letteraria, chi invece cerca di chiudere ogni canale con la coscienza, riempiendoli di vino. Sono due rimuginatori e - scrive Covacich spiegando il desiderio di stordimento di chi non ha identità e luogo – trovarsi a “ rimuginare tutti I minuti di un’ora per tutte le ore del giorno per tutti I giorni della settimana. Può essere peggio che ammalarsi con le proprie mani, un sorso dopo l’altro”.

E sono questi uomini albero alla fine la figura che compare da tutti I puntini. Uomini che stanno per una loro fedeltà, non vegetativa, attaccati alla vita, per il semplice fatto di viverla. Come le erbette o I topinambur di Zanzotto. Come gli alberi di Richard Powers. Noi li tagliamo, perché li pensiamo muti. Oggi sappiamo dalla scienza che essi comunicano tra loro, con elementi invisibili ai nostri occhi. Dunque, tutto ruota attorno al termine “parlare “( . Scrive Gosh, commentando Powers e le scoperte sugli alberi: “In quanto mancanti di questo attributo (parlare) si può dire che gli alberi siano muti. Ma dato che a noi manca la capacità di comunicare nel modo in cui lo fanno gli alberi, non si potrebbe dire che per un albero siamo noi umani a essere muti?”)

Così questi esseri muti, uomini-albero, che ogni giorno incrociamo per via. Essi sono persi e noi li osserviamo, il loro anonimato è il nostro, pensiamo. E chi ci dice che invece non ci osservino, che come alberi non siano in relazione empatica con noi. Essi stanno piantati nella loro fissità del “senza fissa dimora” infatti stanno sempre nello stesso posto) essi entrano in relazione con noi, in modo diretto e muto, prelinguistico (o ultra-linguistico) con capacità diverse di linguaggio. Osservandoli ogni giorno, Covacich entra in relazione con loro. Lui non lo sa ancora, ma anche loro lo stanno osservando. Essi vivono la loro paradossale condizione di uomini-albero, essi sono fedeli alla loro fissità urbana, poiché sono sradicati.

 Eccoli, il Biciclettaio, profugo iraniano precipitato lungo il Tevere trent’anni fa. O il Pastore, la Signora. Come le specie viventi (scrive ancora Gosh citando Ana Tsing da “The Mushroom at the End of the World) “sembra sempre di più che le specie non si evolvano singolarmente ma in stretta intimità con altri organismi”

Insomma, l’evoluzione è “relazione”.

Sembra incredibile. È anche il concetto con cui Rovelli cerca di far capire che non c’è un punto di scaturigine della materia, il più piccolo dei piccoli elementi subatomici. No, ad un certo punto quel che si nota è un trittico di elementi di per sé invisibili ai microscopi atomici, ma che rivelano una energia di tensione che è “la materia” che dunque non è materiale, dura per quanto infinitamente piccolo, ma essa è, solo nella sua tensione energetica dispari.

lo stesso è qui, dentro la Roma narrata da Covacich, in questo coesistere nel medesimo spazio di quartiere il Narratore, gli abitanti, Susanna, gli amici, I clochard, uomini-albero che oggi popolano una città, allo stesso modo come tanti altri fanno lo stesso in megalopoli indiane, o africane o Sudamericane, ma anche le capitali europee: popolo dei senza fissa dimora, displaced people, richiedenti asilo senza asilo, clandestini.

La figura finale sarà la rivelazione che come gli alberi, anche gli umani, guidati da umani-albero, possono trovare nascoste relazioni, saldature e empatie, segrete comunità. Umani che pur non parlandosi, si parlano, un “ca parle” diffuso, e soprattutto si vedono. Il rimuginatore osserva l’Altro, suo sembiante fratello, rimuginare solo. E anziché scrivere tweet d’odio, attende che il silenzio si interrompa.
 E quando il silenzio si interrompe, in questo rimbalzo muto, è troppo tardi, perché la vita possa fermarsi in un’amicizia, perché si si sta di nuovo spostando altrove. L’altro avrà il suo vero nome, non Arcimboldo, e sarà amato, e questo era il destina nascosto nelle stelle, e sarà lontano, sarà mancante come noi, sarà non più colui che abbiamo visto senza conoscere, ma d’ora in poi sarà memoria, “par coeur” dicono I francesi, memoria di questo cuore strano, ritrovato.

venerdì 5 luglio 2019

SCURATI E GLI ALTRI, LA STORIA IN LETTERATURA, MA NON COME "ROMANZO STORICO"


                                                                               

Sono contento abbia vinto il #Premio Strega Antonio Scurati con "M", ieri, nel gorno in cui "calava ad abbeverare i suoi cavalli in vaticano" lo Zar cosacco Vladimir. (la foto che ho scelto è un manifesto del 1946 della propaganda DC contro i comunisti russi accusati di mettere le mani sulla città-di-Dio - e invece le mani, a suo modo, coi petro-rubli, de le sta mettendo il santo compagno, Putin.)

Digressione storica, non casuale. Riprendiamo.

In gara c'era Claudia Durastanti che pure con il suo "La straniera" è stato il libro che mi ha fatto più meditare, compito della letteratura (con una modalità di scrittura sottratta a ogni ambiguità espressionistica dentro una storia che ha "la lingua" la parole - o l'assenza di parola - come fulcro della storia).

Inoltre, vedo in qualche modo, nel buon piazzamento suo e di Benedetta Cibrario (a me personalmente 'Il rumore del mondo' interessava molto meno, ma non ho nulla da dire contro) un filo di continuità.
E' la "Storia" ( c'è anche pure nel libro di Claudia , dentro le vicende che solo apparentemente sono "familiari" - vedi il capitolo delle emigrazioni e contro-emigrazioni tra America e Lucania, per poi appodare alla speciale "emigrazione di expat italiana " a Londra dell'autrice/narratrice mette in connessione molti fili della storia recente italiana. Del resto già dal titolo - pur avendo molte stratificazioni legati a tanti temi - "la straniera" ci dice molto anche della questione radici-identità-linguaggio-lingue-movimenti, sulle rotte del pianeta. ) 

E se messo in correlazione con la vittoria di Helena Janeczek e " la ragazza con la Leica" -dello scorso anno - che raccontava la fotografa Gerda Taro, e la storia d'Europa e di Spagna degli anni 30 - c'è un significativo passaggio di testimone - almeno a leggere il più importante premio italiano - sul filo della narrazione storica, della memoria, che non è il "romanzo storico" più tradizionale (quello a cui si avvicina, con meno soprerse, Cibrario).
No, la modalità della "Narrazione" - dunque dello stile, della struttura e di come il testo "parla" agisce letterariamente - è determinante.

La storia non è solo la trasmisisone di dati, ma lal oro organizzazione in un racconto.
come ci raccontiamo la Storia si lega anche a come ci raccontiamo/ci raccontano il presente.
Con l'ambiguità dei docomenti: la foto e tutto quel che dicono/non dicono in "la ragazza" e le carte del tempo, le carte autografe spesso, usate per "M":
C'è una mimetizzazione nelle parole dei documenti, riportate con esattezza filologica in "M" di Scurati a modalità "viva" - diari, lettere,documenti storici, testimonianze, giornali,libri - ad un 2019 ossessionato dalla Cronca, e meno avvezzo alla Storia (ridotta anche a scuola) il tentativo di Scurati è di offrire un testo che "si fa cronaca", un dispositivo testuale iper-narrativo, iperletterario, che sia come un racconto in presa diretta - "diretta" è il nuovo imperativo de lnsotro mondo, diretta facebook in primis.
Scurati lo fa azzardando anche una "adesione" alla voce di Mussolini, interpretata sul palco-pagina, con il ritmo, la postura sintattica, il tono, con grande efficacia e non pochi rischi di inquietare (salutari)
La scelta ell'anno scorso di Janeczek fu in un certo senso opposta, non tentare nessuna "voce" di Gerda Taro, la protagnista, ma costruire un trittico di ricostruzione laterale, tre voci, tre testimoni che avevano vissuto con lei, raccontati in un diverso slittamento temporale, in tre decenni differenti, così che l'apparente "ritratto" si trasformava in un pollittico notevole dell'Europa che precedeva la seconda gurra mondiale.

insomma non c'è solo questo, in questi libri - ma mi piace sottolineare questa netta prevalenza della "Storia" che dovrebbe qui perder la maiuscola, poiché è data dall'assemblaggio anche casuale di storie, vite. A questa tendenza, si potrebbe aggregare un già-finalsita Strega del 2013, che che ha scritto un altro grandissimo libro, tra i più belli di questa stagione che racconta una città-epoca (è "Lo stradone" di Francesco Pecoraro) una storia di "microcosmi" globalizzati, un recinto urbano limitato, dove abita una comunità ritretta e assediata e su cui precipita tuta l'eredità anche scomoda del 900, che è questa la nostra storia, il Secolo di cui pure noi siamo "figli": una eredità di morti e vivi, di cui non sappiamo bene cosa fare - e che ricordiamo sempre meno.
Ma per fortuna che è arriato lo Zar Putin, già capo del KGB, a riconnettere i fili dei secoli.

a settembre avevo scritto

























Quando ho letto nel romanzo "M" il nuovo libro di Antonio Scurati (Bompiani) questo passo scritto da Mussolini nel 1919, non ho potuto non pensare a Domenico Modugno, che nel 1958, 40 anni dopo, da del suo volare l'Inno d'Italia il canto che accompagna la composizione di una comunità che vuole spiccare il volo, che vuole espandersi, che ha fame di generare la propria vita il proprio destino.

Così promise Mussolini, anche se con questa prosa ipertrofica, ma sapiente, e solo pensando a questo, immagino come abbia fatto nel profondo a spostare l’attenzione crescente delle masse italiane (anche se non plebiscitaria certo) dal salario (tema centrale del biennio rosso del dopo guerra) all’identità, ad una sorta di "agonismo utopico".
Al sogno, si diciamolo, che c’è nel Volo di Mussolini come ci fu in “Volare “ di Modugno.
Modugno canta, è il popolo che canta, non ha bisogno di proclamarlo, allarga le braccia come aveva fatto in qualche modo Pio XII a San Lorenzo, colpito dalle macerie dei bombardamenti aveva allargato le braccia aveva guardato in alto, verso dio e il cielo di bombe.

Quello del papa doveva essere un segno di fede in Dio, Modugno canterà poi la pace e la fede di tutti in loro stessi, della comunità di un paese che ora cresceva, nuovo. Mussolini promise la fede in Lui medesimo come Dux.
E sempre più gente in tutta Italia come in piazza Venezia, allargarono le braccia , sognando di volare. In tutti, sempre un gesto, da palco, come quello di Fabio Bonetti che non a caso alal fine del periodo d’oro del paese gli anni 80, scelse “Volo” come cognome..

Sono a pagina 120 del nuovo libro di Scurati. E questa non può essere una recensione.
Ma al momento mi pare molto bello e considerando che la prosa va come un treno, non credo rallenterà – inoltre impianto, struttura, stile mi paiono azzeccati, necessari, soprattuto il corpo a corpo tra la prosa di uno scrittore di oggi e la scrittura di migliaia e migliaia di documenti speso giornalistici e letterari soprattutto quelli di questa prima fase dal 1919, anno da cui prende avvio il racconto di M.
Scurati ha saputo “ridare voce” a questi testi, una interesante operazione (sia metacritica che metaletteraria) e che sta appena dietro la novità più eclatante: tentare per la prima volta un romanzo con Mussolini come protagonista (ma di fatto è un romanzo corale, diciamo che M è il corpo centrale, alla lettera.)

Mi sembrano queste la novità e la bellezza stilistica di questo libro che si legge facilmente nonostante la mole di 800 circa.
Ci sono molti punti, illuminazioni storiche dentro questo racconto di Mussolini e del fascismo da dentro, che allungano le ombre in avanti e lo sguardo all’indietro, nel tempo, nella storia.

Il passo del volo è significativo del cuore vitale del romanzo e del propulsore della storia di "M".
, Volare è l'ardimento e la prova di superamento dei propri limiti, tanto mitica e al tempo stesso modernissima. Era nella poesia dei futuristi, D'Annunzio di Fiume e Mussolini, il primo capo di stato a guidare il proprio aereo. (Geniale la scelta e ottimamente raccontata dell’arrivo ad un’assemblea del fascio con la tuta sporca da pilota e l’inizio del discorso “sono appena atterrato..”

Questo fu Mussolini e chiunque vinse dopo (l’Italia di Volare, collettivamente) – e vince ora – ovvero la propulsione delle proprio ingresso nella storia quasi come un volo. E questo libro “M” di Scurati In qualche modo ci restituisce.
Marx diceva che la violenza è la levatrice della storia e Freud in qualche modo né mise a punto una teoria generale di scontro di pulsioni, in noi come nella storia della civiltà.
Ecco, a differenza di tante analisi storiografiche o - oggi - politiche, la letteratura coglie con le sue armi fuse a una dettagliatissima documentazione storica (che fa si che tutto quel che viene detto e narrato sia tratto da documenti anche se poi rifuso nello svolgimento diegetico) un elemento chiave di come funziona la Storia. Almeno questa.

Scurati non si inchioda, anche se antifascista, alla riflessione né storica né tanto meno ideologica, è il battitore libero da scrittore del cuore segreto del Fascismo, della sua esplosione e contagio rapido, fino agli osanna degli anni 30.
Ecco la cultura di sinistra ha saputo riconoscere questa forza solo dopo negli studi o nella letteratura nel cinema, ma mai DURANTE ma quando c’era da battere la carne e fottere la Storia. E nel guardarsi fottere la Storia medesima.

Sarà sfracello, ma per lo meno si muove. Vola. Mussolini fa, anche se non sa. All’inizio non lo sa dire a parole e questo Mussolini, figlio del secolo anche in questo, figlio mallevado culturalmente e non solo da un'amante, l'ennesima, dalla grande giornalista e scrittrice Margherita Sarfatti, che fa da levatrice delle sue doti, lui, con questa capacità di essere figlio e al tempo stesso avere l'intelligenza emotiva, pre-linguistica generare, di fecondare e fottere la storia, di sapere che fare storia è essere questo marciatore che va tanto veloce quanto i cambiamenti, che entra nell'esistenza collettiva, ma come pure Modugno biologicamente, con il fgesto con il corpo, prima del boom, col sorriso di Volare, lo sguardo al cielo, finalmente che si guarda Blu dipinto di blu e senza bombardieri.
il fascismo stato più rapido più veloce della sinistra. Una lezione per oggi.

Antonio Scurati anche fa un gesto più veloce del suo ragionare, almeno lo ha fatto: ha deciso di fare come Tolstoj, che conobbe Anna Karenina – un personaggio ispirato a un fatto vero “mentre la scrivevo” disse il grande romanziere russo.
E Scurati ci chiama a liberare non solo il giudizio, ma anche la lettura, il passo della prosodia, l’aggregarsi dei significati, dei documenti, delle narrazioni, con più velocità di quanto possiamo pensare come lettori (ma perché mi devo leggere 800 pagine su mussolini?) Perché è la storia di un uomo che ha imparato a scrivere la storia facendola. Mussolini, ma in qualche modo pure Scurati.

COLSON WHITEHEAD I ragazzi della Nickel (Mondadori)

Confesso che avevo abbandonato a metà “LA ferrovia sotterranea” di Colson Whitehead, unico suo libro letto - e di quel libro, come capita s...