martedì 23 febbraio 2021

LA SCRITTURA DEL SILENZIO. Su Don DeLillo e "The Silence". La scrittura di fronte all'estremo tecnologico.

 

Nessuno sa come e se sarà giocato il SuperBowl 2021, ma di sicuro il SuperB del 2022 non sarà giocato

Uno dei protagonisti dell’ultimo libro di Don DeLillo potrebbe aver pronunciato questa frase, facendo una parodia del fake, ovvero  parodia della famosa citazione-fake attribuita a Einstein, sulla quarta guerra mondiale che si combatterà “con pietre e bastoni” e che viene ripetuta da uno dei protagonisti di “Il silenzio” (Einaudi, 2021). La battuta sul SuperBowl non c'è , il SuperBowl del 2021 l’abbiamo visto – col pubblico limitato e in piana pandemia. Quello del 2022 chissà.

La frase fake attribuita a Einstein invece Don DeLillo l’ha collocata in quella posizione di esergo, senza nessuna avvertenza nemmeno in nota che sia un fake, come è universalmente riconosciuto.
Possibile che ci sia questo errore clamoroso, non solo per un autore così colto, il paladino dello svelamento delle apparenze che casca in un fake così? E nessuno in casa editrice se ne è accorto?

Credo la frase sia sigillo di ambivalenza, beffarda e provocatoria che DeLillo a 84anni, “animale morente” della letteratura post-moderna, fa verso sé stesso, infrangendo la sua immagine di maestro dell’invenzione letteraria ma  rivelatrice di verità profonde.
Un altro errore, anche se non verificabile – è più sottilmente iconico/estetico – è la copertina dell’edizione americana ripresa da Einaudi e che presenta una bellissima immagine, quasi da manifesto pubblicitario (il copy era il lavoro di DeLillo prima di fare lo scrittore). Faccio la mia ipotesi, partendo dal riassunto della vicende di “The Silence”




Come è noto anche a chi non l’ha ancora letto, tutta l’azione si svolge a poche ore dal SuperBowl 2022 e coinvolge cinque personaggi. DeLillo ha scritto questo breve romanzo – o lo ha finito – nell’anno della pandemia ed è uscito negli Stati Uniti a fine ottobre, a pochi giorni dall’84esio compleanno dell’autore di Underworld o di End Zone, i libri in cui più è presente lo sport  (nel primo il Baseball, nel secondo il Football), il ragazzo italoamericano del Bronx che non si perde una partita dei New York Giants più o meno da 75 anni e sicuramente non si è mai perso un Superbowl da quando esiste, dagli anni 60.

Avrà visto anche l’anomala finale del 2021, ma per un uomo della sua età non c’è dubbio che il pensiero sia che ogni anno potrebbe essere l’ultima che vede. Io penso che  questa intima verità, umana e preletteraria, fatto, potrebbe essere un chiave generale per capire il senso di un libro di 103 pagine sul collasso delle reti di dati, ma anche del linguaggio. Utile per spiegare il cortocircuito della citazione falsa (e della copertina sbagliata). C’è un gioco alla resa, di provocatoria autoparodia (o meglio di parodia dei critici e dei concetti associati a i suoi libri) e di uscita dai luoghi comuni associati alla poetica di Don DeLillo, che sembra qui avvelenare il suo stesso pozzo. In vista del suo silenzio definitivo. 

The Silence andrebbe letto anche alla luce della coincidenza tra blackout e superBowl, uno dei simboli del dopoguerra americano, emblema del “gioco”(la rivoluzione digitale viene interpretata spesso come un “game” ) 1  ma ci porterebbe a connessioni lontane, ora entriamo nel libro.




Il silenzio avvolge il mondo, all’improvviso, in The Silence, il buio avvolge i device e gli schermi li priva della loro intima luce azzurrina, così mistica e spettrale, li spegne, misteriosamente. Errore imprevisto. Tutto tace soprattutto i milioni di televisori e device accesi per seguire la cerimonia d’inizio. Così stanno facendo i tre protagonisti, nel salotto di una casa di New York a cui si dovrà unire la coppia che è in viaggio in aereo verso gli Stati Uniti. Proprio in prossimità dell’atterraggio, il collasso. Smettono di fluire informazioni ma soprattutto i dati che fanno funzionare tutti gli apparati tecnologici. Tra questi anche l’aereo, costretto ad un atterraggio analogico, manuale, d’emergenza a New York, planando su una spianata della East cost, buia, totalmente buia. Scenario apocalittico. La critica DiLillo al superpotere della tecnica, capace anche di portare l’uomo nel suo delirio di onnipotenza divina, prima nucleare, poi genetico, è nota. Arriva fino alla coerenza da idiosincrasia, per cui lo scrittore newyorkese non ha un cellulare e scrive a macchina.


 Proprio per questo la copertina scelta dall’editore americano e anche a seguire da Einaudi, mi era sembrata un eccesso, un a scelta sbagliata. Questo ho pensato d'istinto, ma poi è difficile che non passi il vaglio di autore così importante e così ho pensato 'è volutamente sbagliata'.
(Ovvio che fare l'interpretazione di un testo è esattamente come costruire o alludere a un  'retroscena' o una 'realtà seconda' che è tipica dell'immaginario post moderno. E' arbitrario, ma inevitabile. Proseguo sul mio sentiero personale)

L'interpretazione di una copertina volutamente troppo cool, un'iconica esaltazione della bellezza del cellulare, l’ho aggiunta al segnale della citazione fake e mi sono chiesto perché questo Falso Einstein da sito trash di aforismi, per un autore così colto, perché questa sorta di immagine patinata molto simile alle foto per campagne stampa degli smartphone, con quello smartphone nel buio, sospeso come una navicella spaziale.

Tralascio per ora che il buio e il silenzio si è rivelato l’essere-ovunque del virus, che DeLillo cita a un certo punto, per bocca di un personaggio (lui dice nell'intervista al Manifesto che ha finito il romanzo nel marzo 2020, quindi forse è una frase aggiunta alla fine) e mi soffermo sull’oggetto e sull’icona e poi  sulla frase finta.

E’ una gag, lucida, beffarda di fronte all’estremo biologico dell’autore, che non è solo una coincidenza biografica, ma un tema, per DeLillo. Davanti alla morte, al suo ingresso nell’Ade, ècosì lucido da azzardare anche una messa in discussione (fino alla parodia) di tutto il suo percorso letterario, tutte le teorie per lo meno che sembrano stare dietro i suoi libri, per non farle diventare parte del gioco, ma con una mossa di “sconfessione” che è – nel gioco complessivo – un suo estremo azzardo finale. Provo a spiegare.

Torniamo all’indizio della frase sbagliata. Come noto è una di quelle citazioni che si “auto avverano” nella circolazione orizzontale delle condivisioni social dove le fonti non si controllano più. La scrivono tutti deve essere vera, come le fake news o le teorie di cospirazione le dietrologie, le teorie di cripto ragioni dei fenomeni. Le “frasi” sono l’elemento chiave del libro , oltre che essere – tra battute secche, dialoghi come ablativi assoluti e ritmo della sua prosa -  uno degli elementi centrali dello stile DeLillo.

Il romanzo è un breve Novel – o forse una pièce teatrale – con cinque personaggi, due sono sull’aereo, che arriva drammaticamente a terra, Jim e Tessa, lui assicuratore, lei poetessa, lei scrive tutto quello che le capita di osservare, “brevi frasi concise” – o versi, sempre frasi – invece  lui legge ossessivamente le concrete e inutili frasi che tuttavia designano il perfetto pragmatico hic et nunc : altitudine, distanza da percorrere tempo a destinazione,  dello schermo piccolo che ogni posto ha davanti a sé. Stanno tornando da Parigi, ripensano alle frasi in francese, ascoltano quelle del comandante della compagnia francese. All’improvviso l’aereo perde quota, gli schermi vanno al nero. Atterraggio d’emergenza.

Già nella prima parte i personaggi hanno dialoghi che a volerli misurare sul piano della realtà sembrano sfasati, sembrano parlare per sentenze, aforismi, appunto frasi: concetti irrelati e al tempo stesso densissimi, come sempre in DeLillo che qui accentua ancora di più, ma stavolta non per disseminare indizi di senso, in una – ci sia concessa un generalizzazione -  poetica del postmodernismo, di cui è uno degli esponenti maggiori, ma forse giocando a sovvertire il gioco concettuale di ipotesi, connesioni remote del reale, in modo estremo, forse cinico, forse umanamente disilluso. Lo fa utilizzando le parole d’ordine di quella sua poetica,  per farle collassare in overload di senso, annullandole.

Non solo la contrapposizione tra Jim che legge frasi inutili e che dimentica subito, e Tessa che appunta l’inutile, perché ha bisogno di vederlo scritto.  All’arrivo in clinica sarà un’impiegata addetta allo smistamento dei feriti (Jim ha un taglio in testa) presa da un flusso incontrollabile e ciarliero, come tutti in questo libretto sul blackout/game over, a formulare ipotesi sulla “situazione contingente”. L’impiegata parla della tecnologia resa obsoleta da un guasto che va oltre ogni immaginazione (il termine esatto è sarebbe glitch, un picco d’onda nell’elettromagnetica, causato da un errore imprevedibile). Nelle parole dell’impiegata, fin da subito c’è quel parlare filosofico che tuttavia andrà poi ad esaurirsi, dopo il picco delle teorie elaborate, sempre con medesimo tono, da Martin, il giovane studente che con Max e Diane attende Jim e Tessa.

Intanto però l’impiegata come una predicatrice apocalittica parla della fine della “fede nell’autorità dei nostri device” e dei sistemi di diffusione delle informazioni (e delle frasi) “tweet, troll, bot”. Poi il buio, totale, nella clinica, anche dei generatori d’emergenza. E l’impiegata – come Max nella seconda parte non può che andare indietro nel tempo alla sua infanzia, alla sua vita, al suo “primo matrimonio, primo cellulare, primo divorzio, primo viaggio” parlando dei sistemi di sorveglianza “più sono avanzati più sono vulnerabili” e altre interpretazione della situazioni che potrebbero anche adattarsi all’allegoria scelta da DeLillo, potrebbero essere scambiate (come equivoca Massimiliano Parente) come anti-moderno, se non che – come dicevamo – alcuni indizi ci fanno pensare che qui lo scrittore stia tentando uno scacco matto a sé stesso, per uscire dalla Babele di informazioni in cui rischia di essere risucchiato e forse parte: dandosi scacco l’autore è l’unico che può salvare un’autenticità della letteratura che viene prima della sua declinazione in scrittura,  che diventa qui dunque la messa in discussione anche della sue visioni del mondo che aveva rilasciato in 40 anni di romanzi.

Alla fine, il silenzio non è una forma di vuoto, non necessariamente. Azzardarsi a dire che torni a essere pienezza sottratta alla falsificazione del linguaggio, della tecnica, anche quello della fisica, sarebbe egualmente un azzardo affermativo che non facciamo. Dobbiamo fermarci e aspettare, tacendo (come dice a sé Tessa, poi Diane, poi Max alla fine).
Certo però c’è un silenzio, tra gli altri, che brilla, ogni tanto: quello dell’intesa erotica o amorosa, come Jim e Tessa nel bagno dell’aeroporto prima della medicazione (“Lo sguardo che si scambiarono riassumeva quella giornata, il fatto d’averla scampata bella e la profondità del loro legame. Lo stato delle cose, il mondo esterno avrebbe richiesto un altro tipo di sguardo”) un punto profondo dell’intimità silenziosa tra due, di una comunione non esplicitata (inconfessabile, per dirla con Blanchot) non detta che si nota qua e là nel testo.

Dicevamo che  L’impiegata è il preludio di quel che farà il personaggio di Martin. Ex studente ai corsi di fisica dove insegnava Diane, che ha smesso, e che invitato a casa aspetta insieme a Max l’inizio del Superbowl. Col Blackout, DeLillo assegna la parola (opposta al silenzio) prima a Max e Martin, con due forme di falsificazioni, anche se di valore diverso: sia Max che Martin iniziano a parlare a vanvera, in uno sproloquio da commedia dell’assurdo (c’è Beckett in sottofondo, ma c’è soprattutto Joyce di Finnegan’s Wake, la veglia allucinata della lingua sconosciuta e inventata, poi citato a pagina 93).

Innanzitutto, c’è da dire che anche qui sono “le frasi” protagoniste, a simboleggiare il punto di non ritorno del sistema di produzione e distribuzione dell’Informazione, arrivata al punto massimo di sviluppo tecnologico (A.I. capace anche di programmare – ma come Joyce! -  una lingua tutta sua, inventata, sconosciuta, evocata nel libro) ma che dopo aver avvolto il mondo in questa sua seconda natura, va in tilt, ictus globale, fall-out, precipitando il mondo in un panico ( la radice “pan” di pandemia per questo “pandemonio” come lo chiama uno dei personaggio, che si scatena) una paura irrazionale, panico.

Alla fine, la sfida da sempre del moderno tecnologico è che la tecnica ripari sé stessa, la scienza trovi la giusta teoria, insomma per attualizzare:  il vaccino contro il virus, il programma che ripara il glitch.
“The Silence” però materializza l’incubo sul piano teorico, mostrando il fallout anche delle stesse spiegazioni filosofiche non solo di fronte all’imprevedibile, ma anche di fronte allo stato presente della circolazione del sapere e dell’informazione. Non è un racconto apocalittico, ma mistico. Non predice quel che ci sarà, ci avverte dell’ombra certo che sottende al nostro sistema tecnologico che ci spinge a credere abbia un’anima propria, ci fa diventare irrazionali  paranoicamente iper-razionali, straparlando. Così Martin, che straparla.

E che ruolo assegna DeLillo alle parole? Dicevamo Max e Martin  si sdoppiano, e parlano da soli.
Max fa Calibano, e tira fuori la voce-massa, una telecronaca di una partita che non c’è, comincia recitarla, a prodursi nel flusso di coscienza televisivo, come se decenni di partite – ma anche di spot – siano depositati nell’inconscio, come pensa osservandolo la moglie Diane (le donne, Tessa e Diane, sono il resistente, il perplesso e l’ironico in questo Novel).
Dall’altra parte Martin è la voce-colta,  inizia subito come Prospero a disegnare tutti i fili di connessione (parascientifica, dunque magica)  tra le cose:  in apparenza parte da dati logici, usando spiegazioni scientifiche, tecniche, che poi virando alla fake news. Dice subito Martin, appena i tre vedono che anche internet non funziona, oltre la tv:  “potrebbe essere il governo degli algoritmi. I cinesi, I cinesi lo guadano il SuperBowl. Loro giocano football americano. I Beijing barbarians. Tutte cose verissime” . Ecco è partita la logica-fake.  Così funziona il procedimento para-logico del para-normale: per accumulazione di frasi, di elementi, sintagmi, molti veri, da cui tutti assieme, per osmosi l’impressione di “verissimo” ma non verificato (come la fonte della frase di Einstein)  e nonostante la presa in giro di Diane (“è qualcosa di extraterrestre”) Martin che pure è scienziato,  va avanti e parla di “Reti nascoste” cercando quel che nasconde lo schermo nero. E usa le teorie di Einstein ma lo fa in modo su cui bisogna soffermarsi un momento.

Martin è studioso di Einstein, ma è anche fissato col suo idolo. Cerca i significati riposti o cancellati,  nel manoscritto del 1912, attendendosi rigorosamente – dice – al fisico tedesco, ma in sostanza auto avverando delle tesi prese alla lettera non dallo svolgimento matematico, che l’unica lingua da usare a rigore, ma dalla sua “traduzione” in forma grammaticale – tale è “la lettera” che Martin a un certo punto parla anche con accento tedesco o dice parole in tedesco  (il nome forse evoca Heidegger,  grande filosofo, autore di una sua filosofia sul linguaggio, ma anche  generatore di “ frasi” spesso abusate,  congegnate al punto tale da rivelarsi forse solo un “gergo dell’autenticità” come le definì Adorno contestandolo) .

L’accento tedesco di Martin – come le parodie comiche – è quello, riconosce Diane, che aveva Einstein. Noi però  sappiamo, come dicevo prima, lo spiega bene Carlo Rovelli nei suoi libri,  che il linguaggio della fisica sarebbe esclusivamente quello dei numeri, delle formule,  per l’appunto gli algoritmi matematici, non la loro “traduzione” in frasi che finiscono per diventare asserzioni. Martin invece lo fa,  citando addirittura alcune presunte “parole e frasi che lui [Einstein] ha cancellato” dice, e quindi costruendo una sotto-teoria complottista dentro il manoscritto dello svelamento razionale del 900 . DeLillo ci porta così nel territorio dove fede, paranoia e visionarietà combaciano, come suor Edgar alla fine di Underworld. E’ il suo terreno, da sempre, ma qui il personaggio Martin è grottesco, io ci leggo un distanziamento in extremis, una stanchezza .

In sostanza DeLillo ci avverte del blackout non solo della tecnologia ma anche del sapere (o meglio, delle persone che lo usano in modo paranoico, gli intellettuali). Martin ( come succede a Max con la info-sfera dei media e della Tv) diventa ventriloquo di un sotto-Einstein segreto, lo diventa al punto di imitarne la voce, portando così al massimo grado l’entropia del sistema di circolazione delle informazioni e del sapere (L’entropia è espressione del “grado di disordine” di un sistema, L’entropia nella teoria dell’informazione è misura del grado di complessità di un messaggio: se da un lato può essere la complessità ad esempio della spiegazione di Einstein relativo a un sistema di leggi matematiche rigorose (in questo caso è un disordine positivo, è il progresso della scienza ) la maggiore complessità affidata anche a una logica che vuole essere aleatoria o anarchica, ma presentandosi come nuova logica, finisce per crearlo realmente un disordine del sistema,  che lo annulla (come nel contrasto tra gli scienziati e i no-vax,  che infatti spesso citano casi come quello di Einstein come prova del fatto che neppure le teorie del fisico tedesco fu accettato all’inizio,  salvo – c’è da dire -  che “l’inizio” dei no-vax dura da decenni, ma quell’anti-scienza non ha saputo fornire le prove scientifiche).  È l’effetto delle teorie complottiste, là dove però esse rivendicano solo di essere come nuovi percorsi logici che sconfessano i i precedenti.


Martin tira fuori teorie non meno assurde, con il suo sproloquio. Giuste o meno, lo fa per frasi fatte, per titoli. All’opposto c’è invece un altro silenzio, oltre quello erotico, che ha connotazioni ancora positive: è il  “nulla da cui emergono le parole” come lo chiama Tessa (DeLillo che parla italiano, sa che è la parte finale di poetessa non ché tessitrice)  e da cui attinge per scrivere i suoi versi o far emergere un ricordo rimosso. Questo silenzio pieno di ciò che abbiamo dimenticato, è da custodire.  La parola della letteratura, alal fine è quella che non si materializza. E’ quello che Caproni chiamava la “res amissa”. DeLillo lascia intravedere dietro al grande silenzio del mondo, un positivo silenzio interiore. Non rimpiange un tempo andato, ma suggerisce: tacere.

Del resto, lo stesso DeLillo fa un ‘operazione di brevità singolare. Dopo aver costruito il monumento di Underworld che intrecciava la guerra fredda alla produzione di energia nucleare, fino all’iperproduzione consumistica di rifiuti, possibile che sul mondo della tecnologia informatica, dell’AI, di Google, Amazon del controllo dei dati con gli smartphone, abbia da dire solo queste 103 pagine?  Claudia Durastanti su TTL, ha scritto che forse sogniamo tutti che questo sia il preludio del Grande Romanzo di DeLillo sul mondo della globalizzazione e delle reti, dei social, sperando – scriveva Durastanti – che faccia in tempo a finirlo. La mia ipotesi è che con questo libro DeLillo risponde a chi spera questo: non lo farò, sarebbe parte di quel game. Non voglio far parte di quel gioco.

 L’84enne potrebbe aver rinunciato. non per debolezza – o almeno, non solo – ma per intima convinzione che inseguire la circolazione ipertrofica di informazioni, il caos di vero e falso, il flusso di dati con i suoi meccanismi algoritmici, le fluttuazioni economiche legate ai supercomputer, il mondo del deep web, le criptovalute ecc. e aggiungere da letterati non solo la “chiacchiera” del commento globale, ma anche un libro, un romanzo,  un’allusione allegorica stile Underworld, potrebbe produrre l’effetto che produce la ossessione di Einstein in Martin.

Non solo: forse DeLillo si è reso conto che - come per il complottismo sovranista ha attinto alla retorica ideologica e dietrologica degli anni 70 che vedevano la permeazione degli Usa in ogni affare politico mondiale - così oggi le fake news le teorie negazioniste contro le versioni “ufficiali” si siano nutrite proprio di contro-cultura e letteratura postmoderna, quella distopica prima tra tutte.

Non è una resa, ma altro: un significato non solo letterario o filosofico, ma addirittura politico del gesto di “non scrivere”. Diverso da quello di Philip Roth, che, per lo scrittore de La macchia Umana, aveva una radice più personale , anche se contava pure la disillusione del suo ruolo da letterato, e forse egualmente è giunto  alla decisione, dopo tanto scrivere, di scegliere il silenzio. Nel romanzo, dice ancora DeLillo al Manifesto a Francesca Borrelli "il personaggio di Max aspira solo a seguire una partita di football americano, ma a causa della interruzione della corrente ciò che vede fissando la Tv è uno schermo vuoto. Così descrivo l’interruzione visuale del desiderio di assistere a qualcosa: non c’è più nulla da vedere".


Ecco, "nulla da vedere. Forse non c'è neppure più nulla da scrivere.

Forse dovrei tacere anche io, ovvio. Ma la sfida di uno scrittore è sempre sul filo della polifonia che è molto più di una contraddizione che pure c'è e DeLillo ci gioca.

Un silenzio pieno di significanza è quello che tuttavia si contrappone al blackout.
 Di fronte al pericolo che già c’è – il silenzio per troppe parole – Esistono allora altri modi di silenzio. L’intesa erotica, il tacere fuori dal gioco e una terza modalità , che si manifesta a Max quando dopo il blackout, decide di uscire per vedere che succede “là fuori”: Quel silenzio è nella muta prossimità del “noi” .

Max la prova, quando esce e incontra i vicini (“comportandoci per la prima volta da veri vicini. Uomini, donne, cenni di assenso con la testa”). DeLillo ha sempre criticato l’egoismo individualista, pur essendo un fiero difensore della cultura americana dell’individuo, e fa riecheggiare nel Martin alla fine esausto del suo straparlare, quando dice: “il mondo è tutto, l’individuo è niente” (  che detta così è sia lo spettro di un globalismo totalizzante, sia anche il richiamo ad interessarsi del destino di tutti). Un senso di comunanza saggia del noi di massa, di cui Max è voce, più saggia e assennata della voce iper-colta di Martin (quando Diane chiede cosa dicono i vicini di quel che sta succedendo Max risponde che secondo la maggioranza è “un problema tecnico. Nessuno ha dato la colpa ai cinesi” quasi a dire che il virus del complottismo è generato sempre da élite, è il miliardario Trump che istiga gli americani impoveriti con i suoi tweet che la colpa è dei cinesi) mentre invece i cinque, espressione di un élite partono da solitudini distanti (“forse ognuno di quegli individui rappresentava un mistero per l’altro, per quanto il loro legame poteva essere stretto, ognuno di loro era racchiuso nella propria individualità”)

 In questa prossimità del noi invece non ci sono parole, e DeLillo stesso non dice molto, non dice ma trasferisce tutto nella combinazione tra detto e non detto, tra scrittura e spazio bianco. Il racconto di DeLillo, proprio utilizzando le sofisticate nozioni scientifiche e filosofiche allude – come le parole di Diane – a “qualcosa che accade “al tempo” più che alla tecnologia, come se si negasse il salto in una distopia che sarebbe alla fine solo verbale. Se c’è, esiste per come Rovelli ne parla in L’ordine del tempo, ma è altra cosa.  “E’ successo qualcosa” vuol dire che c’è stato e c’è. Il dubbio che “stiamo vivendo una realtà imprevista” ci deve far tacere perché non la sappiamo e possiamo dire. Se la dicessimo, come accade anche ora con il talk pandemico o l’infodemia,  con la paranoia colta di Martin, sbaglieremmo e faremmo peggio.

Ipotesi radical di interpretazione per The Silene: DeLillo suggerisce: non tentiamo di dirla, è peggio, anche in un romanzo distopico (se mai questo lo sua, ma forse no, come suggerisce Loredana Lipperini in un suo post) . Peggio ancora se lo condividiamo per frasette nell’instant-now continuo di un social.

Teniamoci alla prossimità del noi, sia pure spaventata. La voce narrante (seguendo le riflessioni di Max)  ipotizza quel che è sempre successo, dopo ogni disastro: la gente inizia una sorta di liberazione, e dopo   “tutti camminano, guardano, si interrogano, donne uomini, drappelli casuali di adolescenti, tutti che si accompagnano vicendevolmente mentre attraversano l’insonnia di massa di questo tempo inaudito”. In quel “si accompagnano vicendevolmente” è il nodo di un gesto minimo silenzioso che si oppone al Grande Silenzio. A questo gesto cosa oppone il colto ma paranoico Martin? La querula produzione di un discorso para-logico, che culmina con il fake della falsa frase di Einstein sulla terza guerra mondiale. Non solo: A pag. 70 e 71 ci sono tutte le frasi fatte del complottismo letterario distopico, l’elenco ha effetto comico nell’accumulazione. La voce narrante:  “Diane si rende conto che sono tutte sciocchezze” – è con lei. Martin invece non fa parodia (come Chaplin del Grande Dittatore). Dall’altra parte c’è Tessa, che cita proprio la pandemia (“abbiamo freschi i ricordi del virus”)  e arriva a dire che forse “siamo un esperimento riuscito male” messo in atto “da forze che vanno al di là della nostra comprensione” e chiama in soccorso proprio il sapere umanistico e  dice “Non è la prima volta che queste domande vengono poste. Gli scienziati si sono espressi a voce e per iscritto, fisici, filosofi”. E’ un dubbio, ma poi “si scolla” scrive DeLillo e ce la mostra che immagina di spogliarsi nuda. “senza erotismo, per mostrare a tutti chi è lei veramente”. Ancora una volta, il gesto silenzioso, l’eros.

Quando invece a pagina 80 leggiamo “Martin ha ripreso a parlare” torna il comico, oltretutto è un ostinato mansplaining  e DeLillo accentua il sottinteso grottesco. Sarà poi sempre una donna, stavolta Diane, a spezzare l’incantesimo della logica verbale del complottismo del giovane, ancora una volta con l’eros: “Martin Dekker. Tu sai cos’è che vogliamo, non è vero?”. Silenzio.
 E silenziosamente accade, DeLillo non dice. Al capoverso riprende “Potrebbero svignarsela in cucina” - per dire che iniziano col sesso e lei gli chiede nell’amplesso di “dire qualcosa in tedesco”. E lui cita Marx, ridotto a gergo erotizzante. Nel frattempo fuori, Max capisce che tutto il caos di oggi è legato ai “tossicodipendenti digitali”. Così come Diane dice che era “scontato” che questo “pandemonio” accadesse. Allora il suo desiderio è per tornare ad insegnare in presenza, parlare della fisica e cita il Finnegan’s Wake – ovvero un frammento di lingua inventata, senza senso e poi alla fine : “Taci, Diane”.

E Martin che ha straparlato (si anche io lo so) , si arresta e capisce che si è infilato in un cul-de-sac e l’unica soluzione alla  paranoia sarebbe il suicidio. In mezzo c’è questo restare, silenzioso dei cinque, la micro-comunità, la comunità inconfessabile, erotizzata, che fa a meno anche del linguaggio, forse lascia spazio ai versi. Sicuramente ai fatti così come sono accaduti, ai ricordi concreti, la casa, le chiavi i gesti, la marca del whisky, l’infanzia, e poi chiude: “la situazione contingente ci dice che non c’è altro da dire se non quello che ci viene in mente, perché tanto alla fine nessuno ne conserverà memoria”. La medesima Tessa, che pure conserva memoria scritta di tutto nei suoi taccuini,  alla fine conclude sul bisogne che sarà essenziale: “Toccare percepire mordere masticare”.

 E poi incrociare le dita sulla nuca in attesa come Max che fissa lo sguardo nero.


Come il monolite di Kubrick, quel rettangolo di vetro e plastica, nella  sua mutezza insignificante sta a ribadire l’unica scelta: il silenzio sì, ma anche la presenza. Il muto cenno del capo, il riconoscersi in un “noi”.


lunedì 1 febbraio 2021

FEDERICA SGAGGIO "L'eredità dei vivi" (Marsilio)


 “L’eredità dei vivi” di Federica Sgaggio (Marsilio) mescola (come accade sempre più spesso) le molte tipologie di generi a disposizione di chi scrive. In questo caso preponderante è la memoria: il libro, strutturato in 82 brevi capitoli, nube circolare di racconti, episodi che in modo rotatorio descrivono  una linea temporale, che è la vita di Rosa Sgaggio, la madre della narratrice, ma oltre quella si allunga su tutto il secolo XX. Il cuore pulsante di un legame amoros e psichico è pure motore immobile della Storia. 

"L'eredità dei vivi" lo fa mettendoci, come lettori, in una strana posizione: da un lato, tanto prossimi alla vita della famiglia Sgaggio, messa quasi a nudo col suo cuore sentimentale, ma dall'altra lasciandoci come dietro una parete di vetro. Tanta è la forza di evidenza con cui con cui Federica (co-protagonista, voce narrante  e autrice) ci mette tra le mani la sua storia, tanto alla fine percepisce un’impossibile immedesimazione totale, come da tradizione romanzesca, qui in qualche modo abolita. A noi è chiesto una solidarietà, ma dei testimoni, come nelle nozze. O quella di certi amici nei momenti difficili, ascoltare, anche se i dolori familiari sono infelicità assolutamente singolari e quasi ci imbarazza tanto è preciso il resoconto che ci brucia addosso.

Primo tra tutti c'è lo speciale rapporto d’amore filiale al centro di questo che continuerò a chiamare romanzo.  La sua condivisione necessaria converge anche  verso un punto in cui l’empatia richiesta si fa per contrario afasia. 

E quel punto è Francesco, il fratello della narratrice che, a causa di un  incidente in incubatrice, ha vissuto sempre con una forte disabilità, bisognoso di attenzioni e cure praticamente costanti. E’ lui che incontriamo nella dedica in esergo, Francesco è “l’origine” . Tuttavia se la sua presenza nella storia è magnete amuleto e divinità di costante tempesta di vita, va detto che questo libro ha al centro la figura di Rosa, la madre. E con lei, il secolo di cui “L’eredità dei vivi” ci racconta (in questo senso le infelicità collettive sono tutte somiglianti ). E tuttavia dall’afasia, sarà di nuovo una lotta per un cambiamento del linguaggio, una conquista di parole diverse da “mongoloide”, un percorso che porterà dalle lotte materne al giornalismo della figlia (e alla sua particolare cura e richiamo sull’accuratezza delle parole anche nel giornalismo)

Nata a Solofra, paese dell'Irpinia, prima della guerra, da famiglia contadina – ma come l’80% in Italia in quegli anni -  Rosa si trasferisce in Veneto alla fine degli anni 50,  a lavorare. E’ l’epoca della grande emigrazione dal sud al nord. Rosa Sammarco conoscerà Renzo Sgaggio, vicentino e impiegato di banca. Si sposano, hanno due figli Federica e – appunto -  Francesco. La nascita del maschio e le difficoltà di gestione fanno esplodere il malessere e Rosa, donna tenace, che non si arrende, ostinata ma generosa, sempre imprevedibile, decide per il divorzio (una conquista nei diritti da poco acquisita, con un referendum che – diranno poi le analisi storico-sociali a posteriori, fu dovuta al voto che proprio le tante donne del sud diedero a favore del divorzio, pere aver sul proprio corpo sofferto l’infermo di certi matrimoni).

Rosa decide di andare via di casa, con i figli,  affrontando le grandi difficoltà economiche soprattutto perché Francesco impone un sacrificio continuo impegno. Francesco sarà però la battaglia di Rosa, e attraverso lui di mille altre battaglie, la sua maturazione da contadina a cittadina, nel comprendere intimo il suo alfabeto di vita, si batte : fa politica, partiti, associazioni, movimenti, al centro la sua vita e destino, la lotta affinché egli possa ottenere diritti, una vita più dignitosa. Con lui anche lei, come donna, e anche La futura donna Federica.  Insomma della sua questione privata ne fa una questione politica. Rosa fa la Storia e al tempo stesso ne è plasmata (“non s’era goduta la vita bohemienne anni Settanta, ma di tutto il potenziale liberatorio che circolava nell’aria ne aveva fatto l’uso più generose che aveva potuto”). Dal dopoguerra e per gli anni 60 e soprattutto 70, la storia sarà come cavalcare una tigre e Rosa è al tempo stesso quella tigre. "La politica – scrive Sgaggio – è un modo di proteggere i nostri amori”

Lo è lei, come anche tanti, tutti quelli  che in quegli anni hanno partecipato nella proposta e richiesta di diritti e hanno piegato un paese verso la modernità delle conquiste e non solo quella del benessere materiale ( che tuttavia Rosa come tanti non disdegnava e in queste fughe verso il desiderio di abiti belli fino a concedersene uno ogni tanto, ci sono pagine di pura gioia nel rapporto madre figlia, che Sgaggio ci consegna anche come testimonianza che tutte le discussioni “alto e basso” della cultura, rapporto tra futilità e serietà, fossero questioni più complesse di come sono state lette in passato, un po’ troppo moralisticamente e ideologicamente. La letteratura, grazie a dio, serve a questo. Basti vedere il capitolo Breeze, quasi un’ode, epica, intima).


Tutte le tessere di questo libro fuoriescono però dal privato, dalla sofferenza di Federica e della madre per Francesco, per le discriminazioni, le prese in giro, le ingiustizie sentite e subite, anche dalla bambina che ha avuto nelle assemblee in sezione il suo doposcuola, le difficoltà e tanto altro - e virano ai grandi tempi collettivi. Il vero peso però per l’anima stava forse nella solidarietà di superficie verso Rosa o Federica,  perché lì emergeva l’incolmabile distanza di chi si proclamava vicino, come la maestra elementare dicendo “poverina” alla sorella del piccolo Francesco, consegnandola così ad una prigione di commiserazione che a volte a più male dell’indifferenza.

 Erano gli anni della politica praticata da tanti, dei partiti delle associazioni. Del Divorzio, dell’Aborto, di Basaglia, della scuola. Ma col passare degli anni, invecchiando assieme al paese che Rosa in qualche modo incarna, la madre sente la delusione la stanchezza, si ritira in casa, davanti alla TV che guarda (Costanzo, “l’unico che si interessava della poverinità” scrive Sgaggio) distrattamente (la tv commerciale nel frattempo invade l’inconscio nazionale)  e pur essendo ancora battagliera contro Berlusconi, la sua forza per niente tranquilla, la sua fede propulsiva nel futuro, si esaurisce fino a ritrovare anche accoglienza nella religione che aveva rigettato. Federica nel frattempo cresce diventa giornalista ha una sua vita autonoma, Francesco è cresciuto e dopo le cure della madre o di molti volontari, ora è in un istituto.

E’ la morte o meglio il lutto a generare questa narrazione per quadri (“la sua morte ti apre il futuro. Lo rende un tempo che un anno zero separa dal presente”) così come era il corpo e la relazione dei corpi (la loro alleanza, innanzitutto dentro il quadro familiare) a generare parola. Il libro è un polittico, che ripercorre episodi, in essi innanzitutto lo stretto fortissimo legame tra una figlia e una madre (sentita “mia” scrive la figlia “allo stesso modo in cui diventa tua la cella di un eremo”) e poi la storia.

Non solo quella familiare, che comunque deborda oltre la morte e la vita, sia nell’oggi, ma anche nel passato del “prima di Rosa”, e in quella di tutti, col padre, il nonno di Federica, che – pur figlio di contadini con le terre “padroni” insomma cade in disgrazia per la morte del nonno di Rosa – va prima in Argentina da semplice migrante e poi torna per mettere su famiglia. E sarà sempre di supporto  a sua figlia e ai suoi nipoti. Così come diversa e più distante è la madre di quel padre troppo presto altro da sé nel confronto di idee, anche nello scontro, troppo tardi finalmente amato, ma troppo presto morto.

Tutte queste presenze , dai bisnonni agli affetti di oggi, come il giovane figli odi Federica, Giovanni, che sono intorno, sono  “eredità” ma da vivi, sono appunto il tesoro, la ricchezza, il bene immobile di una storia, e di un’identità della narratrice, essi stessi sono vivi in questa rimembranza vivida di storie come un “bosco fitto” in ci la favola era “a misura dell’universo morale e dell’esperienza del nonno”. La cornice della storia familiare non è diversa da quella di tanti altri, ma raccontare una vita non ha il fine di stabilire una trama interessante per una serie tv.

Questo di Federica Sgaggio è una testimonianza di realtà, con esattezza, anche minima.  Eppure le “piccolezze” come le chiama a un certo punto ci dicono che una storia singolare è esistita, che pur avendo partecipato “alla Storia” alla massa (anche nel bene) ognuno non era solo massa. Anche senza essere “eccentrica” o “simbolica” una storia è comunque rivelatrice di un disegno di vita, che di questo minimalismo fa tessera di un mosaico collettivo.

E’ però la morte della madre a restituire una libertà di sguardo e questo libro diventa la testimonianza anche del rovescio della massa, nell’individuo, come sua particella organica, ma distinta, e in sostanza di come una figlia di un secolo breve ma intensissimo è diventata ciò che è diventata, con una trasformazione paradigmatica, questa si. A cui hanno concorso le singolari qualità di una madre come anche le azioni collettive di partiti o sindacati, insomma di tutto il complesso movimento di lotta sociale di quegli anni. 

Il libro è dunque questo ricollocare tessere nel mosaico della Storia fatto operò di nomi e volti, narrando spinti dal vento del lento avvicinarsi alla morte di Rosa, perché di parte dal lutto. La Malinconia è una leva di orgoglio, però, di rivendicazione, incontra l’altro vento, quello che spira ancora per chi lo ha conosciuto, dal 900. Una biografia di un “noi” una comunità, narrata sia come dimensione del due (madre -figlia) sia come folla, i molti, le piazze, le assemblee.

 

La madre che ha la morte nel cuore e una prospettiva di angoscia che solo al conquista di diritti (e futuro) possono attenuare, si porta dietro ferite, dolori  grandi e taciuti oltre Francesco, un piccolo episodio domestico, un furto attribuito alla piccola,  porta il padre di Rosa a non parlare alla figlia piccola per nove anni: dico “nove”. Anni). La prossimità quasi senza pudore di sentimenti narrata da Federica Sgaggio permette anche di capire un altro elemento importante che riguardala storia di tutti, partendo da una vita raccontata così da vicino: cosa ha trascinato Rosa, quale vento? Qualcosa che sta a metà tra una fede pre-religiosa e una biologia? Un’ ideale? Un istinto che viene prima del logos? Credo tutte le cose assieme.

Materiale autobiografico, analisi, elemento confessionale, rivendicazione femminista, ma anche elaborazione di una femminilità fuori da schemi ideologici. C’è tutto in questo libro che potrebbe rimanere in cerca di etichette se ne avesse il bisogno il lettore. Memoir? Romanzo?

Nel colophon leggiamo che la vicenda e personaggi sono “frutto dell’immaginazione” dell’autrice e il riferimento “a fatti e persone”  è puramente casuale. Non conosciamo se sia un ‘accortezza,  per una qualche necessità verso persone citate o una presa in giro dell’autofiction. (1)

Sgaggio porta il suo privato sulla scena collettiva, perché tutta l’epopea di Rosa è rappresentativa di un privato che s’è fatto politico per forza di dolore e amore. Rosa approdando,  certo – per istinto e poi per coscienza – all’idea che dentro quel corpo di Francesco ci fosse una persona, quindi riutilizzando tutto l’apporto che in quegli anni si fava strada – della psicologia, ma al tempo stesso conquistandolo “strada facendo” e nell’agorà. Per questo considero “L’eredità dei vivi” più un romanzo politico o addirittura storico, che psicologico o autobiografico, pur essendo intriso di biografia fin quasi all’ auto-analisi della narratrice. E’ lessico familiare  ma di Federica Sgaggio, anche lessico comune per molti. Specie per una generazione di figli che ha condiviso quel pezzo di esperienza familiare che è stata la migrazione, l’inurbamento, la politica – e le conquiste – e poi dopo il benessere degli anni 80, una virata lontano da quella esperienza comunitaria. Comunità, sì,  ma stavolta confessabile, non rigettata anzi addirittura rivendicata dalla figlia di Rosa e del XX secolo.

 

(1)         Si sta ridefinendo la nozione di romanzo, soprattutto in certa parte più avvertita e consapevole del pubblico e degli autori, tra memoria di sé , storia collettiva, mix di Storia con elementi del fantastico, fedeltà mimetica ai documenti storici, recupero di fatti di cronaca (ecco Lagioia, Siti, Barone, Falco, Lipperini, Trevi, Scurati, Mozzi, Fontana, tanto per citare i primi che mi vengono in mente).

mercoledì 20 gennaio 2021

"M" - L'uomo della provvidenza"" di ANTONIO SCURATI (da Manzoni a Renzi, la Provvidenza non salva mai la sciagura di un Paese Senza)

 


Sono a pagina 500 del secondo volume del grande progetto di Antonio Scurati “M” (Bompiani) dedicato alla storia di Benito Mussolini e del nostro paese attraverso Benito Mussolini, il primo volume era dedicato al figlio del secolo, ora il secondo racconta la fase in cui M. diventa l'uomo della Provvidenza, siamo nella seconda metà degli anni Venti e procinto verso gli anni 30 siamo nel momento in cui Mussolini consolida la dittatura che aveva di fatto inaugurato con la marcia su Roma e poi ribadito col sangue, con l'omicidio Matteotti e adesso arriva a una singolare proclamazione parlamentare della fine del Parlamento. 

Leggo “M” DI Scurati nei giorni di Renzi, Ciampolillo e dell’indecorosa questione del gossip su Renata Polverini (che ha votato la fiducia e subito è partita la violenza della calunnia, ma subito va detto che i giornali in caccia di “clic” ci si sono avventati mettendola in apertura.

Ieri moriva Emanuele Macaluso, un protagonista di una stagione politica che con i suoi grandi difetti, della storia repubblicana, non aveva quelli attuali del chiacchiericcio e dell’impreparazione di una classe dirigente che somiglia ai suoi cittadini e anche a parte dei suoi “mediatori” – si, più di Renzi mi hanno fatto pena ieri due cose: una che ho saputo che ci sono “persone che lavorano nei giornali” che non sapevano chi fosse Macaluso, e vabbè.

La seconda che gli stessi giornali già nella versione web, si sono gettati come avvoltoi sulla notizia del presunto affaire Polverini-Lotti, come se Renata Polverini che è un’acuta commentatrice politica e militante politica di lunga esperienza, benché a me idealmente opposta, non avesse ragioni POLITICHE valide per lasciare il centro-destra, e invece i giornali italiani intanto non possono immaginare una scelta di una donna come una scelta ma sempre qualcosa di “sentimentale” ma soprattutto hanno fatto una cosa vergognosa, raccogliendo le palate di merda che si sono levate dal centrodestra medesimo, e ha spalmato la suddetta merda sui suoi siti in bella vista, a caccia di clic, perché ahimè  - e posso darne testimonianza diretta – la maturità complessiva dell’opinione pubblica online è più o mena quella di un pre-teen capriccioso e annoiato.

(Voi direte: ma ci lavori! E io di sì, ma ci lavoro come mio padre faceva il muratore a Roma: ha iniziato negli anni 50 e si è fatto tutti i palazzi dei Caltagirone ed era tra i muratori che ha lavorato, senza diritti, ma ha costruito tanti palazzi del famoso “Sacco di Roma” fatto dai palazzinari, ma potreste dire a lui che era complice dei Palazzinari? Ecco oggi essere giornalisti come me che sono nessuno (nemmeno un Ciampolillo) è un po’ come essere operaio o muratore e va bene così. Mi pagano e faccio bene quel che mi dicono di fare. Mio padre era poi iscritto al PCI di Macaluso, appunto e di Berlinguer e prima ancora di Togliatti, e la politica serviva a cambiare corso alle cose, ma non serviva che mio padre lasciasse il lavoro. Ma torniamo a noi.)

La crisi di governo con i suoi risvolti, affidarsi all’ “uno-vale-tutto” del solito deputato sconosciuto (i governi che cadono per i Turigliatto e tengono per i Ciampolillo)  mentre la crisi aperta ora non aveva senso (al di là dei suoi parziali argomenti pure comprensibili per esempio essere più decisi col MES)  visto che l’unico che l’ha sposata con vigore oltre Renzi (si sfilano pure i suoi) è Briatore un degno rappresentate della nostra classe dirigente A quando gli endorsement di Pietro Genovese?.

In questo quadro fa impressione leggere “M”  di Scurati (tutto il progetto oltre che questo singolo) perché si scopre che l’Italia ha le sue curiose continuità dentro i cambiamenti (Macaluso è esempio di una storia di grandi cambiamenti)

E’ simbolico leggere questo libro, questa parte della storia italiana, in questo momento mentre il Parlamento italiano del dopoguerra della storia repubblicana è di nuovo per l'ennesima volta appeso alla sua fragilità.

 

 Il secondo volume di “M” racconta di come Benito Mussolini sciolga di fatto meglio faccia, sicché il Parlamento stesso decreti la fine della pur fragile forma di parlamento liberale in epoca monarchica che è quello nato dopo l'Unità d'Italia è consolidato con l'epoca giolittiana e tutto avviene non con clamore, ma con un flebile sospiro (“gli uomini e mondi muoiono in un lamento soffocato qualcosa di molto simile a un frigno”) potrei quasi cedendo ad un istinto popolano grezzo e cattivo che finisce tutto in una scoreggia in questa volgarità di bassa lega pesco il “Mussolini che è in me”, l’istintiva incazzatura nei confronti dell' ennesima Farsa di una classe dirigente inadeguata. Ma esattamente rispondente a quello che un paese senza nerbo senza borghesia, senza cultura ha espresso in questo secolo, ma in generale esprime da un secolo e mezzo, con la sua anomala storia Europea un paese che non ha mai avuto né una monarchia forte, come la Spagna (che pure ha difetti simili ai nostri) né tantomeno una monarchia forte e uno stato nazionale insieme, nel complesso è stata frammentata tra miseria e genio tra grandezze e arcaicità. E così non ha avuto un popolo coeso e non una borghesia.  L’Italia ( è l’anno di Dante Alighieri ) è stata inventata dalle Élite dei Chierici e tali sono rimasti sentimenti collettivi nel bene e nel male, da queste minoranze:  sia quando queste coi loro sentimenti trascinano il Popolo verso il bene come accaduto con la Resistenza (più una guerriglia di minoranza sostenuta dagli americani, che non una “rivolta di popolo”)  sia nel male, quando invece si fa incantare, da Mussolini a Salvini e Grillo – la sua coesione, per paradosso la più fondata la DC che nessun altro in questo paese.

Come Scurati ripercorre, consultando documenti e disponendoli in una sequenza narrativa che nel secondo volume si è fatta più rapida, meno romanzesca, con tessere di un mosaico complesso scandite da capitoli più brevi lo stesso Mussolini in questo libro racconta di questa definizione di una di uno Stato che vuole essere Fascista, che vuole far coincidere l’Idea alla cosa, che vuole – come tutte le dittature totalitarie sognano – la piena realizzazione della rivoluzione. Al di là dei metodi e di questo impianto totalizzante. Se uno Stato maturi la sua identità politica, sia coeso non è cosa malvagia.

Per l’Italia – e questo è il risvolto anche interessante storicamente di questa narrazione che Scurati fa con il progetto “M” – anche un plenipotenziario totale come il Dittatore Mussolini deve fare i conti con la miseria giochetti dei vari comprimari (come Renzi che è una specie di Farinacci) con il torcibudella del compromesso, con la complicazione del “particulare” italico, con la corruzione le clientele, i favori, le ruberie, con la falsità.

Anche Mussolini, scrive Scurati, deve confrontarsi con quella che è “la materia umana scadente, Il popolo di adulatori e mugugnatori, di delatori accaniti diviso tra calunniatori esaltati e calunniati avviliti, con gli avidi faccendieri con questi famelici servi, con questi infoiati precari del presente assoluto che consumano ogni giorno come se fosse il primo degli ultimi.  In vista del domani servirebbe innanzitutto una classe dirigente, ma per crearla bisognerebbe fidarsi degli uomini e tu non ti fidi”.


Così scrive Antonio scurati Rivolgendosi a un tu- Mussolini dal punto di vista di un “io” narratore-narratario e in questo tu che forse potrebbe essere la voce del narrator-Scurati che la usa, anche se in apparenza potremmo attribuirla a un discorso indiretto dell’Io-Mussolini, dal cui punto di vista delle carte e del personaggio Scurati ha composto questo suo grande affresco.

E’ questo l’elemento letterario interessante di un libro di non-fiction che tuttavia usa gli strumenti della finzione narrativa per sottolineare alcuni elementi della Storia rapportabili anche all’oggi, facendo a volte fare a Scurati delle considerazione di amaro realismo, quasi sferzanti e ciniche, anche se velate sotto una plausibile immedesimazione ma solo di tipo letterario  (scrittore-personaggio) con M. (affiora qua e là un tono Indignato che lo rende anche simpatico un burbero ma realista, insomma un moralista che guarda orizzonti più lontani e per questo si sfastidia degli inciampi delle miserie qui e ora).

 Ma la cosa più strana è che qualche volta si ha l’impressione che pure Mussolini lo sia, un uomo che guarda lontano (le considerazioni sulla demografia sono attualissime, noi abbiamo sempre considerato retorica il dare figli alla Patria, ma il problema era reale, specie se confrontato come già fa Mussolini, con la Cina)

Mussolini stesso sembra non poterne più della sua Italietta, ben conscio che lo sia. Anche Mussolini sembra intrappolato nelle pastoie nostrane da strapaese,  che si è illuso di domare, illudendosi di poter creare sulle macerie di un mito una Storia nuova e invece è chiuso presente assoluto delle bottegucce del caffè, della commedia goldoniana infinita, delle baruffe,  in cui gli italiani sembrano sempre imprigionati senza mai riuscire veramente a fare un passo avanti decisivo, questi italiani che sembrano sempre il popolino sottomesso ai Borboni al papato al centro e alle monarchie europee nel nord Italia. Questo popolino sottomesso a Mussolini questo popolino sottomesso alla Democrazia Cristiana e sottomesso a Berlusconi e poi illuso da Salvini e Grillo, incapace di rivendicare veramente una rivoluzione e di praticarla.  Anzi sempre si china a 90 al vincitore di turno in apparenza proclamando i valori di una rivoluzione, in realtà sbrigando dietro le quinte affarucci, per intascare più valori più soldi più prebende più raccomandazioni più favori possibili giocando punto sulla corruzione diffusa e continua. E così neppure Mussolini uomo della provvidenza riesca a fare nulla, che sempre la Provvidenza è la scusa per non fare nulla, come quella di Manzoni, che non è mai risolutiva non ha mai risolto la storia, neppure quella dei singoli (Renzo e Lucia non sono vissuti felici e contenti sono rimasti senza Idillio e i soprusi sono continuati). La Provvidenza affonda con padron Ntoni del Verga, perché è la morte, la rovina ha colpito la sua famiglia, non l’ha risolta col fascismo perché la rovina del Fascismo la conosciamo tutti e perché quel che lo portò a corrodersi dall’interno, per certi aspetti ancora dura, oggi, nel nostro tempo di Renzi e Ciampolillo, di Grillo e Salvini, di D’Alema e Turigliatto, Bertinotti e Meloni e Berlusconi ecc. ecc. una gran rottura de. Fine.

 

 

 

GIORGIO FALCO "Flashover" (Einaudi). L'incendio del Gran Teatro del Capitale, dove il debito è la maschera di una colpa (o viceversa) e che sempre risorge come Fenice

 


Parlare di “Flashover” di Giorgio Falco con fotografie di Sabrina Ragucci (Einaudi, p. 193, E. 19,00) non è facile perché si tratta di un testo che sfugge alle classificazioni, con la presenza delle foto a dare moto centrifugo a una “rinuncia al romanzo” esplicitata. La scrittura si concentra sui fatti, ripercorrendo la singola vicenda, dell’“incendio a Venezia” del teatro La Fenice che fu causato dall’azione di due persone. Questo evento, tuttavia, diventa nel libro parte di un conglomerato di realtà, interconnesse ad altri fatti, che creano una sorta di zona di senso di tutta un’epoca (tra i ’90 in cui accadde e l’oggi). 

Falco partendo dalla vicenda criminale, procede per episodi, riflessioni, divagazioni, allusioni, connessioni che chiamerei allegoriche. Esplora il materiale dei verbali d’inchiesta, ma poi mostra un più ampio ‘incendio del capitale’.  Falco è uno scrittore con una sua specifica ricerca che porta avanti libro dopo libro, da anni, dentro la materia e la prosa del mondo, ma a me sembra ragioni con i procedimenti associativi di un poeta. Anche il riverbero semantico della parola del titolo dice di interconnessioni nel sistema di vita produzione lavoro. Flashover nel gergo tecnico dei vigili del fuoco è il punto di non ritorno dell’ignizione. Dieci anni dopo i fatti, la crisi mondiale del 2007 fu causata dall’enorme numero di prestiti e mutui che furono accesi agli americani, molti erano subprime, a cui furono connessi titoli su cui altri americani investirono. Il fallimento prima di un istituto di credito divenne un incendio totale, in borsa si bruciarono enormi capitali e andarono in fumo i risparmi di molte persone.


Dentro questa semiosfera dell’incendio, del debito e della colpa, sta anche la vicenda della Fenice. Falco fa perno sui fatti accertati dai processi: l’incendio fu appiccato da due elettricisti, Enrico Carella, titolare di una piccola impresa, insieme a suo cugino, Massimiliano Marchetti, dipendente della stessa ditta, perché non erano stati rispettati i tempi del subappalto loro concesso (dalla ditta vincitrice, quella del padre di Carella, Renato, il segno di un familismo amorale dentro quel sistema produttivo). Carella figlio, per evitare di pagare la penale, già indebitato di milioni (di lire ancora) con parenti e banche, ma non per investimenti nel lavoro ma per comprare macchine e scarpe di lusso, decise di dare alle fiamme il teatro, pochi giorni prima della scadenza, il 29 gennaio 1996, simulando un incidente, per annullare di fatto lavori e scadenze, con la complicità del cugino. 

Altre connessioni, casuali, ma che si portano dietro scie di senso: ad indagare e scoprire i colpevoli, è il magistrato Felice Casson che aveva indagato già sul neofascismo, su Gladio e strage di Peteano. Le indagini sull’incendio lo fanno passare dal Veneto del neofascismo anni ’70 al Veneto della piccola impresa, anni 80 e 90, dentro cui era nata la nuova destra di stampo leghista. Oppure: i tre minuti di tempo con cui il fuoco della fiamma divenne incendio viene ritrovato in una lunga serie di tempistiche tipiche di performance produttive. 

Falco pagina dopo pagina accumula elementi e tira fili matassa del reale, al centro è ancora una volta, come per altri libri precedenti, la realtà e l’immaginario intorno al lavoro.  Carella è solo un elettricista ma si fa imprenditore solo per la regalia paterna del subappalto, a lui interessa “fare i soldi” più che fare cose, ama soprattutto spendere, oltre le possibilità è una nuova razza padrona Falco la osserva e ne restituisce l’identikit profondo, dove resta l’enigma della banalità del gesto dalle conseguenze enormi (oltre cento miliardi di danni). 

A quello alludono anche fotografie sparse nel testo, dove c’è un corpo anonimo, maschile che indossa una maschera banalmente simil-carnevalesca, anonima, di fattura cinese. La maschera enigmatica del vuoto sociale dietro un mondo, un sistema che dalla piccola impresa dei Carella tiene i fili con il sistema del Capitale mondiale. 

Il Flashover del sistema può e deve essere compreso tuttavia come fanno i periti durante le indagini (il loro lavoro anonimo e colto, al servizio della verità è l’opposto anche etico dell’ideologia degli sghei dei Carella) che ricostruendo con esattezza scientifica i tempi di ignizione, capiscono che i colpevoli erano tra chi lavorava dentro il teatro. Flashover, come scrive Falco, “identifica la nostra condizione contemporanea” dentro cui stanno tante cose collegate a questa singola gioventù bruciata nel consumo e nel danno di Carella – ma non ribelle come nel film di N. Ray, non quella dei poeti incendiari futuristi che volevano bruciare Venezia. Carella si adegua, l’implosione è nel debito e nel consumo eccessivo, per il resto è figlio soccombente davanti al padre (vero “Padrone”). Fare ditta per lui è status è maschera sociale, come la BMW o le scarpe costose, e stare da superiore di fronte ai pari. Assume infatti il suo parente sfortunato (e diventa “cugino padrone” come Falco lo chiamerà per tutto il libro con ossessività quasi comica) ma per vantarsi della misera nobiltà che è il fare ‘ditta’. In verità, alla fine, è di fatto un raccomandato, che ottiene vantaggi solo per familismo, e non sa né vuole lavorare. Del lavoro da muli del Nordest, che dà tanti sghei, Carella junior vuole solo gli sghei

Nell’ingordigia del consumo e del prestito insolvente, sono i "Carella cugino padrone" a preparare negli anni 90  il terreno alle macerie del capitale globale del 2007, indifferente alla storia della sua gente (come la dice romanticamente Edoardo Nesi indifferente alla cultura del lavoro, come la canta cinicamente Trevisan)) 
Carella è un imprenditore del consumo,  sfrutta i risparmi e li brucia (dei genitori, ma soprattutto fidanzate multiple con un singolare casanovismo bamboccione e parassita). 

La sua fuga finale prima della cattura nel puerto escondido della mediocrità occidentale di Cancun è segno di una dismissione, nella vita in vacanza, a specchio di una vacuità umana radicale dentro cui il flashover che genera rovina è sempre in agguato, in un’epoca che sembra aver bruciato i ponti, sia avanti che dietro di sé.

 

 

 

 

 

 

domenica 20 dicembre 2020

NICOLA LAGIOIA "la città dei vivi" (Einaudi) - ovvero: 'na specie de cadavere nascosto

 

LIBRO (NON ROMANZO) DI SICURO: TESTO


La recensione inizia da lontano, dal genere: come lo definiamo? Tutto quello che scrive un consolidato romanziere è “romanzo”? non è detto, o meglio lo è nella misura in cui si accetta che il romanziere svicoli  dai canoni e dai binari del genere – che pure è larghissimo e generoso – e si collochi sul versante non main-stream, che qui io direi semplicemente sperimentale (riprendiamoci questa parola,  come era giusto dirla per Edoardo Albinati (che la rivendica per sé) de "la Scuola Cattolica", un libro che tengo idealmente sul mio scaffale di senso, vicino a "La città dei vivi") versante “sperimentale” dello scrivere in prosa – e narrando.

Perché di sicuro una cosa si può dire: anche se non è certo che scriva “un romanzo”, Lagioia qui narra, potentemente. Meglio: scrive, e lascia che le componenti della storia attraverso la sua scrittura – fino alla singola frase, come un inserto poetico - parlino e dicano qualcosa. È tuttavia un libro/romanzo dove la presenza stilistica si tiene mimetizzata, Lagioia lavora di “concertazione” e di sottrazione.

Ovviamente c’è una narrazione perché c’è una storia. Viene dalla cronaca.
 Il versante sperimentale dello scrittore sta – certo non nuovo in sé – nel modo in cui egli adotta una storia già accaduta e non inventa ma riscrive. Chi va dallo psicanalista fa lo stesso, riscrive il vissuto.

La storia: nota ma riassumiamola: nella notte tra il 3 e il 4 marzo in un appartamento della periferia est di Roma, non distante dalla via Tiburtina, Marco Prato e Manuel Foffo, al culmine di due giorni in cui hanno consumato senza sosta cocaina e alcol, uccidono Luca Varani, che si era presentato a casa di Foffo per una prestazione sessuale da cui avrebbe ricavato soldi, avendo già conosciuto Prato altre volte per lo stesso motivo. Non solo viene ucciso, ma i due infieriscono sul corpo di Varani, ancora vivo o morente, con crudeltà e disumanità. Foffo non lo conosce, Prato l’ha visto ma è solo un conoscente. Cosa porta i due ad accanirsi con tanta ferocia? Forse un odio traslato, facendolo diventare una vittima sacrificale, come si è detto e scritto all’epoca? E a che divinità veniva immolato? Di certo la violenza dei due assassini ha radici lontane, diverse e quasi opposte tra loro, se si segue il ritratto psicologico che ne fa chi li incontra (Lagioia cita molta documentazione di inchieste interrogatori perizie psichiatriche, colloqui) informali, resoconti giornalistici, e latro materiale). Due persone così diverse e che si conoscono poco finiscono per fondersi in una sincronicità del malvagio che ha tutte le caratteristiche della non intenzionalità, seppur assolutamente volontario (è complice il delirio tossico) . difficile muoversi dentro il labirinto delle loro stanze della psiche.

Lagioia percorre questo caso come fosse un Castello (stavolta è più la complessità irrisolvibile della psiche a farmi dire “kafkiano”è anche il fatto che nessun “processo” mi sembra esaurirlo) entrando e uscendo da varie stanze: quelle degli assassini, ma anche quella della vittima, così come dei genitori di tutti e tre maschi giovani, soprattutto i padri degli assassini ma anche di altri personaggi minori, gli amici,le fidanzate.
Dappertutto sembra emergere una pressione psichica e una costruzione collettiva del nostro inconscio. In un caso così estremo Lagioia ha deciso di affrontare il labirinto e anche il Minotauro che c’è dentro, partendo dal punto di contatto tra la solitudine afasica degli assassini (anche in coppia Foffo e Prato sono due solitudini estreme) e il contesto o “coro” così come lo chiama in un capitolo centrale (ci arriviamo). E quel contatto esteso poi allo scrittore e di conseguenza a noi che leggiamo.

. Il Minotauro è “il senso” di questo atto estremo (“perché lo avete ucciso? E perché così crudelmente?”) e andrebbe stanato come in tanti altri casi storici o solo di cronaca di “ferocia” (termine scontato ma anche giusto per Lagioia che ha scelto questa parola come titolo del suo precedente romanzo premio-strega)

La linea di fuoco su cui camminare è: come un atto umano diventa disumano. E lo è?

 Capire non è attenuare. Non c’è nemmeno un momento un rischio giustificazione. La “Città dei vivi” tiene sempre ben chiaro al lettore che i due hanno commesso un delitto non attenuabile o giustificabile, nemmeno un po’.  Anche perché i due hanno confessato, e hanno detto molto. I fatti sono ricostruiti nel libro (e con le loro parole: potentissimo e a tratti insostenibile il capitolo “In fondo al pozzo”) e continuamente narrati: atti giudiziari e simili, r relazioni psichiatriche, e poi all’esterno, i media (tv e stampa) la nera distorta però a schemi di fiction. E tuttavia, la sensazione è di “afasia” per un caso che è stato sommerso dalle parole e dalle chiacchiere e dai commenti social.

 Il romanzo stesso nasce “di fronte all’estremo” e anche immersi nel cloud della chiacchiera. Lagioia, alla richiesta di un quotidiano, di scrivere un reportage sul caso, rifiuta. Poi a una visione più attenta e ascoltando che “la città” non parlava d’altro, decide di affrontare il caso, ma come scrittore, prendendosi la libertà e il tempo.

È interessante il triplo passaggio: due assassini senza un perché, senza parole per dire perché, intorno un intero paese una comunità che ne parla e straparla, poi uno scrittore che – sottraendosi allo straparlare – scrive, puntando diritto all’afasia.

CORO, NON IO. E CROLLO.

Lagioia lavora dunque sulle molte voci, come detto: indagini, rapporti, perizie, testimonianze dei due colpevoli, degli amici, dei genitori, post su fb, interviste mediatiche ecc. Il capitolo in cui le mette tutte assieme si intitola “Coro “e sta al centro del libro. La polifonia di spiegazioni emette sentenze con conclusioni assertive ( uccidono, per alcuni “è l’effetto del consumismo, di una cultura ormai basata esclusivamente sui soldi e l’apparenza” per altri una questione di classe (“quei bastardi figli di papà, stronzi radical chic si accaniscono sul ragazzo di borgata”), c’è chi dà la colpa alle droghe e chi alla follia latente (“erano disturbati”), mentre non si può sorvolare sulla questione dell’omosessualità repressa (Foffo si vergognava di essere gay) o sul fatto che Prato voleva cambiare sesso, ecce cc). Se qua e là nella lunghezza del capitolo si sente un po’ il peso delle tante voci cumulate, penso che alla fine l’idea resti importante: il “coro” è un organismo fondamentale di questo libro. Il coro commenta ma l’origine della violenza è anche nel coro – è nella città dei vivi in cui la morte è di casa.  

Roma è teatro e ambiente “correo”?

All’ interno del coro c’è la parte che credo sia importante: il modo d’essere e di reagire alla situazione dei tre padri  (della vittima e dei due assassini) anche per come  si manifestano in pubblico (due parlano molto, quello di Luca e quello di Manuel, in maniera plateale, anche oculata, eccessiva;  quello di Marco parla zero, per molto tempo e poi scrive una lettera su Fb, ma molto ambigua in cui quasi lascia trasparire un distacco ipocrita per chi si professa cattolico praticante e attivista della solidarietà cattolica). Le madri sono praticamente assenti dalla scena del coro (parlano poco e niente in pubblico tutte e tre)  

Una “scrittura” che costruisce la sua architettura così come “trova” il suo materiale, la “città dei vivi “– il romanzo ma anche la realtà che racconta - è una sorta di “Cattedrale della caduta”, costruito con l’intenzione paradossale di “progettare un crollo”.

Ripercorrendo le carte, in tutti i “tarocchi al passato” dei fascicoli dei giudici Lagioia usa le capacità di sintesi dello scrittore e pur attenendosi ai fatti, è come se cercasse di divinare l’origine del gesto.

Sembra ed è un omicidio casuale, dicevamo. Eppure, forse nessun omicidio può esserlo. La sorgente della violenza, forse nel vortice di rabbia nato dalle “incomprensioni che stringono i padri e i figli e che portano certi figli a ritenere di essere stati offesi” scrive Lagioia, tanto da covare poi un desiderio di “vendetta assurda”? Soprattutto nella storia di Foffo appare plausibile, ma anche quella di Prato era altrettanto irrisolta.

La origine non casuale, può anche essere generata per paradossa dal Caso, ma qui fuori da cosmogonie, siamo nella cruda Roma che ha tracimato il suo tradizionale materialismo in un senso del vivere causale e approssimativo, ingenuo ma superficiale, fino al cinismo, di due individui che sembrano vivere bene dentro il contesto della nuova cultura romana, generata da trent’anni di mutazione antropologica, politica e culturale, diventando anche il cuore del problema per il resto del paese (ladrona), che ha fatto scattare un orgoglio identitario ma vuoto.
Questa “identità gonfiata ma vuota” a me sembra possa essere stato il cuore generativo di gesto senza cuore di Foffo e Prato.

(Mi rendo conto che facilmente un lettore, cercando il senso del “romanzo” quando il libro che legge romanzo non è ma storia vera, un docu-roman come è la Città dei vivi, ebbene il lettore scivoli facilmente nel ruolo antipatico del “giudice”).

Roma, dunque. Ci ho scritto un post separato sotto (se interessa, linka qui) solo per parlare di Roma (insieme a Albinati, metto sullo scaffale con questo di Lagioia, anche "lo stradone di Pecoraro, Pasolini è sullo scaffale sopra e ascolta queste storie della città)

 Ma per ora vorrei dire solo di questa  socializzazione facile, ma che resta in superficie perché è legata  alla storia dei due che uccidono, questi due neo-romolo&remo che sembrano voler s-fondare qualcosa in questa loro alleanza nera fraterna, omo-identitaria, due quasi-estranei che mettono in atto una complicità così intensa, tanto da far scattare il colpo di fulmine omicida tra loro, quando capiscono e si dicono di fatto “uccidiamo una persona”; al tempo stesso sono due che si conoscono da poco, si sono visti due o tre volte. Sta dentro l’apparente socialità da calore umano che la città ispira ma che tradisce sempre, questa storia. Quando uno dei due uccide un altro quasi-estraneo e quasi-per-caso, con uno che, parole sue, “non è proprio un amico” – lo dice Foffo di Prato ai Carabinieri - ma solo “uno che ho conosciuto a capodanno”. Questa labilità di legami basta però ad unirsi e per uccidere?

La bella apertura su Roma, la scena del piccione morto al Colosseo, questo sorvolare alla larga la città da sopra nella sua bellezza che nasconde particolari feroci, corrisponde poi alla fine alla storia-senhal dell’olandese, che riparte e dall’aereo rivede questa città, bellissima verso cui si sente l’amore di Lagioia che però non può non vedere quando la percorre rasoterra.

A leggerlo attentamente a partire dal titolo – il libro è un epos d’amore per la città, nonostante il suo tradimento. (Io, che sono romano d’origine, la amo meno o non la amo più). 


Del romanzo sono io lettore singolo, il tradito, che metto avanti una cosa che mi pare significativa, non tutti saranno d'accordo: che la città sia diventata una discarica di sentimenti “del tempo che fu” (bonarietà ironia, simpatia) divenuti immondizia, piegati da un cinismo e indifferenza diffusa, esibita e fatta anche oggetto di “mitologia” cinematografica ( si, sono tra quelli che pensano che Gomorra o Suburra o Romanzo Criminale siano intrattenimento solo in certe fasce socio-culturali, in altre sia diventata “immaginario”  di riferimento per gang o per gruppi di persone che si immaginano “gang” come negli Usa, ma che alla  fine ne sono ancora una volta la copia grottesca, senza scostarsi tanto dal Nando Moriconi di un “Americano a Roma”)

Roma è la città in cui in ogni caso - e torniamo al libro - poco prima della serata aperitivo “A(h)però” organizzata in un locale proprio da Marco Prato con i suoi soci, si viene a sapere dell’omicidio in cui era coinvolto Prato come assassino, e si decide con sovrana indifferenza e cinismo di farla lo stesso: “la situazione era incredibile” dirà una testimonianza del “Coro”: “Tutti a bere spritz e a parlare  dell’omicidio”. Una serata riuscitissima.

Roma è questo, tutti immersi nell’incredibile ma a dire “incredibile” guardandosi attorno. I cittadini sono diventati turisti del proprio sfacelo, cercando di metterlo in cinema, svoltando qualcosa facendo le comparse, come sempre. L’impero cartonato e da t.-shirt. Cinecittà II, una città immensamente centro commerciale di sé stessa. Disposta a tutto, e in qualche caso anche a uccidere pur di immaginarsi potenza che non si è.

(È la mia città, diventata la città di marziani che dicono ah marzia’ vaffanculo).

 “Fanno gli splendidi in gay street ma poi a Natale vanno al paesello e dicono ai genitori che hanno la fidanzata. Qui tutti odiano tutti e prima ancora sé stessi” dice un'altra voce  dal “Coro”. Di questo odio per sé stessi (e dunque anche il mio per Roma?) di questo odio per le origini di impotenti, di cartonati di una virilità farlocca, è fatta la vicenda dell’omicidio. (è la mia sentenza).

 

LA VIOLENZA HA (DIRITTO DI) PAROLA?

E sempre per stare nell’incredibile o se si vuole nell’assurdo (anche letterario) quando l’avvocato di Foffo, trovato dal solerte padre per attenuare le conseguenze (io credo che in questo atteggiamento del tipo vabbè, che sarà mai, adesso risolviamo, del padre, stia il “Graal” del senso di questa morte assurda)  che cerca di capire come impostare la difesa chiede cosa è successo, arriva la solita risposta di alleggerimento e qui è: “un macello” dice Manuel, che però a Roma è un modo di dire metaforico valido anche per confusione euforica (siamo andati in discoteca e abbiamo fatto un macello). È questo quel che dice - usando parole attenuanti dello slang. Invece il caso vuole che stavolta “macello” corrisponda alla lettera   al massacro, alla mattanza, sul corpo di Luca Varani.

E quando l’avvocato chiede “chi è la persona che avete ucciso” Manuel risponde “non lo so” e quando l’avvocato chiede anche “allora perché” la risposta è: “Non lo so. I motivi potrebbero esser tutti e nessuno”

 

(Samuel Beckett fu accoltellato nel 1938 a Parigi da un uomo in strada, di notte. Un’aggressione di uno sconosciuto. Per molti fu una sorta di scintilla dell’assurdo dei testi che poi scrisse. L’uomo era già noto alla polizia, tale Prudent, e Beckett lo volle incontrare (ecco, anche con l’Avversario l’incontro con l’assassino) e quando lo scrittore irlandese gli chiese perché lo aveva accoltellato, quello lo guarda con stupore e rassegnazione e confessa “non lo so”: il ‘900 del sentimento negativo dell’esistenza, nasce qui).



“nessun essere umano è all’altezza delle tragedie che lo colpiscono” scrive ad incipit di capitolo Lagioia. La famigerata banalità del male ci riguarda, sia per quelle persone come noi che hanno ordinato e praticato lo sterminio, sia per l’atto gratuito come a volte un omicidio, teorizzato e praticato da Jarry a Parigi, cento anni fa (erano gli anni Dieci anche lì) che può compiere ognuno di noi. Capire chi sono questi uomini come noi, serve a cercare di elaborare il senso di una cosa che nessuno di noi pensa di poter fare, ma pure per ceti aspetti potrebbe ritrovarsi a fare senza un perché.

Ma se questi due assassini sono così “afasici” (“non lo so” perché ho ucciso) ha senso che parlino? Che lo scrittore costruisca il caso anche sulle loro testimonianze? Su ciò che avevano da dire loro - mentre la vittima era morta e muta?

Qualche settimana fa Michela Murgia ha lamentato il fatto che Franca Leosini avesse intervistato per la Tv Luca Varani (singolare omonimia), l’uomo condannato per aver gettato l’acido sul volto di Lucia Annibali, sfregiandola per sempre. L’intervista è stata cancellata dalla Rai, la Murgia nel commentare l’intervista fatta e decisa dal programma scrive: “Ad eccezione del tribunale, nella narrazione di nessun altro reato si lascia al criminale la possibilità di esporre il suo punto di vista pubblicamente.” Ad eccezione del tribunale, dice Murgia, assertiva come sempre: e che ne è degli assassini nei libri? Di storici o scrittori? Non so perché Murgia non abbia citato la letteratura, eppure è scrittrice, e sa bene che gli assassini sono parte fondante della narrazione collettiva in cui “il reato” è centrale (dalla tragedia in poi mi verrebbe da dire).
Infatti i criminali parlano da sempre, prima nei libri e a teatro ora in Tv: è pieno il mondo di interviste ai colpevoli e ai condannati, in Italia abbiamo le memorabili interviste di Zavoli e Biagi a mafiosi o terroristi e non solo. I colpevoli vanno sui giornali, vanno in tv, e scrivono libri, dopo esserne stati per secoli solo i protagonisti, scritti da altri, negli ultimi anni sempre più con quella non-fiction letteraria nata con Capote, passata per Carrere e di recente per esempio praticata anche da Siti con “La natura è innocente”. (dall’altro lato è sorta giustamente una cultura che rivendica diritto di raccontare dal punto divista delle vittime, fino al punto che “il discorso della vittima” è divenuto qualcosa di diverso, forse un “discorso forte” tanto da muovere Daniele Giglioli a scrivere uno dei saggi fondamentali del nostro tempo: “Critica della vittima”. Qui sarebbe un lungo discorso)

Lagioia, in “La città dei vivi” citando i verbali degli interrogatori, dà molto spazio agli assassini. Se ne viene invasi. È quello il “fatto”, l’omicidio, e le sue ragioni sono dette in quelle delle parole, la vittima non ha voce. E per dare spazio alla materia del “fatto” e del suo contesto, fondamentalmente fa anche arretrare molto l’io-narratore, quasi sempre e in molte parti lascia addirittura a una sorta di “ça parle” delle voci, dei documenti, delle interviste, lavorando più su assemblaggio, limatura, al massimo sceneggiatura di frasi scritte altrove, ma di fatto in mote parti del libro fa “mancare” la letteratura.

Questo, come è stato detto – e giustamente da molti – è stata una scelta di coerenza etica, di rispetto, un tentativo riuscito di grande rispetto, vicinanza, senza farne estetismo della violenza. Come ci sia riuscito è nel calibrare tutte le parole, qui sta la sua forza letteraria, più che sulla letteratura in sé (anzi rispetto al bello stile stavolta Lagioia è aderente a una volontà di chiarezza, con una prosa asciutta, netta. Ma la scelta delle parole, l’organizzazione del discorso è sia di chiarificazione che di domande sospese, non c’è “il tribunale di Lagioia” ad emettere la sentenza (semmai lo facciamo noi lettori). Allo scrittore va riconosciuto tra gli altri questo merito: siamo investiti, attraverso queste parole, da una serie di fatti ma anche da una presa di posizione etica. Una posizione empatica quella di Lagioia, salvare l’umano dove l’umano non c’è (siamo sempre nei territori del Calvino ovvero della limpidezza) e dunque tenacemente etica.

Quanto a Murgia vs Leosini: la tv e la cronaca nera sono un surrogato popolare di Dostoevskij o Carrere o Capote. Semmai compito di veri scrittori, non polemisti di superficie, come ha fatto Lagioia è partire proprio da quella “vox populi” dall’immenso commentarium sul “fatto” e risalire la corrente avversa, fare il contropelo della cronaca, come suggeriva di fare con la Storia, Walter Benjamin.

ETICA PRIMA DELL’ESTETICA

Forse proprio per questo la questione etica extra testuale mi sembra importante tanto quanto il testo che – va ribadito è avvincente incalzante, scritto bene. Ma è una letteratura che ha il coraggio di spogliarsi, denudarsi e uscire da sé. Mostrando a un certo punto prepotentemente anche il “sé”.


Lagioia dà spazio, infatti, oltre che agli assassini, in un capitolo in cui improvvisamente diventa protagonista ad alcuni episodi borderline, diciamo così, della depénse della sua vita giovanile (trovarsi di fronte alla possibilità di prostituirsi, o lanciare una bottiglia in strada in piana rabbia adolescenziale, col rischio di passare da una bravata all’omicidio per un niente) ed è così che mette il sé   di fronte all’altro e crea una tensione dell’etica.


Il “mi riguarda” sta innanzitutto nel guardarsi allo specchio. Che Lagioia fa e Foffo e Prato invece no.
E in questo guardarsi allo specchio o non guardarsi cosa c’è in comune secondo me? La questione maschile, questione epocale, politica, di vita.

l’autore è un maschio, assassini vittima sono maschi, un omicidio che nasce dentro una lacerazione del maschile su tutti i fronti: genitoriale, dell’amicizia, della riuscita sociale, dell’identità e dei fantasmi della propria sessualità, di genere. Il Machismo e la sua recrudescenza violenta degli omicidi contro le donne nascono da questa crisi.

Questo è l’omicidio di una situazione in cui il machismo riguarda anche chi apparentemente è in pace con il proprio orientamento omosessuale come Marco Prato, perché anche in una scelta risolta invece alligna una irresolutezza, anche verso il maschile, e verso il proprio orientamento, perché la differenza nell’accettazione resta (la lettera del padre di marco su Facebook fa intuire qualcosa e il suo suicidio in carcere è la stella nera di questo firmamento di argilla)

Perché è nella proiezione che il padre fa del figlio, immaginandolo come argilla sotto le sue mani, e in cui il figlio viene plasmato crescendo  e di come questa statua che il padre tenta di plasmare venga poi infranta, come è stato ancor più duramente per la storia di Manuel Foffo,  ecco, di questo ci parla anche questo omicidio, di quella violenza, assorbita nell’essere plasmati,  esplode anche quando viene infanta, ci si specchia. Se c’è stato un rito sacrificale nell’omicidio è stato l’omicidio del Maschio.

La sfida vinta al labirinto di Minotauro è solo per il mito, è la favola. Qui vince Minotauro, che se vogliamo per certi aspetti è anche una vittima (nato così per volere e capricci di padri, destinato dal padre al labirinto, fatto uccidere dalla sorellastra per giunta, amante del suo omicida). Luca Varani finisce nell’appartamento-labirinto. Tutto qui parla di un labirinto.

La verità della cronaca è che quel labirinto è il piano urbanistico della nostra esistenza di vivi, in cui tutti possiamo imboccare il vicolo cieco dell’orrore. Benché certo, nella storia come si diceva sopra non scompaia e la differenza tra bene e male è sempre al d i qua, nel mondo dei vivi.

Nonostante Foffo e Prato siano certo figli del nostro tempo con mitologie più superficiali, i due non sono persone inaridite da manie di superficialità, si, sono giovani amano le cose piacevoli ma fanno anche altro. Manuel è discontinuo, ma almeno in apparenza legge molto anche se ha smesso di studiare, vorrebbe fare marketing ma il padre (come un dio greco) decide il suo destino, lo spinge ad altri studi anche utili per le attività di ristoratore (per questo si porterà dietro la rabbia per le pressioni di un padre molto presente e pressante - una frustrazione che maturerà in rancore e poi in odio).

Un odio diverso per Marco Prato, verso il padre: era diventato apprezzato PR di eventi, ben noto nella comunità gay, con un padre cattolico ma progressista che in apparenza ha accettato l’omosessualità del figlio. ma di fatto viveva una separatezza da lui.

 Ho messo in corsivo “apparenza” perché qui non è la cultura consumista e superficiale ad aver colpito (anche ma non solo) ma forse la labilità di un sentire dell’apparenza in famiglia, la rescissione di legami con sé stessi, che hanno i due assassini. Questa labilità può aver inciso sul sentimento di identità dei due, messa in discussione, mai definita mai accettata fino in fondo, ma pure mai negata, fino al punto di trascinare i due in un rancore che è anche una rivendicazione di qualcosa che manca, amplificato dalla paranoia della coca. L’identità primaria coinvolta in questa storia è come dicevo, l’identità maschile.

 Lagioia, nel narrare alcuni episodi di sé, tali che gli hanno fatto sentire l’energia dell’empatia con la storia, sta parlando proprio di quello: dell’evoluzione dell’identità maschile, del cosa diventare, dopo l’adolescenza, del pericolo di fallire a Roma con le proprie scelte e decisione di colpire in questo fallimento dell’autorealizzazione di sé, il maschio, mettendo un annuncio per accompagnatori disponendosi alla prostituzione maschile, anche se mai realizzata, a differenza della vittima, Luca.

La frattura e la rabbia verso il padre (è quella rottura del patto il Tradimento che ferisce il puer, l’atto più più importante per James Hillman e anche chi si libera del padre tradisce il patto) sono ciò che lega gli episodi citati della giovinezza di Lagioia, in questa radice di male Lagioia scava, non per dire che il “male” è tutto uguale, o semplicemente che tutti potremmo essere malvagi, a rischio di sembrare la premessa per affermare che nessuno in fondo lo è.

Il male naturale è in tutti possibile, lo scavo in noi è più difficile e fa la differenza. E poi lo scavo nell’altro e l’andare incontro all’altro, al colpevole, all’omicida e non fuggirlo, ciò non significa sollevarlo dalle sue responsabilità.

 Questo libro in cui come abbiamo detto è tanto poco presente “il narratore”, guardandolo dalla sua ‘soglia’ tra dentro e fuori il testo, è un libro in cui l’opposizione netta è tra chi si è preso il carico di sé, di uno scavo di sé e anche delle tragedie altrui e chi non lo ha fatto. Se il Narratore è poco presente, l’Io ingombrante che non piace alla poesia della neo-avanguardia, ma che è parte della vita, soppesandolo per quel “fuori-dal-testo” (visto che la storia stessa non è invenzione nata sulla pagina ma è esistita ‘fuori’) non può non far agire la differenza. Nicola Lagioia intellettuale, scrittore, persona è presente e non a caso parte del testo è il suo essere accompagnato da una discussione a cui Lagioia ha preso parte con la stessa passione. Il suo sforzo di scrittura, empatia e comprensione tanto più si sottrare letterariamente dal testo, tanto più resta presente poi leggendo. Tanto più la scrittura “ca parle”, tanto più è frutto di “Nicola Lagioia” che ha molto fatto, molto faticato. Non solo per comporre poi il testo, da cui sottrarrà l’ingombro dell’Io-narratore, ma lui, Nicola, non si era sottratto al richiamo del “fatto” e il suo sforzo, il suo jihad, è nella lotta con la materia del pretesto che lo porterà a scrivere. Dalla soglia, il lettore non può che guardare dentro il testo-labirinto-appartamento, dentro il ‘tremendo’, al tempo stesso guarda verso fuori, verso il Lagioia e le sue intenzioni etiche. Walter Siti avvertirebbe con bonaria ironia, ma per far pensare ancora di più, che forse anche in quel ‘fuori’ c’è ancora autofiction. Chissà. La vita è sogno, certo.

“Ciò a cui siamo scampati è molto spesso ciò che non abbiamo avuto il tempo di capire e quando dopo anni quella cosa si ripresenta in una veste nuova è di solito per farsi interrogare come non eravamo riusciti a fare allora”. Lagioia ha condiviso con noi questa illuminazione profana del caso Foffo-Prato-Varani.
 (C’è nella vita di ognuno di noi una stagione, che può trasformarsi in una privata saison en enfer e quella stagione è la giovinezza).

Lagioia raccontando fa dunque  una sorta di meta-letteratura attraverso un rispecchiamento psicologico, riflette sul suo impegno di raccontare ma – qui sta la particolare qualità del libro – con un dentro/fuori il testo e propone (oltre la scrittura ma certo attraverso di essa) un impegno di prossimità che è appartenuto alla persone nella decisione (PRIMA del testo) di occuparsene: questo perché – come il delitto del Circeo in “Scuola Cattolica” di Albinati, altro  libro che mi viene in mente per associazione - la cosa ci riguarda. Tutti. E specialmente: Tutti, Plurale maschile.
Direi che sta qui anche la particolare importanza politica del libro, del testo (continuo ad aggirare la parola “romanzo”) se c’è una letteratura impegnata, essa è nel costruire un esempio di eticità.

Ripercorriamo come salmoni il tracimare di una “  tragedia del maschile” come termine per identificare un “ci riguarda” del libro (che è anche una storia interclassista, di tre figli e  le classi di appartenenza hanno un posto importante, benché non si possa leggere come odio di classe , bensì sul piano di quel che per il maschile è il terreno in cui si misura la sua virilità: la riuscita sociale – e questo dipende tutto dalla disponibilità di “cash” (altro mito dell’immaginario Trapper, tutto maschile, maschilissimo, di questi anni) la riuscita nel lavoro, la riuscita di sé, che è il piano su cui si misura la riuscita del figlio maschio del padre, e quando questa  statua non è la propria, quando nello staccarsi di percepisce che non se ne ha tuttavia una propria, è il momento in cui il vuoto prende il sopravvento e diventa furia omicida (di solito verso le donne, stavolta verso la statua del “maschio” attivo su cui accanirsi fino alla morte. )

la città dei vivi, così bella dall’aereo, come per il piccone della biglietteria del Colosseo, vista da vicino, è anche una città di cadaveri e tombe. 

LA SCRITTURA DEL SILENZIO. Su Don DeLillo e "The Silence". La scrittura di fronte all'estremo tecnologico.

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